sabato 31 ottobre 2009

Teatime









Zia Mame di Patrick Dennis

a cura di Maria Luisa Pozzi


Grandissimo successo editoriale degli anni ’50, diventa film altrettanto famoso, con protagonista Rosalind Russell, la star di quegli anni.

Zia Mame è una Mary Poppins alla rovescia alla quale viene affidato il nipote orfano, Patrick, con il compito di farne un “pilastro della società”. Ma zia Mame non è persona convenzionale e il suo fine educativo è sottrarre il nipote alle schematizzazioni educative del defunto fratello, e del suo esecutore testamentario, e di farne una persona libera.
Come prima scelta manda il nipote in una scuola dove i bambini, nudi, familiarizzano con l’altro sesso.

Il ragazzo arriva dalla zia durante il Proibizionismo e la trova a brindare con i suoi amici La segue poi nel crollo del 1929, quando lei perde tutto il suo denaro e si mette a lavorare in un grande magazzino. E proprio da Macy’s che incontra il futuro marito, un miliardario del Sud.
Vede la zia assumere i valori delle donne sudiste e il loro modo di parlare. L’aiuta quando si mette nei guai fingendo di essere, come le donne del Sud, provetta amazzone e di amare la caccia alla volpe.

Il libro è spassoso.
Questa è la descrizione della suocera di Mame, la signora Burnside (traduzione mia).

"Era costruita come un frigorifero della General Electric e, da vedere, sembrava un incrocio fra Caligola e un cacatua. Mamma Burnside aveva occhietti piccoli e rotondi, un imperioso naso a becco, la carnagione giallastra e l'alito cattivo."

Fu un libro rivoluzionario per il suo tempo. In anni in cui veniva propugnato il valore della famiglia, Mame non ce l’ha, una famiglia, se non quella che lei stessa si sceglie: il domestico cinese, la ragazza sedotta e abbandonata e il nipote orfano.
In tempi in cui il modello femminile era stare in casa e curare marito e figli, Mame affronta la rovina economica si re-inventa.Si omologa con il matrimonio miliardario e si re-inventa più volte con la vedovanza.

Ma di zia Mame e del suo creatore, non si sentì più parlare a partire dagli anni ’70.Forse il modello di comportamento di zia Mame non era abbastanza rivoluzionario per quel tempo.
Ora il testo è stato recentemente riproposto con ottimi recensioni.
L’ho letto con piacere. Si sorride e talvolta si ride, ma mi pare che manchi qualcosa. Non si avverte nessuna empatia fra i vari personaggi. Non conosciamo i loro sentimenti e le loro debolezze. Sono piacevoli figurine.
Ma io sono alla ricerca di essere umani.

Un abbraccio

Maria Luisa

mercoledì 28 ottobre 2009

Pittura & Illustrazione
















IL MIO PROGETTO D'ARTE CONTEMPORANEA SBARCA IN AUSTRALIA
A cura di Linda Brindisi

Ciao a tutti!!,
per la prima volta scrivo un po' parlandovi di me...cosa che non ho mai fatto sia per timidezza, sia per rispetto della mia rubrica che parla di: romanzi illustrati e mostre. Però questa volta mi sembrava giusto farlo e vorrei partire dai ringraziamenti che rivolgo a Rosa Stanton, a Lorenzo Bosi, Patrizia e Ilenia Firetto: GRAZIE!. Bosi ha messo un bellissimo post su di me e l'ho molto apprezzato, ripetuto poi anche sul suo blogspot personale che invito tutti a seguire www.lorenzobosi.blogspot.com
Da diversi anni mi occupo di pittura e in minima parte d' illustrazione. Ho un mio progetto d'arte contemporanea che porto in giro in Italia e all'estero sotto la società di Moony Witcher - “ Sestaluna www.sestaluna.eu.
Un progetto che ha fatto dipingere fin ora chiunque abbia incontrato sulla mia strada. Per informazioni più dettagliate sul progetto e il mio lavoro potete visionare il sito di Sestaluna s.r.l., rivolgervi al mio uff. stampa indicato sempre sul sito.
Il progetto è appena sbarcato in Australia dove l'ho portato per dieci giorni a rappresentare il made in italy all'estero per Regione Lombardia e ho fatto dipingere un'altra fettina di mondo, lavorando nelle città di Melbourne e Sidney.
La mia strada è davvero solo all'inizio ma prosegue con tenacia, energia e colore affrontando le difficoltà sempre col sorriso.
Vi ringrazio tutti dell'ascolto e se qualcuno fosse interessato a quello che faccio tramite Ilenia può contattarmi di persona.

martedì 27 ottobre 2009

EQUILIBRISMI QUOTIDIANI





La sfamiglia
a cura di Maddalena Morandi

Ultimamente sono andata ad una conferenza del prof. Paolo Crepet, psichiatra, il quale presentava il suo ultimo libro "la sfamiglia" nel quale ha il coraggio di affrontare e soprattutto sfidare l'attuale emergenza educativa, arrivando al cuore del piú importante dovere della nostra comunità: la crescita delle nuove generazioni, il nostro futuro.
Dal bullismo, che è troppo facile liquidare come «ragazzata», all'abuso di alcol, tra le prime cause di morte fra i giovani, dal 7 in condotta, necessario perché solo la presenza di regole insegna a rispettare il prossimo e a riconoscere i propri limiti, al telecomando, che insieme a Facebook e all'iPod indirizza verso un uso «surfistico» delle relazioni, improntate cioè all'eccitazione momentanea, alla comodità, che porta a evitare la fatica della riflessione.
Crepet che è anche direttore scientifico della scuola per genitori, parte dai nostri gesti quotidiani per ragionare sulle sfamiglie di oggi, quelle che passano insieme non piú di 40 minuti al giorno, quelle dove i genitori sembrano arrendersi, concedere tutto ai figli per paura di sentirsi rifiutati o solo per senso di colpa. Perché educare significa «accompagnare», voler rischiare di credere nell'altro, avere coraggio: proprio come amare.
Si auspica, insomma, ad un ritorno ad un certo rigore, a rivalutare la meritocrazia, a esaltare lo spirito di sacrificio. Per lui se la società sta andando allo sbando è la famiglia che può porci rimedio, andando contro corrente, con tanta fatica, ma con sicuramente dei risultati in termini di maggior autonomia e sicurezza per i nostri figli. I figli vanno come dice lui accompagnati nel loro cammino, cercando di non sommergerli di cose ma aiutandoli a desiderare, a sognare per trovare la loro passione, lasciargli tempo per stare con i genitori e con i loro coetanei.
Io mi trovo d'accordo in tutto, ma molto in difficoltà nel realizzare questo progetto educativo che è piuttosto impegnativo, voi che ne dite?

giovedì 22 ottobre 2009

IL SIGNOR IN GIALLO















SuperLinda
A cura di Lorenzo Bosi

Un caloroso saluto a tutti i lettori del blog.
Voglio cogliere questa occasione per augurare un mare di fortuna alla carissima Linda Brindisi.
La nostra sorprendente amica è volata in Australia per un grande progetto innovativo della regione Lombardia.
Dal 18 al 22 ottobre (quindi proprio oggi è la giornata conclusiva) la Brindisi è tra i protagonisti di Little Italy. Un’iniziativa che, in meno di un anno, toccherà i cinque continenti per portare le eccellenze dell’artigianato regionale in tutto il mondo.
Linda Brindisi porterà le sue mappe.
“Quella australiana sarà la quindicesima mappa realizzata, di un diametro molto grande”, spiega l’artista. “Le mappe sono opere d’arte collaborativa, itineranti…”
Al ritorno, Linda riporterà la mappa in Italia che si unirà alle altre già realizzate per un’esposizione in uno spazio museale nel 2010.
Che dire di più? COMPLIMENTONI…
IN BOCCA AL LUPO PER TUTTO.

Con affetto
LB

mercoledì 21 ottobre 2009

LA DOLCE VITA DI LUDOVICA



Dall'estate all'inverno
A cura di Ludovica Falconi

Un buon metodo per combattere la crisi? Sapere che molti capi che abbiamo indossato quest’estate si potranno ‘riciclare’ anche per il prossimo inverno. Infatti un trend non sparisce mai all’improvviso e neanche di stagione in stagione e quindi passiamo in rassegna quali saranno i capi da tenere nell’armadio in vista del prossimo cambio di stagione.

1. Gli shorts

2. Vestitini e mini di paillettes o strass versione disco (nella foto un Balmain)

3. Accessori borchati dal mood rock

4. Abiti blu Klein (il pittore non lo stilista)

5. Le fantasie, in particolare quelle fiorate e leopardate

6. L’unisex, rubate un pò dal guardaroba del vostro ragazzoNaturalmente tessuti permettendo, ma ormai la maggior parte dei capi estivi può essere intercambiata con quelli invernali. Basta un pò di buon senso, ovvio.



lunedì 19 ottobre 2009

CREATINA POUR FEMME

Sei peggio dell'alluvione
A cura di Katia Ceccarelli

In Italia certe care vecchie abitudini non muoiono mai, questa è l'alluvione del Tevere nel 1947... da allora di disastri ambientali ne abbiamo patiti ancora molti.
Nulla è cambiato.

domenica 18 ottobre 2009

Di mamma (non) ce n'è una sola


PER TUTTI I GUSTI
A cura di Anna Grazia Giannuzzi

Venerdì sono uscita di sera. WOW.
Avevo una riunione dell’associazione dei genitori adottivi. AH. Sono venute le piccole con mio marito, e si sono molto divertite perché c’erano anche altri bambini. MHMMM. La grande non è venuta: aveva freddo e sonno. OH! Io sono uscita con il muso perché ha fatto intercedere il padre per lei e quando sono uscita, tra una cosa e l’altra nemmeno l’ho salutata.EHHHH!
E vabbèh! L’idillio è finito per sempre. Addio mia piccola bambina dolce che hai lasciato il posto a questa qui che si chiama come te e pure un poco ti somiglia, ma chi è?

Il bello è che anche se te lo chiedo tu non me lo dici. Vieni da me per farti abbracciare quando sei triste, recuperi poi mi liquidi che ti abbraccio troppo stretta.A pranzo e a cena arrivi quando arrivi e a volte vai via di corsa, ma poggi il tuo piatto sul lavandino. Ci sono ma non do fastidio. Sarà questo quello che pensi? Non sarò già diventata come mia madre che recrimina per ogni cosa? Sto recriminando? Hai tredici anni: puoi ancora uscire con mamma e papà qualche volta, o no? Alla riunione poi mi sono quasi dimenticata di te. Ti immaginavo addormentata davanti alla tele, con la vestaglia che prima era mia e adesso è tua, una felpona rosa con tanti cuoricini. E chissà se mi hai pensato almeno un poco prima di dormire.

La serata è culminata, come spesso accade, con me che racconto cose allucinanti degli insegnanti (alcuni, molti, troppi). Che devo fare se li incontro tutti io? Mi sono convinta che certe cose mi capitano perché io dopo riesco a raccontarle. Così sopporto meglio.
Ho fatto una lista mentale degli iscritti all'associazione che stanno inserendo i propri figli alle scuole elementari. Mano a mano aggiungo mentalmente una crocetta: a tutti, ma proprio a tutti è capitato che le maestre chiedessero ai bambini di portare le foto di quando erano piccolissimi, o l’ecografia di quando erano nella pancia della mamma o la prima scarpina, e via dicendo. Questi insegnanti sanno che i bambini sono stati adottati, sanno che sono nati dalla pancia di una donna che non è quella che li cresce, sanno che il semino e l’ovetto non gli appartengono. Ma se lo dimenticano.
Ma le mie domande vanno oltre: perché andare a cercare le somiglianze, con il nonno o la zia, o andare a chiedersi perché i bambini portano quel nome e non un altro? Io porto un nome frutto di un braccio di ferro tra persone che non ricordo e di cui sinceramente non mi importa un fico secco. Mia sorella ha scoperto,ad un certo punto della sua vita, che i suoceri le tenevano il muso perché ha scelto da sola il nome del figlio, invece di dargli quello del nonno paterno.

Molti mi dicono di stare calma e riflettere che può essere difficile parlare di adozione ai bambini piccoli. Ma quando mai? Ad essere sincera, man mano che passano gli anni ci credo sempre di meno: voglio dire che non è così per tutti e la verità è forse che siamo abituati a pensare che sia un nostro diritto quello di parlare senza riflettere. E poi è una questione di numeri, i diversi sono o vengono considerati sempre meno numerosi dei normali, e sorprende sempre la convinzione e la forza con osano chiedere rispetto ed il riconoscimento del proprio diritto ad essere semplicemente quello che si è. Considerate che quando si parla di decisioni prese maggioranza c’è qualcuno per cui qualcun altro decide che non esiste, e si arrangi se ha problemi. Non mi è stato ancora riferito direttamente, ma ho letto di esperienze di mamme e di figli che sono stati intenzionalmente criticati davanti all’intera classe perché non avevano portato il materiale richiesto. Con frasi tipo” c’è sempre qualcuno che vuole differenziarsi dagli altri”. All’ultima dolcissima e paziente mamma di una bimba nepalese, la maestra – scrupolosamente informata dai genitori all’inizio dell’anno sulla storia di vita della bambina - ha suggerito che poteva disegnare le immagini che non aveva. Lei ha replicato che non era il caso di far disegnare solo la figlia, perché questo avrebbe sottolineato la differenza: tutti hanno le foto, lei no, allora disegna (è un ripiego). Che disegnino tutti allora!Si è concluso che a scuola si portano le foto che si vuole o al massimo i ricordi dell’asilo, che tutti hanno frequentato in Italia. MAH!

Dove sta il senso in tutto questo? Forse non era assolutamente necessario portare quel tipo di foto, ma allora qual era lo scopo della richiesta?
A che serve raccontare la storia di una persona dal momento della sua riproduzione? Cioè, a chi serve? Davvero non è meglio partire dal momento in cui il bambino ha un ricordo suo personale (si spera bello) e non indotto dall’esterno (di quella pagliacciata di mondo in cui è capitato)?
Insomma, perché tutto questo? E se mi rispondete sì perché sì, allora io vi dico che bisogna assolutamente trovare il coraggio di dire apertamente che riproduzione e genitorialità non sempre coincidono, anzi coincidono sempre di meno da quando le donne hanno cominciato a fare qualche altra cosa durante gli anni della loro vita feconda, perché ci si ammala; perché si ama una persona del proprio sesso o perché non si è riusciti a trovare un adulto con cui dividere la propria vita ed un bambino sarebbe un perfetto compagno di vita e di avventura e tanto amore non andrebbe sprecato. Perché c’è qualcuno che sembra ancora non sapere che divertimento e concepimento si possono separare. Magari in questo modo davvero proteggiamo delle vite.
Basta con le api e i fiori, parliamo di corpi, di provette, di amore/non amore tra le persone. Diciamo la verità. Se si vuole preservare la presunta innocenza di qualche bambino, si condannano altri all'idea che abbiano la colpa della rapida ed ingiusta perdita della propria innocenza. E della fiducia negli adulti.
L'ignoranza non è innocenza. E' pregiudizio.
Vogliamo dare ai bambini il senso della storia? Basta dirgli che abbiamo un inizio ed una fine. E proprio perché abbiamo una data di scadenza forse sarebbe meglio smetterla una volta per tutte di fingere di non essere responsabili di quello che facciamo: tra l’inizio e la fine ci siamo noi.

sabato 17 ottobre 2009

off#limits





La donna e il mare

a cura di:
Diomira Pizzamiglio

L’uomo, ogni volta che si parla in senso lato dell'essere umano si parla di “uomo”, come in questa bellissima poesia di Charles Baudelaire, L’Uomo e il Mare:

Sempre il mare, uomo libero, amerai!
Perché il mare è il tuo specchio; tu contempli
nell'infinito svolgersi dell'onda
l'anima tua, e un abisso è il tuo spirito
non meno amaro. Godi nel tuffarti
in seno alla tua immagine; l'abbracci
con gli occhi e con le braccia, e a volte il cuore
si distrae dal suo suono al suon di questo
selvaggio ed indomabile lamento.
Discreti e tenebrosi ambedue siete:
uomo, nessuno ha mai sondato il fondo
dei tuoi abissi; nessuno ha conosciuto,
mare, le tue più intime ricchezze,
tanto gelosi siete d'ogni vostro
segreto. Ma da secoli infiniti
senza rimorso né pietà lottate
fra voi, talmente grande è il vostro amore
per la strage e la morte, o lottatori
eterni, o implacabili fratelli!

Adesso pensiamola al femminile.


Mi è venuta in mente questa splendida poesia pensando all’impresa di Hilary Lister, 36 inglese tetraplegica, che il 31 agosto 2009 ha realizzato il suo sogno: circumnavigare la Gran Bretagna in barca a vela a bordo della Artemis 20, una barca a vela dotata di speciali attrezzature per disabili, governando le vele con un dispositivo altrettanto speciale “Sip and puff”, aspira e soffia.
Dopo essere stata la prima donna nelle sue condizioni ad attraversare nel 2005 la Manica, nel 2007 a circumnavigare l’isola di White, il 21 Maggio di quest’anno Hilary è partita da Plymouth ( da dove nel 2008 aveva dovuto fermarsi per problemi fisici e tecnici), ha navigato in senso orario lungo le coste della Cornovaglia, del Galles, la costa Est dell’Irlanda, la Scozia, la costa est inglese fino a tornare a Dover, il punto di partenza.
Hilary ha battuto un record, grazie alla sua forza di volontà e al suo grande amore per il mare.
Hilary è una donna libera che ama il mare perché il mare è come lei, sconosciuto ed eterno lottatore. http://www.hilarylister.com

venerdì 16 ottobre 2009

DOMINO CAFFE'


Piacere di conoscerla, sono il personaggio
a cura di Polly

Ci sono autori che sono “scrigni chiusi”, e per prudenza, riservatezza o anche solo scaramanzia, non dicono nulla delle storie a cui stanno lavorando finché non sono finite, spesso addirittura stampate e in distribuzione. Io, per scegliere un’immagine altrettanto fine, sono un vero e proprio “colabrodo”. I miei amici conoscono le storie che intendo scrivere talvolta prima ancora che qualche scalcinato capitolo si piazzi, timido o tronfio, in un angolino della memoria del mio PC.
E adoro, letteralmente, parlare dei miei personaggi.

Di recente, più di uno di questi divertiti e pazienti ascoltatori si è dichiarato stupito di come io parli dei miei protagonisti come di persone in carne e ossa. Ma, davvero, non potrebbe essere altrimenti. Perché questi personaggi mi accompagnano in auto, mentre lavoro, all’Ikea - non è un esempio tanto per farne uno, mi è successo, e me ne andavo in giro con un sorriso beota sulle labbra che non aveva nulla a che fare con le allegre proposte per la casa della catena nordica. Li vedo muoversi, li sento parlare, e sono frustrata di non poterli toccare, perché l’esistenza fisica è davvero l’unica cosa che manca loro perché siano a tutti gli effetti parte della mia vita.
Credo che, per questo motivo, tutti gli autori si sentano un po’ degli… squinternati – suona meglio di “pazzi”, vero? Hanno sempre i piedi in almeno due mondi, quello “reale” e quello “possibile” delle loro storie. In inglese, quel mondo si chiama “fictional”, che è qualcosa di “inventato”, “immaginato”. Perché allora ho scritto “possibile”?
Le nostre storie nascono spesso proprio dai personaggi che le interpretano, che le vivono, raccontando piccoli scorci, piccoli frammenti di realtà, di vita – della nostra, di quella di tutti noi. Frammenti che noi autori mischiamo e poi sparpagliamo, nello spazio e nel tempo. E’ questo, credo, il fascino della lettura. Ogni storia parla un po’ di noi. Di un nostro noi possibile. E ogni personaggio vive in una realtà “dipinta dal vero”, se non nelle sue caratteristiche fisiche quanto meno nei sentimenti e nelle pulsioni che lo muovono. Abita forse in uno spazio e in un tempo diverso dal nostro, ma agisce e reagisce come una persona “reale” potrebbe fare.
I personaggi, come le storie, nascono nella mente dell’autore, per poi andare a colonizzare, con più o meno intensità e successo, come ombre, esempi, ricordi, quelle di tutti coloro che li leggono. Una mia cara amica, autrice di talento, mi faceva notare come il loro creatore li conosca sempre un po’ di più, un po’ meglio di chiunque altro, perché è l’unico a essere al corrente anche di quanto non è poi arrivato su carta. Di quanto essi abbiano detto, fatto, pensato prima che egli scegliesse i particolari momenti della loro storia che avrebbe narrato. Per contro, ogni lettore con i suoi personalissimi filtri interpretativi si creerà – oltre ovviamente all’immagine fisica – anche un’idea del carattere che potrà poggiare solo su quanto l’autore avrà deciso di mostrare. E anche in questo senso, la situazione non è molto diversa dalle persone reali. L’autore conosce i suoi personaggi come qualcuno che ha vissuto sotto il suo stesso tetto per un anno, spesso più a lungo, i lettori trascorreranno con loro tre o quattro serate, o una settimana al mare.
Ma potrà anche capitare che il ricordo lasciato dal vicino di ombrellone sarà meno nitido di quello del protagonista del libro che sotto quello stesso ombrellone hanno letto. O che la protagonista dell’ultimo romanzo che ha occupato le loro serate invernali lasci loro qualcosa di più, stimoli in loro più simpatia ed empatia che non la collega con la quale sono andati al cinema qualche volta.
E i personaggi saranno diventati in qualche modo parte anche della loro vita.



giovedì 15 ottobre 2009

BRUCIAPENSIERI

Foto di Rino Pucci


L’altro, gli altri (rosastanton)
A cura di Gregorio Scalise

Esiste la curiosità di conoscere l’altro? Forse sì. Ma non sempre. Una sottile parete divisoria ci protegge dagli sguardi altrui e dalle loro vite. In genere questa parete viene definita un ostacolo, qualcosa da superare. Ma conviene?

In periodi come questi, ad esempio, viene la tentazione di fare l’elogio della “parete divisoria”. Cosa accadrebbe se non ci fosse? Andare oltre le convenzioni e conoscere intimamente una persona sicuramente significa una cosa precisa: conoscere le sue debolezze. E viene subito da pensare: lo schermo tv indebolisce o rafforza queste pareti divisorie? Non è che guardando un altro mentre parla proprio la situazione di raffigurazione ci aiuta a penetrarlo anche là dove questi non vorrebbe? Ma le persone si dividono in deboli e forti come la tradizione ci invita a credere?

Al di là di ogni retorica non esistono persone forti. Esistono persone fragili che indossano maschere , magari fanno cose dell’altro mondo (si pensa ai grandi conquistatori, Alessandro Magno e Napoleone) ma intimamente sono deboli. Fragili, paurosi, suscettibili.

La questione dell’altro investe naturalmente anche i rapporti uomo - donna. Passano una vita a cercare di conoscersi, spesso risulta che non si conoscono per niente. Conoscono, questo sì, il limite da dove entrambi si affacciano: è come una finestra, un balcone, si vede solo una parte,quella che in qualche modo ha creato il rapporto e un accordo di non aggressione ( naturalmente non sempre rispettato). Conoscere l’altro è importante, ma forse più importante ancora è mettere a fuoco la difficoltà di farlo e i limiti di questa pretesa. L’altro, nella sua segreta intimità, non sempre racchiude aspetti amabili.

A volte la sua interiorità è frantumata, densa di ferite e chiunque viva una vita sociale di rapporti di denaro e di impresa non può neanche sperare di restare intatto. Le coscienze si sfaldano sotto il colpi delle ideologie (in senso lato), dei compromessi, delle visioni distorte, delle false notizie di cui inevitabilmente ci nutriamo,delle idee sbagliate che proliferano nella nostra testa Si dirà: ma le ideologie non esistono da un pezzo.

Certo, ma non si può neppure pensare che siano del tutto evaporate. I loro residui restano e talvolta affiorano. Il minimo che si possa fare è cercare di coprire queste confusioni con un linguaggio babelico messo in essere per giustificare cadute ed errori. Chi ha, in sostanza, una sola idea giusta in testa, scagli la prima pietra. L’esistenza anche dei fortunati, anzi, soprattutto di quelli, è un mix di errori, casualità, fortuna, equivoci e interpretazioni favorevoli del loro operato, chissà per quali alchimie misteriose e sconclusionate.

Come si sa, Jean Paul Sartre, ha dato definizioni affascinanti dell’altro (L’etre et le néant) anche se gli è stato obiettato che se tutto accade “in me”, l’esistenza degli altri come tali rimane inattingibile. In reltà è piuttosto difficile rompere il cerchio magico della coscienza se lo si è accettato e se lo si è messo al posto d’onore della concettualizzazione sull’altro.

Piuttosto viene da pensare (e per non buttare a mare tutto Sartre come ormai si fa volentieri) che una volta chiamati gli attori (io e l’altro) sul palcoscenico della coscienza è poi diffiicile svolgere un copione corretto senza urla, litigi e magari ceffoni e azioni manesche (degli uomini, beninteso). Dall’altro, intesa come altra, al corpo delle donne il passo non è breve ma è possibile farlo per via intuitiva più che logica.

“E’ ormai evidente – recita un manifesto recente delle donne, www.ilcorpodelledonne.net- che il corpo della donna è diventato un’arma politica di capitale importanza. E’ usato come dispositivo di guerra contro la libera discussione e l’autonomia dei pensieri”.

Questo, in risposta alle infelici uscite del premier su Rosy Bindi. Il corpo della donna come terreno di scontro politico? Sembra un po’ esagerato. All’eleganza teorica del manifesto si può anche rispondere che forse la sinistra dovrebbe smettere di tirare pistolettate se non cannonate alle zanzare.

mercoledì 14 ottobre 2009

Marilyn

Femmilinità e Cinema 2 - Il ritorno
di Fabio Cicolani
Nuova stagione, nuova evoluzione. Operazione vintage, oserei dire, perché in questo nuovo decorso di “Marilyn” vi suggerirò film in uscita che molto hanno a che fare con la femminilità, che magari hanno un personaggio femminile particolarmente forte. Una rubrica “femminilmente utile” quindi, che si abbarbica nella poltrona del cinema, sognante e ottimista come solo una donna sa fare.
Cominciamo con “Nine” di Rob Marshall.


Il regista è lo stesso di “Chicago”, quindi si parla di Musical. Come se non bastasse, per chi è di Bologna, anticipo che la versione musical di questo film sarà portata in scena dai bravissimi ragazzi della BSMT, a luglio al Comunale.
Chi abita a Roma invece potrà godere dell’anteprima proprio al Festival del Cinema, ambientazione perfetta visto che parte del film è stata girata proprio a Roma e ad Anzio, a due passi dalla capitale, con una vetrina che sarebbe obiettivamente perfetta per presentare la versione in musical dell’indimenticato 8 e 1/2 Federico Fellini, a pochi chilometri dalla sua Dolce Via Veneto.
Il film, che uscirà in America il 25 Novembre e in Italia il 15 Gennaio, è interpretato tra gli altri da Daniel Day-Lewis, Judi Dench, Sophia Loren, Nicole Kidman, Penelope Cruz, Fergie, Marion Cotillard, Ricky Tognazzi, Elio Germano, Giuseppe Cederna e Martina Stella.

"Nine" è un intenso viaggio all'interno della psicologia maschile attraverso il turbine delle donne della sua vita, che attraverso le loro esperienze e contaminazioni, la loro saggezza e non-saggezza, lo porteranno a indagare sulla propria identità.
Mai come in un film come questo (o meglio come nella versione felliniana) la femminilità ha rappresentato un passaggio obbligato per arrivare alla conoscenza di se stessi. Il passato riaffiora e sconvolge il presente, lasciando dietro di sè una scia profumata e piccante.
Nell'attesa, godetevi il trailer in italiano.




martedì 13 ottobre 2009

Tea time










Stieg Larrsson, Uomini che odiano le donne
a cura di Maria Luisa Pozzi

Primo volume della trilogia “Millennium”, il testo ha una trama avvincente e un ritmo narrativo serrato. Protagonista Lispeth Salander, una abilissima hacker che è in grado di superare qualsiasi protezione informatica e penetrare nell’hard disk di chichessa.
Non particolarmente bella, carica di piercing, è personalità affascinante per la sua abilità, per il suo drammatico passato e per le violenze che deve subire nel suo presente.
Ma la ragazza è tosta ed è in grado di vendicarsi delle brutalità subite.
A noi lettori sembra che, con lei, siano vendicate tutte le donne offese dalla violenza maschile.

Suo comprimario è Mikael Blomkwist, quarantenne di grande fascino e uomo impegnato nella denuncia della corruzione di politici e di uomini d’affari.
Al suo fascino cedono tutte le signore che passano sul suo cammino e il secondo grosso impegno del giornalista sembra essere quello di passare da un letto all’altro.
Romanzo interessante anche sul piano sociale sia per la denuncia della violenza contro le donne che della corruzione della classe imprenditoriale svedese.
Una debolezze del testo è la trama, avvincente sì, ma abbastanza improbabile. La sua forza uno stile narrativo incalzante che ne fa un page-turner. .
Affascinata dal primo volume sono passato al secondo che ho abbandonato dopo una quarantina di pagine. Ci ho trovato la stessa storia che avevo già letto nel primo volume.
Ho fatto un errore?
Mi dicono che il terzo volume è affascinante. Confermate?
Un abbraccio da Maria Luisa.

lunedì 12 ottobre 2009

RAMPA DI LANCIO



Storie accanto a noi
A cura di Lù Mancini

Vi capita mai di immaginare le storie che si svolgono parallele accanto a noi?
A me capita di osservare le persone che mi ruotano intorno e che non conosco ma che vedo giorno dopo giorno, dalla mia finestra, lungo la strade abituali che percorro e che incontro ogni mattina.
L’altro giorno per esempio tornando a casa ho scoperto che i miei vicini avevano traslocato, non erano vicini in senso stretto, ma dalla mia finestra ben due edifici distanti da me potevo osservare la vita che si svolgeva sul balcone di fronte , più in basso.
La giovane figlia che si soffermava sul terrazzo a fumare o telefonare, il padre che giocava con la bimba più piccola, la moglie che stendeva il bucato.
Dalla mia posizione privilegiata, perché più in alto, vedevo dei piccoli pezzi della loro vita, anche se i loro volti erano per me indistinguibili.
Al rientro dal lavoro aprendo la mia solita “finestra sul cortile” ho visto le porte del balcone spalancate da cui si intravedeva chiaramente la stanza che accoglieva la cucina ormai priva di ogni mobile, e all’improvviso ho pensato “ma dove sono andati?”
Nel giro di una giornata hanno traslocato e sono andati chissà dove, magari semplicemente qualche isolato più in là e la sera mentre osservavo la loro casa ormai buia, li immaginavo mentre disimballavano scatoloni e sistemavano tutto nei mobili, come i personaggi di un libro o di un film. Uno spunto per scrivere un racconto o magari anche un intero romanzo, e perché no?
I personaggi non mancano.

venerdì 9 ottobre 2009

BRICIOLE D'ESTETICA


Paura dello spazio
A cura di Vladimiro Zocca

Ho sempre nutrito il sospetto che gran parte degli scrittori d’oggi, a partire dalla fine del ‘900, siano affetti da una certa paura e da un particolare non curanza nei confronti dello spazio, come se, al momento di tradurre in fatti letterari gli eventi della loro esistenza individuale e intersoggettiva, rimanessero irrimediabilmente invischiati nelle forme dell’intuizione temporale.
Condizione anomala che sembra condivisa ampiamente con molti storici contemporanei.
Il dubbio mi viene confermato dalla lettura di un corposo pamphlet, uscito in questi giorni presso l’editore Bruno Mondadori, dello storico tedesco Karl Schlogel, Leggere il tempo nello spazio, dove polemicamente si sostiene che gli studiosi di storia hanno perso di vista il teatro degli eventi, la loro rappresentazione spaziale, il senso geopolitico del loro succedersi.
Già qualche anno fa ho sperimentato questa carenza nel metodo di insegnamento della geografia da parte del professore di lettere di mia figlia al ginnasio, quando le impedì di esporre la realtà geografica degli Stati Uniti sulla corrispondente tavola fisica di un atlante, dicendo che così era troppo comodo.
Seguendo mia figlia negli anni, ho potuto constatare che quasi tutti gli allievi di quel corso si sono portati dietro quella sorta di cecità spaziale, anche in occasione dei loro primi viaggi all’estero, fin nell’età adulta.
D’altra parte, io stesso, come affetto da una sorta di vizio del tempo, quando scatto fotografie non in automatico, preferisco la priorità dei tempi a quella dei diaframmi, valuto, cioè, l’intensità della luce nella sua successione temporale piuttosto che nella sua estensione spaziale.
Tuttavia voglio soffermarmi nel campo della produzione letteraria e, allora, noto che Marcel Proust, pur facendo del tempo condensato nella memoria creativa, la sua principale funzione ispiratrice, ha saputo integrarlo in una lirica sensibilità per le realtà spaziali del suo narrare, pur nella precisione dei loro confini.
Lo scrittore francese sapeva delineare paesaggi della memoria, trasformando e contaminando i luoghi reali della sua infanzia con una personalissima geografia dell’anima, ma con riferimenti topograficamente precisi alla realtà dei luoghi vissuti.
Quasi contemporaneamente Tolkien ricreava il teatro della sua saga degli Hobbit, immergendo i concreti paesaggi delle antiche leggende celtiche del Nord-Europa in una magica mitologia personale inventata dalla sua fantasia.
Probabilmente, l’affermarsi del flusso di coscienza nella letteratura di inizio Novecento ha spinto la scrittura di narrazione ad esprimere, forse in modo troppo esclusivo, moti dell’interiorità che tendevano a smaterializzare i limiti del proprio corpo nell’indefinito dell’inconscio.
Questo ha provocato la riduzione degli spazi nei quali si svolgevano gli eventi narrati, restringendoli, dapprima, alla vita entro le mura di una realtà urbana priva di fisionomia, mentre la natura della campagna veniva abbandonata alle composizioni liriche dei poeti con i loro correlati oggettivi.
La città stessa diventa un “non luogo”, la cui spazialità svanisce in un’esistenziale perdita di identità; proprio in questo contesto, Baudelaire è il flaneur che vaga per la città senza mete prefissate, alla ricerca di nuovi punti di riferimento capaci di costituire un ancoraggio di un realtà altra, ancora sconosciuta.
Questa curiosità per una nuova toponomastica dell’anima, in grado di ritrovare l’orientamento in nuovi punti di riferimento dello spazio metropolitano, sarà, poi, acutamente esercitata da Walter Benjamin nei suoi Passagen.
D’altra parte, Joyce, pur lasciandosi trascinare dalla corrente temporale della sua coscienza vissuta, reagisce all’annullamento dello spazio nella fluidità dell’inconscio; l’attraversamento di Dublino da parte suo alter ego nell’Ulisse, è costellato dalla plastica insorgenza vitale di precisi segni urbani che offrono alla sua identità un riparo dall’assalto del tempo.
Negli ultimi anni di insegnamento di scrittura creativa, tuttavia, mi ha colpito una caratteristica prevalente nei giovani scrittori, quella di definire le cose che circondano la loro esperienza di vita quali oggetti senza spazialità, come fossero permanenze dello sguardo, a loro volta poco intaccate dall’azione del tempo, del tempo urbano, spesso immobilizzate negli spazi anonimi del privato.
Certo, è riconoscibile un’utilità materiale del vedere preciso, quasi scientifico, figlia inconscia dell’école du regard dei Robbe-Grillet, dei Butor, delle Sarraut che negli anni Sessanta avevano conferito alla scrittura uno spessore descrittivo di notevole concretezza.
Ma, a questo punto, è giunto, forse, il momento di riscoprire il piacere dei “passaggi”, dove le cose, divenute oggetti, vengano ricollocate nel loro spazio originario di relazione con le persone che le riconoscono e le fanno parlare, liberando il rapporto spazio-tempo racchiuse in loro.
“Passaggio”, infatti, lo sento come un qualcosa di più del camminare per una strada di città; dice un attraversamento della città invisibile, di calviniana memoria, che si cela sotto la superficie metropolitana, riaprendo l’accesso al senso della dimora dell’essere, al gusto dell’abitare assieme agli altri esseri-cittadini.
Una sensazione che mi riporta al tempo della mia giovinezza, quando con gli amici di studio e di divertimento, “passeggiavo” fino all’alba nel ventre di Bologna, sempre accompagnato dalla gradevole presenza della curiosità.
Appartenevamo alla qualificata compagnia dei biasa not, i flaneurs, ormai pressoché scomparsi, della bolognesità, quelli che biascicavano, masticavano lentamente, assaporandoli con intensità, segni, figure e immagini della città, rischiarati dalla luce della notte.
Passaggi e passeggiate sono fatti, appunto, di passi che portano il carico di un corpo vivo e lo invitano a dare uno spessore di visibilità maggiore all’azione del tempo liberato dalla memoria che crea, attraverso la rinnovata ricerca dello spazio perduto.

giovedì 8 ottobre 2009

PSYCHE´




















Madre/donna (la barra è il bambino!)

A cura di Susana Liberatore

La madre......
La donna.....
Qual è il rapporto possibile tra questi due ruoli?
Spesso arrivano ai colloqui psicologici delle donne che si chiedono angosciate: -“ I problemi che ha mio figlio, sono dovuti alla mia mancanza come madre?”. Non sono stata abbastanza presente?
Oppure c´è l´altro versante: le madri che come donne si sentono trascurate, o magari non realizzate.
Per iniziare a tentare di rispondere, dobbiamo considerare che la pertinenza di ogni ruolo (Donna/Madre), va chiarita in rapporto alla soddisfazione che è in gioco, oppure all´oggetto attraverso cui si raggiunge tale soddisfazione.
Per spiegare, cioè, la dinamica interna di questi intrecci, dobbiamo mettere in gioco la donna, l´uomo, il bambino e la loro soddisfazione.
Per esempio, se partiamo dalla logica della vita amorosa, cogliamo la differenza tra i diversi modi di godere dei due sessi. Possiamo dire che per i maschi c´è divergenza tra l´amore e il desiderio.
Frequentemente troviamo dei casi in cui gli uomini, quando amano una donna, non la desiderano e viceversa, quando la desiderano, non l´ amano, anzi, quest´ultimo tratto del desiderio spesso si collega al versante della degradazione erotica. Invece per le donne, c`é convergenza tra l´amore e il desiderio, diventando l´amore la propria causa del regime del desiderio.
Peró (ed è questa la questione centrale che vorrei sottolineare), questa convergenza femminile é compatibile con uno sdoppiamento: nei confronti dell´ uomo, esigendo il suo amore e soprattutto la sua prova, e la divergenza del desiderio femminile verso il bambino.
Dunque, é il bambino che introduce una divisione nel soggetto femminile, che divide la madre e la donna. L´oggetto bambino non solo riempie, soddisfa, ma allo stesso tempo divide.
Ovvero, una madre è “sufficientemente buona” a condizione di non esserlo troppo, cioè, a condizione che le cure che lei dispensa al bambino non la distolgano dal desiderio in quanto donna.
Una divisione del desiderio che imponga che l´oggetto bambino non sia tutto per il soggetto materno.
Perciò, occorre che il padre sia anche un uomo.
Questo “amore materno” si sosterrebbe a condizione che una donna, come madre, rimanga per un uomo la causa del suo desiderio.

mercoledì 7 ottobre 2009

EQUILIBRISMI QUOTIDIANI



Il sessantotto
a cura di Maddalena Morandi

Ho assistito alla presentazione di questo libro, con curiosità, perchè io il '68 l'ho solo sentito raccontare, essendo nata il quegli anni. Devo dire che l'autore l'ha definito una rivoluzione solo culturale, solo perchè dal punto di vista sociale per lui è stato un fallimento. Il movimento è stato una rivolta che partiva da contestazioni molto sensate: la famiglia, la donna, la scuola, la società e quindi la politica erano da rivedere perchè appannaggio di pochi e con molto nepotismo. Tuttavia ciò che nè è derivato a suo avviso, e per certi versi lo condivido, è stata una distruzione senza una nuova costruzione:
1) la famiglia era troppo chiusa e patriarcale, solo che oggi la famiglia non esiste più, si è trasformata in sfamiglia;
2) la donna non aveva diritti, ora ne ha ma di fatto non gli sono riconusciuti;
3) la scuola, intendendo i docenti di qualunque grado, era riservata a pochi sapienti, ora è alla portatata di tutti, ma è sparita la meritocrazia e la competenza;
4) la società era molto povera, ora è solo consumistica;
5) la politica era condotta da una casta, ora pure.
Insomma, il sessantotto non ha compiuto la sua missione.
Ora leggero il libro per capire meglio, se però qualcuno di voi era sul campo, in quegli anni e vuole delucidarmi ... .

martedì 6 ottobre 2009

Di mamma (non) ce n'è una sola


Dolce e amaro
A cura di Anna Grazia Giannuzzi

Ho letto recentemente diversi articoli scritti da donne in cui si rivendica il diritto di non essere madre. Un diritto che, a mio parere, va rivendicato nei confronti della società, degli uomini con cui si sta ed eventualmente dei propri genitori.
Solo che frequentemente è come se questo diritto venga rivendicato nei confronti delle donne che sono madri. E questo mi genera un bel po’ di confusione.
Mi capita spesso di sentire che le mamme sono talmente indaffarate che sembra solo loro abbiano delle esigenze, che sono sempre in ritardo con la scusa dei figli, che si lamentano sempre di non arrivare a fare tutto, che sono sempre stanche.
Recentemente ho chiesto via sms ad un’amica se poteva darmi due ore nella mattina della settimana successiva per un’emergenza figlie. Mi ha risposto verso la metà della settimana dopo, quella della crisi, spiegandomi che era rientrata dalle ferie dopo il previsto, che doveva fare la marmellata sennò la frutta che le aveva regalato la madre andava a male e se ci potevamo vedere il sabato per l’aperitivo, verso l’una.
Un’altra mi ha detto in più di un’occasione che sarebbe stata disponibile a farmi da baby sitter se volevo uscire la sera, ma mi sono resa conto nel giro di poco tempo che lei non riesce a rispondermi ad una mail in tempi umani e passa interminabili quanto inutili minuti a scusarsi per i suoi numerosi impegni, che mi è proprio passata la voglia di chiamarla. In generale.
Voglio dire che forse è vero che noi mamme un poco ci arrabbiamo quando una donna che non ha figli osa dire che non ha abbastanza tempo, la prima cosa che a me viene da dire: e io allora?
Però mi sgomenta capire che non siamo noi che ci lamentiamo con le altre donne, ma loro. Noi magari cerchiamo di far capire al marito concetti basici della vita di coppia che nonostante la paternità ancora tardano a cogliere, o cerchiamo la spalla di nostra madre, che c’è passata, e se riesce solo ad ascoltare senza richiamare la invitabile condizione di sacrificio e sofferenza cui le donne sono esposte da secoli, magari ci aiuta.
Se io dico che certe cose non posso farle a causa dei figli mi guardano storto: che cosa vorresti dire esattamente? Che i figli sono un limite, ecco, sarei disonesta se non lo ammettessi; ad esempio non ho più domeniche né sabati per me da quando ci sono i compiti. Che tornerei indietro se potessi? Mai e poi mai.
Le mie figlie sono persone con dei caratteri terribili, forti, a volte scriteriate a volte immensamente sagge, ma sono delle persone e nel momento in cui riesco a smettere di vederle piccole bambole con cui giocare a fare la mamma perfetta, vedo che sto crescendo insieme a loro, che il cambiamento non è averle prese con me, è viverci la mia vita con loro. Tutta, anche quella che prima tenevo solo per me e non condividevo nemmeno con mio marito.
Insomma non fare figli, non volerli proprio, non è un reato, non è moralmente ingiusto, non è nulla. O forse è una libertà. Come quella di averne. Che sicuramente però è anche una scelta di vita condivisa.
Ma pensare di essere infelici, da un lato perché non si ha il coraggio di fare quella scelta e non riuscire starsene in pace con se stesse; dall’alto, perché ci sono queste mamme straripanti che occupano la scena della femminilità, beh questo non mi trova d’accordo. Al di là della mistica della maternità, da quanto sto sperimentando per essere madre ci vuole un allenamento da marines.
Comunque, non sono le mamme ad indicare quale è la via giusta per una donna. Una donna è una donna. Poi magari è anche mamma. Anche, nel senso che magari in certi anni della sua vita è prevalentemente quello.

domenica 4 ottobre 2009

Futile inutile...orgasmico


La Wanda ha cambiato città!
A cura di Laura Gobbi

Mie care amiche e miei cari amici,
ben ritrovati, spero che le vostre vacanze siano state ricche di emozioni.

Eccoci di nuovo insieme, e vi posso assicurare che La Wanda di cose in questi
mesi ne ha fatte...una su tutte ha cambiato lavoro e da un mese vive ad
Ischia.

Per questa volta vi chiedo scusa ma non vi scriverò un post ma sono a
chiedervi un aiuto.
Del resto vi aggiornerò al prossimo giro.


Vi chiedo di parlarmi del rapporto che evete con la vostra lingerie,che cos'è
per voi l'"intimo" ,casa vuol dire seduzione, come seducete o come siete
sedotti, fatemi la fotografia della donna che indossa un intimo con la
consapevolezza di essere diversa.

VI PREGO AIUTATEMI!!!!!!

Che la guepiere sia con voi

La Wanda

venerdì 2 ottobre 2009

Pittura & Illustrazione


















BUON RITORNO A TUTTI !!!

a cura di Linda Brindisi



Il 3 ottobre si aprirà la VII edizione di BergamoScienza un cartellone ricco di iniziative dedicate ai bambini e ai ragazzi che prosegue fino al 18 ottobre.
Conferenze, tavole rotonde, mostre, laboratori interattivi, spettacoli, competizioni e giochi con personalità importanti del mondo scientifico animeranno la città per 16 giornate.
Tra gli ospiti Jimmy (Jimbo) Wales, fondatore della libera enciclopedia “universale” online Wikipedia e, nell’anno internazionale dell’astronomia, un astronauta dello Space Shuttle della NASA che ripercorrerà l’avventura compiuta dall’uomo 40 anni fa.
Nel bicentenario della nascita di Charles Darwin e a 150 anni dalla pubblicazione della sua “Sull’Origine delle Specie”, il neurobiologo Robert Perlman, dell’University of Chicago e Francesco Calotta del Nerviano Medical Science, spiegheranno quali effetti ha avuto la teoria darwiniana sulle varie espressioni della vita umana.
Un’assoluta novità di quest’anno è il 1° torneo di robocalcio. Una grande sfida tra robot-calciatori che si affronteranno su microcampi da gioco in avvincenti incontri. E per finire si esibiranno piccoli robot lottatori di minisumo.
Dopo il successo riscosso nelle passate edizioni torna l’appuntamento con il processo al Tribunale di Bergamo. Questa volta, l’imputato sarà il Parco. I parchi e le aree protette costituiscono un limite o una risorsa per la comunità? Dopo aver ascoltato testimoni dell’accusa e della difesa studenti e insegnanti in qualità di giurati decideranno il verdetto.
Tutte le iniziative sono gratuite e aperte al pubblico fino ad esaurimento posti.
Info: http://www.bergamoscienza.it/.

giovedì 1 ottobre 2009

IL SIGNOR IN GIALLO


Buon rientro
A cura di Lorenzo Bosi

Innanzitutto, un ben ritrovati a tutti. Come avete trascorso le vacanze estive? Per quel che mi riguarda sono state abbastanza piacevoli ma, ahimè, sono terminate. Niente lagnanze, ora avremo un sacco di tempo da passare qui, come una grande famiglia, a scambiarci idee, esperienze e opinioni.
Riprendiamo da dove eravamo rimasti…Le segnalazioni sui “gialli”. Non per niente la mia è la rubrica del SIGNORE IN GIALLO.
Quello di oggi è un libro edito dalla BARBERA EDITORE, la casa editrice che pubblicherà ONEIROS, la mia ultima fatica letteraria.
Il titolo del poliziesco – perché di poliziesco si tratta – è:
UN’INDAGINE ESTREMA DEL COMMISSARIO LUPO BELACQUA, scritto da MARIO SPEZI, autore, fra l’altro di DOLCI COLLINE DI SANGUE. IL ROMANZO SUL MOSTRO DI FIRENZE (Sonzogno 2006).
Spezi ha inoltre lavorato per il New Yorker, l’Espresso, Panorama, il Corriere della sera nonché per Rai e Mediaset.
BREVE TRAMA:
Il delitto è stato commesso. Unica traccia del corpo della vittima, una particella microscopica dentro lo stomaco di una larva di Calliphora. Lupo Belacqua è un commissario sui generis. Maleducato all’inverosimile, ha una vita privata da inferno: moglie anoressica, due figlie insopportabili e un’amante saccente. La sua unica scappatoia è rappresentata dal lavoro ma questo caso è maledettamente complicato.
Le sparizioni aumentano, le piste false s’intersecano sempre più e, soprattutto, un fantomatico milione di Euro lascia dietro di sé una lunga scia di sangue…leggetelo…e aspetto i vostri commenti sul finale, a dir poco, spiazzante.
BUONA LETTURA
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