mercoledì 11 luglio 2007

BRICIOLE D'ESTETICA

Un'esperienza di matriarcato
a cura di Vladimiro Zocca

Parlando con Monica, autentica figlia sarda dell’Ogliastra, in margine a un convegno sui diritti delle donne in Marocco, in Iran e, in generale, nei paesi islamici, ho trovato conferme concrete sulla persistenza di costumi e di comportamenti matriarcali nell’area mediterranea, soprattutto in Sardegna, terra da me amata e periodicamente frequentata. L’occasione mi ha richiamato alla mente ricorrenti conversazioni con amiche di Sassari che mi hanno fatto sfiorare il fondo misterioso e affascinante di sensazioni maternali, meravigliosamente protettive, nascoste nel profondo della mia infanzia.
Emozioni, più che sensazioni; le avevo occultate inconsapevolmente in una fase della mia vita di ragazzo sulla riva mantovana del Po, dominata da valori tipicamente maschili o, comunque, patriarcali. E’ in quel pezzo di pianura, percorsa da un fiume tipicamente maschile, che, dalla mia condizione di mancino ero diventato, giocoforza, ambidestro, assopendo la parte femminile del mio cervello.
Ma, da un po’ di tempo, la ritrovata consapevolezza del mio essere sinistro, mi ha fatto superare, nella memoria delle emozioni, quella linea d’ombra che, da tempo immemorabile, divide i sessi nei due tradizionali ordini simbolici opposti di maschile e di femminile. Allora, sono risalito al periodo della mia infanzia, alimentato dalle grandi madri che mi hanno curato nella terra di mare ai piedi delle aspre Alpi Apuane, la versiliana Massa, un frammento di meridione mediterraneo incastonato tra Liguria e Toscana, dove il mare riprende il maternale genere femminile del mondo classico greco-latino.
Le grandi madri che mi accudivano, tutte e tre con lucidissimi capelli corvini, erano la piccola nonna Ines dalla pelle olivastra, che aveva generato mia madre, non aveva mai voluto sposarsi e faceva la ciabattina in una sua piccola bottega, e le due prozie Calliope e Maria, delle quali la prima, alta, bella ed eternamente nubile, aveva una ruvida voce stentorea; la seconda, ex soubrette di varietà, piccola e carina, dal carattere frizzante ma dolce, che si era accompagnata ad un antiquario di Firenze, sposato solo in punto di morte.
Nella grande casa in piazza Martana, ricca di colori a tinte forti, di suoni e di odori inebrianti, sotto il mediovale castello Malaspina, il posto più popolare e, forse, più anarchico della città, ho succhiato da una mamma, figlia illegittima, il latte mescolato ai sapidi ingredienti del matriarcato. Matriarcato come recinto esclusivo ad alta intensità di femminilità, dove la libertà delle emozioni regnava sovrana, in una condizione protetta di grande equilibrio e di inesauribile creatività. Non vi si avvertiva presenza maschile, eccetto quella dei bambini. Solo qualche anziano congiunto, non meglio identificato, spesso avvinazzato, appariva fugacemente, ma ridotto subito all’ordine. La nonna Ines mi raccontava storie che affondavano le loro radici in un remotissimo tempo indoeuropeo e mi cantava canzoni napoletane del primo ’900; la zia Calliope elaborava, in un’ampia cucina dall’oscuro camino, al riparo da presenze indiscrete, piatti sublimi con saporitissimi pesci conosciuti solo da lei.
La zia Maria mi iniziava alla conoscenza deliziosa di profumi raffinati e al piacere di oggetti e di gioielli dalla rara fattura; mia mamma, era appunto la mamma, una piccola madre, giovanissima, che mi portava sempre in giro con sé nei luoghi più misteriosi della città e al cinema, a vedere films americani degli anni ‘40. Costante, per le stanze, attraverso la rammemorazione delle tre sorelle, aleggiava, pieno di fascino e di mistero, lo spirito della sorella maggiore, Corinna, morta prima che io nascessi, donna di incredibile bellezza, della quale rimiravo un grande ritratto fotografico color seppia, sfumato sullo sfondo bianco.
Era l’unica che si era sposata, ma, presto, era stata abbandonata con due bambine piccole dal marito, un anarchico rivoluzionario che era dovuto fuggire in Francia per aver accoltellato e gettato in acqua un caporione fascista che gli aveva sbarrato provocatoriamente la strada sul ponte principale del Frigido, il fiume della città. La parola era la grande risorsa patriarcale di questa famiglia al femminile. Io allora parlavo pochissimo, ma ero immerso con le mie orecchie a sventola ben tese nel complesso e labirintico universo, apparentemente superficiale e senza meta, delle chiacchiere di quelle donne. Un mondo della comunicazione creativamente obliquo, il cui codice segreto ha sempre permesso alle donne, fin dalle origini del tempo, di superare gli interdetti del potere maschile.
Ecco, ricollegando quelle “chiacchiere”, ricche di infiniti sensi arcani, alle conversazioni con Monica e alle discussioni con le mie amiche sassaresi, per un attimo ho avuto la percezione, forse illusoria, di risalire alle sorgenti del potere delle grandi madri che, ora ne sono certo, si annida, ancora oggi, nei recessi più impensabili delle coste bagnate dal Mediterraneo. Un potere che percepisco fondato su leggi non scritte, quelle rivendicate nel mito tragico dell’ Antigone di Sofocle. Un potere carico di sortilegio, animato dall’emozione della libertà nei sensi dell’equità. Il suo linguaggio è criptico, sconosciuto ai più; ma, una volta scopertine le tracce e i segni, può costituire il punto di partenza creativo per raggiungere una nuova consapevolezza, quella che rivela artificiosa la divisione biologica e socio-culturale in due soli sessi degli esseri umani che vivono in questo mondo, a molti di noi, soprattutto ai maschietti come me.

4 commenti:

antonella ha detto...

Ma che carino!

Maddalena ha detto...

Che bello che un uomo non si vergogni di avere una parte femminile.

Vladimiro ha detto...

Grazie a tutte, ma la mia parte femminile è una risorsa che mi ha dato grandi soddisfazioni. Parlare di temi femminili sul filo della memoria mi permette di affrontare in modo più piacevole un aspetto della cultura attuale che spesso si trova ad essere irrigidita da stereotipi dei quali non se ne può più

vi bacio

antonella ha detto...

Vangelo!

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