sabato 7 giugno 2008

BRICIOLE D'ESTETICA



CONOSCERE UN'ANIMA
Francesca Falchieri, scoperta dalla scuola di scrittura Harriette Stanton Blatch

A cura di Vladimiro Zocca

Ho cominciato a conoscere una persona che frequento da qualche tempo; l’occasione mi è stata offerta dalla lettura e dalla presentazione in pubblico dell’ultimo libro di Francesca Falchieri “La Petite Mort”, diario di un’anoressia dominata, appena pubblicato da Giraldi Editore.
Ho conosciuto Francesca nel salotto di Patrizia e devo confessare che, pur avvertendo dentro di me un fondo non espresso di simpatia per questa ragazza magra, bionda, dagli occhi azzurri e dall’aria vagamente trasognata, tuttavia la comunicazione tra noi scorreva frammentata, sulla brillante superficie di indefiniti riferimenti letterari.
Forse era la naturale riservatezza di Francesca, forse era la mia preoccupazione di non essere fastidiosamente curioso nei confronti della sua persona, fatto sta che è come se una barriera retorica di parole si frapponesse tra noi, ad ostacolare una comunicazione più profonda. Ci conoscevamo, infatti, attraverso citazioni di scrittori, di filosofi e di poeti e di ovvie valutazioni sulle loro opere.
Poi Francesca mi ha donato il suo ultimo lavoro, chiedendomi, con quella particolare dolcezza tutta sua, di presentarlo in pubblico insieme a Patrizia, che aveva creduto subito alle sue qualità di scrittrice.
Lette le prime pagine del suo bellissimo diario romanzato, mi sono svegliato dal mio sonno retorico; ho capito presto che ciò che mi impediva di dialogare con l’anima di Francesca era l’elemento volatile delle poche parole parlate che intercorrevano tra di noi.
Solo le parole scritte, concatenate nel loro esprimere pensieri ed emozioni di un corpo che sente e che vive nella sua sofferenza e, anche, in momenti di gioia, potevano farmi avvertire la complessità e la complicanza di un’anima occultata da un’esistenza difficile.
Era mio destino il partire da una felice superficialità stilistica che mi richiamava momenti piacevoli alle origini della mia formazione culturale per intraprendere questo emozionante percorso di conoscenza.
Infatti, fin dalle prime righe di lettura, vengo colpito dallo stile secco, ma scorrevole, analitico ma elegante di Francesca; mi viene in mente un modo di scrivere che avevo incontrato nei miei primi anni di università e che avevo amato per la sua meravigliosa superficialità nel descrivere cose, oggetti e personaggi.
Mi riferisco all’ école du regard del nouveau roman francese, fiorita negli anni ’50: scrittori di qualità come Alain Robbe-Grillet, Natalie Sarraute e Michel Butor, attraverso la loro ricerca sperimentale, avevano aperto alla narrazione momenti di fredda descrizione oggettiva della realtà in connessione con l’alienazione indotta dalla società dei consumi.
Il riferimento letterario mi viene confermato ad un certo punto della lettura, quando Francesca cita espressamente Robbe-Grillet.
Devo precisare che la cosiddetta letteratura psichiatrica è addirittura congestionata da diari di donne anoressiche che valgono solamente per il loro contenuto di testimonianza della malattia.
Ora, non è escluso che il diario di Francesca possa essere oggetto di interesse medico, ma la differenza fondamentale è costituita dal fatto che “La Petite Mort” è il parto letterario di una scrittrice che, a mio giudizio, è molto scrittrice con grandi prospettive di successo.
In questo caso, la malattia, trasferita in un ambito letterario, assume la figura di vera e propria breccia dell’essere dalla quale la nostra scrittrice fa passare brani della sua esperienza di vita, articolata nell’equilibrio della creazione artista.
Senza dimenticare l’avvertenza che già Freud aveva fatto, seconda la quale la nevrosi non fa l’artista, ma può offrire un canale di espressione a chi è un vero scrittore.
Allora, il romanzo di Francesca ci fa ripercorrere il viaggio di parole di un’anima, attraverso la malattia, come uno spirito in fuga dal proprio corpo, ma alla ricerca di un corpo altro, nel quale l’essere possa avere la consapevolezza della propria carne.
E’ un singolare viaggio di formazione che ripete, in un clima di contemporaneità il gran tour degli ultimi illuministi o dei primi romantici, con l’obiettivo di raggiungere una rigenerazione realistica dopo l’utopia della malattia, che si concretizza in un bildunsgroman del tempo nostro in compagnia con una delle malattie del secolo.
Viaggio come esilio, dunque, ma con il problema, tipicamente classico, del ritorno, del nostos greco, verso una patria riappacificata di donne e di uomini, che non vogliano più ferire l’anima.
Ma anche viaggiare come “errare”, verbo che ha la stessa radice di “errore”.
A questo proposito ricordo che i tedeschi hanno due termini per definire l’esperienza: uno è erfarung, che significa appunto, viaggio errabondo, inteso anche come errore, l’altro è einfuhlung, viaggio come esperienza empatica con il proprio corpo vivo e con quello dell’altro, consustanziato, per così dire, di spirito.
Questa è la caratteristica bipolare dell’esistenza “transeunte” narrataci da Francesca, attraverso lo strumento in bianco e nero della scrittura, che è il colore evocativo di quel cinema esistenzialista all’Alain René, tanto amato dalla scrittrice, nella quale la magia delle parole prende il posto delle cose.
Una scrittura che permette la discesa nella sua dolente psiche oscura: “Il dolore deve essere tradotto in parole affinché lo si possa superare”, afferma la scrittrice.
Allora, in una sorta di filologia incantata e incantatrice, le parole perdono il corpo delle cose e scorrono liquide, seppure ritmate da cascatelle, da ristagni e da impetuose accelerazioni di corrente, componendo una scrittura a volte paratattica, ma che non perde mai il piacere del ritmo.
E’ un subconscio liquido quello di Francesca, che si porta con sé la nostalgia per il liquido amniotico del ventre materno; una nostalgia amara, memore dell’originario conflitto materno.
Scorrendo come acqua, ci conduce in compagnia della sua anima attraverso l’Europa, per paesi italiani e francofoni, dove è sempre presente l’acqua: un fiume, un lago, il mare; la stessa Francesca ama, spesso, citare la comune radice delle parole francesi, per indicare il mare, la mer, e per designare la madre, la mère, ambedue femminili: “L’acqua che bagna il più profondo della mia interiorità”.
Una poetica dell’acqua, la chiamerebbe Bachelard, nella quale una scrittura dalla diretta carica simbolica si si sovrappone ai sensi del corpo.
Poetica di una prosa capace di rendere il viaggio della nostra scrittrice molto affascinante, perché i paesi descritti con pochi ed efficaci tratti pittorici, nella loro realtà presente di teatro di un’azione inevitabile, assumono la configurazione di una cartografia dell’anima in cerca di segni e di tracce dell’essere.
Ma il mistero della scrittura lascia trasparire una realtà di amore e di desiderio celato nel corpo nascosto dall’anima.
L’ amore reale per il professore B, Giovanni, reso spirituale dall’assenza della carne e, alla fine, l’amore incoffessato e inconfessabile per il proprio corpo.
Francesca, anche se fugge da lui, non è come i grandi romantici che, in fondo, non conoscevano il proprio corpo e avevano posto le premesse per il trionfo della sublimazione dei sentimenti nell’esaltazione del sentimento oltre i confini dell’essere.
No, legata al realismo della percezione, appreso dall’empirismo inglese del Settecento, è lucidamente consapevole della consistenza del desiderio; soltanto che in lei il desiderio, come accade, spesso, alle donne anoressiche, secondo l’interpretazione di Lacan, è sempre legato a una mancanza, a un’assenza,
Allora, Francesca, nutrita da troppo amore materno, rifiuta, gioca con il suo rifiuto come con un desiderio e desidera appropriarsi del suo oggetto d’amore, ma sotto la sua forma più spoglia, più scarnificata, lontano dalla corpo che non comprende la sua anima: è una donna divisa in due, dechiréè, fatta a brani.
Il nulla di questa mancanza non è sterilità, genera, anzi creazione artistica, non con le cose, ma con la scrittura delle parole, che ha il sortilegio di superarne la opacità, abbandonando il corpo anatomico, il korper , per raggiungere il corpo proprio, il Leib del pensiero fenomenologico husserliano, nel quale anima e carne sono un tutto organico.
Francesca è alla ricerca di questa integrazione vitale del corpo, del quale non perde mai l’orizzonte, usando con maestria il potere del verbum, della parola, perché crede con Lacan che l’inconscio umano sia strutturato come un linguaggio.
Il linguaggio che crea la realtà ha il potere, con un semplice cambio di denominazione, di trasformare il coma, patito realmente da Francesca, nel tentativo di darsi una morte senza fine, a causa dell’amore irraggiungibile per Giovanni, il suo professore, in petite mort, che nel gergo dei Francesi, significa l’orgasmo sessuale.
Piccola morte ovvero il tempo circolare dell’eterno ritorno: toccare il nulla senza morire definitivamente, scendere agli Inferi e risorgere con l’anima fatta di corpo o con il corpo fatto di anima.

5 commenti:

Anonimo ha detto...

Ringrazio tantissimo Vladimiro per il bellissimo saggio-post, che va ben oltre i miei meriti: sono senza parole! Trovo il suo riferimento all'école du regard veramente pertinente e gli confesso che Robbe-Grillet, la Sarraute e Butor sono sempre stati il mio modello, per quanto riguarda la descrizione della realtà materiale e dei corpi umani. Ma, per quanto concerne l'interiorità e il flusso di coscienza, ho sempre tenuto presenti Svevo, Joyce e Proust, pur senza eguagliarli.
Ringrazio anche Patrizia Finucci Gallo, la scuola Stanton e il gruppo di Rosa Stanton per tutto quello che hanno fatto e stanno facendo per me. Grazie, grazie di tutto cuore!
Francesca Falchieri

Katia Ceccarelli ha detto...

Dotta e coinvolgenete recensione di Vladimiro. Tanti complimenti a Francesca, donna di una sensibilità aggraziata.
Permettetemi una delle mie "punture": Francesca, perché ti hanno scritto il titolo in bianco su figura bianca? Sob!

Anonimo ha detto...

La sensazione che ho ogni volta che leggo un post di Vladimiro è quella di essere dentro ad un labirinto. Nella diperazione di non trovare un'uscita una mano calda e accogliente si avvicina per indicarmi la strada. Vladimiro è la mano accogliente che indica la strada della conoscenza delle relazioni e dei collegamenti tra le cose. Per quanto riguarda Francesca, tema del post, volevo dire che nella sua ricerca di non-corpo, è riuscita ha trovare un corpo eterno, che non muore mai, seducente tanto quanto o forse più di un corpo sinuoso, un corpo che esprime per donare piacere: il corpo della parola.
Grazie
Amelia

ha detto...

Bello questo post di Vladimiro, l'ho trovato mlto intenso forse perchè conosco Francesca alla quale auguro che questa Petit Mort porti una nuova rinascita e tutto il successo che si merita.

Maddalena ha detto...

Che bella la definizione del corpo fatta da Amelia: il corpo della parola!

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