giovedì 19 aprile 2007



Facevo tardi, tutte le notti, ascoltando la radio.
Intorno a me tutto sembrava in corsa.
Il rumore del mondo fuori arrivava forte.
Anche lì, in quella palazzina di periferia,
che conservava la campagna in un fazzoletto di orti e galline.
Le mie amiche avevano solo un sogno, sposarsi, presto.
E figliare.
Ma c’era la mia radio.
Quella porta aperta sulla possibilità di cambiare il destino.
[..]

Era il passaggio fra le medie e le superiori.
Avevo 14 anni. Ascoltavo radio radicale,allora,
perchè mi piaceva la voce di Daniela Gara, roca e passionale.
E le femministe,e la non violenza, garofani, e rose nel pugno.
Non capivo bene ancora il senso di tutto ciò.
Ma volevo capire.
E restavo sveglia, ad ascoltare le dirette fiume alla radio,
e gli echi del movimento che da lì non gridava troppo forte.
Nessun proclama roboante, ancora no.
Bevevo avida quei discorsi da grandi, che diventavano miei.
La cantina di fronte casa la domenica si faceva teatrino delle prime feste tra ragazzi.
I lenti e le lampadine colorate a mano.
I giochi della bottiglia.
Baglioni, e i cugini di campagna.
Ecco, loro, erano tutti i mei cugini di campagna.
E non mi riconoscevano,non più.
Li ho lasciati lì. Mentre aspettavo di entrare a scuola,e la musica cambiava.
Il rock,e le note sparate di chitarra ancora non lo capivo,
meglio Neyl Young, o De Andrè.
Che iniziavo a suonare anch'io, seduta a terra, sui gradini della scuola.
Essere 'altro' da quello che pensavano tutti.
Un segno distintivo, un simbolo, una camicia larga,
portata fuori dai yeans,i sandali infradito indiani,
gilet, comprati all'usato. Una divisa.
Per entrare nell'esercito della ribellione.
Per esserci, per sentirsi,riconoscersi,contare.
La scuola sembrava un grande tempio delle occasioni.
Studiare, il futuro, i voti.. chissenefrega.
Ora il rumore si sentiva, eccome.
La non violenza, quella rosa nel pugno che disegnavo sui muri della classe col pennarello rosso,ora era appassita.
L'avevo messa nel fucile del celerino ad una marcia fatta a Piazza Navona
accompagnata da mio padre, prima.
Prima di avere ascoltato tutto quel rumore sordo,
di slogan rimbalzati fra le strade strette,
del tonfo secco delle spranghe,sulle teste dei 'fascisti',
e le catene,e il fumo che faceva piangere,
e scappa...corri, che ci prendono.
In corsa, contro.
Contro tutto quello che mi faceva essere convinta
che valeva la pena rischiare il culo,
piuttosto che sentirmi morta.
Mettersi in pericolo,è il gioco preferito a quell'età.
Entrare in un disegno che non sai, il rischio che si corre.
E io l'ho corso, con tutta la convinzione che ti viene
dall'incontro con le persone e i luoghi che ti 'formano'.
I miei compagni 'grandi', quelli che parlano in assemblea,
quelli che sono diventati i miei maestri.
Bruno,col suo cappotto grigio,faceva il quinto.
Era un uomo fatto per me.
Quel giorno,quando hanno ucciso Moro,
sui gradini di scuola mi disse:ora sono cazzi nostri...
e non capivo,ancora.
Spiegami Bruno, fammi capire.
La differenza, a volte, la fanno certi incontri.
Poi, il cuore, ed il cervello giusto,
e la politica diventa la tua vita.
La cosa che più mi turba, oggi,
è pensare al tempo come ad un grande cerchio.
In cui ci si entra dentro come criceti.

Giri la ruota a vuoto, se non lo sai.
Il tempo mio continua, non si è fermato lì,
fra quei banchi vuoti coi professori ad aspettarci,
e il fumo di lacrimogeni e spari
che hanno segnato di rosso i marciapiedi della mia adolescenza.
Dentro ai segreti rimasti tali.
Di quelle scelte di 'compromesso' che hanno fatto la differenza.
Il tempo mio continua, come può continuare tutta l'utopia,
quella che vorrei restasse.
Il resto, quel progetto autoritario e folle per prendersi il potere,
l'ho gettato via.
L'utopia, che mi ha salvato dalla droga,
che nel frattempo ha ucciso tanti miei amici,
e dalle altre 'droghe', che ci volevano e ci vogliono coglioni.
L'utopia, che passa anche nelle mani dei figli,
che perdono le tracce della memoria,
se non la si racconta giusta.

5 commenti:

Monica Caboi ha detto...

Mi hai fatto venire la pelle d'oca. Come se le immagini di ciò che hai raccontato mi scorressero davanti agli occhi
Come se anch'io fossi stata lì con te. Nell'inquietudine e nella vertigine che ci avvolgono quando sentiamo di essere dentro la Storia. Sia pure come criceti.
Grazie

Naima ha detto...

Parole bellissime a spiegare 'il' grande momento della nostra storia contemporanea. Fatto non dai grandi, ma da quelli che erano lì, sui gradini della scuola, sui marciapiedi. Continuate a raccopntarlo così, come se fosse ora!! Grazie!

Katia Ceccarelli ha detto...

Ho vissuto un altro momento storico di protesta, l'anno della pantera, per noi il '77 rappresentava un riferimento, una memoria da tenere presente per cercare di portare avanti quel discorso e non ripetere certi errori. Ci confrontavamo e parlavamo con quelli più grandi, di molti eravamo amici. La sofferenza del crescere diventa costruttiva se rivolta a un'utopia. Tutte le generazioni di giovani hanno sempre voluto cambiare il mondo i giovani di oggi mi pare vogliano solo comprarlo. Tutto ciò mi fa molta tristezza e mi fa sentire sempre più sola.

antonella ha detto...

Bullismo,suicidi e pornovideo on line.Siamo nell'epoca della provvisorietà,dell'incertezza,dell'intangibile.
Ecco che cosa abbiamo lasciato in eredità a questi poveri ragazzi..chi più soli e alla deriva di loro?

kriss ha detto...

ciao sono kriss volevo dirti che il sogno della tua e della mia generazione è stato veramente un gran bel sogno..ma quando guardo i coetanei di mio figlio ed il loro consumismo mi chiedo non saremo stati dei cattivi maestri? ancora oggi mi manca la sensazione di far parte di un gruppo di essere sull'onda ...il nostro sogno ora è un mondo di consumismo e solitudine...

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