mercoledì 13 giugno 2007

EstremaMente


Cima dell'Everest per Nives Meroi
di Antonella Passoni

Nives Meroi il 17 maggio 2007 ha raggiunto la cima dell’Everest (8.848 m.), la montagna più alta della terra.
E con questo siamo a DIECI Ottomila. Nives Meroi è la prima donna ad aver raggiunto questo primato. La prima donna italiana senza l’ausilio dell’ossigeno e la quarta donna nella storia. Ma non basta, IN UN SOLO ANNO, Nives Meroi assieme al marito Romano Benet, ha salito tre ottomila: Dhaulagiri:17/05/06 – K2 16/07/06 – Everest 17/05/07.
Ho trovato molto interessante questo intervento fatto da Nives, durante un convegno sulle donne e l’alpinismo. L’ho riportato in originale. Buona lettura.

RELAZIONE CONVEGNO DI BELLUNO - 28.10.1999
“STORIA ALPINISTICA DELLE DONNE NEL ‘900”

Il mio, più che un intervento, potrebbe essere l’inizio di un dibattito dal titolo:
perché è mancata e manca tutt'ora una concreta presenza femminile in Himalaya.
Più di ogni altra, la storia dell’alpinismo himalayano è scritta al maschile, a cominciare dallo spirito romantico dei primi tentativi di Mummery, fino alle imprese eroiche nazionaliste strumentalizzate dai sistemi per affermare una presunta superiorità nazionale e razziale.
L’alpinismo himalayano è stato fin dall’inizio un terreno di gioco esclusivo per uomini.
Un episodio è rappresentativo: nel 1924 un’alpinista francese scrisse al Comitato Inglese per l’Everest, chiedendo di partecipare alla spedizione che stavano organizzando. Il Comitato, stupefatto per l’ardire, rispose che era impossibile accogliere richieste di signore di qualsiasi nazionalità, perché le difficoltà sarebbero state troppo grandi.
A parte qualche raro caso come la sfortunata spedizione femminile di Claude Kogan al Cho Oyu, le donne hanno incominciato a salire gli 8000 solo negli anni ‘70.
Nel ‘75 la giapponese Junko Tabei salì l’Everest a capo di una spedizione femminile, ma ad oggi poche sono state le donne che hanno segnato con la loro attività la storia alpinistica himalayana.
Qualche nome: Wanda Rutkiewich morta sul Kanchenjunga dopo aver salito nove ottomila, Allison Hergrawes, grande alpinista solitaria morta sul K2, Chantal Mauduit anche lei con 5 ottomila all’attivo e morta lo scorso anno. Altri nomi: Liliane Barrad, Maria Stremfelj, l’italiana Valentina Lauthier.
Comunque poche grandi figure, non attorniate né seguite da una effettiva presenza femminile.
Nella mia esperienza himalayana, anch’io ho incontrato pochissime donne.
Anche in campi base affollati come all’Everest, Cho Oyu o Shisha Pangma, su una popolazione di oltre un centinaio di alpinisti solo un 10% scarso era costituito da donne.
I motivi credo siano diversi.
Uno può essere il fatto che l’organizzazione è generalmente in mano agli uomini, che forse spesso discriminano la donna che offre meno garanzia di forza fisica, ma solo quella e forse neanche quella.
Un altro motivo può essere dovuto al fatto che in genere per un giovane è difficile far fronte gli elevati costi che una spedizione comporta, e quando, con gli anni, si raggiunge la disponibilità finanziaria che permette di partire (comunque a fatica, e con pesanti tagli alle spese nei bilanci familiari) , di solito a quel punto le donne sono già madri, e non se la sentono di lasciare i figli a casa e quindi rinunciano a favore del marito, per tradizione più libero di muoversi anche per lunghi periodi.
A volte è anche un limite che per prime si pongono le donne, non ritenendosi in grado di affrontare le fatiche e le difficoltà che una spedizione comporta.
All’interno di questo quadro, la mia situazione penso sia una delle più fortunate. Condivido questa passione con Romano, mio marito; e nelle mie spedizioni ho sempre incontrato persone -
anzi - uomini che non avendo bisogno di imporre il loro predominio, hanno permesso di non perdere tempo ed energie in sfide e beghe da campo base, per concentrarsi esclusivamente sulla salita.
Io al massimo, ho portato qualche chilo in meno nello zaino, ma il rapporto è sempre stato paritario: stessi doveri e stessi diritti.
Il problema è sempre stato più rivolto all’esterno, verso l’opinione pubblica che preferiva vedermi come l’elemento decorativo del gruppo, non ritenendomi adatta, in quanto donna, ad affrontare questo tipo di attività.
E questo rappresenta un’ulteriore limite all’espansione dell’alpinismo femminile in Himalaya.
Tuttora una donna, per porsi all’attenzione del pubblico, impiega più tempo ed energie di un uomo e in questo la responsabilità è anche della stampa.
Probabilmente il bacino d’utenza delle riviste di settore è maschile, e quindi generalmente fatto dagli uomini, per gli uomini. Parlare tanto di donne non sarebbe funzionale alle vendite.
E qui si innesca un meccanismo a catena, perché finché non si divulgano le seppur poche esperienze femminili, non si da la possibilità ad altre donne di acquisire dati, termini di paragone, e familiarità con questa forma di alpinismo.
Se fino ad ora nessuna donna è arrivata alla fine della gara per i 14 ottomila, questo non vuole dire che i risultati delle donne debbano essere trascurati, anche perché, e questo vale per tutti, non è detto che la bravura e la fantasia di un alpinista si misuri con le cime raggiunte.
Le regole del gioco, i metri di valutazione sono stabiliti da uomini, così come le regole comportamentali e le rigorose definizioni di stili (alpino/ himalayano, professionismo, spedizioni commerciali) un labirinto di regole sempre più ferree e alla fine sempre meno rispettate.
Ma se è vero che ciascuno vive l’alpinismo, come ogni altra attività umana, dall’interno del proprio orizzonte psicologico, emotivo, culturale, è evidente che ciascuno va in montagna con un diverso atteggiamento e una diversa finalità.
E forse io, come donna, quando voglio adeguarmi al modello maschile, continuo a ripetere l’errore di cercare in me qualità che non ho, trascurando di coltivare quelle che possiedo, che non sono né superiori né inferiori a quelle di un uomo, ma semplicemente diverse.-





11 commenti:

Anonimo ha detto...

il dato di fatto che nell'alpinismo , specie quello estremo, o in ogni attività sportiva e non, che si spinga verso la ricerca dei limiti fisici e psicologici figurino meno donne rispetto agli uomini è dovuto secondo me ad un paio di ragioni:
innanzitutto un dato statistico inconfutabile, meno donne tentano quindi ci sono meno possibilità di riuscita; poi c'è l'atavica credenza da parte degli uomini (che in genere reggono le fila di queste sfide) della inferiorità femminile, quindi nel riservare loro ruoli di secondo piano.
ho conosciuto Nives Meroi e Romano Bennet in due occasioni, recentemente, per sottoporli a dei test prima e dopo la loro avventura in Himalaya, ne ho tratta l'idea di due persone assolutamente "paritarie", modeste, assolutamente coscienti che avessero compiuto la scalata per coltivare la loro passione e non per raggiungere questo o quel record.

Anonimo ha detto...

Avevo letto questa notizia e ti avevo pensato.
Credo che Nives sia stata fenomenale.
Baci
M. Cristina

antonella ha detto...

La modestia e l'umiltà sono qualità molto rare.In tutti gli ambiti c'è molta spocchia e presunzione.Chi vale non ha mai bisogno di misurarsi e competere se non con se stesso.

antonella ha detto...

M.Cristina,davvero mi hai pensata?Grazie!Mi auguro che Nives E Romano riescano a chiudere la gara dei 14 ottomila..che grande coppia!

Anonimo ha detto...

In effetti non avrei mai fatto troppo caso ad un'impresa del genere se tu non mi avessi fatto conoscere questa disciplina.

M.Cristina

Antonella ha detto...

Mi fa molto piacere,Cristina.Non saprei come definirlo, se uno sport od una disciplina,certo è che ti entra nel sangue e diventa parte della tua esistenza.

Ely ha detto...

Dopo aver letto il primo articolo al riguardo, ero proprio curiosa... Bene, bravi, bis!
Alla prossima conquista uniti da due grandi amori: il loro e la montagna.
Sai che mi piace il nome che hai scelto per la rubrica. Decisamente adeguato. Brava!

antonella ha detto...

ciao ely e grazie.tra le donne e lo sport non c'è mai stato un grande feeling.quindi mi fa molto piacere che questi post vengano letti.

Ely ha detto...

Hai ragione sul fatto del feeleng... secondo me è perchè siamo più "sviluppate" intellettualmente! Ma i muscoli servono sempre a prescindere dalle scelte di vita che si fanno.
A proposito, ma la foto è dei protagonisti del post?
Se così fosse il fotografo è stato bravissimo: ha colto l'intesa. Bella e solare.

Ely ha detto...

Ops, scusa volevo dire feeling!!

antonella ha detto...

Cara Ely,non so se siamo più sviluppate intellettualmente ma non credo che sport significhi massa muscolare,direi piuttosto disciplina,impegno,sacrificio.Le ricerche fatte recentemente dagli psicologi dello sport hanno dimostrato come pische e soma siano inscindibili.Siamo corpo e anima,come si vede chiaramente nella foto di Nives e Romano.

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