venerdì 27 marzo 2009

DOMINO CAFFE'


Che cosa scrivi
A cura di Polly

Su un forum, tempo fa, lessi il commento di una ragazza che lodava un racconto scritto da un’amica, e che si diceva invidiosa di quel talento, perché, osservava, doveva essere così bello poter scrivere di sé, raccontare se stessi nella scrittura.
I complimenti sono sempre graditi, ma per quanto riguarda il raccontare se stessi, nonsense, mi venne da pensare.
Stesso tipo di annotazione da parte di un signore gentilissimo che, al termine di una presentazione, mi si avvicinò dicendomi che anche lui aveva cominciato a scrivere, poi si era fermato perché gli sembrava di scrivere sempre e solo di sé. E mi chiedeva se io non avessi lo stesso timore.
Nonsense, avrei voluto, di nuovo, rispondergli. Ampliai ed esplicitai e gli dissi che di me, come persona, nel romanzo che aveva appena acquistato c’erano due brevissimi momenti, che sfidavo chiunque a trovare, e che avevo prestato, attribuito a due personaggi diversi.
Io non scrivo di me. Scrivo storie.
Scrivevo di me quando, da ragazzina, come tutte – voi no? – avevo anch’io il mio diario segreto. Ma già allora la cosa, dopo un po’, mi annoiava. Forse qualcuno ha una vita talmente interessante da farne un romanzo. Non io. Così, già allora preferivo seguire quei personaggi che, come se davanti a me venisse proiettata una pellicola che solo io potevo vedere, mi apparivano nei luoghi più diversi, più facilmente quando la mia mente era sgombra dalla routine degli impegni, scolastici allora, quotidiani. Li osservavo, li ascoltavo, e buttavo giù ciò che vedevo e sentivo.
Io scrivo storie.
Ho scritto dal punto di vista maschile, e sono una donna. Ho scritto dal punto di vista di un assassino, e faccio fatica persino a immaginarmi come si possa arrivare a togliere la vita a un’altra persona.
Scrivi di ciò che sai, ha affermato qualcuno.
Se fosse così, certe storie non avrebbero mai visto la luce. Jules Verne non avrebbe mai potuto portarci al centro della terra, né Dante all’inferno, Shakespeare in Italia, o Swift in un mondo in cui un uomo può spegnere un incendio nel modo più irriverente possibile.
Uno scrittore non scrive in modo involuto, egoistico e monotono di sé. Uno scrittore osserva, assorbe, rielabora e scrive del mondo e dei suoi abitanti. E può moltiplicare, mischiare e giocare di riflesso fino a creare altri mondi, popolati da altri abitanti, perché ha dalla sua tutte le tessere, consce e inconsce, della sua memoria, zeppe di secoli, di più di un millennio di storie.
Mescola, aggiunge, toglie, assaggia e modifica, come un cuoco, quasi un alchimista, se è davvero bravo. Si cala in questo o in quel personaggio, entra nelle loro scarpe, come direbbero oltre l’Atlantico, compie qualche passo, pensa nella loro testa, sente con i loro sensi, per poi abbandonarli e nascondersi, entità benefica e non invasiva, dietro agli occhi di qualcun altro.
Seguendo sempre l’anima della scena, la forza trainante della storia, che si srotola non dentro di lui, ma davanti a lui.
Uno scrittore scrive storie.

7 commenti:

Anonimo ha detto...

Non so se ho capito bene, comunque dal mio punto di vista il bello è chiedersi quanto si fa parte della storia che si scrive, nel senso della motivazione. Ci sono storie che si vuole raccontare più di altre, che si sentono più proprie e quindi magari si prestano più facilmente emozioni ed avvenimenti personali ai personaggi. Sono contenta, invece, di sentire un'opinione secondo la quale non esite una scrittura maschile ed una femminile, se non nel senso di punto di vista, quindi autori che cercano di raccontare mettendosi nei panni di un uomo, una donna, un assassino - a me pare sia venuto così bene che mi hanno dato un premio - un bambino, un alieno o la gamba di un tavolo. Mi chiedo però se dietro la domanda degli aspiranti scrittori: scrivo di me o no?, non ci siano altre preoccupazioni, come quella di scrivere cose interessanti per chi legge, o meglio attendibili e realistiche, con un significato oggettivo e non solo come risposta al bisogno personale di oggettivare, mettendoli nero su bianco, dei ricordi, per capirli meglio. Insomma, dove sta la differenza tra i Diari delle motocicletta ed il diario segreto di mia figlia dodicenne? E questa differenza esiste prima di cominciare a scrivere, o si scopre dopo? Certo la tecnica di scrittura fa la fondamentale differenza, ma quando la storia esce ed è un grumo, una serie di frasi, di definizioni, un testo e basta, a volte non si pensa che è dal quel momento ceh inizia la scrittura, dal momento in cui si taglia, si ricompone, si legge ad alta voce e poi magati si butta tutto.
Grazie alle nuove amiche di Domino edizioni, era davvero tanto che non pensavo alla scrittura in questo modo!
Anna Grazia Giannuzzi

Anonimo ha detto...

Ciao Anna Grazia, scusami, ma sono io, Ilenia, che ho pubblicato in anonimo il tuo commento, perchè ho dovuto fare un pò di giri...
Sorry!
Ile.

ha detto...

Ho pensato a volte di scrivere una storia dal punto di vista maschile, è un'idea che da un pò mi frulla in testa, questo post mi conforta molto e mi convince. L'idea è la stessa usata da Cesare Pavere nel romanzo "Tra donne sole" in cui la protagonista è una donna e Pavese scrive addirittura in prima persona.
E' vero uno scrittore scrive storie.

Katia Ceccarelli ha detto...

Non amo scrivere di me forse perché non ritengo che la mia vita possa interessare gli altri. In realtà ne ho passate di cotte e di crude e ho viaggiato molto.
Alla fine poi mi rendo conto che il bacino dal quale attingo le mie storie è quello della mia infanzia. Un bagaglio di ricordi ed aneddoti di tempi lontani che mi ritornano alla mente nitidi come fosse stato ieri.
Alla luce dei risultati però non credo sia un genere "commerciabile"... forse fra qualche anno verrà riscoperto ma allora io mi sarò già stancata.

Katia Ceccarelli ha detto...

p.s. Swift è uno dei miei autori preferiti :-)

Anonimo ha detto...

Grazie signore per avere messo sul tavolo tutti questi interessanti punti di vista :)
Molto interessante, Anna Grazia, quello che dici sull'oggettivare. Ricordo che la professoressa di lettere del liceo, a proposito della poesia, parlava di significato "universale". Se non metti l'ipotetico lettore nelle condizioni di "utilizzare" ciò che scrivi per sé, di applicarlo a sé, come dire, hai fallito il tuo scopo, come poeta. E davvero le tue parole rimarranno rielaborazioni dei tuoi ricordi non fruibili agli altri.
Per quanto riguarda la narrativa, trovo che la scrittura sia esigenza prima che terapia. Un "drive", una pulsione a raccontare storie. Per me, la parte "terapeutica" riguarda non il contenuto, ma la scelta di quella particolare storia che sento di voler raccontare in quel momento. E sì, in questo senso sono assolutamente le storie a scegliere noi, non il contrario. E dietro alla risonanza personale che quella particolare storia ha con me in quel momento non c’è tanto quello che io posso dare alla storia, quanto ciò che la storia può dare a me. Ecco la terapia.
Sul punto di vista, da ragazza ho letto tutto Sheldon. E raccontava le figure femminili in modo così credibile, che ho scoperto dopo tre o quattro romanzi che Sidney era il nome di un uomo, non di una donna. Riuscire a dare corpo a un personaggio dell’altro sesso è una sfida, ancor più che rappresentarne uno del proprio.
E poi sì, ognuno ha il suo bacino a cui attingere. Per qualcuno può essere la sua vita, le persone che ha incontrato, i suoi viaggi o la sua infanzia. Se dovessi definire il mio, parlerei semplicemente e molto genericamente di cassettini della memoria - mia, e altrui.
A presto, Polly

Anonimo ha detto...

Condivido pienamente il suo punto di vista. Penso che questo sia una buona idea. Pienamente d'accordo con lei.
Assolutamente d'accordo con lei. Mi piace la tua idea. Offerta di mettere una discussione generale.

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