martedì 31 luglio 2007

DI MAMMA (NON) CE N’È UNA SOLA


I sentimenti sporcano
a cura di Anna Grazia Giannuzzi


I figli fanno domande e meritano risposte. Quando arriva il momento, la paura è sottile e tremando ti viene a cercare. Aleja mi guarda come se fossi una cretina quando le spiego che non è cresciuta nella mia pancia.
Già mi tratta come una che non è giusta al 100 %, ma bisogna aver pazienza: è la mamma. Con Fanny è dura ogni volta che mi urla tu non sei la mia vera mamma, quando è arrabbiata con tutto, magari perché l’altra mamma non era come me o perché io non sono come lei. E poi piangendo viene a cercare riparo ed accoglienza tra le mie braccia, chiamandomi mamma, mamma e ancora mamma. Con lei dobbiamo ancora farne di strada insieme.Quando le chiedono di dove sei? Estefani risponde prima che viene dalla Colombia e poi da Trento. A volte mi ha accennato alla mamma cattiva che ero prima, adesso sono più buona. Penso che sia vero, anche se lei non lo intende nello stesso modo, sento che miglioro di giorno in giorno, imparando a fare la mamma.
Io fatico e sorrido, oppure piango anche io. In fondo, le ho volute per dividere la mia vita con loro, e nella mia vita io a volte piango.
A Bogotà ho pianto una volta sola, quando mio marito mi ha telefonato per dirmi che la sentenza non era uscita ed era l’ultimo giorno utile.
La giornata non era iniziata nel migliore dei modi. Nessuno ci aveva chiamato per andare in Tribunale ed ad una certa ora della mattina eravamo stati noi a farci vivi, quasi scusandoci, chiedendo notizie sugli orari di apertura degli Uffici Giudiziari. Ci avevano rassicurati che avevamo tutto il tempo e dopo pranzo erano venuti a prendere mio marito. Quando sono arrivati lì, gli uffici erano già chiusi ed un usciere cortese si è prestato, dietro ricompensa, a verificare i registri delle pubblicazioni di quel giorno: la sentenza non c’era, il nostro nome non compariva da nessuna parte. Era venerdì 21 ottobre 2005 e qualunque fosse la spiegazione dovevamo comunque aspettare il lunedì successivo per conoscerla. L’avvocato cadeva dalle nuvole, il nostro referente anche. Quella volta Fanny mi ha visto piangere e mentire. Le ho detto che era tutto a posto e che ero felice. Lei non mi ha creduto. Mi ha asciugato le lacrime con le dita e poi ha fissato i polpastrelli. Mi ha abbracciato. Credo che mi avrebbe anche soffiato il naso, se glielo avessi permesso.
Non ricordo con precisione come abbiamo passato il weekend. Sicuramente approfittando delle sette ore di fuso orario, abbiamo aspettato che in Italia si svegliassero i nostri amici e gli abbiamo inviato delle mail, chiedendo consiglio ed aiuto. Io ho scritto al mio ufficio chiedendo che cosa fare nel caso in cui il soggiorno all’estero durasse più del previsto. Mi avrebbero risposto qualche giorno dopo, tramite una collega e non in via ufficiale, di mettermi in malattia. La collega mi spiegò che erano tutti sinceramente preoccupati per me ed il suggerimento era per venirmi incontro. Il fatto che io potessi usufruire di apposito congedo senza stipendio per le esigenze dell’adozione internazionale in quel momento lo avevo dimenticato. Nel mio ufficio non lo sapevano.

Mi sembra che fu proprio quel fine settimana che andammo alla Maloka, un museo interattivo per bambini e ragazzi, dove per qualche momento dimenticammo completamente che eravamo stranieri e soli e con delle bambine di cui eravamo responsabili anche, se ufficialmente non erano ancora nostre figlie. Andammo in giro in taxi in una delle zone più belle di Bogotà ed io vidi una borsa di Vuitton bellissima, di quelle che non mi comprerò mai e scoprii una vetrina di gioielliere italiano. Colsi l’occasione per far vedere alle mie figlie quelle cose che mi fanno luccicare gli occhi, e senza considerare che era piena di macchie di gelato, scherzando ma non troppo, ricordai a me stessa che in una delle fasi più difficili della mia vita indossavo una polo di Armani. Mettendomi la mano sul petto ogni tanto mi ripetevo andrà tutto bene, andrà tutto bene, non può essere diversamente.

Il lunedì successivo alle 9 del mattino la sentenza c’era, con la data del venerdì precedente. Insomma, a me che sono burocrate, la burocrazia mi tratta ancora peggio che se fossi un cittadino comune.
Dal giorno in cui che le bambine portarono entrambi i nostri cognomi, come usa nei paesi latinoamericani, tutto ci sembrò diverso.
A me sembrò meno faticoso anche fare il bucato, perché lo facevo a mano: per 52 giorni ho lavato quasi tutto a mano. La lavanderia dell’albergo c’era ed era anche veloce, è molto figo quando una cameriera con la visierina bianca ti riporta sorridendo i vestiti in camera come in un film americano, ma la cacca straripante di Aleja non la pulivano e le macchie di mela sulle magliette nemmeno.
Mentre cominciavo a disperarmi perché non ci saremmo più abbuffati di mango e papaia, non avrei più mangiato tamales, la pizza di Jeno’s con la pina ed il pollo di Kokoriko, e bevuto litri di kumis, ci preparavamo per Halloween. I disfraces, i costumi in vendita erano troppo belli e davvero poco costosi. Fanny voleva un vestito da principessa. Ne ebbe uno in varie tonalità di rosa.
Alejandra fu una splendida e somigliantissima Biancaneve, mentre Estefani volle un costume da Minni con due orecchie nere perfette.

6 commenti:

IleniaF ha detto...

Cara Anna Grazia,
le tue parole regalano sempre delle emozioni davvero forti.
Quando parli delle tue figli sei di una dolcezza incredibile e si denota il grande amore che provi per loro.
Sono state davvero fortunate a trovare te.
Un bacio, Ile.

Anna Grazia Giannuzzi ha detto...

Grazie!
E buone vacanze.

Diomira Pizzamiglio ha detto...

Leggo sempre ciò che scrivi, poche volte ho commentato...
E'- bello - leggerti.
Vi abbraccio tutti D.

Ely ha detto...

Ogni volta mi pare di cogliere una dose in più di dolcezza.
Le tue parole sono piene del tuo coraggio e della tua determinazione.
Anche per me è bello leggerle.
Bacioni
Ely

Anna Grazia Giannuzzi ha detto...

Ragazze, mi farete venir eil diabete. Buone vancanze!

monica p ha detto...

sempre efficace. difficile non commuoversi.
il 27 è stato un anno che siamo tornati e nei tuoi racconti rivivo situazioni e rivedo persone, luoghi....che nostalgia!!! baci Monica P

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