lunedì 21 gennaio 2008

LA DOLCE VITA DI LUDOVICA


FASHION AND THE CITY
a cura di Ludovica Falconi


Un abito ha la capacità di raccontare la nostra storia, decretare il nostro grado di sviluppo permettendoci di intuire i nostri bisogni latenti: materia e forma si caricano così di aspetti estetici e simbolici spesso sottovalutati.
Nell'abito, infatti, si condensano diverse funzioni: quella pratica legata alla vestibilità, quella estetica
legata al gusto dell'epoca e ai canoni specifici delle diverse comunità, per lo più tramandati di generazione in generazione, e quella simbolica dove l'abito può definire l'appartenenza ad una particolare comunità, identificare lo status sociale, civile e religioso.
Il milieu, l'ambito culturale
in cui l’individuo vive o è stato educato, le persone o istituzioni con cui interagisce, divenne il nuovo protagonista della ricerca letteraria ottocentesca, strappando il potere decisionale all’individuo a cui non restava che imparare a decifrarne i complicati meccanismi per non rischiare di esserne fagocitato passivamente.
Non è un caso che sia questo il secolo delle scoperte e dell’istaurarsi di un nuovo ordine sociale che rompono definitivamente con un passato dai ritmi lenti e reiterativi che cede il passo alla velocità tipica dell’urbanizzazione. La città diventa il fulcro della vita dove tutto nasce e muore.
La ragione che illumina l’individuo cede lentamente alle ragioni dell’ambiente sociale in cui vive, la sua soggettività è sempre più condizionata dai complicati meccanismi umani che governano l’ambiente urbano.
Come i personaggi di Balzac, Hugo e Stendhal subiscono la forza di un ambiente non solo fisico ma anche sociale, noi, nel momento in cui scegliamo un abito siamo naturalmente influenzati dal nostro paesaggio.
Dunque l’ambiente in cui viviamo è responsabile delle nostre scelte e portatore di significati, simboli e identità.
La società da sempre vive di simboli e status che sembrano autogenerarsi e autoaffermarsi, mai come oggi, in una società che si nutre di esteriorità, si sente la pressione derivante dall’esigenza d’accettazione che un ideale di perfezione fittizia in continua evoluzione.
La conoscenza del tessuto sociale è quindi indispensabile per non cedere all’ultima tendenza spinti unicamente dall’euforia di condivisione collettiva, e per adeguarsi si al conformismo cittadino, ma con senso critico e lucidità.
Chi vive una caotica Roma non potrà che portare dentro di se la sua decadente bellezza, diversa dall’estetica più austera e moderna di Milano o da quella passionale e contraddittoria di Napoli.
La nostra capitale è spesso vetrina di ostentazioni sia materiali che corporee, dove nel peggiore dei casi convivono allo stesso tempo “falsi d’autore” e inguini in bella mostra: l’apoteosi di un kitsh ingenuo e non consapevole che Susan Sontag riconoscerebbe come camp.
Londra col suo spirito ribelle non si scompone nel vedersi popolata dalle bizzarrie vestimentarie dei suoi ragazzi o da quelle delle anziane signore in total look dagli improbabili colori.
I nostri concorrenti parigini, invece, vanno dal très chic al vraiment bizzarre con la noncuranza di chi si sente al centro del mondo.
Da come è vestita una città se ne può capire il grado d’industrializzazione e di ricchezza, la sua storia ed i suoi limiti: ognuna avrà strade animate da personaggi molto diversi che andranno a formare un catalogo ambulante di significati, di tipi umani e sociali.
A San Paolo, dove convivono la povertà più degradante e il lusso di pochi, bambini scalzi chiedono l’elemosina davanti al finestrino di una limousine.
Tokyo poi ama l’Europa e le sue griffe, quasi idolatrando il frutto di un’estetica così diversa per tradizione e per natura, che sempre più spesso viene scelta anche attraverso il bisturi.
A differenza del cosmopolitismo illuminista che traeva origine dall’esigenza di arricchimento nell’altrove,nel diverso, la globalizzazione sembra stia trasformando le metropoli in “non luoghi”.
Andrea Branzi parla di come la metropoli ibrida degli anni ’60, caratterizzata dalla giustapposizione di diverse realtà che convivono senza mischiarsi, si sia trasformata nella metropoli generica degli anni ’90 dove la moltitudine di varianti a disposizione, ma a basso livello d’identità, non ha fatto altro che generare appiattimento.
La moda col suo potere anticipatorio è già stata inghiottita da questo processo, e questa società vestita di linguaggi sociologici e antropologici, sembrerebbe correre il rischio di estinguersi a favore dell’uniformità.
Sembra ma non è così: se si è scoperta la formula della clonazione non vuol dire che il dna che rende unici luoghi e persone possa essere omologato.
La moda che è espressione dell'anima umana e della sua creatività non può morire; può sempre, invece, come fece la mitica Fenice dalle sue ceneri, risorgere e volare ancora più in alto.

8 commenti:

Ile ha detto...

Ciao Federica, mi è piaciuta molto questo tuo escursus storico sulla moda, sui modi di vestire della gente che viene influenzato anche dall'ambiente in cui vive.
Credo che la moda non possa morire anche perchè con essa significherebbe che potrebbe finire la creatività e la fantasia dell'uomo!!! O mi sbaglio?

Ile ha detto...

Ciao Federica, mi è piaciuta molto questo tuo escursus storico sulla moda, sui modi di vestire della gente che viene influenzato anche dall'ambiente in cui vive.
Credo che la moda non possa morire anche perchè con essa significherebbe che potrebbe finire la creatività e la fantasia dell'uomo!!! O mi sbaglio?

maggie ha detto...

ciao Ludovica! Anche a me è piaciuto molto il tuo post...soprattutto il confronto tra le diverse città e i diversi stili...mi piace l'idea di portare addosso un po' della "mia" Bologna...

Maddalena ha detto...

A me la moda piace quando è molto personale, cioè risente di tutto, ma non del clichè dello stilista.

Anonimo ha detto...

Ma tu sei una modella? Se quella della foto?

Giuseppe

Ludovica ha detto...

La creatività, il tocco di personalità deve notarsi sempre, anche quando indossiamo la massima semplicità. Una certa Chanel insegna..

Ludovica ha detto...

Ciao e grazie a tutte!
La moda è una chiave di lettura del nostro tempo, delle nostre emozioni e poi è vero Maggie si tratta proprio di portarsi addosso un pò della propria città.
Se sono stupende come Roma e Bologna ancora meglio..

Ludovica ha detto...

Comunque non sono la modella!

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