venerdì 28 gennaio 2011

Psiché

di Susana Liberatore

I buoni propositi (Per chi?)

Quando parliamo di “Buoni propositi”, facciamo riferimento alla distinzione tra ciò che é “buono” e ciò che non lo è, in rapporto ad un soggetto particolare in un contesto specifico. Prima considerazione che ci porta alla riflessione di Freud in “Disagio della Civiltà” (1929-1930), testo in cui egli sottomette l’ esaurimento della soddisfazione personale alla cultura, come prima rinuncia che ognuno di noi dona all’ altro per raggiungere una convivenza possibile.
Dunque, la soddisfazione pulsionale (istintuale) di ogni soggetto si piega agli ideali sociali e lo scopo del soggetto diviene il raggiungimento degli ideali esterni, che appartengono ad una cultura determinata.
Cioè, tra il soggetto e il sociale, esiste un primo scoglio come condizione necessaria per accedere al campo “umano”.
Però, c’é una questione ancora più paradossale. Vorrei riprendere un altro testo di Freud del 1916, inserito in “Alcuni tipi di carattere tratti dal lavoro psicoanalitico”. Si chiama “Coloro che soccombono al successo”. Già con il titolo, possiamo intravvedere che per la psicoanalisi, la “sconfitta” e il “successo” non sono termini semplici. Allora si capovolge l’ idea di “buono” , perché generalmente ciò che si ritiene come “buono”, non coincide con il meglio per un soggetto. E la sognata “felicità” non sempre si raggiunge quando e dove la si attende. Bertold Brecht in “L’ opera da tre soldi” lo diceva così: “Corri dietro alla fortuna, ma non correre troppo!. Tutti cercano la fortuna che è alle spalle di chi corre”. Una frase geniale per sottolineare che esiste anche un altro scontro a livello del soggetto con sé stesso, con il suo inconscio.
Allora ci possiamo chiedere: se gli ideali vengono dall’ Altro, se vogliamo ciò che ci fa male, se è così difficile e paradossale raggiungere la felicità, cosa possiamo aspettare dal futuro?. Forse il convincimento che dietro il fallimento, le ripetizioni insistenti della nostra vita, di ciò che cerchiamo affannosamente e
non troviamo, esiste una logica nascosta, un senso inconscio che comanda la nostra vita senza rendercene conto.
L’ etica per la psicoanalisi, punta alla responsabilità di ogni soggetto particolare, del suo sintomo come verità a divenire, a scoprire. Cioè, la sola cosa di cui ci si possa rendere colpevoli è di aver ceduto sul desiderio che ci abita.

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