martedì 30 settembre 2008

Di mamma (non) ce n'è una sola

Cronache allucinate
a cura di Anna Grazia Giannuzzi.

Cronaca allucinata numero uno.
Lago, quest’estate, con le mie figlie e mio marito. Stiamo prendendo il sole e le più piccole fanno amicizia con un ragazzetto, il cui padre ha portato con sé un vero e proprio baule pieno di palloncini da gonfiare, cappelli matti ed altri capi da travestimento, nonché vari giochi di intrattenimento per bambini. E’ un’artista di strada ed improvvisa un piccolo show sulla spiaggia. Le mie figlie partecipano con sincero divertimento e vengono pure chiamate a fare da “assistenti”. Mi si chiede insistentemente da dove veniamo, io rispondo da Trento.
Ad un certo punto il comico invita i bambini a chiedere soldi ai genitori, ad insistere per il numero del bancomat e per la carta di credito. Infine conclude brillantemente:
- E se non ve la vogliono dare, vi dovete preoccupare, non siete figli veri, non vi vogliono bene…forse…siete stati adottati!
Le mie figlie urlano in coro: - Nooooo!!! – e per fortuna ridono. Per loro la comicità dell’affermazione nasce dal fatto che non può essere vera. Io improvvisamente desidero di poter girare armata e con licenza di uccidere. Al termine dello spettacolo chiedo all’artista di strada il biglietto da visita e gli domando se è disponibile a fare uno spettacolo per l’Associazione di Genitori Adottivi e Preadottivi (AGAP) della quale faccio parte. Questa volta ce l’ho fatta ad essere calma ed efficace. Questa volta.

Cronaca allucinata numero due.

Lo sapevate che il padre di Kung Fu Panda è un’anatra, mentre della madre non ci sono notizie? Il giovane Po non condivide il desiderio paterno di rilevare la spaghetteria, tramandata di padre in figlio, vuole diventare un grande guerriero di arti marziali. In una scena importante, verso la fine del film, il padre dice al figlio che è arrivato il momento di confessargli un segreto. Tutti pensiamo che voglia dirgli – e siamo stupiti che non gli abbia detto ancora nulla, visto che il panda è bello e pasciuto – qualcosa che riguarda le sue origini. Invece gli rivela l’ingrediente segreto della zuppa di spaghetti con l’ingrediente segreto. Ora, io posso capire che per voi questo possa significare poco o nulla del tutto. Per noi genitori adottivi, invece, questo è un passo fondamentale perché sottintende ad una domanda difficile: quando arriva il momento adatto per dire ai nostri figli che sono stati adottati? E come trovare le parole adatte? Come parlarne con naturalezza senza forzature? Un problema enormemente complesso, che una volta affrontato consente anche porre una pietra fondante nel rapporto tra genitori e figli: un rapporto basato sulla sincerità e sul rispetto, oltre che sull’amore reciproco. Se io amo non posso mentire su una cosa così importante, cioè sul fatto che mio figlio/a è stato generato da altre persone che non sono quelle che lo stanno crescendo. Come genitore credo che ci sia il dovere morale di farlo: è necessario che sia io a farlo ed è giusto che spetti a me. Si potrà raccontare come una favola realistica, senza dimenticare che per i figli le avventure più affascinanti sono quelle che vedono protagonisti i loro genitori, e che in ogni avventura che si rispetti ci sono degli eroi, delle difficoltà da superare, degli antagonisti e degli amici fidati che aiutano gli eroi, e poi c’è la soluzione finale. La rivelazione sarà comunque dirompente, perché porterà alla luce il bisogno di accettare quello che è successo e quello che siamo per poter andare avanti insieme, ma è necessaria e terapeutica. I figli ci vedranno come degli esseri umani che hanno sofferto, ma anche come degli esseri umani che hanno superato i loro limiti e soprattutto come quegli esseri umani che li hanno scelti per amarli come figli.
Il tema dell’adozione aleggia, dunque, sul film come nebbiolina crepuscolare, scandito da una serie ripetuta di cose non dette e lasciate immaginare.
La mancanza assoluta di somiglianza fisica tra figlio e padre innesca dubbi e domande, mentre l’incapacità di quest’ultimo di capire la vocazione guerriera del figlio, per contrapporgli la richiesta pressante di proseguire la tradizione familiare e non la propria personale passione, ci riporta nell’alveo dei problemi comuni alla famiglia tradizionale.
Il padre non capisce il figlio e per gran parte del film ci si può chiedere se questo accada proprio perché Po”non è suo figlio”. Il punto è che questo padre adottivo compie un errore tipico delle famiglie basate sul legame di sangue: tu che sei mio, ti ho fatto io dunque sei mio, sangue del mio sangue, come puoi desiderare o essere qualcosa di diverso da quello che è ho pensato per te? Come puoi interrompere questa importantissima tradizione di famiglia sulla quale per me poggia il senso di tutte le cose e del nostro rapporto? Come puoi tradire la tua identità, tu non hai altro significato che non sia quello che hai in relazione alla tua appartenenza. Non lo senti il richiamo del sangue? E se non lo senti che razza di figlio sei?
Nel film Po, ovviamente, si sente in colpa perchè disattende le aspettative del padre e non riesce ad opporvisi efficacemente. Non ha fiducia in se stesso, è un po’ bugiardo e pasticcione, ed incontra ostacoli di tutti i tipi. Ma è un film ed alla fine …...
Lasciate che vi dica che secondo me l’adozione di papà anatra è fallita ed anche il rapporto genitoriale: come è possibile che il genitore sia così cieco su chi è suo figlio? Vedete: un genitore adottivo, poichè l’adozione è pensata e disciplinata per dare genitori a bambini rimasti senza, e non per dare dei figli alle persone che non ne possono generare, non può permettersi di cadere in errori come questi, deve prepararsi, deve decostruire persino il concetto stesso di tradizione familiare, altrimenti non sarà un buon genitore.
Forse dico io, ma non lo so per certo, semplicemente tutti i genitori fanno fatica a capire i propri figli, soprattutto quando danno per scontato che essi debbano riprodurre in meglio e con maggior successo le loro personali aspirazioni e caratteristiche, che siano nati per quello.
Da questo punto di vista Kung Fu Panda non è una storia di arti marziali, né racconta l’eterna lotta tra il bene ed il male, o suggerisce l’importanza di avere fiducia in sé stessi: è un film sulla verità dei rapporti d’amore. Ci vuole molto coraggio e disciplina per esercitarla, molto più di quelle che servono che per sconfiggere il cattivo di turno. Che guarda un po’ è stato adottato anche lui, ma non posso raccontarvi tutto il film. Alla fine il migliore è proprio Po, che ama quel padre che non lo accetta, quel padre cieco e sordo, che non fa altro che parlare di spaghetti per tutto il film e sembra non dare al figlio nemmeno la possibilità di una spalla su piangere per le sconfitte e le delusioni.
Lo accetterà, infine, e vi accorgete che le parole “mi dispiace” erano proprio quelle che stavate aspettando. E più di una volta vi verrà voglia di entrare nel film e di dirgli: senti bello mio, tu sei un’anatra non un’oca, un po’ di cervello lo avrai….
Insomma, se non ci siamo nel momento del bisogno, che ci stiamo a fare noi genitori?

7 commenti:

Maddalena ha detto...

Certo, che io quelli che fanno differenza tra adozione e non proprio non li capisco, ma quanti figli sarebbero stati più felici se adottati consapevolmente piuttosto che generati "a caso" .

Anna Grazia Giannuzzi ha detto...

Sei più provocatoria di me, Maddalena!

Anna Grazia Giannuzzi ha detto...

Sei più provocatoria di me, Maddalena!

Maddalena ha detto...

Ma è la verità, oggi i figli a volte si fanno perchè "ormai è ora, o perchè capitano", quelli che lo scelgono sono sempre meno e i risultati si vedono.

Monica Caboi ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Monica Caboi ha detto...

Boh secondo me si facevano anche ieri un po' cosi' per caso...Alla fine io penso che sia una cosa cosi' grande e terrificante che se non mi capitasse per caso, non so se riuscirei...ci vuole un po' di incoscienza. Ma io non facio testo, le cose definitive mi atterrano... Cque Anna Grazia sai descrivere come pochi le cose che ti capitano, complimenti. Mai pensato di scrivere un libro?

Monica Caboi ha detto...

faccio, ovviamente faccio ...

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