mercoledì 22 aprile 2009

DOMINO CAFFE'

Del Piacere di Leggere
A cura di Hope



a cura di Hope


Instillata come goccia sottile d’ambrosia, lenta e squisita, talvolta davvero più dolce del miele, mi fu parecchi anni orsono, l’educazione alla lettura. A piccole dosi è vero, ma io nel corso degli anni ho spesso esagerato. Che a dire il vero, non trovo vi siano controindicazioni di sorta alla prescrizione. Usare con moderazione non è un monito che seguo con disciplina. Tutt’altro.
A cinque anni mi dilettavo a sfogliare il mio primo libro di lettura. Avevo costretto mia madre a leggerlo per me e molti dei racconti mi si erano appiccicati nella memoria fresca d’infante e li utilizzavo come escamotage per far credere che in definitiva di leggere ormai mi intendevo. In verità le snocciolavo soltanto come poesiole a memoria. Non avevo che una mera illusione delle lettere e del tipo di suono che fra loro producevano.
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A distanza di tempo, credo più o meno quattro anni dopo, durante la correzione dei compiti in classe la mia maestra – donna di fine intelletto che gode ancora di ottima salute - ci invitava a prendere a prestito uno dei tanti volumi che fin dall’inizio dell’anno scolastico riempivano ordinatamente l’intero piano di un tavolo collocato in fondo all’aula.
I romanzi di Lev Tolstoj, Guerra e Pace, le sue Novelle, “La ciotola”, i racconti di Natale di Charles Dickens, i quarantanove racconti di Hemingway, Zanna Bianca di Jack London, Pollyanna di Eleanor H. Porter, Piccole Donne di Louisa May Alcott e molto ancora furono letture sorprendenti, paragonabili a sbalzi di luce di un raro cristallo che giungeva nelle mie mani come dono prezioso e fortuito.
Per qualcuno quell’imposizione era un supplizio molesto, per altri una noia letale. Li vedevo mentre sfogliavano i tomi sgarbatamente, masticando la gomma e attaccandola con noncuranza sotto il banco.
Per me era una gioia. Un piacere quasi commovente. Non avevo libri in casa se non quelli scolastici. Altri tempi. Ma il privilegio di poter leggere storie e di incontrare personaggi e trascorrere con loro qualche momento di genuina evasione era per me un regalo migliore di una Barbie a Natale.
Il mio primo libro, posseduto a piene mani, tenuto con orgoglio e cura ossessiva, mi fu donato all’età di dodici anni: La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe. Lo lessi almeno cinque volte, riscrivendo a matita le frasi più struggenti, i passaggi più interessanti. E poi lo prestai con generosa semplicità a qualcuno di cui non ricordo il nome e che ormai, trascorsi vent’anni dal prestito ne è divenuto il proprietario. Lo rimpiansi come un amico perduto. Quel qualcuno senza nome un po’ meno.
Amavo la parola scritta con convinzione crescente, sentendola come qualcosa di vivo e vitale. Come istintivo momento di fuga è vero, ma anche come autentico insegnamento, come scelta libera, non condizionata né condizionabile. Come privilegio e inviolabile diritto. Reputandolo uno straordinario mezzo attraverso il quale il cuore e la mente valicavano distanze e luoghi sconosciuti, attingevano ad esempio, diversificavano realtà da mera immaginazione.
In età adolescenziale la lettura divenne quasi quotidiana. Amica insostituibile, compagna di giochi, gioia zelante, curiosità affascinante, divertente interludio delle nottate estive, passate al lume di un’abat jour tra amiche compiacenti che avevano la stessa inguaribile debolezza. Un bagaglio talora ingombrante, prodigo di esempi, sfaccettato e facondo, libero da qualsiasi tipo di etichetta, anticonformista e attualissimo come pochi svaghi moderni sanno essere.
Crescendo non mi sono soffermata a classificare i vari generi letterari, prediligendone taluni anziché altri. Memore della politica “inquisitoriale” di coloro che mi sfilavano dinanzi definendosi intellettuali e che spesso mi insegnavano tutto fuorché la più spontanea curiosità per la lettura e l’amore per la stessa. Ho preferito lasciare simili grattacapi a chi aveva più tempo da dedicare alla forma che ai contenuti.
Non sempre il genere spiega e comprende talento e narrazione. Spesso ciò che agli occhi della moltitudine appare consueto e pleonastico, nasconde in profondità, tra le righe o in un solo paragrafo, verità preziose e opportunità di riflessione singolari. A qualsiasi genere letterario la storia appartenga e chiunque sia, sconosciuto o famoso, l’autore che la illustra.
Così Laurence Sterne asseriva che “la mente dovrebbe abituarsi a fare sagge riflessioni e trarre interessanti conclusioni mentre procede nella lettura”. Un’abitudine che fece affermare a Plinio il Giovane di “non aver mai letto un libro tanto brutto da non averne tratto alcun profitto”.
Amore per i libri. Per la parola scritta. Principio indispensabile che uno scrittore per definirsi tale, per iniziare un proprio percorso, per cimentarsi in una così ardua e ardita impresa non può non sostenere o prendere in considerazione.
Leggere e scrivere. Complementari consuetudini, vizi incurabili, necessità imprescindibili che regolano lo stesso universo. Scrittura e stile, tecnica e narrazione, editing e pubblicazione, editoria e distribuzione non hanno ragione d’essere senza il sostegno insostituibile e fondamentale del piacere di leggere.
“Forse non ci sono giorni della nostra adolescenza vissuti con altrettanta pienezza di quelli che abbiamo creduto di trascorrere senza averli vissuti, quelli passati in compagnia del libro prediletto”.
Marcel Proust, Del piacere di leggere.

5 commenti:

maggie ha detto...

stamattina, grazie a questo post, mi sono trovata a pensare a come è nata la mia voglia di leggere...non me la porto da quando ero piccina, anzi, lo trovavo abbastanza noioso...poi però credo di aver "incontrato il libro giusto" e me ne sono innamorata. Non ricordo nemmeno quale sia, ma deve essere stato molto convincente se ora leggo anche due o più libri in contemporanea, perchè non riesco ad aspettare di finirne uno per iniziarne un altro. Ad oggi credo di non vivere molti giorni...e...è vero!..ad oggi quei giorni sono sicuramente i più vissuti.

Katia Ceccarelli ha detto...

La mia educazione alla lettura cominciò con la fiaba di Barbablu.
Me la feci leggere dai miei genitori finché non la imparai a memoria. Solo molti anni dopo capii che quel personaggio era ispirato a Enrico VIII.
Il mio primo grande amore letterario fu invece Jack London che ancora oggi cerco di propinare ai miei studenti sebbene non incluso - con mio grande disappunto - nei programmi scolastici ufficiali.

Cappe ha detto...

Da bimba nessuna educazione alla lettura.
Da adolescente nessuno mi ha introdotto al piacere che essa dona (mi sono diplomata con il max dei voti ma solo letture obbligatorie).
Ora non riesco a vivere senza un libro al mio seguito.
Ora che il tempo è pochissimo...
Ora scrivo, scrivo, leggo, leggo anche 2 libri insieme e sono avida.
Leggere è vivere, come respirare.
E' mio nutrire cervello e anima.
Ciao.
Cappe

anareis ha detto...

Estou fazendo uma campanha de doações para criar um projeto com minibiblioteca comunitária e outras atividades para crianças e adolescentes carentes da minha comunidade aqui no Rio de Janeiro,aceito doações de 1,00 a 10,00,preciso da ajuda de todas as pessoas de bom coração.Doações no Banco do Brasil agencia 3082-1 conta 9.799-3 Que DEUS abençõe todos nos.Meu e-mail: asilvareis10@gmail.com

Maddalena ha detto...

Io come letture ricordo "piccole donne" che devo aver riletto mille volte, in quanto mio padre era un amante dei libri e in casa ne avevamo sempre. Poi iniziata l'università e poi le varie specializzazioni, avevo talmente tanto da studiare per dovere che avevo abolito la lettura per piacere. Ora sono come Cappe, non posso farne a meno, ma il mio è un rapporto un pò bulimico, visto che il tempo è poco, divoro e a volte devo rileggere perchè mi rendo conto di aver assimilato bene.

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