lunedì 7 gennaio 2008

C'ERA UNA VOLTA LA FAVOLA





a cura di Roberto Bianchi

L’educazione è antica quanto l’uomo. Quando ancora all’umanità era sconosciuto l’uso del fuoco e si viveva nelle caverne, lavandosi con la saponaria e curandosi con erbe e bacche, già i piccoli imparavano il mestiere emulando i padri e le bambine imitavano le mamme. Da secoli e secoli si auspica di non emarginare i meno fortunati. Sono tanti gli esclusi dalla società di oggi: gli emarginati. La civiltà di un popolo si può valutare in base a come vengono trattati e considerati coloro che hanno necessità di aiuto, ecco allora la favola di questa volta ispirata al messaggio di accettazione dl prossimo, per andare oltre ciò che appare dal di fuori e comprendere le ricchezze che tutti custodiscono. Per quanto riguarda la tecnica narrativa evidenzio questa volta, come il fanciullo riesca a fruire beneficio dalla fiaba in quanto essa comunica con lui attraverso i canali della fantasia e dell’immaginazione, parla insomma un linguaggio a lui comprensibile, ma per garantire al giovane la possibilità di sentirsi sempre sicuro, occorre puntualizzare bene il significato del famoso C’era una volta… ovvero della necessità di collocare sempre il racconto in un tempo remoto, in un paese lontano, in un’epoca sconosciuta come si potrà notare nell’incipit della narrazione che segue:

Nel Giardino incantato, dove i cuori sono sempre felici e gai è eterna primavera. I colori sono splendidi in ogni stagione, festeggiano le fate dell’acqua e quelle dell’aria, si recitano scene d’amore e si bevono sciroppi dolcissimi.
Tra i fiori non ci sono esclusioni. Si accettano nella congrega di fraterni amici tanto il rodendo quanto la dalia, l’azalea come il fiordaliso. Non conta il colore, non ha valore l’aspetto, si cerca di scoprire le qualità nascoste di tutti. Infatti quella volta la Rosa regina narrò:

IL TESORO

C’era una volta, quando ancora non si conosceva bene neanche la forma della Terra, erano sconosciuti i popoli dell’ovest e si credeva che il pianeta fosse piatto, uno stregone buono che rivelò:
“Cogliete i frutti i magici e troverete il tesoro!”
C’era infatti al centro della selva un grande albero che tutti chiamavano Il Gran Saggio. Quando qualcuno era preoccupato da un problema, si recava ai piedi del tronco enorme, nel mezzo al bosco e l’albero offriva la soluzione.
“Quest’anno dai rami spunteranno frutti che vi faranno ricchi!” disse lo stregone. Presto giunse il tempo della germogliazione e poi i prodotti dell’albero maturarono.
C’era chi partiva munito di sacche e chi di gerle. Si trafugò ogni ramo e si spogliò l’albero di ogni frutto. Tutti si misero a selezionare il raccolto e fecero marmellate e succhi, conserve e rosolio, puree di frutta e altre preparazioni speciali ma sempre scartando i noccioli.
Tutti avevano le cantine piene degli elaborati ottenuti con i frutti, solo Peco, troppo umile per spingere e farsi avanti non era riuscito a far suo nemmeno un frutto.
“Per te ci sono solo i noccioli!” gli dissero gli altri.
Il tempo passò, si pensò di diventare ricchi facendosi panini con quelle marmellate o mangiando le puree eppure nessuno riuscì a procurarsi alcun beneficio, se non quello del sapore dolcissimo, gustando quelle preparazioni.
“Ma allora dov’era la ricchezza?” chiese il popolo allo stregone.
“Erano i noccioli che voi avete scartato a rappresentare la ricchezza, essi sono d’oro puro!” e Peco, al quale era toccata quella ricchezza gettata al vento da chi si sofferma a guardare le apparenze, scoprì di essere divenuto ricchissimo.

saluti a tutti dal vostro scrivano roberto

10 commenti:

Diomira Pizzamiglio ha detto...

Ciao Roby, Ben trovato!
E' molto bella la tua fiaba, stasera l'ho letta a mio figlio che ha finto di annoiarsi per mostrarsi grande....
Chissà, magari domani andrà a caccia di noccioli....
Un bacio grosso, D.

Maria Cristina Campagna ha detto...

Bella e dolce. La leggerò a mia figlia. Bravo!
Baci

bocconcini.g Francesca ha detto...

Ed eccomi nelle vesti dell'orco cattivo!
Dunque, se si parla di educazione nel senso di insegnare a cacciare, difendersi e quanto altro indispensabile per la sopravvivenza mi sta bene, se invece si parla in senso di e-ducere condurre fuori portare alla luce le regole di comportamente in un contesto sociale più ampio non credo proprio che sia una "educazione" nata con l'uomo!
Direi pure che molti uomini ne sono tutt'ora sprovvisti!
Quanto alla prima fiaba invece:
- i cuori sono sempre felici solo se hanno toccato il dolore, altrimenti quale sarebbe il metro di paragone, l'eterna primavera non è mica auspicabile, tutto quello sbocciare di fiori, che mai porteranno a maturazione i succosi frutti estivi e poi le castane autunnali dove le mettiamo!
Ehm e le fate della terra poverine?
Le scene d'amore si recitano solo o......, spero che le analisi per il diabete in un posto tanto dolce non si facciano!! Mammina è una terra terreificante o per i rododendri che adorano i terreni acidofili e poco soleggiati che poveri piccini devono convivere con le rustiche dalie amanti del terreno ricco di humus e pieno sole e poi ancora le azzalee che oltre tutto non sono altro che rododendri paragonate con il piccolo fiordaliso, si si certo con un suo impacco sa curare un ciclope ma insomma...... vabbè siamo tutti uguali ma poi a conti fatti mica è vero!!!
Francesca bocconcini.g@libero.it

Diomira Pizzamiglio ha detto...

Cara Francesca, pur esendo d'accorso col fatto che gran parte degli uomini siano sprovvisti di educazione, non sono affatto d'accordo sul resto.
Come ogni genere lettarario anche la fiaba ha le sue regole, il bene e il male si identificano a simboli ancestrali....., non sto a continuare perchè puoi tranquillamente documentarti in rete.....Posso comprendere che il genere possa non piacere, ma tracciarlo così.....
tieni conto che spesso la lettura delle fiabe viene usata come terapia psicoanalitica in soggetti adulti.
Documentati e poi ne riparliamo con Roberto in un confronto più ampio e maturo.
A presto D.

francesca (bocconcini.g) ha detto...

Vedi Diomira, io che mi dibatto e ripercuoto ogni giorno l'indifferenza che mi scivola accanto, in falsi sorrisi di circostanza, con lupi travestiti da dolci pecorelle, dove i conigli corrono, corrono con orologi scintillanti nella costante rincorsa del meglio apparire, dove rospi viscidi non sono altro che esserini privi di personalità, dove i giardini fioriti spesso la notte si trasformano in fetidi luoghi dove consumare veloci, pagati amplessi, non sono altro che una donna che adora scherzare, amare, giocare e vive e legge le fiabe con lo spirito critico di chi non vuole soccombere mai alla facile morale imposta da altri.
Quindi con ciò voglio farti capire che non sono priva di sensibilità affatto ma forse ho uno spirito critico un tantino troppo acceso e probabilmente più che incarnare l'orco cattivo incarno da sempre la mia amata ed insuperabile Mafalda.
Francesca (bocconcini.g@libero.it)

Anonimo ha detto...

E' un bellissimo blog, complimenti a tutte e in particolare a questa rubrica. Le favole, non le ricordavo più dall'infanzia, che bella scoperta.

Michela Tondini

Diomira Pizzamiglio ha detto...

Cara Francesca, io adoro Mafalda e capisco la tua vogli di ... smascherare le fiabe.
Ma ca...o non toccatemi cenerentola e quel f... principe azzurro, perchè anche se razionalmente non ci credo (?), in fondo in fondo ci spero.
E questo è da defi...., ma che ci vuoi fare.
Le fiabe curano l'anima ... e se al momento opportuno tiri fuori Mafalda, non ci sono effetti collaterali.
Un bacio D.

bocconcini.g ha detto...

Ben detto Diomira!
Quindi oggi con negli occhi ancora il mare scintillante, il sole che sui monti sorgeva, rosso e splendente, con i miei venti gatti ronzanti e mio figlio sempre urlante per il mio ritardo costante ti abbraccio come Heidi felice ed esultante.
Un bacio Francesca.
PS: sono solo pazzerella :-)

Diomira Pizzamiglio ha detto...

...Ma molto molto simpatica.
Bacio, D

roberto bianchi ha detto...

un baci grandssimo a michela tondini e diomira, ma uno anche a francesca, proprio dietro di me, qui alla scrivania dove lavoro c'è il poster della mitica mafalda

roberto bianchi

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