venerdì 26 ottobre 2007

BRICIOLE D'ESTETICA

Un compromesso: onorare il Padre non dimenticare la Madre
A cura di Vladimiro Zocca

A metà strada della mia infanzia, arriva il doloroso distacco dal caldo matriarcato della nativa terra di Versilia, bagnata dalla marea color del vino e coronata dalle Alpi Apuane dai ruvidi fianchi di marmo macchiati di castagni. Giunge il tempo di essere preso in consegna dall’ordine razionale dei padri; da figlio prediletto dalle grandi madri, divento rampollo dai padri dalla cinquecentesca nobiltà decaduta – in quell’epoca furono perseguitati perché partecipavano alle cene calviniste -.
Tuttavia erano animati da un particolare rigore morale e decisi a far assorbire a questo ragazzino introverso i segni del potere maschile. Mio padre, discendente cadetto, costretto di buon grado a trovare una maggiore sicurezza economica, decide di ritornare con tutta la famiglia nella terra dei suoi padri a partecipare alla conduzione di una piccola azienda di biciclette, in Lombardia, ai confini con il Veneto, in un grosso paese agricolo in riva al Po, fiume dai connotati tipicamente maschili, almeno alla luce del mio immaginario infantile.
Lo scenario cambia completamente, la terra, piatta, di colore perso d’inverno, di colore verde umido d’estate, è dilatata dai grigi orizzonti sfumati all’infinito dalle nebbie padane, ritmate dai diafani filari dei pioppi cipressini. Il grigio mi appare il più inquietante dei non-colori. Mia madre, il filo nero dei vita che mi tiene congiunto alla oscura terra delle Grandi Madri, non si adatterà mai a quell’ ambiente e vi vivrà sempre come una straniera in una terra quasi inospitale. Veramente, nella numerosa famiglia del nonno paterno, fatta di zii predominanti e galanti, di zie al servizio dei maschi della famiglia e di cugini poco espansivi, dove il primogenito maschio è il più riverito, trovo una grande madre occultata dalle cortine della religione, la zia Adelaide, una donna considerata strana perché ha appena gettato alle ortiche il velo, anzi il cappellone di stile olandese delle suore di San Vincenzo.
Alta, bellissima, dall’aristocratico profilo di cammeo, incorniciato dai biondi capelli lucenti. Parla pochissimo, soprattutto quando il suo sangue è scaldato da qualche bicchiere del duro lambrusco di Quistello. Era stata madre superiora a capo delle infermiere religiose del grande ospedale di Genova; l’unica persona con la quale mia madre parlasse senza remore, probabilmente attraverso l’arcaico codice segreto inscritto da sempre nei loro cuori, quel codice che mi permetteva di trovare in quella strana zia un’accogliente ombra protettiva, fatto del nero misterioso che costituiva il filo terrestre delle Grandi Madri. Io sono figlio unico, quindi naturalmente primogenito. Scopro i piaceri repressi della scuola e le repressioni regolate della chiesa che rendono i piaceri avvolti di mistero, ma, per questo, più desiderabili. Comincia un apprendistato alle perversioni della ragione che vuole allontanarmi dalla magia delle origini. Controvoglia, mi adatto ad onorare il Padre ma non mi voglio abbandonare all’oblio della Madre. Incomincia un’altra storia.

3 commenti:

Monica Caboi ha detto...

Vladimiro sei un M.I.T.O!!!

Maddalena ha detto...

Accidenti che belle descrizioni!

antonella ha detto...

concordo con maddalena.mi permetto di aggiungere sobrie ed eleganti.

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