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domenica 8 marzo 2009

OFF#LIMITS

CHATTAMI, Pelouche
A cura di
Diomira Pizzamiglio

La mia cara amica scrittrice, Barbara Zolezzi, veneziana doc, quest’anno ha deciso di darsi alla pazza gioia e di sfoggiare un look accattivante e nuovo.
Lasciati gli abiti scollati intessuti d’oro e decorati con motivi vegetali della Serenissima, ora indossa qualcosa di decisamente più … morbido?
Via il ninzioletto, le trine e i merletti, è scesa in piazza scendendo dalle vertiginose zeppe che indossava sotto le ampie gonne in seta.
Sì perché, per chi non lo sapesse, le alte e vertiginose zeppe che consentivano alle dame di camminare solo se sostenute da due aiutanti su entrambi i lati sono frutto dell’originalità nata nella Serenissima Repubblica.
Insomma, per farvela breve, Barbara ha mollato la gondola e, istigata dall’amica scrittrice Simonetta Biserni, ora naviga in chat-line mascherata da Pelouche !!!
E, come se non bastasse ha deciso festeggiare in rosa la festa della donna.
Barbara cara, che balzo nel futuro!
Barbara Zolezzi è nata al Lido di Venezia, dove risiede, ha pubblicato con editori quali Sonzogno, Mondatori, Hobby & Work. E’ scrittrice di romanzi gialli storici e con la Casa Editrice Ibiskos è stato pubblicato il primo giallo storico ambientato nella Venezia Rinascimentale, alla fine del Cinquecento: l’Avogador. Vincitrice per due volte del Premio ‘Gran Giallo’ al Mystfest di Cattolica, inserita nell’Antologia KILLERS & CO edizioni Sonzogno, dove sono raccolti gli inediti dei migliori giallisti italiani.
Chattami, Pelouche è il nuovo libro di Barbara Zolezzi che uscirà a fine
marzo in libreria.
Chattami, Peluche è una storia che ripercorre due temi ormai dilaganti dei giorni nostri: la separazione e la chat.
Verbena è una giovane donna con un grande sogno: volare.
Poi un brutto incidente e la conseguente riabilitazione le impediscono di vivere il suo sogno, ma per fortuna con lei c’è Cesare, il marito palestrato.
Un giorno Verbena, tornata a casa dopo un breve soggiorno a Milano dai suoi genitori, entrando in quella che fino a ieri era la sua casa, a stento la riconobbe come propria: i suoi mobili non c’erano più, al loro posto “una nuvola nera”.
I preziosi mobili della sala acquistati da un antiquario erano stati sostituiti da mobili nuovi in stile rigorosamente nipponico; un desiderio a cui Cesare non aveva saputo resistere.
Così come non aveva saputo resistere a confessarle che ora nella sua vita c’era un’altra persona; poi una sera si trasferì.

Il fallimento di un matrimonio, la solitudine di un letto vuoto, la difficoltà di ritrovare i punti cardinali della propria vita; in una parola: ricominciare.
Verbena 81 Loving, detta Pelouche deve ricominciare, ma da dove?
E, con chi?
Aginulfo, detto Agi.
Eraclito.
Axel.
Topo Grigio.
Luchino, detto Paco. (El Che)
Barone, detto Baro, Baro.
Artù.
Linus.
Antonio.

Chattami, pelouche è un bel romanzo che piano piano prende quota e si libera sopra le nuvole scorrendo via leggero in un soffio, morbido e rosa.
Le notti insonni di Verbena diventano notti calde di speranza.
La rete di Internet, la chat con i suoi personaggi coinvolgentì e audaci … la web-cam per mostrarsi o mascherarsi e aggiungere quel pizzico di sapore e curioso voler sapere, ops … vedere.
Divertente e divertita Verbena è capace di mostrare il lato ironico e lascia spazio al sorriso, oltre che ad una commossa riflessione.

Ritornerò ancora a parlarvi ancora di Chattami, Pelouche, non appena sarà in libreria con tutte le informazioni per l’acquisto e … molto altro ancora.
Alla prossima, dunque.

sabato 26 aprile 2008

4BIT@BAR


Intervista ad Alberto Ardizzone
A cura di Roberto Scano
Questa volta entriamo a scuola, ed incontriamo Alberto Ardizzone uno dei "paladini del Web accessibile" nelle scuole. Grazie al suo entusiasmo ha trascinato in questa battaglia oltre 150 scuole lombarde, divenendo un esempio di diffusione della cultura verso l'accessibilità "a costo zero".

Caro Alberto, innanzitutto complimenti per l'ottimo lavoro che stai coordinando per quanto riguarda l'accessibilità. Puoi spiegarci cos'è "Porte Aperte sul Web" ?
Porte aperte sul web nasce nel 2003 come progetto dell’Ufficio Scolastico per la Lombardia con l’obiettivo di contribuire all’abbattimento delle barriere all’accesso all’informazione veicolata dai siti web delle scuole. In altri termini, fare in modo che la comunicazione web arrivi a tutte le persone, compresi i disabili.
Nasce come progetto pilota che coinvolge una quarantina di webmaster scolastici e pian piano si allarga, soprattutto grazie alla mailing list dove tanti docenti si confrontano tra di loro e con alcuni esperti di accessibilità. Quello che mi piace della mailing list è proprio l’aria che si respira: tu non sai una cosa e la chiedi sapendo che c’è qualcuno che prima o poi ti risponde, qualcuno che ti rimanda altri dubbi, qualcuno che magari fraintende, qualcuno che invece ascolta in silenzio senza che nessuno gli chieda perché non parla.
Ora Porte aperte sul web è una comunità di pratica; mi piace chiamarla così per sottolinearne l’aspetto di ambiente a disposizione, dove la ricerca, la collaborazione e la libera diffusione di idee, materiali e dubbi sono elementi costruttivi del “pensare accessibile”. Senza barriere, ma anche senza preclusioni nei confronti di chi percorre strade o abita territori diversi dai nostri.
L'idea di rendere accessibili i siti delle scuole - soprattutto a costo zero per il cittadino - è fantastica, anche perché aiuta a diffondere la cultura dell'accessibilità anche tra i ragazzi. Ci racconti qualche aneddoto su questa esperienza?
Sai, gli aneddoti, se così vogliamo chiamarli, sono forse più legati alla difficoltà di cogliere il significato della parola “accessibilità” contestualizzandola in campo informatico. Tanti studenti, docenti, anche accademici, spesso utilizzano la frase “il sito è accessibile” pensando alla sua reperibilità nel web. Tu chiedi “dimmi quanto il tuo sito è accessibile” e loro dicono “è del tutto accessibile: se digiti l’indirizzo corretto, lo vedi”. Questo, però, potrebbe insegnarci due cose: non dare nulla per scontato quando parliamo e cercare di essere un po’ più accessibili noi, in modo che chi non capisce non si stanchi di chiedere. Insomma, oltre l’accessibilità web, l’accessibilità della persona.
So che tra le tue passioni vi sono le fotografie e il gioco delle bocce. Qual è la foto più bella che hai fatto? E la tua preferita?
Difficile distinguere. Premesso che mi limito a dilettarmi nel mio (poco) tempo libero e che quindi non sono affatto un professionista, le foto che più mi piacciono sono quelle che mi sembrano raccontare qualcosa di più oltre all’immagine scattata. Da superdilettante, quindi, mi butto più sull’emozione che sulla qualità: così mi salvo e nessuno può dire nulla….
Allora, te ne linko un paio: “le ultime luci della sera” e “sono diverso e sono meglio”.
Quali progetti hai per il futuro?
Lavorare in modo da allargare la sensibilità al tema accessibilità agli studenti, alla didattica ed agli uffici scolastici ed operare affinché il binomio scuola-web possa svilupparsi sempre di più attraverso modalità di lavoro collaborativo. Mi sembra una premessa indispensabile anche per progettare qualcosa di sensato.
Passando invece alla sfera personale, i progetti assumono più i contorni del sogno: allora, direi una pausa, una vacanza dove riprendersi territori purtroppo sempre meno frequentati: la lentezza, un bel libro, un tempo e un luogo per pensare.

giovedì 17 aprile 2008

Creatina pour Femme

Intervista a Valentina Cinelli
a cura di Katia Ceccarelli

Valentina Cinelli usa la fotografia per il suo lavoro ma anche come strumento di comunicazione.
E' una giovane creativa romana che sperimenta molto e si relaziona con la città e col mondo - urbi et orbi - usando abilmente gli strumenti del WEB e del networking (http://www.bastet.it/blog/).
A dimostrazione di come i blog possano essere un terreno di coltura fertile per aggregare persone con interessi in comune, l'iniziativa di Valentina sampietrino.it è un esempio di come si possa fare qualcosa di utile e creativo allo stesso tempo.

Cominciamo con una domanda che è un po' lo spettro di quelli della nostra generazione: Valentina, che lavoro fai?
Hai detto bene, questa domanda è un vero e proprio spettro! Ufficialmente sono un Art Director: dal '92 ho lavorato presso diverse agenzie di comunicazione a Roma fino a quando, tre anni fa, ho deciso di mettermi in proprio. Da quel momento mi sono occupata di comunicazione quasi a 360°, passando dalla grafica alla fotografia, dal web all'organizzazione di mostre ed eventi. Quindi ora mi è difficile dire esattamente che lavoro faccio, diciamo che mi occupo di comunicazione visiva...
Parlaci del tuo rapporto con la fotografia
La fotografia ce l'ho nel sangue da quando sono bambina, ma solo pochi anni fa ho iniziato a dedicarle molto più tempo.
La fotografia ha una doppia, anzi tripla valenza, per me: è una naturale evoluzione del mio lavoro, occupandomi di comunicazione non potevo non esplorare anche questo mezzo di espressione; è uno strumento per poter esprimere la mia creatività senza vincoli, soprattutto quando non è soggetta a “commesse”; è una sorta di terapia, che mi aiuta a conoscermi meglio, infatti il mio lavoro fotografico è fortemente legato al mio stato emotivo e riguardare i miei scatti è come vedermi riflessa allo specchio.

Sei una che sperimenta strumenti diversi nel suo lavoro?
Si tantissimo. Sono curiosissima di natura e non mi sto mai ferma.
Studio tutte le nuove tendenze e tutto ciò che stuzzica la mia curiosità, sia come sperimentazione grafica, con nuovi software (sono una geek) sia attraverso esperimenti fotografici utilizzando tecniche antiche. Il mio mantra è: “why not?”

Nel 2006 una tua foto è stata scelta per la copertina delle Pagine bianche - edizione Lazio, che effetto ti ha fatto entrare nelle case di tutti i tuoi concittadini?
Beh, è inutile dire che ero euforica ai massimi livelli.
E pensare che è nato tutto dal caso: un effetto sulla pellicola uscito per caso, il negativo ritrovato per caso, l'invio dell'immagine per partecipare l'ultimo giorno utile, nell'ultimo anno utile (dato che sono ormai over 35). Quando mi chiamarono per dare la notizia pensavo ad uno scherzo.
Diciamo che è stata una bella soddisfazione, anche perché è stata premiata la “sperimentazione”, come dicevamo prima.

Sei di Roma, che rapporto hai con la tua città?
Io amo la mia città profondamente. Ho avuto un padre romano “da sette generazioni” (come si usa dire) il quale mi ha insegnato a vedere la città sotto molteplici aspetti e sfaccettature. Roma non è solo una capitale, non c'è solo il traffico ma è una stratificazione di realtà sempre diverse, di convivenza fra tradizione popolare, cultura, evoluzione e multietnicità. Amo questo “mix improbabile”, anche se non nascondo che la preferisco nel cuore della notte o in piena estate, quando la presenza umana è rarefatta e sembra che le voci del passato possano finalmente uscir fuori e respirare.

Raccontaci un po' della questione dei sanpietrini...
La storia è lunga e, più o meno, è la prosecuzione di quello che ho raccontato prima.
Il mio interesse per i sampietrini è nato fra gioco e passione: nel 2005, lessi un articolo che parlava dell'estinzione del mestiere di “selciarolo” e scrissi un post sul mio blog personale con il mio pensiero. Molte persone lo commentarono, mostrando un profondo interesse alla questione: una parte di Roma che era destinata a scomparire per sempre e ciò li rattristava quanto me.
Da qui nacque l'idea di creare un sito tematico che raccogliesse testimonianze visive dei sampietrini, prima della loro definitiva scomparsa. Forte della mia precedente esperienza su siti “photo-collector” (http://www.cafexperiment.com/), la sera della notte bianca romana del 2005, esattamente il 17 settembre, misi on line http://www.sampietrino.it/.
Il successo fu immediato: iniziarono a scrivermi in tanti, sia pro che contro i sampietrini. Mi mandarono foto, curiosità, poesie, articoli di giornale e così il sito crebbe e diventò il punto d'incontro fra tutti coloro che si interessano alla questione dei sampietrini e la fonte principale di informazioni e rassegna stampa. E' inutile dire che io sono contro la rimozione dei sampietrini, ho avuto la fortuna e il privilegio di conoscere e parlare con tantissimi addetti ai lavori che mi hanno aperto gli occhi su tanti aspetti, i quali purtroppo vengono tenuti nascosti. Per questo, insieme all'Arc. Alfredo Donati (Agenzia per la Città) siamo riusciti a organizzare un convegno/mostra di fotografia per cercare di sensibilizzare l'opinione pubblica. L'evento polemico/culturale fu un successo. Peccato che gli interessi economici dietro siano troppo forti, e il nostro sforzo sia stato vanificato da tanti fattori.
http://www.sampietrino.it/it/attivita/2007/convegno_maggio07/index.php
Ma non voglio parlare di questa battaglia qui anche perché il sito cerca sempre di essere al di sopra della polemica, e delle strumentalizzazioni politiche. E' un posto “romantico” per chi ama la città, come me appunto.

A Milano diversi artisti cercano di opporre resistenza con progetti ed eventi alla riqualificazione/cementificazione del quartiere Isola. Secondo te vale la pena darsi tanto da fare?
Secondo me si... perché stare in silenzio?
Preferisco le persone che hanno qualcosa da dire e lo fanno con gli strumenti a loro più congeniali, che chi invece tace e si lamenta e non conclude niente. Anche se non si ottiene il risultato sperato, almeno ci si è divertiti e ci si è fatti sentire.

Preferisci lavorare da sola o ti trovi a tuo agio anche nelle collaborazioni?
Solitamente lavoro da sola, ma non disdegno anche collaborare con altri professionisti. Purtroppo sono diventata molto selettiva e se la collaborazione non ingrana subito preferisco riprendere a correre in solitaria.

Per concludere: secondo te oggi come oggi "che se deve fa pe' risultà"? [trad: per farsi notare, emergere]
Muoversi. Se stai fermo nessuno ti nota, se ti muovi, fai cose, vedi gente (cit.) prima o poi qualcuno ti vede ;)


Foto gentilmente concesse da Valentina Cinelli

venerdì 14 marzo 2008

OFF#LIMITS


PROBLEMI DI LINEA?
CHILI DI TROPPO?
CELLULITE?

a cura di Diomira Pizzamiglio

Care, carissime lettrici,
ormai siamo prossime alla primavera, i fiori colorano alberi e aiuole profumando l’aria che si è fatta così ancor più dolce e mite.
Molte non vedranno l’ora di abbandonare i pesanti maglioni, cappotti e giacconi che pesantemente coprono le forme sinuose del corpo rendendolo informe, sgraziato, goffo e a mò di tronchetto della felicità per sfoggiare la nuova, leggera e coloratissima collezione primavera/estate fatta di leggere gonnelline svulaz-svulaz che scoprono, mostrano e ….liberano le vostre gambe e le vostre voglie.
E’ giunto il momento dello shopping per rinnovare insieme al guardaroba anche il nostro umore che con l’inverno s’era incupito sotto il pesante colore cammello e tutte le sfumature del marrone, del grigio fumo di Londra e del nero, nero, grigione.
Ma sì, via i cappotti e lasciate che il vostro pensiero insegua il profumo di primavera e il vostro corpo torni a percepire il calore dei raggi del sole ……
Sole, caldo, estate…
Bhe, se anche a voi, come succede a me, al primo raggio di sole timido e tiepido il vostro il pensiero corre oltre e va come un fulmine verso all’estate e oltre e con preoccupazione si sofferma a come superare la fatidica prova costume……
Bhe allora avete un problema o forse 2, o giù di lì….
Sì, proprio così sotto lì…la pelle a buccia di arancia, candita…… cellulite che avete liposucchiato…..il colesterolo trigliceripotenziato.

Oddioooooooo!
Come si possono nascondere 2 cotechini (cosce) sotto le gonnelline svulaz-svulaz?
Come può essersi ristretto il vestitino attillato tg 40 dell’anno scorso …?
Da dove spunta sto pugliese (pancia) imbottito?

Purtroppo….talvolta…accade…….che quando si tolgono questi indumenti ingombranti, goffi e pesanti l’aspetto goffo e …. a tronchetto non cambia…..non muta e le forme sinuose sono lievitate.
Ebbene sì, talvolta accade proprio che lo specchio, meschino e infingardo, restituisca una bella e sana immagine tondeggiante, giustappunto a ricordarci di quanto abbiamo gustato quelle lasagne, salami, cotechini, cioccolato, panettoni, champagne, chianti e brunello ingurgitati durante le feste e mai abbandonati perché si sà, “Tanto 2 o tre chili è normale prendereli in inverno …….Perché fa freddo e si sà…..perchè è bello mangiare in compagnia e c’è tempo per rimettersi in forma”.
Bhe, se anche voi come me, lo scempio prodotto dalle abbuffate invernali vi ha traumatizzato e vi siete lasciate tentare dal fai-da-te e avete provato senza risultato i beveroni e barrette sostituitive del pasto o la dieta mediterranea fatta-dalla-zia o quella a zona fatta per l’amica.
E, se pure quella scaricata su internet non ha fatto scendere di un grammo il numerino ultrapreciso a cristalli liquidi della vostra dannata traditrice bilancia ……
Bhe non vi preoccupate, ci ho pensato io e ho contattato per voi il famosissimo Dr. Lemme per un’intervista in cui ci spiegherà come rimediare a tutto ciò senza inutili traumi.
Pensate che l’8 Marzo ha aperto la Passeria, un punto di ristoro a Desio. Dice che sia l’ unico locale al mondo dove si mangia a volontà SENZA INGRASSARE DI 1 GRAMMO . Cioccolato, gelato, panzerotti, bignè, lasagne, pizze, cannoli, grigliate, risotti, cocktail, crepes, e mille altre leccornie brevettate da lui.
E’ famoso per la dieta basata sull’indice glicemico e per aver fatto dimagrire Emanuela Arcuri….e per il tiramisù a colazione.
Insomma, bando alle ciance, ora risolveremo tutti i nostri problemi di forma.

Leggete e prendete appunti!

Buon giorno dr. Lemme,
Il mio nome è Diomira e la contatto perché oltre alla curiosità inaudita che provo di fronte alle sue affermazioni, vorrei anche intervistarla per Rosa Stanton www.rosastanton.blogspot.com
Partiamo dalla sua filosofia alimentare, ci spiega i principi che la sostengono?
Che cos'è l'indice glicemico e come viene utilizzato nella sua dieta?
Come si può dimagrire mangiando tutto?
Navigando nel suo sito mi ha lasciato esterefatta il tiramisù per colazione… a questo punto e dopo quanto ci ha spiegato nessuno dovrebbe stupirsi, eppure le confesso che sembra un sogno.

E adesso qualche domanda più nello specifico della mia rubrica:

Le persone che hanno patologie croniche, come cardiopatie, diabete, possono senza problemi accostarsi alla sua dieta?
La dieta può avere dei benefici sulla patologia?
Cosa ne pensa delle intolleranze alimentari, e del latte? A molti causa problemi.

No care amiche, non manca nulla alla mia intervista, nemmeno le risposte perché il Dr. Lemme non ha risposto a nessuna di queste domande.
Ho fatto folp!?!!
No!
Accidenti!
Non ho fatto flop, mi ha snobbato!
Ah che male! Mi sono morsa la lingua perché un briciolo di umiltà ci vuole sempre e forse è colpa mia, ho commesso qualche errore, probabilmente le domande erano un po’ ….stupidotte?
Eppure qualche giorno prima che gli proponessi l’intervista era stato ospitato all’interno di un noto programma di una nota giornalista di un noto network radiofonico rispondendo più o meno alle stesse domande.

Sì, sento snobbata!

Ma non porto rancore.
Io da questo blog e dal mio spazio rinnovo l’invito al Dr. Lemme a darci qualche consiglio e invito tutti voi a visitare il suo sito perché è veramente interessante.
http://www.filosofialimentare.it

Nel frattempo non perdetevi d’animo e …
1 – 2 – 3 pancia in dentro, petto in fuori!
Saltellare, saltellare, oh! Oh!

lunedì 10 marzo 2008

4BIT@BAR


INTERVISTA A MASSIMILIANO NAVACCHIA
A cura di Roberto Scano

Siamo in compagnia di Massimiliano Navacchia, esperto di Web Promotion e responsabile agli eventi di . Cosa significa Web promotion e, soprattutto, serve veramente?
Bene, ringrazio Roberto e tutti voi per l'invito a fare quattro chiacchiere sulla mia vita personale, professionale, sociale. Inizio dicendo che non mi reputo affatto un esperto di web promotion, ma una persona estremamente curiosa che da diversi anni studia la promozione di idee, siti e contenuti sul web e che con il passare del tempo ne ha fatto il proprio lavoro, cercando di fornire, a problematiche come il posizionamento sui motori di ricerca, l'internet marketing e la promozione online ed offline, soluzioni eticamente corrette.
Partendo da questa premessa mi pongo, differentemente da quanti reputano la web promotion come un insieme di fredde tecniche atte a forzare e quindi, sotto una certa ottica, frodare motori di ricerca, competitors, utenti e uomini, dalla parte di coloro i quali reputano la qualità e la correttezza formale di contenuti e contenitori (leggasi siti web), attentamente progettati secondo regole e specifiche universalmente riconosciute e condivise.
Una volta appurato che queste fondamenta siano ben consolidate, alcune tecniche comunicative di promozione ed ottimizzazione improntate sempre e comunque ad un marketing etico andranno ad agevolare il reperimento dei nostri siti e dei nostri contenuti da parte di coloro che si affidano ad internet ed ai motori di ricerca.
Sia tramite le mie personali attività, presenti o collegate al mio sito web navacchia.it , che tramite l'Associazione no-profit IWA Italy cerco ogni giorno di far comprendere l'utilità della web promotion come strumento di inclusione e non di speculazione, motivo per il quale la reputo assolutamente necessaria, oltre che per aziende che vogliono e devono essere presenti sul mercato globale, anche per istituzioni, associazioni ed enti pubblici che hanno a cuore il miglioramento ed il bene del singolo e della collettività.

Sappiamo che ti interessi anche di storia antica, soprattutto di egittologia. Come mai questa passione? E cosa ti ha affascinato di più?
Credo che il futuro prospetti ad ognuno di noi diverse chiavi di lettura, date da variabili incerte, destino e corsi e ricorsi storici. In questa ottica credo che conoscere appieno il passato per poter vivere più serenamente il futuro sia una delle chiavi di lettura, non solo per i grandi eventi, ma allo stesso tempo per la realtà quotidiana che viviamo nella nostra vita sociale e familiare.
Da un punto di vista antropologico mi affascina molto pensare che gli usi ed i costumi dei nostri tempi siano direttamente discendenti da persone che come noi hanno vissuto problemi simili ai nostri in una dimensione distante per qualità e aspettativa di vita.
Proprio riallacciandomi a quanto sopra sono rimasto colpito dagli antichi egizi sia per il misticismo e le imponenti strutture, oggi dopo più di 50 secoli impensabili da costruire, che per la presenza nella quotidianità dell'alternanza luce-buio, vita-morte che, sebbene modificata dalle evoluzioni socioculturali e religiose viviamo tutt'ora.
Infine, in questo breve sunto, dobbiamo considerare che similmente ad altre popolazioni antichissime la nascita e la storia egizia si fondono con il mito e la leggenda, facendo sognare città e civiltà che si perdono nella notte dei tempi.

Ti occupi di comunicazione: secondo te come è cambiato il modo di comunicare grazie alla rete?
Posso affermare con una certa sicurezza che gli antichi egizi non avessero connessioni ad internet molto veloci :-)
Passata questa orribile battuta che rimarrà nella storia dei blog, credo che rispetto ad alcuni anni fa, quando i trentenni di oggi andavano a scuola, il mondo e l'Italia siano totalmente cambiati.
I cellulari a metà degli anni novanta e la rete ultimamente, soprattutto con l'avvento di connessioni sempre più veloci e sempre meno costose, hanno obbligato i giovani prima e quelli della nostra generazione poi, ad avere una presenza qualitativamente importante e prolungata nel tempo in luoghi sociali virtuali, cambiando quindi modalità comunicative sia nella sfera personale che in quella istituzionale.
Oggi occorre essere sempre aggiornati sulle innovazioni e sugli ultimi servizi presenti sulla rete, tanto che spesso persone che si dedicano alla comunicazione devono investire alcune ore al giorno per rimanere informati su vere mode e false novità.
La stessa interazione tra gli utenti, alla base del boom del web 2.0 che a mio avviso si scosta dal passato quasi unicamente per l'approccio alla socialità ed ai contenuti dei siti web, piuttosto che alla tecnologia con cui sono realizzati, è segno che le comunità virtuali presenti sul web sono state definitivamente sdoganati dalle nicchie di teenagers, che comunque su internet hanno una grande presenza numerica.
Credo, anzi sono convinto, che comunicare in maniera multidirezionale, differentemente da i media da sempre presenti nelle nostre case, porterà ad una rivoluzione comunicativa inevitabile che obbligherà singoli, aziende ed istituzioni a riscrivere le regole del "vivere insieme" togliendo quote di mercato alla passività di giornali e televisioni tradizionali. Proprio la presenza maggiore di Internet su questi ultimi, presumibilmente in tempi brevi, sarà segnale di un decisivo e irrefrenabile cambiamento.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
In questo periodo ho potuto riassaporare, per motivi strettamente personali, l'importanza ed il piacere del tempo trascorso insieme alla famiglia ed agli amici, spesso riscoprendo i luoghi magici di Bologna, la mia città, e di tutta l'Emilia-Romagna.
Tra l'altro io e mia moglie abbiamo in programmazione di allargare la famiglia e di cambiare casa in tempi brevi, anche per stare più vicini a genitori e parenti.
Professionalmente parlando invece, come ben sanno i miei colleghi, continuo e voglio continuare a elaborare progetti, idee ed eventi che abbiano l'uomo come protagonista assoluto al centro della vita reale e virtuale. Per fare questo sono fermamente convinto che si debba intraprendere la strada di una comunicazione universale, sincera, senza preconcetti e soprattutto libera e fruibile.
Pragmaticamente vorrei spazzare via ogni dubbio dal mercato attuale, secondo un percorso da me intrapreso alcuni anni fa, sull'importanza dell'accessibilità piena e reale dei contenuti come naturale filosofia per la comunicazione, la promozione e la divulgazione di idee, persone, opportunità nel web.
Questo è ora principalmente il mio lavoro e la mia passione.
Riallacciandomi alla prima domanda e chiudendo infine il cerchio del discorso, vorrei nel futuro avere sempre maggiore tempo a disposizione per poter migliorare l'approccio che utenti e operatori hanno nei confronti dell'etica e della meritocrazia vera o presunta, che determina la reperibilità di informazione sulla rete e credo che IWA ed i professionisti altamente qualificati che ne fanno parte siano compagni di viaggio affidabili per raggiungere questo ed altri obiettivi.

mercoledì 13 febbraio 2008

OFF#LIMITS


A cura di Diomira Pizzamiglio

CORAJE!

Coraje significa coraggio e qui parleremo del coraggio di una donna assai poco conosciuta, Maria Elena Moyano che ha saputo combattere pacificamente per costruire un mondo migliore per se stessa, per i suoi figli, per il suo popolo, in Perù.
Maria Elena Moyano nasce a Lima il 29 novembre 1958 e ha vissuto a Villa El Salvador.
Ha combattuto pacificamente contro il terrorismo di Sendero Luminoso, ha organizzato le donne fondando la prima Federazione delle Donne in Cile, ha nutrito i bambini grazie al Comitato del bicchiere di Latte, ha fondato il Club delle Madri…

“…Questo amore così infinito, per i miei figli, per il mio popolo che soffre e si corrode l’anima.
La sua allegria per le <> e le riunioni sportive.
Come mi sento viva, Dio mio.
Grazie per avermi dato ciò che mi dai, tutto!” Febbraio 1992.
Maria Elena Moyano muore assassinata il 15 Febbraio 1992 per mano di Sendero Luminoso a Villa El Salvador, e il suo corpo fatto saltare con la dinamite.
Davanti ai suoi figli.
Davanti al suo popolo.

Grazie ad un amico e collega di lavoro Francesco Ruggeri ho scoperto questa meravigliosa donna ed è a lui che lascio la parola.

Conoscerla è stato come navigare nel profondo del cuore e della mente. Aprirsi all’infinito con le ali spiegate nel cielo immenso del suo essere donna e madre. Come le dita accarezzano l’arpa ed un suono melodioso si accompagna nell’aria, così la scoperta di questa donna coraggiosa che per la sua famiglia e per il suo popolo ha lottato proficuamente, energicamente e donando la propria vita.
Ha risvegliato in me antichi valori oramai assopiti e quasi dimenticati. L’impegno come madre e l’impegno come donna. Donna appunto. Una donna che ha costruito con altri impavidi una città: dal deserto, alla vita e alla speranza di un mondo migliore.
Stiamo parlando di Villa El Salvador, quartiere popolare di circa 400.000 abitanti, a sud di Lima – Perù - e la sua storia come agglomerato urbano inizia il 27 aprile 1973.
Nata nel deserto, si proprio nel deserto a seguito di forti flussi migratori, nella totale carenza di infrastrutture e servizi, caratterizzato dal degrado, povertà , delinquenza ed emarginazione. ( come non pensare ai nostri anni sessanta, qui, proprio nella nostra Milano e Torino ).
Maria Elena ha saputo organizzare e difendere i suoi figli e i figli del suo popolo. Ha chiamato le donne della sua città, quartiere per quartiere, a raccolta e a lottare per la democrazia e la giustizia. Era l’anima che offriva l’ampio orizzonte per una vita nuova, vera, dignitosa e un futuro per i propri figli.
Non la democrazia, nel nome della quale si violentano le donne, si arrestano dirigenti popolari, si radono al suolo interi abitati. Fazioni che impongono le proprie idee attraverso la forza, adottando una posizione autoritaria, verticale e terrorista.
La partecipazione della donna è stata determinante nella soluzione di problemi come la fame e la miseria. Le donne si sono organizzate per far fronte alla fame con la creazione di mense (centinaia e miglia di mense) e con i Comitati del Bicchiere di Latte. Tali mense hanno permesso alla donna di uscire dal proprio spazio privato, e senza bisogno di “insegnanti” perché il CORAGGIO non si impara con le parole sui banchi di scuola, ma si educa con una grande forza morale e con una grande forza d’animo.
Per esempio, l’impegno delle donne ha avuto grande forza nell’ottenere nel bilancio dello Stato il Programma del Bicchiere di Latte: si garantisce a tutti i bambini un bicchiere di latte giornaliero. Forse può sembrare un’inezia ma per i bambini del Perù “ il bicchiere di latte è vitale “, perché un bicchiere di latte significa restare in vita.
Penso che Villa El Salvador rappresenta in qualche maniera la speranza del Perù. Nel 1985, durante la visita del Papa Giovanni Paolo II, fu il quartiere popolare scelto per una grande concentrazione di fedeli.

Invito, quindi, tutti a partecipare al convegno che si terrà il primo marzo 2008 nella Sala delle Capriate a Lainate, per passare un pomeriggio pieno di “ CORAGGIO “.

Per approfondimenti:
http://www.giovaniemissione.it/testimoni/elitestimoni2.htm
http://www.inamujer.gob.ve/enlaces.html
http://www.yachay.com.pe/especiales/moyano/AUTOBIOG.HTM




venerdì 1 febbraio 2008

OFF#LIMITS


IL FILO DI CLOE
a cura di Diomira Pizzamiglio

Care lettrici e cari lettori, oggi nel mio salotto ospito Nicoletta Bortolotti, classe 1966 di Caronno Pertusella, in provincia di Varese. Nicoletta lavora in una casa editrice e sul suo tavolo giungono tanti bei libri da sistemare e correggere: dai saggi ai libri di cucina, ai romanzi, quelli belli e famosi che anche noi abbiamo nella nostra personale libreria.
E Nicoletta mi ha portato il “suo” libro. Sì perché Nicoletta è riuscita a pubblicare, è un’autrice emergente!
Il libro è dedito da Sperling & Kupfer Editori e si intitola "Il filo di Cloe" e il 27 febbraio prossimo verrà presentato al Noir Cafè a Inzago (via Piola, 10 MI) http://www.noir-cafe.it/

Il filo di Cloe è proprio un bel romanzo, fresco e scorrevole che traccia le vicissitudini della famiglia Mulino nero che vive a Cesate in una villetta a schiera, con il portico e la facciata ricoperti di mattoncini color ruggine. Il papà, informatico, alle prese con la precarietà del lavoro e la mamma in perenne contratto a progetto. Una storia narrata senza parole dalla piccola Cloe di 11 mesi e rivista dai sui occhi innocenti, in cui i drammi familiari sfumano e si trasformano in giochi colorati, castelli e nuvole variopinte.
Dallo spaccato della realtà italiana all’umorismo dei piccoli protagonisti; G.D. un vecchio di 4 anni che non mangia i pesci con la testa che con la sua sorellina Cloe riescono a smorzare, con la loro innocenza, l’angoscia dei genitori di dover tirare a fine mese.
Lo stile è nuovo, leggero spontaneo e spiritoso.
La realtà si colora di fantasia infantile e il sorriso è sempre in agguato anche dietro al dramma della parola LICENZIATO.

“Essere. Licenziato. In. Tronco.” Non significa che vieni legato a un platano o a un castagno.

Sì perché dietro i numeri della realtà schietta e dura delle analisi Istat sull’occupazione, o sulle statistiche di quanto tempo resta a disposizione ad donna, madre e lavoratrice, ci sono gli occhi disincantai di G.D. e di Cloe che guardano il mondo e lo ridisegnano e con la loro innocenza riusciranno a salvare gli adulti.

Peccato non vuol dire che uno ha commesso un peccato mortale, come uccidere un genitore o schiacciare una formica che portava una briciola alle sue formichine. Ma significa che ancora. Hanno dato il lavoro ad un altro. Però prima che mio padre incominci il resoconto delle sue disgrazie in ogni minimo e raccapricciante particolare, la mamma si mette a urlare selvaggiamente: Nooooooo! La pipì sull’unica maglietta nera non rigurgitata che mi era rimasta!”
Stavolta l’ho combinata grossa. Anche perché ho fato pure la cacca.

Bhe un piccolo assaggio lo avete avuto, ora organizzatevi e raggiungeteci il 27 Febbraio al Noir Cafè, così potrete conoscere di persona Nicoletta, sentire qualche altro brano tratto dal suo libro e magari farle voi stessi qualche domanda.
Da buona curiosa quale sono, qualche domandina gliel’ho già fatta e … leggete!


Vorrei che raccontassi ai nostri lettori in cosa consiste il tuo lavoro, come sei arrivata a lavorare all’interno di una casa editrice.

In tanti, quando dico che lavoro in una casa editrice e, dunque, con il naso tuffato costantemente fra le pagine di qualche romanzo o saggio (si va da Danielle Steel, a Stephen King, da saggi di politica o economia a libri di cucina!) mi chiedono: ma, insomma, che cosa fai?
Ecco, cercherò di spiegarlo brevemente. Arriva in casa editrice il dattiloscritto del romanzo o del saggio in questione. Se è straniero (per lo più americano o inglese, ma anche francese o spagnolo) si è fortunati perché in realtà, sulla scrivania, giunge la traduzione. E poi… si fa di tutto e di più, sempre nel rispetto dell’autore e di ciò che vuole comunicare.
A volte bisogna addirittura “riscrivere” il testo per renderlo più accattivante, o semplicemente, più corretto e scorrevole in italiano; a volte si cambia l’incipit, che non acchiappa; a volte si tagliano intere descrizioni, troppo lunghe e noiose, o parti in cui l’autore si ripete; a volte si cambia la struttura dell’indice, spostando capitoli e paragrafi, o la si butta giù ex novo; infine si sciolgono in una forma più chiara frasi e concetti involuti. Questo è il lavoro più propriamente detto di editing e revisione.
Poi si procede alla cosiddetta pulizia del testo, o correzione di bozze: si tolgono le ripetizioni, i refusi e tutte le disuniformità (es. un nome scritto prima in un modo e poi in un altro, un personaggio che prima ha quarant’anni e poi ne ha cinquanta eccetera.)
Il libro passa in seguito all’ufficio grafico che ne imposta la copertina e lo impagina, prima di arrivare allo stampatore.
Tutto il lavoro di cui sopra, non è svolto da una sola persona, ma avviene all’interno del team della redazione, dove ognuno procede ai controlli che gli competono. E dunque la qualità è assicurata.
I redattori scrivono inoltre le “alette” cioè le quarte di copertina: in poche righe devono convincere il lettore distratto e frettoloso che passa in libreria a comprare proprio quel libro!
È un lavoro appassionante e non lo cambierei con nessun altro al mondo.

Quanto è importante saper scrivere per arrivare a pubblicare?

Dipende. Se sei un autore sconosciuto, e in particolare di narrativa, è indispensabile, una conditio sine qua non. Ma a volte, soprattutto nel caso delle opere di saggistica, molti autori sono professionisti nel loro settore (medici, economisti, giuristi eccetera) e hanno un’idea forte e originale da comunicare, o un nome che di per sé garantisce l’interesse del mercato e dei lettori. In questi casi, una prosa non proprio “manzoniana” viene limata e migliorata dal lavoro dei redattori.

Se tu non lavorassi per una casa editrice credi che saresti riuscita a pubblicare?

Sì. Infatti, quando ho pubblicato il mio primo libro Neomamme allo stato brado (Baldini e Castoldi Dalai) lavoravo nell’editoria scolastica e dunque non avevo contatti con la varia. Ho inviato il dattiloscritto a un sacco di case editrici ma le uniche risposte che ricevevo erano «il suo libro è interessante ma non rientra nei nostri piani editoriali» eccetera. Finché, per caso, l’ha letto un editor della Baldini e Castoldi, a cui è piaciuto, e qualche tempo dopo mi ha contattata. Mai disperare! Un consiglio per chi muove i primi passi: conviene mandare il proprio scritto all’attenzione di un editor di cui si sia ricercato prima il nome e il cognome. E ogni rifiuto è una sfida. Inoltre non bisogna prendersi troppo sul serio.

Cosa ti ha dato la spinta per scrivere il tuo primo libro?

Quando mio figlio Francesco era neonato, nei ritagli di tempo, magari mentre dormiva, aprivo il quaderno e annotavo gli episodi più salienti della giornata.
Penso che la maternità, il parto, con il suo sconvolgimento meraviglioso e terrificante, sblocchi grandi energie e regali fiducia e autostima. Quando ovviamente non s’instaurano depressioni o complicanze fisiche. L’autostima derivante dal fatto che quell’essere umano è veramente uscito da te, e tu ne stai custodendo la vita.
Maternità dunque non come annullamento di sé, fine dei propri spazi e dei propri progetti, ma occasione preziosa per fermarsi, ascoltarsi, e magari coltivare un piccolo giardino interiore per far crescere il germoglio della creatività, per mettere al vaglio le attività veramente corrispondenti alla propria natura e scartare le altre. Maternità come opportunità per riscoprire, attraverso la totale dedizione a un altro essere, un modo più gentile e sensibile di trattare noi stesse.

E adesso la domanda di rito: un consiglio per chi ha un libro nel cassetto:

Vistitate il mio sito www.ilfilodicloe.it e …, sono certa che insieme si potrà realizzare qualcosa di speciale.

La famiglia Mulinonero di che colore dipingerebbe i vagoni del treno del futuro? E G.D e Cloe cosa direbbero?

Cito un brano del libro. Il treno del futuro potrebbe avere vagoni «immensi come il verde quando è giallo. Oppure come il giallo quando è verde. Oppure come le bugie quando dicono la verità. E come il buio quando illumina la luce.»

lunedì 5 novembre 2007

Creatina pour femme

Intervista a Daniela Palazzoli
a cura di Katia Ceccarelli

Daniela Palazzoli è critico d’arte e studiosa della fotografia.
Nella sua lunga carriera si è occupata di fenomeni e movimenti che hanno segnato il cammino dell'arte come Fluxus e l'Arte povera. Ultimamente si è interessata alla pratica multimediale nell'arte ed è stata curatrice di mostre dedicate all'attualità culturale di Cina e India.
Ha insegnato presso l'Accademia di Brera di Milano e successivamente è passata alla sua direzione. Curatrice di esposizioni di rilievo internazionale da Milano a Nizza, da Torino alla Biennale di Venezia. Nel 2005 ha curato la mostra “Cina: prospettive d’arte contemporanea” presso lo Spazio Oberdan a Milano.
Dal 18 ottobre 2007 al 3 febbraio 2008 sarà possibile visitare sempre allo Spazio Oberdan a Milano l'ultima fatica di Daniela Palazzoli ovvero l'esposizione "India arte oggi: l'arte contemporanea indiana fra continuità e trasformazione".


Daniela Palazzoli con l'artista indiano Subodh Gupta, 2007


La parola evoca i significati della realtà ma potrebbe assai poco senza il supporto della rappresentazione. La fotografia può essere intesa come sintesi di linguaggio e realtà?
No
La possibilità di interazione offerta dal web permette a chiunque di essere artefice e fruitore di un magma di immagini e testimonianze. Secondo lei l'informazione è davvero a portata di tutti o si tratta di un'illusione?
L'informazione sì, la formazione no.
La sua vicenda di ricercatrice si è indirizzata nel tempo verso quel grande agglomerato geografico oggi chiamato Cindia (Cina + India). Vorrebbe introdurci alla storia di questa avventura?
Cina e India sono solo due dei paesi 'emergenti' di cui mi occupo.
La mia idea è che la scelta di entrare a fare parte delle nazioni industrializzate e competitive sui mercati globalizzati cambierà per sempre profondamente i percorsi e anche i caratteri di quelle nazioni che si sono evolute in modo relativamente autonomo e indipendente. I miei progetti vogliono catturare una specie di prolungata istantanea di una situazione unica, affascinante e destinata a cambiare in modo drammatico.

Nell'incontro con la cultura visiva di questi paesi sono emersi probabilmente
dei percorsi che hanno caratterizzato la sua attuale ricerca: quali gli artisti e le tematiche che l'hanno colpita?
I risultati delle mie riflessioni ed esplorazioni sono il soggetto di queste
mostre e dei relativi libri: quello sulla Cina è edito da Skira, quello sull'India dall'editore Mazzotta.Si tratta di mosaici storici rappresentati con opere molto importanti di quelli che considero i protagonisti più rilevanti dell'evoluzione artistica di quei paesi - una quarantina per la Cina; ventotto per l'India.
Nella storia della fotografia ogni autore ha dato il suo contribuito per arricchirla di molteplici approcci: cosa dobbiamo aspettarci oggi dalla sguardo di queste culture?
Come sempre dei risultati misti: a volte interessanti; a volte inutili, a volte scopiazzati, raramente dei capolavori.
Nel 2005 uscì un documentario girato in India a cura di Zana Briski dal titolo Born into Brothels in cui dei bambini emarginati elaborano la loro condizione usando la macchina fotografica quasi come strumento salvifico. In tal senso l'arte può laddove un intero sistema sociale fallisce?
Trovare un modo di esprimersi sul piano individuale consente di raggiungere una fiducia in sé stessi prima ignota. Per ottenere dei risultati sociali ed eliminare la piaga a cui si riferisce deve entrare in gioco un meccanismo molto più complesso e socialmente condiviso.
In passato i microfilm, oggi supporti digitali sempre più evoluti. Per preservare la memoria contenuta negli archivi è ormai necessario rincorrere la tecnologia. In questo contesto la carta ha ancora un ruolo a disposizione?
Gli archivi raccolgono dati, più che memorie. Esplorarli è interessante per chi sa cosa cercare e registrare, su carta o altrove.
Oggi l'approccio alla fotografia è semplificato dall'impiego di macchine sofisticate ma facili da usare che permettono anche a un neofita di accedere a un'arte per molto tempo ritenuta complicata. Può dunque questa "fotografia in libertà" dare origine a una "libertà della fotografia"?
Per me la fotografia è un linguaggio, un mezzo, non un fine.

venerdì 19 ottobre 2007

SONO DISTRUTTA

E’ oggi qui con noi, Skalabrino a.k.a. Marco Calabrese, tastierista degli Aretuska, yeah!
a cura di MonicaC



Ho braccato Skalabrino per mesi, l’ho persino dovuto seguire nella sua città natale, Campi Salentina, in quel di Lecce, per poter avere l’onore di quest’ intervista. Circondata da tappeti turchi, dischi e un maiale di strass rosa, ho estorto, al nostro (MIO e pure un po’ vostro), piccanti confidenze che neanche Rolling Stones.

Per i pochi che non lo sapessero, gli Aretuska sono la band di Roy Paci, quelli dell’ormai tormentone dell’estate “Toda Joia, toda beleza”, band fissa a Zelig!


Ciao Marco, ti ringrazio per la disponibilità, che fatica raggiungerti…per farti perdonare dovrai rispondere almeno a tre domande cretine.
Tiè! Lo faccio per tutte quelle tra voi costrette ad inseguire un uomo…



Prima domanda cretina: “Definisciti in due parole”
R: “Brillante e rompipalle.” (Modesto e onesto, aggiungo io!)

Seconda domanda cretina: “Fatti una domanda e datti una risposta!”
R: “Non è facile…è la prima volta che mi succede una cosa del genere…(“Non rompere”, gli ingiungo e lo faccio per tutte voi!) Ok, ok… (palmi distesi ad indicare arrendevolezza), ci sono, “ma è vero che sei ingrassato?” risposta: “No, è la maglia che fa difetto…” (ride imbarazzato)

Terza domanda cretina: “Com’ è l’Incontrada da vicino?”
R: “E’ una bella ragazza, molto spagnola…in tutti i sensi!”


Ok, basta cazzate!

D: “Raccontaci com’è iniziata la tua avventura negli Aretuska. Insomma, di come, dal piccolo paese del Sud, sei finito a suonare in TV e nei maggiori festival europei.”
R: “Un po’ come nei migliori film americani, dove i sogni diventano realtà. Sei anni fa, ho portato una demo della mia ex band (N.d.R Vento di Fronda) ad un concerto degli allora Roy Paci & Aretuska e il caso ha voluto che Roy avesse bisogno di un tastierista ed eccomi qui.”

D: “Dicci la verità, ti sei un po’ montato la testa?”
R: “Ma, direi di no, chi mi conosce intimamente lo sa, tu che ne pensi?”

Effettivamente, io che ti conosco intimamente, potrei dire di si, ma anche no.

D: “Quali sono i tuoi riferimenti musicali? Insomma, cosa ascolti, quando non suoni?”
R: “Tutta la black music, ossia tutto ciò che ha a che vedere con il blues, il soul, l’r’n’b, il jazz, senza farmi mancare dell’ottimo reggae e dub.”

D: “Mi spieghi in due parole cos’è il dub?”
R: “E’ un genere musicale nato in Giamaica negli anni ’70, che in linea di massima corrisponde ad una sorta di precursore del moderno remix. Praticamente i vari standard reggae venivano remissati aggiungendo echi e riverberi molto lunghi ed ipnotici.”

D: “Ci fai qualche nome di musicisti che ami?”
R: “Beh, sicuramente, John Coltrane, Chat Baker, James Brown, Ray Charles, non posso dimenticare Bob Marley, ma anche artisti più “recenti”, come ad esempio gli inglesi Herbaliser, che fondono l’ elettronica con la soul music. Insomma, vorrei la pelle nera…”

D: “Un disco fondamentale nella tua vita?”
R: “Ce n’è più di uno, ma se dovessi fare quello che se la tira, ti direi “Kind of Blue”, il disco capolavoro di Miles Davis, in realtà però quello che mi ha segnato di più, è stato sicuramente il banalissimo disco dei Blues Brothers. Banalissimo tra virgolette, perché in realtà pur essendo un disco di cover, possiede una potenza eccezionale e mi ha iniziato al fantastico mondo della black music!”


D: “Che cosa legge un tastierista?”
R: “Spartiti a parte, lo ammetto, leggo molto poco, ma quel poco che leggo è di gran qualità (ride).
Don De Lillo, Fred Vargas, John Fante, Pennac, Chatwin e pure Benni.”



D: “Suonerai mai qualcosa per noi rosa embedded?”
R: “Si, magari succederà…Cosa vi suono?”
(“Beh, questo devi dircelo tu.”)
R: “La vie en rose”, mi sembra adatto alla cornice…


Ok, Skal, ogni promessa è debito, lunedì o martedì sera, tutte all’Arcimboldi di Milano a richiedere la nostra canzone.
(“Mi sa che ho detto una cazzata…”)
Puoi dirlo forte, bello!

mercoledì 17 ottobre 2007

Rosso Pomodoro: tra cibo, scrittura e impegno sociale


Intervista a Luigi Fusco e Francesco Amato, rispettivamente primo direttore e assistente del ristorante Rosso Pomodoro nel centro di Bologna

a cura di Laura Scarano

Rosso Pomodoro è una catena che ha già numerosi ristoranti in Italia e nel mondo. Com’è cominciata la storia del suo successo?
Amato: Tutta la storia di Rosso Pomodoro comincia circa venti anni fa a Napoli, dall’idea di Franco Manna, Giuseppe Montella e Roberto Imperatrice, i soci fondatori della catena. Questi tre amici che facevano parte della stessa squadra di rugby, decisero di portare nel resto d'Italia la “napoletanità”, ovvero il calore e l’allegria tipicamente partenopei. Non solo, anche l’aspetto culinario andava promosso, grazie agli ottimi prodotti del luogo, come la mozzarella e il pomodoro che arrivano direttamente dalla Campania in ciascuno dei punti ristoratori
A parte i prodotti tipici cosa caratterizza ogni ristorante firmato Rosso Pomodoro?
Amato: Sicuramente la disponibilità e la calorosa accoglienza riservata ai clienti da parte del personale. Soprattutto dalle persone che lavorano in sala, infatti, esigiamo cordialità e simpatia, qualità che ci contraddistinguono perché fondamentali in questo settore. E’ per questo che scegliamo personalmente i nostri collaboratori.
Fusco: I cuochi e i pizzaioli di Rosso Pomodoro sono prettamente partenopei e, per garantire la qualità del servizio, la loro formazione è affidata a due specialisti del settore come Raimo Chiacchiera e Salvatore Mugnano. Ciò a dimostrazione del fatto che a Napoli la formazione nel campo della ristorazione continua a seguire il metodo proprio della bottega degli artigiani, per cui un pizzaiolo può imparare il mestiere soltanto da un altro pizzaiolo.
Amato: Riguardo allo stile, ai colori, a predominare è ovviamente il rosso, alle musiche partenopee che caratterizzano l’atmosfera dei punti vendita, c’è stato un preciso lavoro a tavolino da parte di architetti specializzati.
Fusco: Inoltre, oggi la squadra dei soci fondatori si arricchisce di altri tre elementi importantissimi, a cui è affidata la direzione generale: Clelia Martino e Antonio Sorrentino, che si occupano di management e Maurizio Aita, il primo pizzaiolo emigrante a Milano!
Amato: Antonio Sorrentino, in particolare, è lo chef che si occupa di tutto quanto concerne il menù, dalla scelta delle materie prime alla ricerca dei fornitori. Inoltre è sua l'idea di aiutare a mantenere l'integrità di alcuni prodotti in via di estinzione.
Prodotti in via di estinzione, di cosa si tratta?
Amato: Prendiamo ad esempio un formaggio caratteristico come il cacio cavallo, che non viene più richiesto come una volta, nemmeno a livello nazionale. L’impiego nelle nostre cucine di questo prodotto assicura continuità alla sua produzione, che tra l'altro avviene ancora in modo assolutamente artigianale con precisi tempi di preparazione.
Anche voi, come la PFG Maison, sperimentate contaminazioni tra ambiti della vita molto diversi tra loro, come l’arte culinaria, la scrittura, la solidarietà: il vostro libro di ricette è già alla sua terza edizione e porta testimonianza dell'impegno nel sociale.
Fusco: L’idea nasce dalla nobiltà del cuore napoletano. Da anni, infatti, collaboriamo con AMREF, un'organizzazione sanitaria Onlus, con base in Africa. Il nostro sostegno consiste nell'allestire una raccolta annuale di fondi, per la realizzazione di alcuni dei tanti progetti di cui AMREF si occupa nei quattordici Paesi dell'Africa orientale. In passato il nostro aiuto è già servito a costruire una scuola e l'acquedotto di Munyura in Kenya. Il meccanismo della raccolta fondi è semplice: il libro di ricette è un omaggio che noi facciamo ai nostri clienti, ai quali chiediamo un'offerta libera. Solitamente ciò avviene nel periodo natalizio, quando si è più sensibili ai problemi sociali... e arriva la tredicesima! A noi, poi, si sono affiancati diversi personaggi del mondo dello sport, che ogni anno contribuiscono con proprie ricette, valorizzando ulteriormente l’ iniziativa.
L’idea di legare l’immagine di Rosso Pomodoro al mondo dello sport risponde a una precisa strategia comunicativa?
Fusco: Sì. Ci sono calciatori, come Paolo Cannavaro, medaglie d’oro come Massimiliano Rosolino e i fratelli Abbagnale, tutti campani e quindi vicini alla cucina e ai valori di Rosso Pomodoro. In più, in questo modo l’immagine dell'azienda si lega a quella di un’alimentazione equilibrata e dai prodotti genuini, come si addice alla dieta di uno sportivo. Perciò, anche la quarta edizione del nostro libro di ricette, prossimamente in uscita, vedrà protagonisti alcuni famosi sportivi.
Tramite la collaborazione con Rosa Stanton vi apprestate a rafforzare il vostro legame con la scrittura e ad avere un primo approccio con il campo della moda. Che risvolti avrà quest’esperienza?
Fusco: C’è sicuramente un discorso pubblicitario di fondo, investire nella cultura, nello sport e nello spettacolo, oltre che nella cucina di qualità, ci permette di far conoscere il nostro ristorante e di portare nelle case della gente i valori della dieta mediterranea, di cui siamo promotori. C'è quindi innanzitutto la volontà di utilizzare i prodotti tipici della nostra terra nelle altre città. Riguardo alla moda… noi siamo una moda che non passerà mai.
Amato: Ciò che accomuna Rosso Pomodoro, in particolare il nostro punto vendita nel centro di Bologna, e PFG Maison è il fatto di essere due progetti giovani che stanno crescendo velocemente con il preciso intento di fare stile, non solo in una dimensione locale. Il nostro ristorante ha solo sette mesi, ma sta già riscuotendo successo. Inoltre, per la fine del 2007 apriranno altri otto ristoranti Rosso Pomodoro in città come Buenos Aires e Copenhagen. In questo modo, potremo promuovere la cucina mediterranea in tutto il mondo.
Legare il mondo della “buona tavola” al campo della moda risponde in qualche modo all’intento di offrire un’immagine alternativa a quella delle modelle-grissino?
Fusco: Certo! Nel senso che non occorre fare delle diete proibitive per vivere bene e tenersi in forma: meglio mangiar sano, magari nei nostri ristoranti.
Amato: La verità è che noi accontentiamo tutti, anche la donna-grissino. Infatti l’offerta di Rosso Pomodoro si adatta a tutti i gusti, perché affianca alla vasta scelta di pizze e primi piatti anche prodotti ipocalorici come delle ottime insalate.
Cos’altro bolle in pentola per il futuro?
Fusco: Farci conoscere ancora di più qui nel centro di Bologna, poichè a Casalecchio siamo già una realtà affermata da tempo. Inoltre ci proponiamo di far attecchire anche in questa città l’idea che la pizza napoletana deve avere il bordo alto!


martedì 16 ottobre 2007

OFF#LIMITS


RACCONTAMI UNA FIABA
a cura di Diomira Pizzamiglio


Quando penso alla mia infanzia mi torna in mente un bellissimo libro rosso intitolato la “La mia prima enciclopedia a colori”. Me l’aveva regalato un’anziana maestra per il mio quinto compleanno ed era ricco di figure e di storie.
C’era l’alfabeto scritto in corsivo e in stampatello con disegnato un animale per ogni lettera.
C’erano i numeri da 1 a 10 rappresentati con le palline e c’erano matite e macchinine colorate per le addizioni e le sottrazioni.
Con le uova della nonna si imparava la dozzina e con la torta divisa in dodici fette si facevano le divisioni.
Per ogni mese dell’anno c’era una storia raffigurata con disegni dai colori e forme morbide, sotto al disegno c’era il breve racconto: sei o sette righe, non di più.
E poi c’erano le fiabe: Cappuccetto Rosso, la piccola fiammiferaia e Cenerentola.
Ho regalato a mio figlio almeno 4 libri della saga di Harry Potter e quando era piccolo gli ho messo fra le mani quella vecchia e consumata enciclopedia.
Gli ho regalato il Piccolo Principe, Biancaneve, e Pollicino.
Harry Potter è rimasto lì, intatto sulla libreria.
Gli altri libri hanno subito più volte il restauro del rilegatore.

La fiaba tradizionale è ricca di materiale fantastico distillato dalla saggezza e dall’inventiva dei popoli. Esse contribuiscono a plasmare le coscienze dei bambini a cui si narrano, affinano sensibilità ed estetica morale.
Le situazioni delle fiabe rispecchiando la visione animistica che il bambino ha delle cose esorcizzano incubi, placano inquietudini e aiutano a superare insicurezze e ad accettare responsabilità.


Roberto Bianchi è un fiabista e crede fortemente nel recupero di questo genere letterario.
Nasce a Siena il 27 febbraio 1969.
Dedica la sua vita ai cavalli e alla scrittura.
Sua grande passione sono i fanciulli, così si laurea nel 1996 in psicopedagogia ad Arezzo con ottimi voti.
Ama gli animali e la campagna. Vive felicemente in Maremma e trascorre le giornate immerso nella scrittura e nella lettura.
La sua ultima pubblicazioni è Il giardino delle rose(akkuaria)http://www.akkuaria.org/
Semolino polpette e favole (il melograno)
Magotutto risolto(edit santoro)
Mi chiamo conte nicola e sono un cavallo...(akkuaria)
Potete leggere le sue fiabe on-line http://www.fiabeperbambini.it/Presentazione.htm

Prof. Bianchi perché scrive fiabe?
Scrivo fiabe con il sogno di poter aiutare i bambini ad imparare ad amare, assaporare la vita, sognare, costruirsi dei valori, rimanere puri nel cuore; in un mondo tanto povero di bontà e con tanti messaggi che ci bombardano e ci confondono con aggressività e violenza.

Come ha iniziato a scrivere e come a pubblicare?
Ho iniziato a scrivere fiabe a sette anni
con la lilliput di mia sorella(la sua macchina da scrivere per fanciulli)
Da allora non ho mai smesso
Poi frequentando e ottenendo la laurea in pedagogia ho acquisito una competenza pedagogica che spero mi renda possibile elargitore di insegnamenti e amore.
Per il mio lavoro devo innanzi tutto ringraziare Vera Ambra, l'editrice di Catania che mi aiuta a crescere professionalmente e mi permette di pubblicare.

Oggi lei non insegna più, chi erano i suoi alunni e cosa le hanno insegnato?
Insegnavo in una scuola privata, preparavo ragazze e ragazzi più grandi di me, a superare la maturità approfondendo materie pedagogiche, psicologia, filosofia, storia e italiano(tra l'altro con discreto successo).
Poi mi è cominciata l'epilessia.
Sono disabile …. La scrittura per me è tutto, m’impegna tutta la giornata.
I miei alunni mi hanno insegnato tanto.
Ognuno mi ha regalato una parte di sé.
Penso che il mestiere d’insegnante debba essere una cosa che nasce dal cuore e io ci mettevo tutto l'animo.

Ho letto che lei ama i cavalli, e ho visto anche il libro sul cavallo, cosa le ha dato quest’animale?
Amo molto tutti gli animali
Il mio cavallo mi ha accompagnato durante tutta la crescita.
Per ben 28 anni
E la nostra unione è stata straordinaria e densa d’amore e comunicazione.
Mi ha dato tutto, forza per crescere, sentimento, ma soprattutto quel pane di vita che è l'amore.

Che cosa è una fiaba?
La favola ha un potenziale valore educativo che in genere negli attuali formati cartacei manca.
La favola ha importanti possibilità per regalare valori, per dare una mano a crescere in amore e bontà, per cogliere ciò che conta davvero nella vita e può essere un modo per unire genitori e figli o anche insegnanti e alunni.
Attraverso il racconto orale si sono trasmessi per secoli patrimoni di saggezza e saperi.
Solo adesso il ruolo è stato assunto da mass media come pubblicità, tg, film horror e simili che anziché pensare a sostenere il fanciullo lo deviano verso bisogni indotti.
Nessuno tutela il giovane che ha bisogno di una falsa riga per decidere.
Nessuno pensa a donargli affetto.
Il sorriso di una fata può essere nell'amico libro fondamentale.
Quali frutti avremo educando senza coscienza e intenzionalità pedagogica?
Cosa diamo alla generazione futura se non esempi di guerra e deflagrazioni?
E’ combattimento anche andare a fare la spesa!
Mai una stretta di mano, mai una buona parola.
L'industria produce in serie cose identiche e con solo valore materiale
La fiaba può produrre frutti che nascono piano piano mai identici tra loro e ricchi di gustoso bene.

giovedì 20 settembre 2007

OFF#LIMITS


DONNE,
TA-DA-DA,
IN MEZZO A UNA VIA ...

a cura di Diomira Pizzamiglio


Venezia: Barbara Zolezzi, scrittrice di gialli storici è nata al Lido di
Venezia, dove risiede. Ha pubblicato con editori quali Sonzogno, Mondatori,
Hobby & Work. Con la Casa Editrice Ibiskos è stato pubblicato il primo
giallo storico ambientato nella Venezia Rinascimentale, alla fine del
Cinquecento. E’nota al pubblico per le storie dell’ Avogador de Comun, Sir
Paolo Priuli, magistrato della Serenissima Repubblica che indaga su efferati
delitti in una Venezia cosmopolita, multirazziale e all’apice della propria
gloria, con l’aiuto del suo medico - strologo Abrahim, della poetessa -
cortigiana Veronica Franco, del Veronese e della cortigiana Tiziana Orio. Il
plot e le vicende narrative sono ambientate, come già detto, nella
Serenissima di fine ‘500.
Vincitrice per due volte del Premio ‘Gran Giallo’ al Mystfest di Cattolica,
inserita nell’Antologia KILLERS & CO edizioni Sonzogno, sta scrivendo un
piccolo romanzo su… Restiamo un po’ nel mistero…
Pax tibi avogador meus (edizioni Omnia Office) scritto in collaborazione con
Elisabetta De Pieri è la prima opera editoriale non tecnica, come si diceva,
completamente accessibile, nata dalla collaborazione tra la signora Zolezzi
e Roberto Scano. Il primo giallo completamente accessibile.
Si può ordinare su IBS o in libreria.

Roma: Simonetta Biserni, fiorentina di nascita ma romana d’adozione. Compone
romanzi introspettivi dove svela le potenzialità nascoste nell’animo umano.
Scrive fiabe, la sua ultima opera è Friendel pubblicato da Omnia Office
http://www.omniaoffice.com/libro.asp?isbn=978-88-6054-001-0>
Tra le prime a divulgare on line l’omeopatia, la pranoterapia lo yoga e gli
olii essenziali, ha riscosso riconoscimenti sia dalla stampa, che da
importanti esperti in materia.
Sono presenti sempre su internet, i suoi articoli dove racconta dei misteri
che si celano dietro la nascita.
Ha inoltre collaborato con riviste letterarie di rilievo, scrivendo articoli
riguardanti il mondo dell’editoria e della letteratura.
Due donne, due scrittrici s’incontrano ed è subito intesa: nasce un romanzo
a quattro mani.

Ciao Barbara, è un piacere ritrovarti e soprattutto è un onore averti ospite
in questo blog.
So che non ami scrivere da sola, e questa volta hai composto con Simonetta
Biserni, ci racconti di cosa parla il vostro libro?

Con la Signora Biserni è uscito Il segreto del Lupo Solitario, Kappa Eventi
- Prospettiva Editrice - www.Kappaeventi.com - E’ un e-book ambientato a
Londra nella metà del 700 e tratta dell’eterna lotta tra bene e male.
Da sola, poi, ho terminato il seguito di Pax Tibi, Avogador meus, che spero,
potrà uscire a primavera, sempre in Tetralibro, dal titolo: L’Avogador e i
Codici di Alessandria.

Anche il tuo romanzo storico “Pax tibi avogador meus” è scritto in
collaborazione con Elisabetta de Peri, ci racconti la scrittura a più mani?
Come si realizza?

Con la signora De Pieri abbiamo collaborato fino al 2000 ed è stata
un’esperienza assai intrigante. Scrivere a quattro mani arricchisce molto
perché, se si va d’accordo, ci si integra con idee, trame, personaggi e
l’avventura continua.
Innanzitutto per scrivere a quattro mani sono necessari interessi comuni e
comuni intenti e poi… meglio lavorare insieme, se possibile, scrivendo
proprio in due. Certo, ci vuole un certo feeling intellettuale, altrimenti
potrebbero nascere solo disastri.
Non è facile, ma molto stimolante.
Qualche volta è necessario dividersi i compiti e allora, in questo caso, si
tasta con mano la compatibilità… di scrittura.

Su internet sono nati molti blog e siti in cui si può entrare e contribuire
alla costruzione di una storia, è un’esperienza che consiglieresti ad un
esordiente come primo approccio alla scrittura?
Sì, la consiglierei, anche se, enfin… , credo di essere una delle poche
scrittrici che costruisce le proprie storie senza fare un progetto
dettagliato prima di incominciare l’avventura. Io, quando ho in testa i
personaggi, lo svolgere della trama e lo sviluppo della storia nel suo
complesso, incomincio a costruire tutta la vicenda senza dividerla in
capitoli e senza segnare cosa dovrebbe accadere di volta in volta.
Però per un esordiente, che desidera incominciare a scrivere, ci vogliono
alcune regole. Dopo, sarà lui e/o lei a costruirsi un proprio metodo.

Che consigli daresti a chi desidera cimentarsi in questo splendido mestiere?

Di avere molta pazienza e di non mollare, mai, perché pubblicare o trovare
un editore è difficile. Non bisogna perdere l’entusiasmo, né la voglia di
continuare nonostante le prime sberle.

E adesso la parola a Simonetta che saluto e mi complimento per la splendida
collaborazione, ma parliamo un po’ di te: come sei arrivata alla scrittura?

Diciamo che scrivo da quando ero piccola anche se non avevo mai pensato di
farlo per mestiere. Poi, un giorno è arrivata, come si dice, la sempre
cercata ispirazione e… et voilà nacque il mio primo romanzo Tre Giorni in
Paradiso, che poi ha rivisto di nuovo la luce come e book sempre sul sito
www.Kappaeventi.com. E’ una fiaba e, come tutte le fiabe, contiene un fondo
di verità.
Di lì in poi, il passo per andare avanti è stato breve e trovavo sempre più
spesso non solo il tempo per scrivere, ma mi accorgevo che mi veniva sempre
più facile trovare le parole per esprimere quello che provavo nel vivere le
esperienze della vita.
Lentamente ma inesorabilmente, mi sono ritrovata a non potere fare a meno
della scrittura e a fare di quello che all’inizio era un hobby, un mestiere.

So che oltre alla pubblicazione con la signora Zolezzi è un uscito un tuo
nuovo libro, raccontaci, noi di Rosa Stanton siamo curiose:

Si è vero, è uscito il mio quinto romanzo appunto con OMNIA OFFICE.
Si tratta di un progetto innvotivo. Difatti il libro sarà un ebook/ Print on
Demand cioè potrà essere scaricato sia attraverso internet, che ordinato,per
chi lo desidera, in formato cartaceo.

Friedel è la favola di uno scrittore in pieno blocco di creatività.
Ciò non costituirebbe un problema se non avesse da consegnare, in tempo
brevissimo, il suo prossimo lavoro all'editore.
Ma la tanto sospirata ispirazione non arriva.
Ma ecco che la magia della vita si mette all'opera.
Il nostro scrittore in difficoltà viene aiutato da Friedel, un simpatico e
saggio gnomo che lo conduce nel suo fantastico mondo e, attraverso questo
straordiario viaggio, gli fa riconoscere quali siano i veri valori della
vita che, se vissuta assecondando le Leggi dell’Universo, ci donerà la
chiave per aprire la Porta alla nostra vera esistenza e magia delle magie…
Eh, no, il finale non lo posso proprio raccontare però vi posso svelare
che...
...Volete sapere chi era realmente Friedel?
Anche questo non se posso dirlo ma, vi posso sussurrare, che è stato un
grande amico di uno dei piu' grandi compositori del nostro tempo.
Friedel contiene il racconto Il Musicista segnalato al Premio Elsa Morante
indetto dalla TAM TAM edizioni nell'anno 2000.


OFF#LIMITS



CAPIRE LE PAROLE
a cura di Diomira Pizzamiglio


Vagando in rete alla ricerca disperata d’aiuto un giorno ho letto un articolo sulla disgrafia.
Ne sono rimasta profondamente colpita.
Leggevo e non riuscivo a credere a ciò che era pubblicato.
L’articolo era firmato da Alessandra Lumachelli, grafologa specializzata in problematiche di abuso psicologico.
Mio figlio è disgrafico.
Per questo disagio è stato discriminato, considerato un minorato prima, fannullone e asino poi.
Aprendo quella pagina ho letto nero su bianco ciò che da ben 11 anni continuavo inutilmente ribadire.
Era tutto lì, nero su bianco e con la firma di un’esperta.
E Alessandra sarà con noi sul blog dal 2 Ottobre con la rubrica Grafologando.
Ed ora vi propongo una chiacchierata fatta qualche mese fa.
D: Che vuol dire essere bambini sensibili, quanto si paga, o meglio, tu quanto hai pagato la ricchezza che possiedi e che è cresciuta con te?
A: Essere bambini sensibili rappresenta il massimo della fragilità …E’ strano come gli adulti rapidamente dimentichino di essere stati bambini, di essersi sentiti impotenti, di aver avuto la sensazione frequente di essere trasparenti, di aver sognato di diventare invisibili e di poter volare via ...
La mia ricchezza? Non so se è una ricchezza o meno, l’interiorità che mi porto appresso.
So soltanto che nei miei primi anni di vita tendevo ad apparire più forte di quello che ero, per non essere sopraffatta. Per poi nascondere la mia sensibilità al riparo da occhi estranei, coltivandola nella composizione poetica, nella lettura, nelle relazioni amicali profondissime.

D: Perché sei diventata grafologa?
A: Ho deciso di diventare grafologa in un momento particolare della mia vita, quando il mio essere madre stava crescendo nelle responsabilità, e tutto ciò mi affascinava ma mi spaventava contemporaneamente.
Ho voluto trovare un appoggio esterno, oggettivo al mio ruolo in evoluzione.

D: Parliamo di abusi alle donne: perché? Siamo davvero il sesso debole, oppure si vuole schiacciare un potere ancestrale?
A: Perché gli abusi alle donne … Quanti uomini possono dire di aver subito abusi? Noi non siamo il sesso debole, solo siamo più vulnerabili, fisicamente e moralmente più vulnerabili.
Tendiamo ad essere più introspettive, a coltivare maggiormente la vita interiore.
Ma è anche una vulnerabilità sociale, io credo: da un lato, le donne difficilmente “fanno gruppo”, troppo intente come sono a competere, stupidamente, tra loro; dall’altro, la società stessa le ha sempre viste come la parte più debole, meno incisiva sull’andamento generale di uno Stato (sino a poco tempo fa: senza diritto al voto politico, scarsamente produttive, impegnate in lavori domestici).
E c’è anche un retaggio religioso o antropologico; non è del tutto scomparsa, purtroppo, la divisione manichea della donna in: santa o peccatrice.
In questo senso, le donne vengono anche punite per essere testimoni viventi di un corpo da desiderare e fonte della vita, del rinnovamento.

domenica 2 settembre 2007

OFF#LIMITS


A VENEZIA NON SOLO CINEMA
a cura di Diomira Pizzamiglio

Oggi vi farò conoscere un personaggio assai emblematico: Roberto Scano. Roberto lo si trova sempre in rete, scorrazza per il web invischiato nelle cose più disparate, ora preso a sviluppare leggi per il parlamento, poi dietro a simpatiche scrittrici, oppure al carnevale di Venezia.
Ha 32 anni, è veneziano e ha un curriculum impressionante. Ha fatto dell’informatica e del web il suo pane quotidiano, inoltre è simpatico, dinamico e soprattutto adora il carnevale di Venezia.

Roberto Scano http://robertoscano.info/ nasce a Venezia nel 1975 e da sempre denota particolare interesse per l'informatica sviluppando all’età di 5 anni la sua prima applicazione in basic per l’oramai storico Commodore 64.
È tra i primi sviluppatori in ambiente Microsoft Windows a livello italiano a pubblicare applicazioni ed articoli sulle più rinomate riviste del settore.
Nel 1999 avvia la prima sezione di IWA in Italia, creando l'associazione IWA ITALY http://www.iwa-italy.org/ della quale diviene presidente nel giugno del 2000.
Ha partecipato allo sviluppo di iniziative volte a valorizzare la città di Venezia organizzando nella stessa eventi di interesse internazionale nonché sviluppando portali informativi sulla città lagunare, sulla storia e cultura nonché su eventi caratteristici quali il Carnevale di Venezia (autore del sito ufficiale del Carnevale di Venezia 2001)
Nel 2002 ha sviluppato il disegno di legge “Campa-Palmieri” in materia di accessibilità poi confluito nella legge 04/2004.
Nel 2003 ha partecipato alla stesura delle linee guida ABI (Associazione Banche Italiane) per l'accessibilità dei servizi di home banking ed ha partecipato al gruppo di lavoro O.S.I. (Osservatorio Siti Internet) dell'Unione Italiana Ciechi. Sempre nel 2003 fa il suo ingresso nel gruppo The European Design for All e-Accessibility Network (EDeAN), il progetto dell'Unione Europea legato all'iniziativa eEurope 2002 per la promozione dello sviluppo universale ed organizza il primo incontro in Italia del WCAG Working Group tenutosi nella città di Venezia, da sempre considerata da Scano l'idonea candidata a capitale mondiale del web.
Tra i suoi obiettivi vi è la valorizzazione della città di Venezia e della sua idonea identificazione come capitale del settore ICT: dopo il grande passato di città innovativa ed epicentro della comunicazione, Venezia dovrà tornare ad essere il centro delle nuove forme di comunicazione e delle nuove tecnologie.

Allora Roberto se le lettrici sono sopravvissute alla tua biografia, vediamo di aiutarle a capire che cosa vuol dire accessibilità, che è poi la materia di cui principalmente ti occupi
Accessibilità significa consentire a chiunque, indipendentemente da nazionalità, età e sopratutto disabilità, di poter accedere a luoghi, utilizzare prodotti e servizi come qualsiasi altro cittadino, come garantito anche dall’articolo 3 della nostra Costituzione. Nel campo specifico di cui mi occupo, l’accessibilità riguarda la possibilità offerta alle categorie deboli e svantaggiate (quindi disabili, anziani, stranieri) di poter utilizzare tecnologie informatiche (personal computer, applicazioni software) e contenuti digitali (siti Web e libri digitali). In materia ci sono raccomandazioni tecniche che risalgono ancora al secolo scorso, e purtroppo spesso non ancora comprese e quindi applicate da chi produce contenuti digitali – sviluppatori di siti Web ed editori tradizionali in primis. Il futuro comunque è più roseo: stanno nascendo ed evolvendo norme specifiche in materia, sia come raccomandazioni che come norme tecniche (a cura di organizzazioni come l’ISO), che norme vere e proprie (la recente convenzione ONU in materia, in via di recepimento anche da parte del Governo Italiano).
A 25 anni (e la cosa non dovrebbe stupirci visto che a 5 hai sviluppato la tua prima applicazione in basic per Commodore 64) diventi presidente di IWA ITALY, ci spieghi di cosa si occupa questa associazione?
IWA – International Webmasters Association - è l’associazione che a livello internazionale raggruppa gli sviluppatori del Web, ovvero coloro che quotidianamente lavorano nel Web (web programmer, web designer, content managers, SEO, ecc. Nel nostro paese siamo inoltre l’unica associazione di esperti di accessibilità riconosciuta dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Centro Nazionale Informatica Pubblica Amministrazione (CNIPA) ai sensi della legge 4/2004 (Legge Stanca) nonché associazione che rappresenta gli autori/editori di siti Web al Ministero Beni ed Attività Culturali in relazione alla legge 106/2004.
Nella precedente legislatura di sei occupato della legge Stanca http://www.pubbliaccesso.gov.it/normative/legge_20040109_n4.htm , ad oggi cosa è cambiato?
Ad oggi è cambiata l’idea di Web per le Pubbliche Amministrazioni. Grazie anche alle attività divulgative svolte dall’associazione, dal CNIPA e a spazi informativi che ci vengono forniti in eventi ed esposizioni (es: SMAU) sta crescendo la cultura dello sviluppo “con l’accessibilità in mente”. Nei referenti delle P.A., così come negli sviluppatori sta quindi crescendo la conoscenza e la competenza in materia, soprattutto dopo aver finalmente compreso le motivazioni che hanno portato alla stesura dei requisiti tecnici (ovvero dei punti che devono essere rispettati nella fornitura di siti ed applicazioni Web per le pubbliche amministrazioni – pena nullità del contratto di fornitura). Allo stesso tempo però non sono ancora partite verifiche sulla reale applicazione e molte pubbliche amministrazioni e fornitori eludono la norma, danneggiando la collettività. Nei prossimi mesi, con l’evoluzione avvenuta nel Web negli ultimi anni, sarà necessario metter mano a queste regole per aggiornarle e pertanto nei prossimi mesi ci dovrebbero essere delle novità. Non dimentichiamo inoltre che la legge prevede pure l’accessibilità per il materiale didattico e formativo per le scuole di ogni ordine e grado: ad oggi, a parte la buona volontà di pochi che partecipano ad un tavolo di lavoro del CNIPA, di libri accessibili ne abbiamo visti ben pochi.
Ecco spiegato perché ti si ritrova dietro alle scrittrici, dietro ai libri accessibili e più precisamente dietro al tetralibro. Cos'è un tetralibro?
Il tetra libro è un formato di libro accessibile nel vero termine della parola: è un libro cartaceo stampato a caratteri con adeguato contrasto e spaziatura, corredato di un cd-rom contenente tre differenti versioni digitali: una in formato XHTML a norma della legge 4/2004 (quindi pagine web fruibili da chiunque, con possibilità di ingrandimento caratteri, lettura tramite tecnologie assistive per i non vedenti, ecc.), una in formato PDF accessibile ed un’ultima fruibile da utenti che utilizzano computer palmari. Questo formato, che definisco l’uovo di Colombo, si differenzia dalle soluzioni “ad hoc” (e maggiormente onerose) per specifiche disabilità come il cosiddetto “libro parlato” (libro letto e registrato su nastro o su disco, con quindi maggior costo per la digitalizzazione del parlato), dai libri in grandi caratteri (libri stampati a caratteri di dimensioni 16 punti o superiori, con quindi maggior costo di carta) e offre il vantaggio dell’archiviabilità e della portabilità.
E adesso parliamo un po’ del carnevale, perché ti piace?
Il carnevale è e sempre sarà un momento in cui si trasgredisce e si cambia... chi era povero si vestiva da ricco, gli uomini si vestivano da donne...
Il bello del carnevale è che ci sono giochi di sguardi sotto le maschere... si incontrano persone e si parla, si parla,….
Si cena, si danza... senza poi mai sapere chi sia quella dama o quell'uomo sotto l'abito di casanova.... Magari, e capitava e capita spesso, che sia qualcuno che conosciamo bene, ma pochè non si vuol rivelare….. Il gioco della seduzione una volta era più dedicato alla donne, che portavano una maschera chiamata moretta trattenuta con la bocca, quindi non potevano parlare. E allora si innescava tutta una serie di giochi di seduzioni gestuali.

E tu da cosa ti macheri?

Beh quando non lavoro col carnevale, classica bauta: tricorno, larva e mantello
Hai mai sedotto qualcuno durante il carnevale?
... il bello del carnevale è proprio quello di trasgredire e poi far finta di nulla ovvero, le follie carnevalesche sono cose inenarrabili.

martedì 28 agosto 2007

Yoko Ono a Treviso

Intervista a Carlo Sala (curatore e critico d’arte)
Treviso saluterà l’arrivo dell’autunno e della stagione di eventi culturali con una mostra dedicata a Yoko Ono. L’iniziativa è stata oggetto di lunghe vicissitudini non prive di polemiche e incertezze che hanno in più di un’occasione interessato la stampa locale. Alla fine però il progetto è andato in porto e i lavori della Ono troveranno finalmente una degna collocazione.
Nella seguente intervista Carlo Sala, Direttore Artistico dell’ Associazione Lazzari (che ha organizzato l’evento) e curatore assieme Jon Hendricks della mostra racconta come Yoko Ono arriverà a Treviso.

Yoko Ono ritratta negli anni Novanta

L’Associazione Culturale Lazzari di Treviso organizza eventi trasversali inerenti la cultura visiva e il fashion design. Come avete costruito questo appuntamento con Yoko Ono? La mostra di Yoko Ono nasce dalla collaborazione dell’Associazione Lazzari con l’Archivio Bonotto. Quest’ultimo comprende opere e documenti raccolti negli anni da Luigi Bonotto, uno dei maggiori collezionisti mondiali di arte Fluxus. La sua collezione vanta opere di autori storici come Nam June Paik, Gorge Maciunas e Giuseppe Chiari, scelte con attenzione e lungimiranza. Bonotto ha sempre coltivato rapporti di profonda amicizia con alcuni dei maggiori interpreti dell’arte contemporanea tra cui la stessa Yoko Ono.

Troppo spesso si parla di Yoko Ono come della “vedova Lennon” e ci si dimentica della sua attività artistica. Vorrebbe ricordarci qualche passo della Ono artista Fluxus, musicista e cineasta?Yoko Ono è stata uno dei maggiori esponenti del Fluxus, una corrente artistica nata nei primi anni Sessanta. La sua produzione è articolata e complessa, dalla performance all’installazione, dalla poesia alla musica. Una commistione tra linguaggi differenti, per quella che si potrebbe definire “intermedialità”. Il suo linguaggio creativo invade il flusso vitale, per un’arte totale. Anzi, spesso il medium principale è stato il suo stesso corpo nelle storiche performance realizzate in tutto il mondo. Yoko è certamente una delle più significative e profonde autrici degli ultimi quarant’anni.
In un primo momento ci sono state difficoltà in merito agli spazi da dedicare all’evento da parte dell’amministrazione locale. Dove si terrà dunque la personale di Yoko Ono? Non temete che nonostante tutto il vostro lavoro organizzativo il merito - agli occhi del pubblico - possa essere attribuito al “generoso”ospite?Non voglio alimentare delle polemiche. Ritengo che inizialmente i problemi siano stati esclusivamente tecnici e logistici. La Chiesa di Santa Caterina è oggetto di un complesso restauro che la restituirà alla sua piena bellezza. L’edificio è fragile e custodisce opere di grande valore come il ciclo di affreschi di Tommaso da Modena. Per questo è difficile fare delle previsioni sui tempi di restauro.
Questi problemi riguardano solo una parte della location per questo posso dirti con certezza che la mostra rimarrà al Museo di Santa Caterina. Abbiamo progettato un nuovo allestimento in spazi diversi dalla Chiesa, la collocazione iniziale. Esporremo le opere lungo il museo, con delle installazioni nei chiostri, in alcune sale e in piazza Botter, davanti l’ingresso principale. La mostra inaugurerà il 27 di settembre e sarà aperta fino al 7 gennaio 2008.
Per quel che riguarda il “merito” dell’evento non ci poniamo il problema. Per noi poter lavorare con Yoko Ono alla realizzazione di questa mostra è un grande privilegio quindi affrontiamo con serenità tutte le difficoltà che si presentano.
Pensa che lo spirito irriverente di Yoko Ono come donna e artista possa avere suscitato una certa pruderie nelle istituzioni cittadine?
Non penso. Certo non è la classica mostra sull’impressionismo a cui la città è abituata. Sarà l’occasione di confrontarsi con dei linguaggi estranei agli abituali percorsi espositivi delle nostre zone. La produzione di Yoko Ono crea delle provocazioni ma queste non sono fini a se stesse. Come tutta la grande arte porta con sé riflessioni profonde. A volte il mezzo può sembrare azzardato ma sempre per evidenziare forti valori concettuali.
L’evento che andate ad allestire fa parte di una mostra itinerante? Treviso avrà l’onore di ospitare l’artista all’inaugurazione della sua personale?
Questa è una rassegna pensata appositamente per Treviso. Sarà creato un percorso con diversi lavori che evidenzieranno i vari aspetti dell’opera di Yoko Ono. Per l’occasione sarà presentata in anteprima mondiale Play It By Trust, una suggestiva scultura che rappresenta una scacchiera gigante di marmo. La vernice della mostra vedrà la presenza di Yoko che realizzerà la sua storica performance Blue Room Event.

Yoko Ono, Cute Piece, 1965, KyotoYamaichi Concert Hall

Negli ultimi anni Treviso ha proposto diversi avvenimenti artistici con grande successo di pubblico ma organizzati in chiave marketing oriented. Pensa che la città possa accogliere eventi legati al contemporaneo aldilà dei simpatici animaletti in stile Cracking Art sparsi per il centro storico?
Treviso in campo artistico è una realtà molto particolare. Negli anni vi sono stati dei grandi eventi legati all’attività di enti come la Fondazione Cassamarca. E’ anche vero che si trattava di progetti di carattere storico. E’ da molti anni che la città non ospita una grande mostra legata alla contemporaneità internazionale. Ritengo che sarà un’occasione irripetibile. Di certo ci sarà qualcuno che avrà delle perplessità, è facile fare demagogia in mala fede. Le persone attente e di ampie vedute apprezzeranno sicuramente la poetica di Yoko Ono. Potrebbe essere un primo passo che apre la strada ad altri eventi contemporanei. La mia speranza è che Treviso diventi un centro dove ci sia il coraggio di investire nella cultura contemporanea, senza arroccarsi in certezze passatiste.

Yoko Ono
Sognare
Museo di Santa Caterina, Treviso
27 settembre 2007 – 7 gennaio 2008
A cura di Jon Hendricks e Carlo Sala
Info: 0422598733

venerdì 10 agosto 2007

STEFANO BOLLANI OVVERO TALENTO E SIMPATIA.


di Ilenia Firetto

Bologna, 31 luglio 2007. Piazza S. Stefano.
Sono le ore 18.00 ed io sono in trepida attesa per l’intervista che il Maestro Stefano Bollani sta per concedermi.
Lui è già sul palco, insieme ad Ivano Marescotti, Antonello Salis, Paolo Damiani, Bebo Ferra alle prese con il sound check e le ultime prove dello spettacolo “Pirèta e é lòpp”, la favola di Pierino e il lupo di Prokofjev rivisitata in versione romagnola.
Chi è Stefano Bollani?
E’ un ragazzo di 35 anni, nato a Milano ma cresciuto a Firenze dove si è diplomato al conservatorio nel 1993. Dopo alcune esperienze nel pop con Raf, Jovanotti, Irene Grandi è, a poco a poco, diventato uno dei jazzisti più apprezzati dal grande pubblico, forse per la sua aria da ragazzo scanzonato, per il suo essere così scherzoso con il pubblico con il quale ama improvvisare, per il suo essere particolarmente eclettico, ma soprattutto per il suo grande virtuosismo e per il suo essere brillante.
Questa che vedrò questa sera credo sia la quinta o la sesta esibizione del maestro, ed anche questa volta con una formazione diversa.
I.: Maestro Bollani, hai iniziato la tua carriera accompagnando al pianoforte Jovanotti, Irene Grandi, Laura Pausini, poi …..il Jazz.
Cosa ti ha spinto a dedicarti, anema e core, a questo genere musicale?
S.B.: In realtà ho sempre voluto fare jazz e mi è capitato per caso di fare una tournèe con Raf nel ’93, per caso nel senso che lui mi aveva chiamato perché mi aveva visto nel gruppo di Irene Grandi , quando non era ancora famosa.
Io suonavo le tastiere e per 2-3 anni ho fatto queste cose qua che tu hai nominato, però era una parentesi, avevo 20 anni ed era un buon modo per cominciare a lavorare e guadagnare con la musica, era divertente, perché suonare a Napoli, con Raf e di fronte a ottomila persone era comunque un’emozione, anche se non era la musica che amavo di più.
Nel frattempo, però, io suonavo nei locali di Firenze, suonavo jazz….ho sempre voluto fare quello, poi il termine si è volutamente allargato perché jazz per me, oggi, vuol dire non tanto musica di qualità…quanto musica improvvisata, soprattutto. Non è un genere preciso, ma è un modo di stare sul palco, di prendere la musica, cioè mi piace che tu, tutte le sere, possa fare qualcosa di diverso….può anche voler dire tornare a suonare, un giorno, con Raf, ma di certo non 40 date suonando esattamente le stesse cose.
I.: D’altronde, nel jazz quello che ti contraddistingue è proprio il fatto che tu varii sempre, i tuoi concerti non sono mai identici l’uno all’altro, tutto è affidato all’improvvisazione.
S.B.: Si, ogni sera qualcosa di diverso, con il rischio che una sera venga un concerto bruttino ed un’altra un concerto bellissimo nel senso che non si corre il rischio che ci sia la famosa routine che consente a Raf di fare, più o meno, lo stesso concerto dappertutto.
E’ il concetto di sfida con se stessi che mi piace di più della professione.
I.: Nel tuo libro “ L’America di Renato Carosone ” parli del termine cool, utilizzato per i musicisti jazz ed in generale per i giovani ribelli.
Maestro….non credo che tu possa considerarti un tipo cool, nel senso letterale del termine.
S.B.: Ma se cool, oggi, vuol dire tranquillo, rilassato, uno che prende la vita divertendosi, credo di si.
I.: No, cool nel senso letterale, freddo, distaccato…
S.B.: No, io il termine non lo prendo più in questo senso, cool, per me, è più una cosa figa, forse, gli americani dicono cool per dire “tutto a posto”, “tutto tranquillo”, in un certo senso ha qualcosa a che fare con l’atteggiamento del musicista che improvvisa, perché un musicista che improvvisa deve essere pronto ad accettare il fatto che qualcosa può andar male, che qualcosa vada storto durante l’esibizione, quindi a fare “spallucce”, cioè dire “Ok, questa frase mi è venuta male, adesso ne provo un’altra; è come quello che parla ed improvvisa….bisogna accettare di partire in un modo e dover tornare indietro e ricominciare perché ha deciso di distribuire diversamente le subordinate, soggetto e predicato, bisogna essere pronti, insomma, ad accettare i propri errori.
I.: La bravura, dell’artista, sta, poi, nell’essere in grado di non far notare che quella frase non è riuscita così come la si voleva.
S.B.: Oppure sfruttarla….partire dall’errore per andare avanti.
I.: Come Buscagliene e Carosone, anche tu dai l’impressione, a chi ha il piacere di poterti ascoltare dal vivo, di voler giocare con la musica, di divertirti nel creare i fraseggi con i tasti del pianoforte. E’ questo il segreto del tuo successo?
S.B.: Non vedo perché una persona dovrebbe andare a vedere gente che si annoia mentre fa una cosa, deve pagare un biglietto per vedere l’artista che si esibisce che non solo è noioso, non è tanto questo il punto, ma che faccia una cosa che annoi anche se stesso.
Io mi diverto e non ho problemi a farlo vedere, ci sono musicisti più “timidi”, più pudichi, chiamali come vuoi, che in realtà si divertono molto ma non lo danno a vedere; d’altronde non tutti abbiamo lo stesso modo di esprimere le emozioni, c’è chi ride a bocca spalancata per una battuta, c’è chi fa un semplice gesto con le labbra e magari si è divertito molto.
Per quello che mi riguarda, sono un tipo che esterna abbastanza le proprie sensazioni su quello che accade intorno.
I.: Sei molto prorompente.
S.B.: Si, però non è una cosa voluta, studiata, è un mio modo di reagire alle cose, che vale anche per il resto della mia giornata.
I.: In una tua intervista a JazzItalia, menzioni, tra i maestri del jazz che hanno influenzato il tuo percorso musicale, Art Tatum, Oscar Peterson e Bill Evans.
Ascoltandoti, in questi ultimi anni, nei tuoi concerti, ho avuto la sensazione di rivivere le emozioni del jazz degli anni d’oro, il tuo virtuosismo, la tua tecnica, il tuo essere brillante quando interpreti un brano, fanno pensare che presto tu diventerai l’icona jazz del nuovo millennio (e qui lui giù ad ululare), che tu sarai, per i futuri pianisti, quello che i precedenti citati sono stati per te (ed ancora ad ululare).
S.B.: Ne dubito perché, purtroppo, queste persone hanno inventato delle cose che prima non c’erano, soprattutto Art Tatum e Bill Evans, forse Oscar Peterson è già più un emulo, molto virtuoso, di Art Tatum, però è molto difficile, oggi, inventare delle nuove cose, quello che si fa adesso è miscelare linguaggi diversi, stili e generi per creare qualcosa di nuovo che di solito dà vita a delle cose interessanti proprio attraverso l’incontro tra cose che, magari, sembrerebbero stridere. E’ come per i surrealisti l’incontro su un tavolo di un ombrello ed una macchina da cucire.
Io prendo un basso ed una batteria rock e ci metto sopra un’ arpa, la novità sta proprio nell’idea, postmoderna, di mettere insieme degli strumenti che normalmente non penseresti mai di mixare.
Che proprio, invece, una persona diventi un’icona perché inventa uno stile che tutti copieranno o che diventerà un must cui fare riferimento, mi sembra difficile, non solo per me, ma per quasi tutti.
E’ dura, com’è dura negli altri campi dell’arte, anche se poi, probabilmente, fra cento anni, riguardando le cose che si facevano, scopriranno che c’erano quei tre o quattro….ma al momento è davvero dura.
I.: Navigando sul tuo sito e leggendo i vari articoli su di te, ho potuto notare che non ti fermi mai. Tra un concerto e l’altro, tra un continente ed un altro, riesci a trovare il tempo da dedicare alle persone che ti stanno accanto?
S.B.: Beh, non è facile, bisogna inventare dei sistemi, sono, ancora, in fase creativa, li sto inventando perché il rischio è che tu ti riferisca a modelli sociali vigenti, quindi la famiglia tipo che la domenica dovrebbe stare tutt’insieme o i bambini da accompagnare a scuola o, ancora, la moglie che sta a casa e tu vai in giro a lavorare…ecco tutti questi modelli io e la mia famiglia non li possiamo avere, mia moglie, ad esempio, è sempre via come me.
I.: So, però, che collaborate, anche, musicalmente insieme…
S.B.: Si, ma molto più spesso lei fa le sue cose con Spinetti ( Ferruccio Spinetti, contrabbassista in duo con Petra Magoni ) ed io faccio le mie, per cui bisogna inventarsi dei modelli, bisogna essere aperti, ancora una volta, forse, all’improvvisazione….ed avere molti nonni.
Per il resto, per fortuna, esistono i cellulari, per cui sono sempre in contatto, anche in questo momento, visto che sta vibrando, ma ora lo spengo, con le persone che fanno parte della mia vita, che sono tante poi.
In realtà, sono già tante le persone con cui collaboro musicalmente, figurati, poi, se aggiungi gli amici, i conoscenti…cominciano ad essere tantini ( e qui vien fuori il suo accento toscano! ).
I.: Un aggettivo per definire il pubblico che ti ascolta, tra quello americano, asiatico ed europeo.
S.B.: Io credo che la differenza grossa sia tra quello italiano ed il resto del mondo, nel senso che quello italiano ha una percezione di me abbastanza “completa” perché sa che ho scritto anche un libro, che è uscito solo in italiano….al momento, chi lo sa, sa che ho fatto radio, mi ha visto da Arbore fare le imitazioni, ha letto, magari, il libro su Carosone, mi ha visto molte volte perché ho suonato tanto ed in tante città, Bologna un po’ meno, ma a Torino e Napoli mi hanno visto con quasi tutti i miei gruppi, quasi tutti i miei progetti, per cui hanno un’idea del personaggio, mi hanno sentito parlare etc….
All’estero ho sempre suonato nei festival jazz per cui sono un pianista jazz, ufficialmente, mentre in Italia si chiedono cosa stia facendo, tutt’al più, se mi hanno visto dal vivo, e se hanno ascoltato i miei dischi sanno che ho una vena che loro, magari, definirebbero bizzarra e quindi sono il pianista jazz che fa anche cose stravaganti, ma non avendo letto né il libro né sentendomi per radio e così via, sono già un pochino più “incanalato”, prima o poi capiranno, anzi più o meno lo stanno già, capendo, che in realtà non rientro molto nella definizione canonica del pianista jazz, però, al di fuori dall’Italia, ho un pubblico un po’ più da jazzista.
Invece, qui, il pubblico è più trasversale, c’è gente, che non ha mai sentito una nota di jazz, che viene a sentirmi perché mi ha visto in tv o perché ha sentito parlare di me.
I.: E poi, diciamoci la verità, il jazz è ancora visto come una musica “colta”, “seria”, per alcuni anche noiosa…
S.B.: Si, questo è l’errore di alcuni musicisti che lo presentano così, ma anche del pubblico che, a mio parere, non ha mai visto dei concerti jazz.
La maggior parte dei jazzisti italiani “di punta”, da Fresu a Rava a Trovesi, sono anche molto divertenti, cioè non è che ci si sganascia dal ridere, ma sono molto rilassati, molto cool sul palco.
I.: Da piccolo il tuo sogno era quello di diventare un pianista, in realtà cantante ma hai abbandonato ben presto l’idea. Adesso che, a 35 anni hai suonato con i più grandi musicisti del panorama jazzistico mondiale, Pat Metheny, Enrico Rava, Richard Galliano, Lee Konitz, Paul Motian, per citarne alcuni, la domanda sorge spontanea…dove vuole arrivare Stefano Bollani, qual è il tuo sogno, adesso?
S.B.: In realtà non ne ho, forse ne avevo pochi anche prima perché io mi sono sempre molto divertito nel presente, a fare le cose che faccio quel giorno lì o in quel periodo lì o il progetto che ho da fare pochi mesi dopo, per cui è difficile che io ragioni a sogni nel cassetto tipo il musicista con cui vorrei lavorare oppure che tipo di notorietà vorresti raggiungere o ancora che condizione economica o a che livello artistico vorresti arrivare.
Io mi diverto a fare quello che faccio, non ho quasi mai pensato “vorrei che un giorno mi chiamassero a tal festival, vorrei poter suonare in quella città”, non mi viene in mente di averlo fatto perché la musica, per me, è la prassi quotidiana, è la normalità, avendo iniziato a suonare a sei anni, non mi ricordo neanche quando non suonavo.
I.: Tu suoni per passione, perché ti piace, infatti lasci trasparire molto questo tuo amore per quello che fai, ti diverti ,e tanto, quando ti esibisci.
S.B.: Ma soprattutto per me è normale, è come leggere….è una cosa naturale.
Mi sono reso conto, ci pensavo proprio pochi giorni fa, che io non riesco ad immaginare bene, sarà che forse non ho abbastanza fantasia, come il pubblico percepisca la musica davvero, perché io sono così abituato a percepirla da musicista, cioè da uno che ne ha ascoltato tanta o, comunque, da persona che ha più o meno i “codici” ed infatti mi son detto: “Ma…. ‘sto jazz?. Io faccio questi concerti, in quintetto, improvvisiamo, ma…a tutta questa gente che ci ascolta…boh!...cos’è che gli arriva?”.
Non lo saprò mai, perché ad ognuno arriva una cosa diversa ed il bello della musica è che non è un’arte precisa e didascalica. La parola, a volte, pretende di mandare un messaggio, invece la musica, per fortuna, è vastissima, è più democratica ed ognuno è libero di interpretarla come vuole.
Mi sono, però, anche reso conto che per me è quasi come un linguaggio, come il linguaggio che sto utilizzando, ad esempio, adesso, come quando parlo in inglese o in francese, invece, per il resto del mondo no…è un po’ strana la percezione.
I.: Ed il giapponese? Inizierai a studiarlo?
S.B.: No, non ci provo neanche. Adesso sto iniziando a studiare il portoghese, nei ritagli di tempo, ma il giapponese no.
Si vive una volta sola, devo fare anche altre cose!
I.: Entrando nel privato…se non sbaglio hai un figlio.
S.B.: Due figli, Leone ha otto anni, Frida tre.
I.: Avere te come padre, per loro, sarà uno spasso, si divertiranno da matti.
S.B.: Si, quando mi vedono. Ma i miei figli son tosti, sono molto più seri di me, forse Frida un po’ meno, lei è un po’ più caciarona, Leone, invece, è un bambino molto serio, anzi è lui che mi riprende “papà, smettila…non mi piacciono questi scherzi” mi dice quando lo prendo in giro. I bambini son tosti, sono più seri dei genitori, temo. Non ricordo, adesso, i miei, ma forse anch’io ero più serio di mio padre, prendevo le cose in maniera più seria.
A me, infatti, piacerebbe che mio figlio diventasse più cool, però, sai, ad otto anni, se perdi un giochino non è che puoi prenderla con filosofia, è un dramma e basta.
I.: Ed il loro approccio con la musica? Avendo due genitori musicisti…
S.B.: Leone è già un ex batterista, ha smesso a quattro anni. Ha iniziato ad un anno ed ha smesso a quattro, quando gli abbiamo comprato la batteria vera, ha capito che si faceva sul serio, quindi basta invece Frida canta, ha tre anni ma canta tantissimo, le piace molto la musica però nessuno li forza, ancora una volta è molto naturale e la differenza, rispetto a quando ero bambino io, sta nel fatto che loro hanno già visto tanti concerti.
Io, in casa, non avevo dei musicisti ed il mio primo concerto l’avrò visto ad 11 anni, ci son dovuto andare io altrimenti i miei genitori non mi avrebbero portato a vederli.

Capisco che è arrivato il momento di terminare l’intervista, così mi congedo dal Maestro Bollani, come mi piace definirlo, lo saluto, ma soprattutto lo ringrazio tanto per avermi dato la possibilità di poter conoscere e far conoscere Stefano Bollani, non soltanto come musicista ma anche come uomo che vive nel quotidiano.
E’ rimasto, pur avendo già alle spalle una lunga serie di premi sia in ambito internazionale e nazionale ed encomi da parte della critica musicale in ambito jazz, un ragazzo molto semplice, umile, disponibile, molto cool, come a lui piace definirsi.
Quindi che dire…se non lo conoscete ancora, adesso è arrivato il momento di ascoltarlo e se vi capita di vederlo dal vivo, vi assicuro che non ve ne pentirete.
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