domenica 29 novembre 2009

NON HO L'ETA'


Arte nello shopping...
Arte di accontentarsi...


A cura di Chiara Cappellato

Confessate: vi è capitato di entrare al supermercato e smarrirvi causa vastità?
Difficoltà nel trovare dov’è collocato ciò che si cerca? Angoscia, scovandolo, perché ce ne sono dieci qualità? Con che criterio scegliete? Prezzo, colore, sentito dire dall’amica o necessità reale? Sommerse dalla merce, comunque e ovunque. Che subito si obsoletizza ed é archiviata.
Invidio le donne che sanno scegliere a colpo sicuro, che non si lasciano abbindolare, che non ricorrono allo shopping terapeutico-consolatorio, che sanno risparmiare in epoca di crisi.
E’ moda anche il riciclo, il vintage, il “ri-fai da te” che ci esorta a comprare comunque un di più.
E i rimorsi s’insinuano, caini, appena captiamo che ci siamo perse, ancora una volta, in un esborso. La camicia in vetrina ci serve per l’ufficio e le scarpe marroni? E la giacca? Almeno una marrone ci deve essere nell’armadio…e non un cauterio.Rientro da quindici ritempranti giorni in Terra Sicula. Contatti umani intensi, cercati, abbracciati. La voracità per fili e trame mi accompagna a bussare a porte che si aprono con inspiegabile benevolenza, una fiducia non attuale che profuma di agrumi e tempi andati.
Interagisco, ovvio, con le Super Over, poiché sono loro e solo loro, custodi di segreti di un’arte candida, tanto rara quanto espressiva, di femminilità mediterranea e carnale.
Scampanello a Pina, chiedo dei pizzi…mi presento…potrei essere una truffatrice…entro con accento veneto nel buio atrio come entrassi da una zia. Il sorriso di una signora dall’abito grigio, capelli grigi, spettinati. Accolta in famiglia. Si fa buio e sono ancora coccolata da racconti di vita; semplicità umile e dignitosa, dedizione a sacre tradizioni, ma sopra ogni cosa, a una passione viscerale e avvolgente per ago e lino. Inebriata, tocco manufatti che mi parlano, raccontano di donne del sole di questi luoghi.
Disposta a tutto pur di possederne uno, chiedo prezzi.
Sono cifre che si quantificano nel siciliano stretto di Pina, cifre che non rendono giustizia, cifre che per una padovana media di trent’anni sono medie, per una ragusana Over sono over.
Lei che rimane china sul tessuto fino alle 4.00 del mattino per plasmare a me, a me, un’opera che sia terminata prima dell’ imminente dipartita. Amore, onorare parola data e l’arte che le consente di racimolare.
Quanta gratitudine offro al suo Essere, riposante, rassicurante, non tormentato. Generoso dispensatore di quella magia scaturita dallo sfiorare la sensazione che si può esistere in pace senza perdersi in spese, in euro, in superfluo, in esteriorità, solo per consolarci o adeguarci a modelli di consumismo bieco e vuoto. Lessi in un libro quanto segue “…mia mamma è convinta che se una cosa non la trovi al mercato di zona, vuol dire che non ne hai bisogno…” e ho molto meditato aprendo le ante dell’armadio una volta riapprodata in quel di Padova.
Come cavolo riesce mia nonna Marcella a risparmiare da una vita? A non sentire il femminile impulso allo shopping, a non cedere a tentazioni di cartelli “Sconti per rinnovo”, “Saldi inizio stagione”?
Un’arte. L’arte di sapersi accontentare. Sempre nel libro sopra citato lessi “…le donne spesso agiscono in base al ciclo stagionale dello shopping tipo rotazione agricola: solo che invece di frumento-grano-orzo-frumento si procede con vestiti-trucco-scarpe-vestiti. Non si può comperare sempre la stessa cosa; occorre varietà…”.
E se facessimo come Pina o nonna Marcella?
Se ci esprimessimo nell’arte di accontentarsi non saremmo più serene?
Che ne pensate?
Io le stimo, le ammiro e le invidio però non riesco. Miseri risultati li ottengo sforzandomi di restare a casa, evitare vetrine, mercati e mercatini, luoghi di possibile perdizione. Prendo aghi e fili, indosso la tuta senza abbandonare le mie collane di pietre dure nel cassetto, accendo la radio.
Ci provo…
Fatemi sapere cosa escogitate e se le Super Over di vostra conoscenza insegnano quanto Pina e Marcella.
Baci

sabato 28 novembre 2009

Estremamente


Francys Arsentiev, storia d'amore e tragedia
fonte montagna.org
a cura di Antonella Passoni

Li chiamavano "Romeo e Giulietta della guerra fredda". Lui russo, lei americana. La loro storia, fatta di amore, morte e aria sottile. Parliamo di Francys Distefano, la prima donna americana ad aver salito l'Everest senza ossigeno, e Sergei Arsentiev, considerato uno dei più forti alpinisti della storia. La loro salita all'Everest fu il loro più grande successo e la loro condanna a morte. Francys, scendendo, si è accasciata a 8.600 metri, in preda ai deliri dell'alta quota. Vi rimase, agonizzante, per due giorni: accanto a lei passarono tanti alpinisti, ma solo il marito tentò disperatamente di salvarla, riuscendo a risalire dall'ultimo campo dopo ben 5 giorni passati nella zona della morte. Un gesto eroico, che è gli costato la vita.

Il corpo di lei, rannicchiato su un fianco, è rimasto per quasi dieci anni accanto alla via di salita sulla Nord dell'Everest. A pochi metri, furono ritrovati una piccozza, un pezzo di corda e delle orme sconosciute che finivano nel vuoto. Erano quelle di Sergei, suo marito. Erano la testimonianza del suo estremo, disperato tentativo di salvare la moglie da una fine ormai inevitabile. Tutto accadde nel maggio 1998. Francys, nata alle Hawaii, un figlio, aveva sposato Sergei sei anni prima. Avevano 40 anni, erano innamorati ed entrambi fuoriclasse dell'alpinismo. Qualcuno considerava Sergei ai livelli di Messner, ma luinon era solo un'alpinista: era ingegnere elettronico che fabbricava satelliti spia per l'unione sovietica. Si erano conosciuti all'Annapurna, che lui aveva salito in stile alpino dopo aver concatenato 3 cime del Kangchenjunga.Nel 1998 Francys e Sergei Arsentiev erano al versante Nord dell'Everest con una spedizione russa. Il 22 maggio si trovavano a 8.200 metri, nel campo più alto dove erano arrivati tre giorni prima. Avevano già tentato due volte la cima, senza ossigeno e senza successo. La prima volta arrivarono a 8.500 metri poi fecero dietrofront perchè le pile frontali si spensero. Il giorno dopo salirono solo di 100 metri.Anatoly Moshnikov, che era riuscito ad andare in vetta, tentò di convincerli a scendere, perchè erano lassù da troppo tempo. Ma lei voleva a tutti costi diventare la prima americana a salire sul Tetto del mondo senza ossigeno, e lui voleva aiutarla a realizzare il suo sogno. La realtà è che dopo due notti nella zona della morte, probabilmente faticavano a decidere lucidamente.
In ogni caso, rimasero lassù e il 22 maggio tentarono di nuovo. Stavolta riuscirono. Ma la lunga permanenza in quota li aveva così indeboliti che riuscirono a toccare la vetta solo dopo le 6 di sera. Nella notte, iniziò il dramma. Tentarono un bivacco, poi continuarono la discesa che in quelle condizioni si rivelò un delirio. I due, esausti e confusi, si separarono senza nemmeno accorgersene. Lui arrivò alla tenda ad 8.200 metri la mattina dopo, e solo lì si accorse che la moglie non c'era.
Stava male, ma non poteva abbandonarla. Prese dell'ossigeno, delle medicine, dell'acqua e risalì. Per la quarta volta in 4 giorni.
Lei era a 8.600 metri, sotto il First Step. Era viva, ma inerte. Confusa, incapace di muoversi e con gravi congelamenti. Una spedizione dell'Uzbekistan la vide mentre saliva, le diede una bombola d'ossigeno, delle medicine, poi proseguì verso l'alto. Nel pomeriggio, scendendo dalla vetta, gli alpinisti provarono a portarla giù ma - secondo report contrastati, confusi e più volte smentiti e cambiati nei mesi successivi - il loro ossigeno finì e alla fine l'abbandonarono. Elizabeth Hawley, nel suo libro "I'll call you in Kathmandu", riferisce che la donna era ancora in grado di parlare e che ripeteva, seppur biascicando, "non lasciatemi sola... perchè mi fate questo... sono americana". "Eravamo sfiniti - dissero gli uzbeki - e poi scendendo incontrammo il marito: sembrava stesse bene ed eravamo convinti che salisse a prenderla". Già, il marito. Perchè Sergei, nel frattempo, era riuscito a compiere ancora una volta quegli infiniti trecento metri di salita, tra gli 8200 e gli 8500 metri. Un'impresa, nelle sue condizioni, a dir poco incredibile. Gli uzbeki, però, furono gli ultimi ad averlo visto vivo.
O meglio, a poterlo raccontare. Perchè Sergei, quella notte, la passò accanto alla moglie. La mattina del 24 maggio, Sergei era sparito. Ma Francys era ancora viva. Accanto a lei, c'erano la piccozza, un pezzo di corda e delle orme che finivano sull'orlo dell'abisso della parete ovest. In fondo alla quale, un anno dopo, venne ritrovato quell'eroe russo, che fino alla fine tentò di salvare la sua amata.Francys era ancora viva, dicevamo. Ad incontrarla quella mattina fu una spedizione sudafricana. Alcuni membri proseguirono verso la cima, ma Ian Woodall e Cathy O'Dowd si fermarono con lei, nonostante le sue condizioni fossero ormai disperate. I due sudafricani scesero dopo poco più di un'ora: non riuscivano a muoverla, il posto era pericoloso e il freddo pungente. Francys morì intorno alle 11 di quella mattina, il 24 maggio 1998. Un mistero circonda la piccozza del marito: quella sera, quando gli altri alpinisti scesero dalla cima, raccontarono che non c'era più.Woodall, però, non dimenticò mai quella vicenda.
Nel 2007 tornò laggiù per recuperarla e dargli una sepoltura, con la spedizione "The Tao of Everest", appositamente organizzata per lo scopo, di cui oggi è uscito il libro. "Dopo aver lasciato Francys - ha detto Woodall - il unico pensiero è stato portare a valle Cathy, sana e salva. E' stata dura farlo con gli occhi pieni di lacrime. Mi ero reso conto che alla fine le montagne sono solo roccia e neve, e che bisogna sempre chiedersi se ne vale la pena". Inutile dire che la morte di Francys e Sergei fu origine di aspre polemiche, accuse reciproche e misteri irrisolti. Esattamente come accadde per la morte di David Sharp, il caso che fece scalpore nel 2006 e che si svolse in modo spaventosamente simile a quello di Francys Arsentiev.
Ad oggi, secondo gli archivi della Hawley, solo altre 4 donne hanno salito l'Everest senza ossigeno. La prima fu Lydia Bakewell Bradey nel 1988, per la verità con una salita senza permesso e molto contestata. Nel 1995 fu la volta di Alison Heargraves. Dopo Francys Arsentiev, nel 1998, ci riuscirono solo, Laji, una sherpa della spedizione K2 2004 del Comitato EvK2Cnr, e l'italiana Nives Meroi, il 17 maggio 2007.

martedì 24 novembre 2009

DI MAMMA (NON) CE N'E' UNASOLA


Icone infelici
a cura di Anna Grazia Giannuzzi

È vero. Sono una che spesso scrive di getto, salvo poi nascondere il testo in cartelle, non ho abbastanza cassetti nemmeno per la biancheria, e cercare di rileggermi senza distruggermi troppo. Sono una indecisa, tentennante, che all’improvviso innesta la quarta e nessuno la vede più. Se lo ricorda ancora la tipa con cui ho fatto le lezioni di guida per ottenere la patente. Ho più difetti che dita, tra mani e piedi.
Ma - anche se mi dicono non si inizia con il ma, però metteteci pure il però, quindi: ma però chi glielo ha detto a lei che quello che scriveva non mi interessava?
E forse che sono meno in gamba se lo ammetto che mi interessava, ma che ne so come reagisce se posto un commento o una valutazione personale? Passi che non le piace quello che scrivo io e come lo scrivo. Ben venga un commento dissonante sui temi che tratto qui con voi, anceh se Barracuda più che dissonante era dissociato.
Passi che siamo stati tutti accomunati nel pietoso stereotipo che, ci piaccia o no per tutti è stata una fase, in cui si scrive e non si sa manco perché, imitando gli scrittori preferiti e vergognandosi al punto da dire che lo facciamo per noi stessi oppure è uno sfogo. Sì, uno sfogo della pelle, un eritema: ma – sono recidiva – è così brutto scoprire di aver anima e sensibilità che ci dobbiamo vergognare come al liceo se non avevamo le scarpe giuste?

Insomma che ne sai tu di me? Eh, no aspettate, forse la domanda non è corretta. Tu sai di me, perché io ho raccontato di me. Tu hai raccontato solo quello che tu volevi noi sapessimo di te.
Non chiedermi se sono felice, io, scrittrice sfigata (per quello che ne sai tu e per quello che ho raccontato di me da quel punto di vista), chiediti se tu mai lo sarai. Tutto posso essere, e voglio essere, tranne un'icona infelice.

domenica 22 novembre 2009

Psychè

“Il tabù della verginità” freudiano, quasi 100 anni dopo
a cura di Susana Liberatore


Sigmund Freud scriveva tra il 1917-18 un testo che oggi, se non approffondiamo molto, risuona forse un po´obsoleto. “Il tabù della verginità”, come i testi di quell´epoca, tentava di spiegare la sofferenza nevrotica attraverso la tesi dell´inconscio e la sessualità, considerando però, il versante femminile.
Per rendere conto di questa ipotesi, in questo testo come in tanti altri, la strategia freudiana è stata il paragone tra l´uomo nevrotico contemporaneo, e i popoli primitivi. In questo senso, il concetto del “tabù”, generalmente collegato alle pratiche magiche-religiose delle tribù primitive della Polinesia, diventa il concetto di tutto ciò che coglie il senso del “sacro”, proibito, segnato. Si riferisce allora a una cosa non nominabile, oppure ad un argomento o tesi che non si possono discuttere o criticare, o a una persona che non si deve o non si può avvicinare.
Effetivamente, Freud ne aveva parlato in precedenza in un bellissimo testo del 1912-13: “Tótem e Tabù”, descrivendo dettagliatamente questa funzione del tabù di indicare il sacro, e anche l´ inquietante, il pericolo, la proibizione, o qualcosa di spurio. Aggiunge, come particolarità, che si tratta sempre di un´interdizione, una restrizione, senza premesse e soprattutto, di origine sconosciute. Un ´altra questione da sottolineare, è la sua ambivalenza: perchè il tabù provoca paura e anche, un certo fascino che induce alla sua trasgressione,
Tornando al testo a cui ci riferiamo, Freud vincola il tabù alla femminilità. Ed è questo il nostro interesse!.
Per un lato, parla del tabù culturale sul commercio sessuale femminile in generale, però, per altro, dice una cosa ancora stupefacente. Freud ci dice che è la donna, essa stessa un tabù.
Per sviluppare questa ipotesi, ci invita a considerare che così come gli uomini primitivi avevano paura verso il pericolo, l´uomo contemporaneo vede la donna come altra da se stesso, che gli è incomprensibile, strana, e perciò “nemica”. La donna sarebbe pericolosa perchè si fa vedere incompresa, singolare, cioè, come un enigma. Non a caso, Freud finisce i suoi fruttiferi anni di lavoro chiedendosi: -“Allora, cosa vogliono le donne?”.
Dovrà arrivare Lacan, 50 anni dopo, per chiarire il versante femminile del tabù freudiano. Egli esporrà nel suo Seminario XX: “Ancora”, una tesi ridotta a frase che mi sembra ancora possa scandalizzare: “La Donna non esiste”: cioè , ella si coglie “una per una”, e ogni volta che la si tenta di nominare, di ridurla a un concetto, un significante, non si fa altro che male-dire o diffamare, giocando sull ´equivoco con l´espressione “si dice donna” (on dit-femme): quindi la si “dit-femme”, diffama (diffâme).

sabato 21 novembre 2009

DOMINO CAFFE'

Il Vangelo della Maddalena – Ed. Gargoyle


Per questo post vi propongo un horror-religioso dell’autore David Niall Wilson che ha reinterpretato la storia di Maria Maddalena in chiave vampiresca. Non fatevi ingannare dall’apparenza. Il romanzo merita un’attenzione particolare per l’accuratezza dei profili dei personaggi. Wilson ci presenta la vita di un donna-angelo che ha avuto una parte molto particolare nella vita terrena di Cristo.
Mi è particolarmente piaciuto per le atmosfere gotiche che Wilson ha saputo creare, giocando con i chiaroscuri dei vangeli apocrifi, inventando là dove è stato omesso, scavando nei dettagli che sfuggono ai lettori disattenti.


Anno zero dell'Era Cristiana.
Il Nazareno si ritira nel deserto per quaranta giorni, digiunando e pregando per raccogliere dentro di sé la Profezia.
Il quarantesimo giorno gli appare l'Angelo della Luce, il Caduto, Lucifero. Lo conduce sulla cima di un monte e gli mostra le città e le terre sotto di loro, invitandolo a servirlo ed adorarlo, in cambio del potere su tutto quello che vede. Poi fa risalire dall'Inferno un angelo caduto con le sembianze di una donna, la Tentatrice, e gliela offre in cambio della fedeltà del Cristo al Demonio.
Il Cristo gli rivolta contro le sue sfide, e tende le mani verso la donna-angelo, promettendole la salvezza in cambio del suo amore incondizionato.

La Tentatrice, che nelle ere della Caduta ha bramato il perdono divino, non esita a tradire Lucifero, e cerca l'amore del Cristo, sapendo che solo attraverso di lui riuscirà a riottenere un posto in Paradiso.
Ma Lucifero non accetta il tradimento della Tentatrice. Scaglia su lei una maledizione potente, che la perseguiterà lungo il percorso della Profezia: sarà una creatura delle tenebre, il sole le brucerà la pelle, assetata del sangue degli umani, dannata nel corpo e nello spirito e condannata a vivere per sempre in attesa della redenzione che non otterrà mai.

Il primo capitolo di "Il vangelo della Maddalena" si apre con la comparsa di un essere ultraterreno, prima angelo e servitore del Demonio, poi creatura dalla forma umana ma dallo spirito demoniaco devastata dalla ricerca della salvezza e terrorizzata dalla maledizione della sua creazione.
Il Cristo le pone il nome di sua madre, Maria, e la consacra sua discepola e amante spirituale.
Intercalato dai passi del vangelo di Giuda, il romanzo si dipana fra luci e ombre, fra la gloria divina della Creazione, la maledizione imposta a Lilith, la prima vera donna, la ricerca affannosa del perdono, l'amore devastante e incondizionato del Cristo, e la caccia notturna del sangue umano.
Maria Maddalena è descritta in prima persona, creatura trascendentale che si divide tra le esigenze di una maledizione che le impone di dissetarsi di sangue e la costante speranza di recuperare la purezza attraverso l'amore di Cristo e il suo perdono.
Si svolgono, a ritmo incalzante, i miracoli operati dal Cristo così come descritti nei vangeli del Nuovo Testamento, ma correlati da una realtà nascosta che è la mano di Maddalena, che opera nell'ombra.
La figlia del ricco mercante, morta senza motivo apparente, morsa dalla Maddalena, che risorge come un demone.
Lazzaro, ormai morto da quattro giorni, morso anche lui dalla Maddalena, riportato in vita dal Cristo.
Il Demone Legione, scacciato dal corpo di un povero contadino.
La pesca miracolosa, seguita dal Cristo che cammina sulle acque e dalla moltiplicazione dei pani e dei pesci sotto forma di psicosi collettiva.
Maria Maddalena anticipa e provoca il Cristo, imponendogli di raggiungerla, di dimostrare il suo potere divino, e allo stesso tempo lo sfugge, timorosa della sua vendetta.
Troverà alla fine un sostegno in Giuda, il traditore, beffato dal destino da un marchio di cui non ha colpa. E sarà lei a guidarlo verso la tomba del Cristo, dove lo vedrà per prima risorto dalla morte, mantenendo fede a tutto ciò che era stato scritto dai Profeti.

David Niall Wilson è capace di ricreare l'atmosfera ossessiva di forti mutamenti, guardando attraverso gli occhi di una donna innamorata il breve e fulminante cammino del Cristo verso il Golgota, la necessità di portare a termine la profezia della venuta del Figlio dell'Uomo, e la lotta eterna di Lucifero che tenta la scalata del Paradiso, sfidando il suo stesso creatore.
L'idea stessa, piuttosto profana ed eretica, di associare il vampirismo ad una maledizione demoniaca si interseca con la necessità di trovare una via di redenzione per coloro che ne saranno colpiti, per fermare il contagio.
Il Cristo diventa chiave e pedina di un gioco fra potenti, Lucifero con Dio Padre, e Maria Maddalena sarà l'unica testimone di eventi che resteranno per sempre una leggenda.

venerdì 20 novembre 2009

RAMPA DI LANCIO




Ispirazione nella scrittura
A cura di Lù Mancini

Un odore che ci riporta alla mente un momento passato. Una musica che non ascoltavi da tempo. Uno sguardo che si posa su di noi, un sorriso regalato inconsapevole in un periodo triste e che ci dà nuova luce. Un caffè con un amico che non vedevi da tempo e che incontri all’improvviso e che ti riporta ad antichi sapori perduti.
Sono tante le opportunità di ispirazione che possono portarci a scrivere un breve racconto o un lungo romanzo. Un momento soltanto che comincia a frullare imperterrito nella nostra mente e che non ci abbandona.


Così scriviamo la prima pagina descrivendo l’impressione di quel momento, poi la seconda frugando nei ricordi che non sono più così nitidi, la terza dove descrivi quello che sarebbe potuto essere e non è stato.
Pagina dopo pagina la storia partita da quel momento imprevisto prende la sua strada indipendente, si snoda nei meandri dell’inevitabile e dell’insondabile e diventa qualcosa che prima non esisteva.
O meglio esisteva, era un segreto, una cosa non detta, un desiderio inespresso, era solo un’immagine impressa nell’anima e nascosta bene nel suo fondo, sopita in attesa di emergere e trovare la sua luce e la sua ragione di essere.
Puoi cogliere l’opportunità e dare un senso a quel momento facendolo crescere, scrivendo le parole non dette per renderle reali e farle arrivare a chi potrà ascoltarle e le sentirà sue anche se sarà diverso da chi le avrà ispirate.

giovedì 19 novembre 2009

Archi.D.Arte

Spassosamente a spasso
a cura di Margherita Matera




mercoledì 18 novembre 2009

Teatime




Petros Markaris, la balia.
A cura di Maria Luisa Pozzi


Un giallo interessante (perdonami, Signore in Giallo, per rubarti un testo) per una serie di aspetti; il più rilevante è che l’autore è greco e quindi ci introduce in un mondo nuovo per noi, lettori di gialli, abituati ai misteri di Bologna o della bassa padana.
“La balia” è ambientata a Istanbul, che, nel romanza, viene sempre chiamata Costantinopoli o la Città. Il commissario, Kostas Charitos,un grasso poliziotto greco in vacanza con la moglie e un gruppo di compatrioti greci nella metropoli turca, ama il cibo della Città, il suo profumo e confessa che, “Non so cosa ricorderò con maggior intensità al mio ritorno ad Atene: Santa Sofia e il Bosforo o gli odori della Città.”

Si innamora anche della bellezza di Costantinopoli di cui apprezza gli antichi monumenti ma anche gli aspetti più squallidi,”.. le case si spintonino l’una l’altra, per farsi un po’ di spazio. Un edificio enorme, che sembra una caserma, si affaccia sul litorale, solitario e minaccioso, tanto che vicino non hanno osato costruirci nulla.”
Girando con il commissario, in veste di turista, scopriamo le bellezze della Città, ma anche aspetti della sua storia, per esempio come le minoranza greca in Turchia sia stata sterminata o costretta ad emigrare.
Sempre attraverso gli occhi del commissario vediamo i componenti del gruppo greco in vacanza in Turchia, che sono dipinti con pochi tratti talvolta benevoli, più spesso ironici. A un vecchio generale in pensione, sempre pronto a ipotizzare piani di attacco contro la Turchia, chiede se non pensa a null’altro che ai punti strategici in cui schierare le forze greche in caso di guerra.
“(Il generale) mi guarda in silenzio per un attimo. ‘Lo faccio per non arrugginirmi,’ mi spiega tranquillamente,’da quando mi sono congedato, tutta la mia riflessione strategica si limita al burraco.”
Di un altro compagno di viaggio il commissario dice che, “I pochi capelli che gli restano hanno trovato rifugio intorno alle tempie.“ Un certo poliziotto turco poi è ritenuto adatto a un certo incarico perché, “ha una faccia che sembra sempre che stia per piangere. E’ l’ideale per le condoglianze ai parenti delle vittime.”
La vacanza del commissario e della moglie è amareggiata dal ricordo delle incomprensioni con la figlia che è di “una cocciutaggine asinina”; viene anche rovinata da una serie di assassini di cui rimangono vittime persone che hanno avuto a che fare con una anziana greca, la “balia” del titolo. Arma del delitto una pita avvelenata, un cibo caratteristico nella cui preparazione eccelle la “balia” in questione. Poiché l’anziana è di nazionalità greca, il commissario viene coinvolto nell’indagine, il che gli rovina le vacanze rendendo inoltre il suo rapporto con la moglie molto problematico.

Un libro interessante, che vale la pene di leggere anche per vedere, con gli occhi del commissario, la magica “Città”, assaggiare il suo cibo e bearsi dei suoi odori e profumi .

Buona lettura

Maria Luisa

martedì 17 novembre 2009

Marilyn



Il Giallo di Lorenzo
di Fabio Cicolani


Rubo l'argomento a Lù e do il mio contributo alla scottante questione di Lorenzo. Vorrei, con questo post e con i commenti di persone più competenti che so essere presenti nel blog, fare un po' di luce sul giallo in questione.

Il motivo accampato dalla Barbera Editore per la sospensione della pubblicazione è le poche prenotazioni dei distributori. Ma che vuol dire? Io nei distributori metto una monetina e la bibita scende. Beh... in questo caso la bibita si è bloccata e noi dobbiamo prendere a calci il distributore della Barbera (metaforicamente, ovvio).

Come funzionano questi distributori? In modo sintetico: un editore manda una scheda di presentazione al distributore, che in genere copre con la sua azienda una vasta area, compresa in più regioni (Ah... per essere ancora più specifici i Distributori sono quelle ditte dalle quali si riforniscono le Librerie, ovvero coloro che mandano i libri, li "spingono" in gergo, fanno in modo che i punti di vendita al dettaglio acquistino le copie e, tanto per essere limpidi, prendono la fetta più grande del costo del libro, intorno al 50%).
Quindi, non è un servizio alla comunità, è un lavoro ben retribuito (almeno ipoteticamente e se lo fai bene) e soprattutto fondamentale, perchè i Distributori sono l'anello di congiunzione fra l'editore/autore e il lettore.

Quando un distributore riceve la scheda di un libro, valuta se prenderlo (ma in genere lo fa se c'è un contratto in essere con l'editore) e soprattutto lo promuove nelle librerie. Per fare questo ci impiega circa un mese, un mese e mezzo. Solleticato l'appetito delle librerie, il Distributore raccoglie gli ordini ed effettua le prenotazioni all'editore delle copie.

Cosa si è bloccato nell'ingranaggio di Lorenzo? La Barbera dice: poche prenotazioni.
Ci può stare, ma in questo caso la valutazione di Lorenzo è inappellabile: chi prenota il libro di uno sconosciuto?

IL fatto solito, retorico e scomodo, è che in Italia si legge poco. Tantissimi libri ogni giorno vengono ritirati dai cataloghi perchè non vendono neanche una copia e molti di questi sono di editori piccoli e medio-piccoli.
Per cui stampare un libro per poi ritrovarsi con le copie sul groppone, non è esattamente un buon investimento per un editore (soprattutto - e qui la retorica abbraccia la demagogia - in questo momento di crisi).
Come ovviare a questa situazione? Si rischia e si fa di tutto perchè il libro vada bene. Promozione, eventi, pubblicità di tutti i tipi, passaparola. Se si prospetta un'operazione convincente, le librerie e in seguito i distributori, si convincono a ordinare le copie.

Per come era stata messa giù la questione, sembrava che la colpa fosse dei distributori, ma in qualche modo Lorenzo ce l'aveva con l'editore. Il fatto è che ha ragione lui! Succede che i distributori non prenotino tante copie semplicemente perchè le librerie non hanno interesse ad avere quel libro, ma si può motivarle!
L'ingranaggio è bloccato sulla ruota dell'editore che ha deciso di sospendere la pubblicazione.

Ora, come avete letto dal post di ieri di Linda (Grazie ancora) il mio libro è appena uscito. Ho parlato con il mio editore del caso Lorenzo e mi ha risposto "se anche io mi fossi basato sulle prenotazioni, neanche tu avresti pubblicato, come quasi tutti gli emergenti pubblicati dai piccoli e medi editori".
Con La Corte stiamo facendo in modo di organizzare presentazioni, eventi, concorsi, idee in picchiata per promuovere il libro, fare in modo che non solo le librerie si interessino, ma soprattutto i lettori lo facciano, perchè parte tutto da loro, loro possono tutto.
Voi potete tutto.
Nel mio caso, nella maggior parte delle occasioni, quanto andrete a chiedere del mio libro, la risposta sarà "non ce l'abbiamo" e forse "non è possibile ordinarlo". E' qui che entra in gioco la forza di volontà e la caparbietà. Non arrendetevi! Il libro c'è e aspetta solo voi, per cui insistete (dite chi è che lo distribuisce per la vostra regione, i nomi dei distributori li trovate sul sito La Corte Editore) e costringete a ordinarlo. Perchè? Perchè solo così l'ingranaggio può sbloccarsi. Una volta che il Distributore vede piovere gli ordini, si convincerà che il libro va bene e inizierà a spingerlo nelle librerie in modo che le copie si trovino. Così se in una libreria ne hanno ordinate 3 copie, ne manderanno 5 o 10. E sapranno che il libro sta vendendo e ne manderanno copie anche ad altre librerie e così via. Alla fine il libro, anche se in alto e in fondo allo scaffale, ci sarà e si potrà dire di essere usciti dal limbo.

Ora, capisco che questo post ha preso una piega personale, voluta ovviamente, però il concetto è quello. Per aiutare Lorenzo, oltre a convincere la Barbera a stampare il libro comunque (cosa che ho fatto una settimana fa con una mail), è importante far smuovere la macchina, arruginita, lenta e con incastri complessi e pigri.
Basta crederci, io credo in voi.




lunedì 16 novembre 2009

Pittura & Illustrazione



LE MAGIE DI OMNIA
a cura di Linda Brindisi


Ciao a tutti!!,
oggi vorrei presentarvi un romanzo per ragazzi: “ Le Magie di Omnia – Il signore del Destino “ di Fabio Cicolani. Un romanzo edito da - La Corte Editore - .
Un romanzo di cui vorrei parlare come sempre della parte più relativa alla grafica e all'illustrazione.
La copertina che potete osservare quì è un materiale unico, il primo bozzetto di copertina, gentilmente concessomi dall'autore.
L'illustratrice: Chritine Griffin, illustratrice Americana, è un'abile disegnatrice e potete guardare altri suoi lavori nella sua galleria, sul sito: http://www.epilogue.net/.
Il personaggio principale: Lycaon, rappresentato in copertina con uno sfondo un po' dark, tiene in mano il libro di cui è protagonista e vuole cambiare la storia cercando di controllare il suo destino.
 
Nella copertina definitiva (qui sotto) il personaggio è stato reso più demoniaco e magico.

Per altre informazioni, curiosità o domande relative a questo romanzo, vi invito a visitare il sito dell'autore: http://www.magiediomnia.com/ .
Colgo l'occasione in questo Post per fare un IN BOCCA AL LUPO a Fabio e al suo romanzo.

sabato 14 novembre 2009

Cura ricostituente


a cura di Maddalena


Care amiche/amici di blog, ho l'impressione che Rosa Stanton, si sia presa l'influenza A, virus H1N1: è quindi convalescente e ha bisogno di una bella cura ricostituente.
Ho idea che abbiamo perso un bel pò dell'entusiasmo che avevamo, le rubriche come sempre interessanti, hanno pochi o nessun commento, non ci sono nuovi inquilini, qualcuno di quelli vecchi se ne va.
Sembra un bel matrimonio che sta perdendo smalto.
I motivi sono tanti, siamo tutti super impegnati e il tempo è sempre meno, inoltre, ditemi se sbaglio, lo scrivere qui è molto virtuale di nome e di fatto, con pochi riscontri pratici.
Che fare? Mah, così su due piedi non saprei, certo è che potremmo pensare a qualche novità che ridesse vigore a questo sodalizio un pò infiacchito. Proviamo a scervellarci e vediamo cosa ne esce.
Nella peggiore delle ipotesi ci facciamo un pò di ginseng...

mercoledì 11 novembre 2009

APPELLO A TUTT@ ROSA STANTON: DIAMO PROVA DI LIBERTà!



Mi scuso con Susana perchè occupo il suo post(o).
Non posso farne a meno, dopo aver letto quanto Lorenzo racconta qui sotto. Ho già lasciato un commento sul post, ma per la stima e l'affetto istintivo che nutro nei suoi confronti, non me la sento, questa volta, di limitarmi a commentare.
E penso che noi tutt@ siamo chiamat@ a rispondere con i fatti davanti alla sua difficoltà. Altrimenti, che comunità siamo? Quale condivisione rappresentiamo, oltre quella -seppur importante- della parola? Scriviamo una mail all'editore di Lorenzo (info@barberaeditore.it), e ordiniamo una copia del suo libro ("ONEIROS").
Forse riusciamo a farlo pubblicare. Forse, no. Almeno, dimostriamo(ci) che - come diceva il poeta - "libertà, è partecipazione"

IL SIGNOR IN GIALLO


Ho voglia di gridare
A cura di Lorenzo Bosi

Ma iniziamo con calma…. Oggi non parlerò di gialli. Sono arrabbiato fino al midollo quindi questo post rappresenta un grido di rabbia, una denuncia contro la gente senza scrupoli, uno sfogo per una disavventura che mi è appena capitata.
Come ben sapete, la mia grande passione è la scrittura e, in questi ultimi tempi, ho terminato il primo libro di una mini-serie in due volumi, dal titolo ONEIROS. Naturalmente ho cercato un editore e, fin qui, tutto nella norma. Poi però è successo qualcosa che avrei pensato impossibile.
Immediatamente, trovo una casa editrice disposta a pubblicarmi. Gioia!!! Giubilo!!! Trionfo!!! Mi reco a Siena da Barbera editore e torno a casa col mio bel contrattino firmato e controfirmato. A questo punto sono al Settimo Cielo….Ma i Cieli fanno presto a calare: settimo, sesto, quinto, ecc. Il livello decresce fino a raggiungere il suolo.
Barbera scompare nel nulla. Nessuna notizia trapela. Io chiamavo e le loro risposte erano evasive, ambigue, inafferrabili…fino al 28 ottobre.
Insisto per parlare direttamente col direttore che, finalmente mi svela l’arcano. Oneiros sarebbe dovuto uscire entro novembre 2009, ripeto, sarebbe dovuto uscire. In verità, non uscirà. Sigh sigh!!
Per ora la pubblicazione è stata semplicemente rimandata a causa delle scarse prenotazioni (ma chi prenota il libro di un autore nuovo se il distributore non lo pubblicizza???). Io la vedo come l’anticamera della sospensione definitiva. E voi?
Vabbé, forse il titolo è davvero profetico. In greco antico, ONEIROS significa SOGNO come sembra essere un sogno vedere Oneiros tra gli scaffali di una libreria… Ma solo per il momento.
Scusate lo sfogo. Un abbraccio con affetto.
LB

lunedì 9 novembre 2009

LA DOLCE VITA DI LUDOVICA



La più glamour del GF è Diletta
A cura di Ludovica Falconi

Finalmente è entrata nella casa una ragazza con un pò di stile e senza il silicone che le esce dalle orecchie.

Si chiama Diletta Franceschini ha 29 anni ed è di Roma. Sei piercing e sette tatuaggi su un bel fisico, praticamente da modella. Cosmopolita, sportiva e very indie nei suoi gusti musicali, cinematografici e modaioli. I suoi look sono sempre molto rockettari proprio come lei.
Così oltre ai fantastici abitini della Marcuzzi firmati Versace c’ è qualcos’altro da guardare. Qui nella foto è ‘quasi’ come mamma l’ha fatta.. se però non vi piacciono i tatuaggi è un’altra storia.


domenica 8 novembre 2009

Di mamma (non) ce n'è una sola


A proposito di spropositi
a cura di Anna Grazia Giannuzzi

Ho riletto le poesie di Alda Merini e vi propongo questa che ho sempre interpretato come metafora dell’amore adottivo tra madre e figli.

Dio arriverà all'alba
Accarezzami, amore,
ma come il sole
che tocca la dolce fronte della luna.

Non venirmi a molestare anche tu
con quelle sciocche ricerche
sulle tracce del divino.

Dio arriverà all’alba
se io sarò tra le tue braccia.



Non ho mai amato la parola amore, nel senso che trovo se ne faccia troppo spesso un uso inappropriato, spropositato e superficiale. Di solito un genitore non dice ti amo, ma ti voglio bene, eppure questo bene vuole sottintendere che amore migliore di quello non ne puoi trovare, è unico, assoluto, indiscutibile, incondizionato. Non è vero. È tanto spesso un amore che vincola, che impoverisce, che sovrappone il genitore al figlio, che sovrappone la realtà del genitore a quella del figlio, è privo di comunicazione e spesso zeppo di rivendicazioni che altrove non hanno trovato ascolto. Credo che il peggiore errore che possa fare un genitore è quello di non interrogarsi mai sulla natura e l’origine del proprio amore per i figli. Ed anche sulla sua esistenza, per quanto assurdo vi possa sembrare.
Ragionavo con un’amica qualche giorno fa. In una conferenza che avevo tenuto lo scorso anno avevo sconvolto i pochi gentili e pazienti uditori affermando che ci sono statistiche che dimostrano che le donne sono meno pagate degli uomini a parità di lavoro, sia in America che in Europa, ed anche in Italia. Gli imprenditori presenti, che, sarò cattiva, ma credo non conoscessero nel dettaglio le politiche del personale delle loro aziende, negarono animatamente che questo potesse essere vero anche nella nostra splendida provincia.
- Qui le statistiche ufficiali non ci sono ancora, ma vi assicuro che è così!
Qualche mese dopo i dati provinciali confermarono, purtroppo, le mie affermazioni. Ma quello di cui io e la mia amica discutevamo nel dettaglio era ancora un’altra cosa, collegata a questa. Le donne sono capaci di rivendicare un aumento di stipendio? Il punto è il rapporto delle donne con il denaro. Come siamo state cresciute circa il rapporto con il denaro? Quali erano le aspettative dei nostri genitori rispetto alla nostra indipendenza economica ed al nostro successo professionale? Gli studiosi dicono che effettivamente esistono “binari” economici differenziati per maschi e femmine. È più facile che un maschietto venga cresciuto con l’idea che fare soldi nella vita è bello, giusto, intrigante, rende amabili e desiderati, è virile ed assicura il successo sociale, è razionale e rende sicuri di sé, chi non ci ama si può comprare, perché mai come oggi tutto ha un prezzo e qualcuno dice anche tutti. Le donne potranno mantenersi da sole, certo ci mancherebbe altro. Oggi normalmente un solo stipendio non è sufficiente a mettere sù famiglia, e si manterranno fino a che, appunto, non si sposeranno; sapranno, anzi dovranno saper amministrare il budget familiare, risparmiando magari come delle formichine operose. E se guadagnano più dei mariti, beh è un poco difficile mantenere un equilibrio dei ruoli, perché a quello che sento, i migliori preferiscono non sapere. Tranne qualche rara eccezione che vorrebbe stare a casa con i figli se la moglie o la compagna guadagnasse abbastanza per entrambi.
Le donne che amano il denaro (sono donne?) appaiono aride, meschine, avide, calcolatrici, moralmente discutibili perché per le donne deve valere di più il concetto che il lavoro nobilita, insomma non si lavora solo per i soldi. E le più in gamba sono ancora quelle che i soldi li sposano, lì sì che i conti si possono, anzi si devono fare. D’altro canto sposare uno povero appare penoso quanto restare zitelle, oops!, volevo dire single.
Alla luce di ciò che sembra medioevo ma è incredibilmente attualità, la domanda è: ma le donne sono capaci di rivendicare la qualità del loro lavoro ed a parità di lavoro chiedere di essere pagate bene?

Conosco una donna che, a causa del suo basso stipendio, dice di non potersi separare dal marito, che non la ama più e pazientemente continua a mantenerla fino a che non trova qualcosa di più adatto a lei. ( Ma forse lei è furba)
Ne conosco un’altra che lavora a consulenze e ancora le devono pagare quelle dell’anno scorso.
Ne conosco un’altra che ha fatto causa all’ufficio perché ogni anno le dà un bonus di risultato, ma si rifiuta di promuoverla, in modo che possa fare regolarmente il lavoro che già fa e che assurdamente solo lei sa fare. Quando ha detto che basta, che non voleva più fare mansioni superiori gratis, prima le hanno detto che l’ambizione non è un bel sentimento in una donna, poi le hanno comunicato il trasferimento in un’altra città. Infatti, lei aveva detto che voleva cambiare ufficio.
Conosco me, costretta dai pettegolezzi di una collega scaltra ed invidiosa a smettere di fare la rassegna stampa in una tv privata, la mattina all’alba prima di andare in ufficio. Il capo minacciosamente sentenziò che non era compatibile con il mio incarico pubblico- lo era, lo era – ed usò queste precise parole: E pensi se la Tv fosse di Berlusconi!!
Oggi ci penso, ci penso eccome…. Vabbè in un moto di rabbia ho mollato la tv e nemmeno sono andata a ritirare l’ultimo stipendio. Per protesta. Ma testolina, mi dico, protesta contro chi?

Insomma, e qui concludo, che razza di casini combinerò con le mie figlie?

sabato 7 novembre 2009

off#liits

TOP MODEL
a cura di
Diomira Pizzamiglio


Milano lo scorso Settembre è stata la città protagonista dell’appuntamento più atteso con la moda pret-à-porter e sulle passerelle di Milano Moda Donna sono state presentate le collezioni per la prossima primavere/estate 2010.
Oltre 230 tra sfilate e presentazioni, 2500 i giornalisti attesi e 15000 buyers, un momento unico del salotto milanese dove le eccellenze del settore sotto ai riflettori mondiali hanno dato la loro lezione di stile: Armani, Valentino, Versace, Prada, Gucci e … tanti altri stilisti.
Bellissime e perfette modelle hanno sfilato sotto i riflettori valorizzando ancor di più gli abiti che segneranno le tendenze per la nuova stagione; ma ora provate a immaginare una sfilata diversa, con modelle diverse, bellissime e decisamente con uno stile unico.
Ammirate l'eleganza …

giovedì 5 novembre 2009

BRICIOLE D'ESTETICA


Anima, dove abitano le emozioni.
a cura di Vladimiro Zocca

Le considerazioni sulla carenza di sensibilità dello spazio negli scrittori e nei filosofi di oggi mi spingono ad alcune riflessione sull’anima come spazio del pensare in quanto luogo di ricerca del proprio essere.
Nel momento in cui l’anima acquista nel Quinto Secolo una dimensione spaziale e diventa, con Agostino di Ippona, la casa delle emozioni, con lo scorrere del tempo storico si interiorizza ulteriormente e diventa uno dei termini più ambigui dell’esistenza umana.
Oggi, l’anima è definita attraverso diversi sinonimi, anche fra loro contraddittori: psiche, mente, coscienza, cuore, inconscio; infatti, Umberto Galimberti parla di “Equivoci dell’anima”.
Jung giungerà a identificare nell’anima il concetto dell’arcaico inconscio collettivo, infittendone l’oscurità, ma caricandola di fascino misterioso.
A partire da Platone l’anima lotterà incessantemente per ricongiungersi e identificarsi con il corpo dal quale il grande filosofo greco l’aveva separato.
Cartesio, poi, identificando l’anima con il pensiero, le aveva tolto definitivamente il suo statuto spaziale in quanto abitazione dell’emozioni, fatta di carne viva, leib, come la chiameranno i Fenomenologi del ‘900.
Nell’Antichità classica l’anima è concepita in un’accezione fisica come parte del respiro dell’universo che fa vivere, animando, appunto, il corpo degli esseri umani; Democrito la definisce pneuma, soffio di atomi.
Con l’avvento delle prime religioni monoteiste, l’Ebraismo e il Cristianesimo, l’anima viene teologizzata: è il soffio di Dio che dona la vita al mucchio di terra appena sbozzato dal quale è costituito il corpo umano.
In un tempo di crisi violenta e di stravolgimento dei valori dell’antichità, Agostino fa dell’anima l’estremo rifugio e l’ultima cura delle sofferenze dell’uomo sulla terra, le cui emozioni possono acquisire senso nel suo impegno di introspezione.
Veramente il santo pensatore le chiamerà “passioni”, con la loro naturale connessione al sentire sofferente del corpo; Il termine “emozioni” apparirà nel lessico filosofico e letterario solo nel 1800, l’epoca dell’apparire delle scienze umane.
Tuttavia, l’anima è una casa senza pareti, come la concepirà anche il contemporaneo Plotino, che considera l’anima il concetto più infinito che ci sia.
Le emozioni dell’uomo, che abitano questo luogo dai confini allargantisi all’infinito, sono produttrici di memoria, di ricordo, di rimembranza, di rammemorazione, sottraendosi al tempo ciclico dell’eterno ritorno degli antichi, scandito dal sorgere e dal calar del sole.
Nasce l’idea sfuggente del tempo soggettivo che mette in comunicazione l’anima con l’esterno e il suo tempo lineare, quello dell’orologio, il tempo storico, il tempo della mondanità, che ha un principio e un orizzonte destinato.
Un tempo, quello soggettivo che, incommensurabile, appartiene soltanto al sentire e al percepire del singolo individuo.
Un tempo che, tramite l’azione della memoria, può narrare le emozioni; allora, le passioni e le emozioni diventano oggetto privilegiato della scrittura e del fare artistico.
Inconsapevolmente, in quel lontano secolo di sofferenza vengono gettate le fondamenta di quella disciplina che nell’800 sarà chiamata “psicologia”, animata dal miraggio, tuttora presente, di diventare scienza a tutti gli effetti.
Una parte significativa della letteratura del ‘900 cercherà di narrare questo “tempo interno”, come lo chiama Husserl, un tempo senza punteggiatura simile a un flusso; un “flusso di coscienza” lo definisce il filosofo americano Williams James, il fratello del grande scrittore Henry.
Lo stream consciousness si trasforma nel monologo interiore della scrittura senza punteggiatura di Joyce, che vuole cogliere il ritmo della bellezza provocata dalle stasi nell’accendersi delle emozioni.
E’ in questi intervalli ritmati della bellezza del reale che opera la creatività della scrittura, segnando l’essenza della realtà avvolti nelle due temporalità.
Proust, tenendo presente che l’anima è fatta anche della carne viva del corpo, nomina l’anima cuore e insegue nella sua ricerca del tempo perduto, appunto, le “intermittenze del cuore”, quando “a tratti, la comunicazione fra il mio cuore e la mia memoria si interrompeva”.
In queste intermittenze i personaggi immaginari della narrazione si sovrappongono ai personaggi concreti della vita passata dello scrittore, aprendo la creatività del tempo che si rapprende ai luoghi della memoria, sottraendoli alle dimenticanze dell’oblio.

mercoledì 4 novembre 2009

DOMINO CAFFE'

L'arte del narrare
A cura di Hope

Istintiva e profondamente radicata, intuitiva e irresponsabile, l’arte del narrare si palesò caparbia ai miei occhi, molto prima che ne avessi coscienza. Non la cercai e non le chiesi di essermi amica. Fu lei a cercare me e mi trovò nel momento stesso in cui il destino scelse di tendermi la mano.
Mi fu chiaro fin da subito che sarebbe stato difficile venire a patti con tanta spocchiosa e briosa arroganza. Che avrebbe preteso molto ma che in cambio mi avrebbe concesso molto più di quanto io sarei stata in grado di darle.
Tutto sommato da parecchi anni ci sopportiamo con fraterna dedizione, con benevola solidarietà, con generoso entusiasmo, con proficuo cameratismo.
Non vi è un solo giorno in cui ella non sia al mio fianco e sia capace di negarmi la sua straordinaria assistenza.

Il suo braccio è più forte del mio e il più delle volte mi sostiene.
E mi lusinga, talvolta, pensando che io me la beva.
E’ capace di tessere avventure che recano il sapore dell’ignoto e dell’incoscienza, della leggiadra beatitudine riservata agli eletti e della più divertente teatralità destinata agli animi in cerca di evasione. Non sempre del resto ella trova in me una valida collaboratrice e probabilmente si dispera arrovellandosi nel tentativo di scovare capacità nascoste o saldamente ancorate a lidi davvero irraggiungibili.
Tuttavia non ha mai dato segni di insofferenza e pare non sia nelle sue intenzioni battere in ritirata dichiarandosi sconfitta.
A suo dire, e credetemi è molto facile darle retta, ciò che importa davvero è interessare qualcuno e per primo chi scrive. Dilettare la stanca gente che lavora e ancor di più la stanca gente che non fa nulla, è cosa assai impegnativa e fine ultimo cui deve tendere colui che tenta la strada faticosa dello scrivere.
L’illusione è un cammino bizzarro, se lasciato unicamente nelle sue mani capaci. Ha bisogno di direttive, di una testa e di un cuore. Che qualcuno la guidi quando lei rompe gli argini, quando perde il senso della proporzione, dello spazio, del tempo stesso.
Lo dicevo appunto poc’anzi che è difficile convivere con una simile despota, ma che ad un certo punto ci si può intendere, se solo siamo capaci di starla a sentire.
L’arte del narrare predilige chi ama il silenzio e chi non ha fretta, chi delizia se stesso innanzitutto con la ricerca e la scoperta di altri testi già scritti, già raccontati, già narrati. Che solo la reale conoscenza della scrittura altrui, la sua irrinunciabile compenetrazione ci rende consapevoli della strada da intraprendere e capaci di mettere nero su bianco idee altrettanto singolari e meritevoli di lettura.
Ella non conosce vanterie, non cerca la fama, non brama il denaro, non smania per raccontare facezie idiote attraverso quotidiani e telegiornali, non si allea con un credo politico, non spasima per sedersi in un salotto, non civetta con gli intellettuali, non si mischia con le mode e le tendenze.
L’arte del narrare è un’arte antica che per prima sa ascoltare e sa vedere oltre le più banali apparenze e sa discernere ciò che ha davvero valore, ciò che va preservato con semplice gratitudine da ciò che in definitiva è solo un facile approdo per annoiati fannulloni.
Ella è artigiana, nel più puro senso del termine e rende un semplice artigiano colui che di essa si ciba e sopravvive.
E chi legge ciò che questi artigiani hanno da dire, il più delle volte lo fa liberamente, spinto da un arcano quanto inspiegabile richiamo.
Colui che scrive avendo coscienza del dono immeritato che gli è stato concesso, anche se una sola volta nella vita, anche con un unico scritto, può tendere all’immortalità, lasciando “gli altri uomini un po’ più felici di come li ha trovati” (Arthur Conan Doyle).

BRUCIAPENSIERI

Foto di Rino Pucci



Diari.
A cura di Gregorio Scalise

27 ottobre. Scritto per questo blog. Messo a fuoco che ci sono due inizi romanzo, 2007, 2009. Corrette righe romanzo 2009. Quello del 2007 è più lungo. Di cosa dovrebbero parlare?
Quello del 2007 parla di un uomo che fa il conto di quante donne ci vorrebbero per farle apparire nei calendari ad ogni ora. In realtà voleva essere uno scritto sulle ossessioni. Non sbagliata come idea (cfr. giorni nostri). Marrazzo, dimissioni, trova rifugio in una struttura religiosa. Cfr. romanzi libertini del ‘700, lettura di questa estate. Tv, sera. Gran caciara a Ballarò, Floris sempre contento, se gridano vuol dire che si sono scaldati e il programma è interessante. Banalotto Porta a Porta.

28 ottobre. Scritto racconto “Udine, una notte”. Al momento 8 cartelle spazio venti, non so ancora quanto sarà lungo. Tutto inizia dal fatto che dovrei essere invitato per una lettura a Udine, niente di meno che alla Biblioteca Civica. Francamente non so ancora nè quando nè se si farà. Per non sapere nè leggere nè scrivere immagino che ci sono andato e che dopo la lettura incontro una escort con cui cammino per le strade della mia adolescenza.
Temi come questi (con ragazze, non escort) sono spesso presenti nei miei racconti. Dovessi raccoglierli un giorno, farei fatica a sfuggire alla ripetizione delle situazioni. Film in serata al Tivoli, Woody Allen. Che dire? Per essere interessante lo è. Per contenere delle sfasature, le contiene. Il protagonista dà degli imbecilli a tutti e fa del pessimismo un po’ spiccio. La ragazza che va a stare da lui corrisponde al sogno di molti. Toc, toc, chi è?, sono una ragazza, non so dove andare, posso stare un po’ qui? Poi ovviamente va con un altro, più giovane, come già in Manhattan. Anche lui si ripete, oh se si ripete

29 ottobre. Pc scassato, prontamente viene Amos, in pratica la persona cui devo eterna gratitudine. Incontrato in centro un giornalista che lavora a Canale 5, è stranamente pessimista, “il mondo è diventato biblico”, dice. Di gente sconcertata e timorosa del futuro ce n’è. Dovrei esserlo anch’io ma ho deciso da tempo di far finta di niente e di cercare di minimizzare, nei termini possibili,si intende. Ripreso “Udine, una notte”. Avendo scritto prima che il pc si interrompesse dovevo essere sulle 12 cartelle, ma fra i vari aggiustamenti e chiusure me ne porta via un bel pezzo. Alla ricerca disperata di recuperare. Alla fine trovo, ma non mi funziona il copia e incolla. Probabilmente sono nervoso e quando succedono queste cose i nervi saltano. Serata tv, Annozero. Non si apprende molto, chi ha seguito (io l’ho fatto) non trova molte novità. Ah, l’argomento, sempre il governatore laziale. Corona, sentito in qualità di esperto, dice che certi video li comprano case editrici importanti e poi li ficcano in cassaforte.
Il rissoso Annozero tutto d’un tratto si trasforma in un salotto dove gli ospiti si scambiano gentilmente informazioni. Per dirla tutta: è segno che lì tutti hanno qualcosa da nascondere.

30 ottobre. Su Fb una signora mi fa un bel complimento. Terminato racconto, sono 21 cartelle. A rileggerlo non mi dispiace, ma le riletture “ fatte a caldo” so che sono un po’ pericolose. Cambiato la parte finale, la ragazza è una trans. Lei è stata molto riservata per tutta la serata, hanno cenato assieme,parlato poco, camminato lungo i luoghi scelti da lui, poi all’hotel sorpresa finale.C’è una specie di un inizio di un amore impossibile. Lui ( cioè io..) è categorico. Volevo disegnare un essere misterioso e sensibile che accompagnasse il protagonista sintonizzandosi con i suoi stati d’animo e il senso complessivo di quel suo rivedere dei luoghi così importanti per lui. Aver avuto quello spunto del cambiamento di sesso sarà pure alla moda ma non vorrei aver guastato tutto. Letture: solo giornali, Repubblica e Unità. 49 persone coinvolte e 10 medici interdetti dalla professione ospedali Bologna e dintorni. Il tg3 regione dà la notizia.. ma appunto, come una notizia… non c’è lo straccio di servizio, di inchiesta… niente di niente.

31 ottobre: Ore 15.15 si parte per Sasso Marconi, cerimonia del premio Giorgi, sono il presidente di giuria.
Si inizia alle 16 abbondanti e si va di lungo sino alle 18 e rotti. La poetessa americana che vive nel Messico e ha raccolto quello che dicevano le donne Maya. Scopro che esiste una sorta di “partito delle donne”. Le schede- motivazione per i premiati donne, se scritte da donne, sono quasi iperboliche. Si sostengono l’un l’altra, si commuovono, battono le mani, fanno claque.
Al buffet c’è anche pane e olio, prodotto locale, sulle colline di Sasso hanno piantato degli ulivi. Già che c’erano potevano anche fare un pentolone di pasta aglio e olio. Su una terrazza di un riccone napoletano (c’erano quadri del ‘600 alle pareti) fu distribuita pasta aglio e olio, si festeggiava il premio di un regista importante.. e mi sono dimenticato il nome, eravamo negli anni settanta. Non ricordo come e perchè mi infilai in quella storia. Ricordo però il vecchio Murolo che suonava Scalinatella longa longa e i napoletani attorno a lui che piangevano. Wajda si chiamava il regista, era polacco.
Ah, ho scritto i diari perchè ho perso lo scritto del 27 ottobre. Che vita con questi pc.

martedì 3 novembre 2009

RAMPA DI LANCIO

Genesi di un romanzo
A cura di Lù Mancini

Talora nel preambolo troviamo già tutti gli ingredienti di una storia: il personaggio buono che sarà senza ombra di dubbio il protagonista principale, quello che ci sta subito antipatico e che è sicuramente il cattivo del romanzo e che alla fine farà qualcosa di terribile, il luogo, ben definito in dettagli e suoi aspetti peculiari, in cui la vicenda si svolgerà.
In effetti possiamo partire proprio dal luogo, creiamo un rifugio o un contesto per i nostri personaggi e da lì essi prenderanno la loro strada, fino a diventare perfino indipendenti da chi li descrive e li fa vivere.
Tempo fa lessi un romanzo che, ambientato in una città spagnola ai tempi del Franchismo, incentrava tutta la vicenda intorno ad una serie di personaggi che in un modo o nell’altro risultavano sconfitti, eroi semplici che, non lottavano contro il regime, ma cercavano solo una loro felicità nel quotidiano e che pur lottando strenuamente per ottenerla in qualche modo, alla fine cadevano necessariamente di fronte ad eventi avversi e ineluttabili. Ciononostante la bellezza di questi personaggi rimaneva intatta e fulgida, rimbalzava fuori dalle pagine facendoci piangere di commozione sul loro fallimento. Fin dall’inizio tutto lasciava presagire la loro sconfitta, ma il palpitare delle loro emozioni e dei loro più profondi desideri teneva in piedi il nostro filo di speranza e ci lasciava sospesi fino all’ultima pagina.
Il romanzo mi ha emozionato perché queste persone le incontro nella realtà della nostra quotidianità, le incontro in quelle parti di me che hanno desiderato e hanno perso.
A volte vorrei trovare il modo per riscattarle e trovare una loro rivincita, che diventa anche un po’ la mia.
La scrittura mi aiuta molto in questo, grazie ad essa posso trovare un lieto fine anche per loro che li faccia arrivare ad una realtà migliore.

lunedì 2 novembre 2009

Archi.D.Arte

Tu non sai
a cura di Margherita Matera


Foto di Guido Harari

Tu non sai: ci sono betulle che di notte
levano le loro radici,
e tu non crederesti mai
che di notte gli alberi camminano
o diventano sogni


Il motivo per cui ho scelto di tenere questa rubrica è per fingere di parlare di architettura.
Non sono capace di scrivere liriche e poesie, ma mi piace pensare di poter visitare dei luoghi sulla scia di alcuni versi. Analizzando il mio limite mi sono ritagliata uno spazio di poetica dell’architettura, come la vedo io.
Tuttavia, oggi, non mi sento di farvi fare un giro virtuale attraverso la costruzione di qualche mio sentimento, perché oggi manca Chi meravigliosamente di versi ne ha regalati, lasciando che ognuno di noi potesse esplorare una parte del Suo Animo, così femminile, così impreziosito di parole.
Uscita da un ritratto di Lautrec, Donna carica di Se Stessa, ricca di aspetto disegnato in versi: Alda Merini.
Leggo spesso una Sua poesia e alla fine mi ritrovo a sorridere perché le immagini descritte riesco a vederle anch’io e mi sento meno sola. I versi di apertura rispecchiano qualche mio disegno, questo modo di vedere gli alberi come uomini. Come io stessa provo.
L’incapacità: la mia, di rendere le fantasie, così meravigliosamente svelate.
L’Amore: della Merini, capace di lasciar scrivere i Suoi occhi e raccontare, come un Segreto, quello che Tu non sai.
Quei versi vanno letti a voce bassa, come per recitarli ad un bambino. Altri a voce alta, come proclami.
Ed è incantevole pensare che entrambe le voci appartengano ad una stessa persona. Che quella stessa Donna sia un’urlatrice di sentimenti ed una muta di emozioni. Una Pazza cosciente ed una Sana visionaria.
La sensibilità nell’osservare l’esterno e la dote di saper raccontare e raccontarsi spesso spetta a chi non la vive come un lusso, ma come normalità. È lì, è lì che risiede il genio. È lì che una Donna riesce a parlare senza filtri del proprio sentire. Di come vede il circostante seduta ad una sedia, di quanto ha aspettato la vita.
Quel mondo sublime che la Merini descrive è più bello di quello vissuto, perché sceglie in se stessa le parole, all’interno di una Donna dalle unghie laccate di rosso, Autoironica, Malinconica, Divertente, Nolstalgica, Innamorata. Una Donna Poetica.
Alla luce di una mancanza così carica, di una femminilità dirompente, sana, mi perdonerete se non scrivo di una non architettura qualunque, perché uno dei compiti di quest’ultima è ospitare le parole degli uomini, oltre ai corpi, e potendo scegliere, oggi ascolto la voce della Merini che non ha bisogno di uno spazio dal momento che è in grado di crearlo da sola in un tempo sempre presente. Grazie.
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