sabato 13 giugno 2009

Di mamma non ce n'è una sola



Sin te(s)tas
a cura di Anna Grazia Giannuzzi


Sono giorni talmente densi che sembrano anche bui, ma non lo sono.
Gli avvenimenti si sono succeduti e non ho avuto molto tempo a disposizione per riflettere.
La cosa più importante è che è finito l’anno scolastico e ce l’abbiamo fatta: considerato che ho studiato anche io, posso usare il plurale.
La cosa più divertente è stata il seminario sull’adolescenza con uno psicologo che ci ha ripetuto fino alla noia “basta con la tetta”.
Sì, un modo per dire che dobbiamo lasciar crescere i nostri ragazzi e cambiare il modo di fare le madri: basta correre sempre in soccorso. Stare accanto va bene, ma a guardare, che se la cavino da soli. Ora posso dirlo anche io basta con la tetta. Aleja mi ha chiesto finalmente di attaccarsi al seno: abbiamo riso fino alle lacrime perché mi faceva il solletico, e come al solito non ero preparata alla sua richiesta. Ha succhiato per un po’, poi mi ha coperta in un modo molto premuroso e mi ha chiesto: se te lo chiedo domani lo facciamo un altro po’? Ho detto di sì, sperando in cuor mio che non me lo chiedesse davvero una seconda volta.
Ed effettivamente non lo ha fatto.
Erano mesi che non faceva altro che toccarmi il seno, abbassarmi le maglie e sbottonare le camicette. Ero preoccupata, adesso che stiamo per partire per il mare: già mi immaginavo improvvisamente denudata da mia figlia in mezzo alla spiaggia. Invece anche qui posso dire ce l’abbiamo fatta.
Un’altra cosa importante che ha detto questo psicologo è “non si butta via niente, della vostra storia non si butta via niente”. A me questa frase è entrata nelle ossa. Mi ha letteralmente rimessa in piedi, dopo che Fanny a colazione, qualche giorno prima del suo compleanno, mi ha chiesto se sua madre – quella biologica – secondo me stava pensando a lei e si ricordava il giorno in cui è nata.
Le ho detto che le madri non dimenticano mai nulla che riguarda i loro figli. Lei mi ha chiesto come era vestita l’altro anno, il giorno del suo compleanno. Io non lo ricordavo. Lei ha fatto una smorfia come per dire, hai visto, non sei poi una madre così buona? Ma poteva anche voler dire: perché mi racconti palle? In effetti era una cazzata di risposta.
Ma io ero un po’ ferita. Pensavo: già, forse sarebbe stata meglio lei, se avesse potuto, se avesse saputo, se la vita le fosse stata meno ostile o se non si fosse arresa.
Ecco, tutta qui la differenza. Io non mi arrendo. E faccio la madre. Sua madre. E io dico fesserie, ma non mollo, vorrei essere perfetta, ingenuamente penso che sia questo quello di cui ha bisogno. Invece ha solo bisogno di una donna accanto, che le faccia vedere come amano, sbagliano, rimediano si disperano e sono felici le donne.

In Università hanno distribuito dei volantini contro gli studi sulle differenze di genere, i transessuali, le pari opportunità, l’uso del preservativo quale strumento di protezione dal contagio di malattie a trasmissione sessuale e AIDS e quelle persone che parlano di genitorialità e di adozione come se fosse un diritto da rivendicare e superano i confini del naturale, della famiglia tradizionale. E altre amenità. Hanno buttato tutto nel pentolone. Alcuni argomenti si riferivano a seminari ed eventi di quest’anno, altri al corso di studi di genere dello scorso anno dove io ho portato una presentazione di power point dal titolo How babies and families are made, e lì ho proposto le mie destrutturazioni dei concetti più cari ai conservatori, famiglia, procreazione, naturale, e giù di lì. Potete immaginare la mia prima reazione: scendo e se incontro quelli che li distribuiscono li picchio proprio tanto, tanto in galera posso scrivere ed usare internet ed i miei articoli li mando dalla prigione. Poi sono tornata in me. Mi sono ripetuta love and peace e sto maturando una seria vendetta.
Ho scoperto una filosofa svizzera che si chiama Ina Pretorius e uno scrittore che si chiama Eduardo Galeano e una poetessa che si chiama Anne Sexton.
Ho già i miei compiti per le vacanze.

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