giovedì 20 marzo 2008

Tea time


Orhan Pamuk, La valigia di mio padre, Giulio Einaudi editore
a cura di Maria Luisa Pozzi


71 pagine , tre saggi. Vi parlerò del primo saggio, il discorso che l’autore tenne a Stoccolma il 7 dicembre 2006, in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura.
Racconta del padre e della valigetta, piena di scritti paterni, “Dai un’occhiata,” disse con leggero imbarazzo (il genitore), “ Guarda se c’è dentro qualcosa di buono.” Orhan teme quello che troverà nella valigetta e ne rimanda l’apertura.
L’episodio gli permette di presentare una serie di riflessioni sulla letteratura e perché si scrive.
Una di queste riflessioni: lo scrittore deve “raccontare la propria storia come se fosse la storia di un altro e la storia di un altro come se fosse la propria.

” Per farlo bisogna iniziare dai racconti e dai libri degli altri. Ciò che lo scrittore turco ci invita a fare è leggere e ancora leggere per prepararci a scrivere.
Un altro suggerimento, “Per me, essere scrittori significa prendere coscienza delle ferite segrete che portiamo dentro di noi, ferite così segrete che noi stessi ne siamo a malapena consapevoli, esplorarle pazientemente, studiarle, illuminarle e fare di queste ferite e di questi dolori una parte della nostra scrittura e della nostra identità. Un autore parla di cose che tutti sanno senza esserne consapevoli. (..) La mia fiducia viene dalla convinzione che tutti gli esseri umani si somigliano, che altri portino ferite come le mie e che quindi capiranno. (…) Oggi oggetto dell’indagine della letteratura devono essere soprattutto le paure dell’umanità; la paura di essere esclusi, la paura di non contare nulla e il senso di vuoto che le accompagna.”
Credo che Pamuk abbia ragione: la storia che ho voglia di raccontare è la mia storia e vorrei esplorarla per condividerne le ferite; le paure che elenca sono le mie paure e oso confessarle perché so che (citando ancora Pamuk) “tutta la gente del mondo si somiglia.”
Voi che ne dite? Sappiatemi dire.
Buona Pasqua

Maria Luisa

2 commenti:

Ely ha detto...

Condivido appieno le tue riflessioni e credo che sia proprio vero: quando sento l'impulso di scrivere qualcosa è perchè quel qualcosa mi ha toccato dentro e vorrei condividerlo con qualcuno.
Forse inconsciamente cerchiamo la condivisione di certi sentimenti, come per trarne la forza di reagire.
Spesso mi capita di sentirmi meglio anche solo dopo aver pensato nella mia testa di raccontare un'esperienza a qualcuno.
Quando si dice che la scrittura è terapeutica credo non si sbaglino!!
Buona Pasqua anche a te

anonimo ha detto...

Cara Ely, la cosa che mi sorprende sempre é che tante esperienze che noi consideriamo uniche ed irripetibili sono quelle che tanti di noi condividono.
Un abbraccio
Maria Luisa

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