lunedì 28 giugno 2010

Tea Time

di Maria Luisa Pozzi




Raffaello Baldini, La Fondazione, Giulio Einaudi Editore, 2008.

Un lungo monologo di una persona comune, con delle manie; colleziona di tutto: turaccioli, fiaschi, scarpe, sciarpe, giacche, sedie, vecchie biciclette, raccolte di giornali, rocchetti. La moglie se n’è andata e, rimasto solo, la sua convivenza con le cose che raccoglie diventa ancora più stretta.
Dice che “la sedia (…) una sedia di legno, ecco non è anche lei qualcosa di vivo? Ma poi neanche, non c’entra il vivo o non il vivo, io con le cose mi arrabbio , quando una roba non risponde, quando una cosa la metti a posto e lei scivola giù, e tu la rimetti al suo posto e lei scivola giù ancora, porca puttana, ma sta buona lì, ignorante , e lei non sta buona, che te la metteresti sotto i piedi, da pestarla, da ridurla un ghiaino, ecco, perché le cose anche loro hanno, come si può dire, sì, hanno una loro personalità.” Poi continua con una riflessione sui turaccioli che, ci spiega, “non li tengo tutti negli scatoloni (…) insomma non puoi mettere un turacciolo di un vinello, così, di un vino da pasto non lo puoi mettere insieme con un turacciolo di spumante , e il turacciolo di spumante insieme con un turacciolo di spumante francese, non ci stanno insieme (..) insomma ci vuole, con le cose, anche una certa delicatezza, una certa sensibilità, e non è perché uno adesso potrebbe anche tirare fuori, cioè fare un discorso, insomma uno può darsi magari che questo è, in un certo modo, una forma di razzismo (…),”
Il suo sogno è di avere nell’orto un moscone. Confessa, “perché a me piace il mare (…) , il mare non finisce mai, tu lo vedi, quella riga turchina laggiù e puoi andare avanti quanto ti pare , c’è sempre quella riga turchina (…)”.
Il moscone lo vuole vecchio “che sia andato per mare , non dev’essere verniciato,così, no dev’essere lucido , lo voglio vivo, che dietro abbia una storia.

Alla sua morte, cosa accadrà all’amata collezione?
Pensa “che si potrebbe fare una Fondazione (..), una Fondazione senza scopo di lucro, la casa deve rimanere come la lascio, intestato tutto a questa Fondazione, che poi la cosa può anche crescere, anzi deve crescere, non dev’essere un museo imbalsamato, dev’essere qualcosa che vive.”
Ma ci vogliono soldi. Quindi tutto andrà ai suoi parenti e si rammarica che “loro, sono sicuro, sgombreranno tutto, per loro tutta questa roba, che è la mia vita, qui c’è tutta la mia vita, e per loro é immondizia, butteranno via tutto (…) i miei sentimenti, il mio mondo, perché io volevo lasciare un segno, che la mia vita durasse, e tutte queste cose io volevo che fossero come dei testimoni, no, non dei testimoni, perché tutta questa roba è passata per le mie mani, sotto le mie mani, in un certo senso le ha dato una forma, sono una parte di me, che doveva durare più di me, (…) qui è che non muori fintanto che ci rimane una sedia , una cravatta, una bottiglia d’inchiostro che l’hai adoperata tu, che hai scritto tu (..).”
Monologo buffo e toccante insieme, scritto da un poeta che, nell’originale, usa in parte il suo dialetto che viene “tradotto” in italiano nella pagina che si affianca all’originale.
La scrittura di Baldini è colloquiale, ripetitiva, la lingua che parliamo anche noi quando siamo fra amici e con la quale, talvolta, giochiamo.
Baldini ci propone la voce di un uomo qualunque e la sua riflessione sulla vita, sulla morte e ci fa sentire accomunati a questo amabile, stralunato collezionista.
Buona lettura.

2 commenti:

laura ha detto...

mi piace!

anonimo ha detto...

Sono contenta; é piaciuto molto anche a me. Maria Luisa

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