giovedì 4 giugno 2009

DOMINO CAFFE'


Come un ago in un pagliaio
a cura di Polly

Scrivere un romanzo e pubblicarlo per molti di noi è la realizzazione di un sogno, e il raggiungimento di un traguardo.
Poi, giusto il tempo di riprendere fiato e ci si rende conto che siamo solo arrivati alla fine della prima tappa, e che non si tratta affatto della fine di un viaggio. E’ l’inizio. Un bellissimo viaggio ma non privo di insidie e, soprattutto, incognite.
Chi pubblica dovrebbe per prima cosa chiedersi: perché ho pubblicato? Perché scrivere e pubblicare sono due cose molto diverse. Possiamo scrivere per noi stessi, per pochi amici, lasciare il manoscritto in un cassetto e distribuirlo solo a chi vogliamo noi. Ma se pubblichiamo, scriviamo per tutti. Anche per chi ci sta antipatico e magari ci leggerà solo per criticarci, anche per le persone che in fondo non vorremmo leggessero ciò che abbiamo scritto. Non possiamo fare una cernita, mettere un filtro. Una password.

Se pubblichiamo, significa che vogliamo che le persone, più persone possibili, ci leggano. Mi sembra un concetto talmente ovvio che non mi sarei neanche sognata di esplicitarlo, se non fosse che mi sono resa conto che per qualcuno non è poi così scontato, e che quel “volere” implica un atteggiamento “attivo” a cui non sempre si pensa.
Un atteggiamento che parte, di nuovo, da alcune domande: che cosa possiamo fare, per raggiungere più persone possibili? Basta essere presenti sullo scaffale di una libreria?
La risposta a me viene data quando entro in uno di quegli affascinanti luoghi di tentazione. Un tempo, da lettrice, provavo solo piacere misto a una strana voglia di sapere e conoscere. Ora, da lettrice e autrice insieme, a ciò si aggiunge qualcosa di molto simile allo “sgomento”. Di fronte a quegli scaffali stracolmi, di fronte ai molti, moltissimi nuovi romanzi in evidenza, penso: perché una persona che, se si è fortunati, entra per acquistare un volume, dovrebbe scegliere proprio il mio? Io so che cosa contiene, che cosa offre il mio romanzo. Ma l’avventore che molto probabilmente è alla ricerca di qualcosa di specifico, qualcosa di un autore che ha già letto, qualcosa che gli è stato consigliato da un collega o da un amico, non lo sa. Non si fida del mio nome perché non lo conosce. E nel tempo che ha a disposizione, quanti scaffali riuscirà a passare in rassegna? Quante copertine riuscirà a guardare? Quante sinossi avrà voglia di leggere?
L’altra sera la mia amica e curatrice Virginia ed io parlavamo delle fascette con i numeri di copie vendute e dei “casi editoriali” che sbucano come funghi in una stagione molto piovosa. E siamo arrivate alla conclusione che la maggior parte sono molto probabilmente delle … mi passate il termine ‘bufale’? E che si tratta semplicemente di un nuovo strumento di marketing – lo dico con tutto il rispetto che ho per il marketing - che i grandi editori hanno trovato per contrastare la sproporzione tra il poco tempo e il limitato budget dei potenziali lettori da un lato e l’enorme offerta del mercato librario dall’altro. “Fidati, mi hanno già letto 100.000 persone. Non possono mica essere stati 100.000 cretini”. Questo ci dicono, le fascette. E noi, fiduciosi, portiamo il volume alla cassa.
In realtà, non siamo in diretta concorrenza con i libri delle veline e dei calciatori. Siamo in concorrenza con i molti, moltissimi romanzi simili ai nostri che costituiscono una scelta talmente vasta da dare le vertigini. Siamo una pagliuzza in un pagliaio. E di quelli grandi e disordinati.
Non ho una lunga esperienza alle spalle, come autrice. Ma quel poco di esperienza che ho è sufficiente a farmi sorridere, quando vedo un nuovo autore che pensa che essere presente in libreria equivalga a vendere il proprio libro. Il nostro nome è sconosciuto, in libreria. E a meno che non si abbia la fortuna di imbattersi non solo in un grosso editore, ma in un grosso editore che abbia la forza, e soprattutto l’intenzione, di trasformare quel nome sconosciuto in uno che risuona in ogni vetrina di ogni libreria d’Italia a suon di fascette, l’unica ricetta possibile mi sembra quella di cominciare da chi quel nome l’ha già sentito, da chi quella faccia l’ha già vista. Chi potrebbe essere interessato a comprare un romanzo scritto da Monica Lombardi? Chi Monica Lombardi la conosce, e vuol capire perché le è venuto in mente di scrivere, e vedere con i propri occhi che cosa ha scritto.
Qualcuno potrebbe trovarlo un approccio provinciale, o riduttivo. Io credo che sia l’unico possibile. Perché con ogni persona che apre il vostro libro e si addentra oltre alla pagina del titolo avrete conquistato un nuovo lettore. Una persona in più, oltre a voi, che sa quello che avete fatto, e come lo avete fatto. E ne potrà parlare con altri, in un sistema di passa-parola che può allargarsi a macchia di leopardo.
Credo che tutti abbiamo visto Indiana Jones e i Predatori dell’Arca Perduta. Jones ha trovato un oggetto che ritiene unico e straordinario. Vi ricordate che fine fa l’Arca, nell’ultima scena del film? E’ in una cassa, e con il lento zoom out con cui si chiude la celebre pellicola ci rendiamo conto che si trova su una pila di casse, in un gigantesco magazzino pieno di montagne di casse. Questo è il nostro romanzo se noi pensiamo che pubblicarlo sia il traguardo finale. Parcheggiato su uno scaffale, o abbandonato in qualche scatolone.
Credete nel potenziale della vostra storia? Credete che possa offrire più di altre che riempiono le librerie? Rendetelo “pubblico”. Raccontatelo. Comunicatelo.
Fate in modo che altre persone vi credano.

4 commenti:

Katia Ceccarelli ha detto...

Per farsi apprezzare nella scrittura come in altri campi occorre che qualcuno di "autorevole" dica che "sei bravo". Allora tutti si accodano e partono le recensioni. Il problema è che nessuno ci vuole mettere la faccia per primo.

Anna Grazia Giannuzzi ha detto...

Che sentenza definitiva ed inappellabile!

Al momento il mio più grande successo editoriale consiste nel riuscire a trovare una volta a settimana mezz'ora per me e scrivere, non solo guardare il pc o il foglio.

Sicuramente il libro deve essere scritto prima che in un editore nasca l'intenzione di farne un caso editoriale. E deve essere scritto bene, o almeno deve essere il libro giusto al momento giusto. Se quest'ultimo aspetto mi appare giocare al lotto e vincere, il primo mi sa che dipende da me e, magari, anche dalla voglia di farcela, che innesca tanti meccanismi ed apre tante opportunità.
Al momento sono una felice lettrice di Alicia Giménez-Bartlett ed una fan della sua poliziotta Petra Delicado: vale la pena di movimentare cassse e scaffali alla ricerca.

Diomira Pizzamiglio ha detto...

Grazie!
Hai ridato la giusta dimensione e valore di un libro.

Virginia ha detto...

Ah, come è difficile sopravvivere con onest... Visualizza altroà e coraggio e abnegazione nel mondo strampalato e incartapecorito dell'editoria! Piccoli autori, piccoli editori, piccoli lettori.
Siamo piccoli, un po' spauriti, un po' illusi, magari disillusi, forse sprovveduti, pieni di sogni a metà strada tra la piscina hollywoodiana e la baracchetta dell'eremita. Siamo pronti a prenderci un pezzetto di gloria, un omaggio dal salumiere che è un nostro fan, una pacca sulla spalla dal critico di turno che ci guarda con sospetto e magari un po' di commiserazione. Siamo pronti a sfidare i mulini a vento. A tirare i remi in barca se serve e rimanere in attesa di un qualche miracolo. Siamo anche pronti ad attrezzarci per farlo noi il miracolo.Siamo creta nella mani di qualcuno o pezzi di granito che non pul essere scalfito. Siamo piccoli ma ciò non significa che siamo invisibili o che non contiamo nulla. Siamo piccoli quanto basta a far sentire la nostra voce. Anche nella giungla delle fascette color pastello.

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