martedì 31 marzo 2009

CREATINA POUR FEMME











Sarte Sartine e Modiste
a cura di Katia Ceccarelli


"La stanza era una cameruccia da centocinquanta franchi l'anno: per uno studente o uno che vivesse di rendita, avrebbe dato sul cimitero. Ma conteneva una macchina da cucire e così tutto cambiava, tanto che sarebbe più esatto dire: la finestra della stanza dava su una macchina da cucire"
(Croquignole di Charles Louis Philippe).

Apro un nuovo argomento per motivi funzionali a una mia ricerca. Vorrei raccogliere testimonianze, interviste, lettere di persone che sono in possesso di un particolare requisito: se avete una mamma, nonna, zia, un'amica di famiglia, che siano state o siano SARTE, allora potete aiutarmi.
Nello specifico vorrei sapere se questa attività "artigianale" delle donne che vi hanno cresciuto/badato abbia avuto una qualche influenza sulle vostre inclinazioni creative o via abbia reso più disposte/i alla accuratezza o alla fantasia.
Vorrei quindi intervistare chi risponderà a questo appello. Siate coscienti che questo materiale andrà utilizzato per un saggio come testimonianza diretta, potete dunque firmarvi col vostro nome o se preferite con un nickname.
Gradite anche immagini o foto d'epoca - con l'autorizzazione al loro utilizzo (sentirò in seguito con l'editore come procedere correttamente per le liberatorie).
Se volete iniziare con me questa avventura contattatemi al seguente indirizzo:
sartinekc@libero.it

lunedì 30 marzo 2009

Il signor in giallo


Leonie Swann
A cura di Lorenzo Bosi

Eccoci ancora una volta all’appuntamento col giallo. In questo post voglio parlarvi di una giovane scrittrice tedesca, Leonie Swann nata nel 1975 nei pressi di Monaco di Baviera e che ha pubblicato un giallo risolto da una pecora. Proprio così, Miss Maple è la pecora più intelligente del gregge, forse del villaggio, probabilmente del mondo che risolve il caso dell’uccisione del loro pastore.
Brevemente.
George Glenn viene trovato ucciso con una vanga conficcata nel ventre. Il gregge rimane attonito ma Miss Maple non si da per vinta e comincia ad interessarsi. Inizia così una vera e propria caccia all’uomo.
Un’indagine divertente tra i meandri della sconosciuta civiltà umana, tra fraintendimenti ed equivoci (chi capisce gli uomini è bravo…), pericoli di ogni sorta, false piste ma, pian piano, l’intraprendente pecorella riuscirà a fiutare le tracce dell’assassino.

Forse sarà problematico rintracciare il volume. E’ uscito nel 2006. Vi lascio comunque i riferimenti per la ricerca:

GLENNKILL di Leonie Swann
Pubblicato da Bompiani.

Buona lettura e buon divertimento.
Un abbraccio
LB

domenica 29 marzo 2009

OFF#LIMITS



















Demone Bianco
a cura di Diomira Pizzamiglio

Mi capita, talvolta, di incontrare sulla mia strada delle persone speciali e quando succede non posso fare a meno di fermarmi a riflettere.
Su facebook ho conosciuto un ragazzo, Giacomo Cutrera.
Giacomo è nato a Brescia il 22 gennaio 1988, studia ingegneria informatica e sul suo profilo, nelle voce libri preferiti si legge: "solo quelli che scrivo io"
Potrebbe sembrare presuntuoso, non vi pare?
No, assolutamente, non lo è affatto.
Giacomo ha scritto e pubblicato un libro, Demone Bianco, e potrei parlarvene io, ma ...
No! Vi propongo invece di ascoltare le parole di Giacomo.
Seguite questo link e ... buon ascolto.
www.lulu.com/content/1483087



sabato 28 marzo 2009

La Dolce Vita di Ludovica













Missoni: la storia del colore

a cura di Ludovica Falconi

“La filosofia del nostro lavoro sta nel fatto che consideriamo un capo di abbigliamento come un’ opera d’arte. I nostri prodotti non devono essere comprati per un’occasione speciale, ne perché sono di moda, ma soltanto perché uno li ama e sente che potrebbe indossarli sempre” (Rosita Missoni)

La Moda può essere analizzata sotto innumerevoli aspetti, questa è sicuramente la caratteristica più affascinante per chi la ama, la studia o la fa.
L’ abito, oltre alla sua componente materica nasce dalla sensibilità di un individuo indissolubilmente legato al suo contesto sociale, per questo può essere paragonato ad un’ opera d’arte.
Anche vivendo nell’ epoca della riproducibilità tecnica in cui tutto è ripetibile e soggetto a leggi di mercato un abito può essere inimitabile e unico proprio per l’ idea da cui è nato e per le peculiarità che si riverseranno in un nome, come quello dei Missoni.

La coppia più amata nel mondo della moda considerati dei veri signori da chiunque li abbia incontrati.
Il ’53 è la data che segna l’ inizio dell’ avventura di Ottavio Missoni, detto Tai, ex sportivo e spirito creativo dell’ azienda e di sua moglie Rosita Jelmini figlia di un industriale tessile ed instancabile ricercatrice di tessuti.
Partiti dalla Rinascente per passare nel ‘67 dalla Sala Bianca di Palazzo Pitti e arrivare nel ’69 a Bloomingdale’s ed in tutte le più importanti città del mondo con la qualità che li contraddistingue.
Hanno dato nuova vita alla maglia con soluzioni cromatiche divenute ormai un classico come il senape, il glicine, l’azzurro pastello declinati nel motivo a loro più caro: la riga che - dritta, ondulata o a zig-zag -gioca con i colori.
La riga è per i Missoni quello che era l’ asterisco per Gruau: un segno inconfondibile.
Righe ma non solo. Dalla loro conoscenza dei tessuti nascono i divertenti put- together composti da pezze di tessuti diversi uniti tra loro da punti differenti, indimenticabili anche i loro costumi di maglia e non e le loro pellicce.
Il merito più grande è quello di essere rimasti fedeli a se stessi negli anni con dei capi intramontabili dove il processo d’attualizzazione è costante ma impercettibile: negli anni ’90 le linee si fanno più minimali rispetto a quelle morbide degli anni ’80, ma è più una questione del mood che l’ epoca impone che di un vero e proprio cambiamento.
Infatti il segreto del loro successo si può distillare in una parola: tradizione.
Tradizione famigliare portata egregiamente avanti dai suoi tre figli, in particolare da Angela che ora si occupa dell’ ufficio stile e della linea donna dal ’97, ma anche tradizione italiana legata al concetto di artigianalità che Tai e Rosita hanno da sempre anteposto alla preoccupazione, ricorrente nel settore, di voler diventare a tutti i costi la griffe “in” del momento.
Una visione sicuramente romantica che andrebbe riscoperta e presa d’esempio, non solo nel campo della moda, in un momento come questo in cui si parla tanto della crisi del made in italy.
Romanticismo e qualità: è quello che l’ Italia dovrebbe riscoprire.

venerdì 27 marzo 2009

DOMINO CAFFE'


Che cosa scrivi
A cura di Polly

Su un forum, tempo fa, lessi il commento di una ragazza che lodava un racconto scritto da un’amica, e che si diceva invidiosa di quel talento, perché, osservava, doveva essere così bello poter scrivere di sé, raccontare se stessi nella scrittura.
I complimenti sono sempre graditi, ma per quanto riguarda il raccontare se stessi, nonsense, mi venne da pensare.
Stesso tipo di annotazione da parte di un signore gentilissimo che, al termine di una presentazione, mi si avvicinò dicendomi che anche lui aveva cominciato a scrivere, poi si era fermato perché gli sembrava di scrivere sempre e solo di sé. E mi chiedeva se io non avessi lo stesso timore.
Nonsense, avrei voluto, di nuovo, rispondergli. Ampliai ed esplicitai e gli dissi che di me, come persona, nel romanzo che aveva appena acquistato c’erano due brevissimi momenti, che sfidavo chiunque a trovare, e che avevo prestato, attribuito a due personaggi diversi.
Io non scrivo di me. Scrivo storie.
Scrivevo di me quando, da ragazzina, come tutte – voi no? – avevo anch’io il mio diario segreto. Ma già allora la cosa, dopo un po’, mi annoiava. Forse qualcuno ha una vita talmente interessante da farne un romanzo. Non io. Così, già allora preferivo seguire quei personaggi che, come se davanti a me venisse proiettata una pellicola che solo io potevo vedere, mi apparivano nei luoghi più diversi, più facilmente quando la mia mente era sgombra dalla routine degli impegni, scolastici allora, quotidiani. Li osservavo, li ascoltavo, e buttavo giù ciò che vedevo e sentivo.
Io scrivo storie.
Ho scritto dal punto di vista maschile, e sono una donna. Ho scritto dal punto di vista di un assassino, e faccio fatica persino a immaginarmi come si possa arrivare a togliere la vita a un’altra persona.
Scrivi di ciò che sai, ha affermato qualcuno.
Se fosse così, certe storie non avrebbero mai visto la luce. Jules Verne non avrebbe mai potuto portarci al centro della terra, né Dante all’inferno, Shakespeare in Italia, o Swift in un mondo in cui un uomo può spegnere un incendio nel modo più irriverente possibile.
Uno scrittore non scrive in modo involuto, egoistico e monotono di sé. Uno scrittore osserva, assorbe, rielabora e scrive del mondo e dei suoi abitanti. E può moltiplicare, mischiare e giocare di riflesso fino a creare altri mondi, popolati da altri abitanti, perché ha dalla sua tutte le tessere, consce e inconsce, della sua memoria, zeppe di secoli, di più di un millennio di storie.
Mescola, aggiunge, toglie, assaggia e modifica, come un cuoco, quasi un alchimista, se è davvero bravo. Si cala in questo o in quel personaggio, entra nelle loro scarpe, come direbbero oltre l’Atlantico, compie qualche passo, pensa nella loro testa, sente con i loro sensi, per poi abbandonarli e nascondersi, entità benefica e non invasiva, dietro agli occhi di qualcun altro.
Seguendo sempre l’anima della scena, la forza trainante della storia, che si srotola non dentro di lui, ma davanti a lui.
Uno scrittore scrive storie.

giovedì 26 marzo 2009

DI MAMMA (NON) CE N'E' UNA SOLA


Della libertà e delle sue virtù: l’integrazione
a cura di Anna Grazia Giannuzzi

La primavera mi fa questo effetto terribile, mi faccio un sacco di domande ed il mio cervello si fa acuto e ripetitivo. Fino a che non mi metto a cercare le risposte, trascorro notti insonni a fissare le mie figlie che dormono, e qualche volta russano, alla luce breve della lampada di servizio.
Il mondo scorre tutto alla stessa velocità? Le persone, anche quelle che si amano, crescono davvero in simultanea? E parlarsi fa bene? Ma si riesce davvero a parlare, voglio dire a capirsi? E dopo, cosa succede dopo? Ma un dopo, esiste?
Quali sono gli “agenti trasformatori” delle persone e delle società? Le persone sanno davvero cosa vogliono? E riescono a comunicarlo? O ancora riescono a perseguirlo? E sono capaci di capire dove sta il loro bene?

Le risposte poi le trovo, ma di solito non mi piacciono.Il percorso di ricerca è sempre intrigante.
Userò questo post, che mi auguro finora non vi abbia annoiato troppo, per segnalare due libri che in questo momento occupano nei miei pensieri ogni secondo libero da incombenze strettamente indispensabili e non rimandabili.
La democrazia che non c’è” di Paul Ginsborg, e “La figlia perfetta” di Anne Tyler.
Comincerò dal secondo, che ha in italiano un titolo di cacca (in inglese Digging to America) e che non rende assolutamente quello che succede nel libro, dove di figli e figlie e madri e nonne e nonni e papà ce ne sono davvero tanti e nessuno di loro, (grazie al cielo!) è perfetto, se non negli occhi dell’amore che uno ha per l’altro. Nel libro non si racconta solo di adozione di figli, ma dell’adozione di abitudini e tradizioni, e di modi di essere famiglia e di amare, di sentimenti che non ci lasciano e di altri che non capiamo come facciano a sorgere in noi, di rapporti tra uomo e donna nella coppia, di stranieri e di estranei, di cucina, di giardini, di spezie.
Il libro potrà piacervi oppure no ma, non essendo di un’autrice italiana, è capace di raccontare francamente e liberamente tutte le domande che sorgono spontanee quando si adotta e quando si va a vivere, anche se per scelta, in paese straniero. Non c’è vergogna, ma pudore e coraggio nel farsele certe domande, che ci si fa a volte solo tra sé e sé, e nell’essere quello che si è diventati, nel crescere, anche se la strada percorsa è molto diversa da quella che ci avevano indicato, e persino nel goderselo fino in fondo. La felicità si incontra dove meno te l’aspetti.
Il libro mi ha preso perché, per fare un esempio, mi sono trovata perfettamente in sintonia con le protagoniste, madri adottive, che subiscono pazientemente il racconto delle doglie, del parto e dell’allattamento da parte delle madri naturali fresche fresche, che pare non sappiano parlare d’altro. (Ho notato che spesso le donne quando parlano di dolore fanno riferimento al parto, quasi fosse la pietra di paragone del dolore, e tutto il resto o è di più o di meno, io vi posso parlare dei dolori dell’endometriosi, che sono invalidanti).
Pure mi sono ritrovata nei costumi iraniani di preparare da mangiare per il doppio delle persone che inviti. O nei dubbi della mamma americana su come preservare e tramandare la cultura di appartenenza della figlia. Mentre nitidezza di Maryam, nonna iraniana, mi ha conquistato e secondo me è lei la protagonista prescelta dalla scrittrice, anche se la storia è ben solida e costruita, come fanno bene gli scrittori americani, su due personaggi principali.
La possibilità di immedesimazione di una madre, adottiva o non, italiana è garantita e piacevole. Anche per le nonne, i nonni ed i papà, direi.
Le differenze tra l’Italia ed il Maryland stanno nel fatto che i figli te li portano loro e tu li aspetti all’aeroporto, invece, di andarli a prendere nel loro paese di origine. E nella totale assenza di strutture pubbliche di supporto (ad es. assistenti sociali per il monitoraggio dell’anno post adottivo, creazione di dubbi e problemi inesistenti compresi).

Quanto a Paul Ginsborg ho dubitato per un momento che fosse vero, nel senso che ringrazierò per sempre chi me lo ha fatto conoscere e non smetterò mai di leggerlo. Esiste davvero ed insegna storia all’Università di Firenze. Cioè, potrei persino incontrarlo ed assistere ad una delle sue lezioni. Nel caso, comunque, gli direi che il capitolo su genere e democrazia è un’eccezione infelice in un libro brillante, e accattivante.
Ho trovato spiegazioni rapide e fulminanti per problemi che mi sembrava fossi l’unica a vedere, ma non è così; ci ho ritrovato J.S. Mill, che ha segnato tanta della mia vita accademica e personale, un economista (?) illuminato che ha il gran pregio di aver scritto nel 1869 un libro che si intitola “The Subjection of the Women”, e non dico altro. Ginsborg lo cita ripetutamente e gli rimedia un incontro impossibile, con Karl Marx, persino in Paradiso Marx in paradiso? Leggete.
Mill è citato anche a proposito dei rapporti che in democrazia intercorrono tra sfera pubblica e privata; di come questa divisione artificiale, e funzionale ad una visione del mondo maschile, sia la riproposizione del confinamento delle donne in quella privata e degli uomini in quella pubblica. Mill aveva dichiarato in maniera consapevole e solenne che ciò che troviamo naturale è solo ciò che ci è consueto, mentre al contrario tutto ciò che non ci è consueto lo troviamo innaturale. Molti anni dopo Donna Haraway avrebbe precisato meglio con il concetto di “naturcultura”. Ne parliamo un’altra volta, se vi va.
Insomma se volete farvi un’idea del perché è così difficile vivere la democrazia mediatica in cui viviamo, avere delle idee politiche e praticarle, in Italia, dove non viviamo più (magari senza accorgercene) in una democrazia liberale - ed in Europa – leggetelo. Sempre che non siate felici così.
Dopo la primavera c’è l’estate, stagione in cui mi preoccupo solitamente che le mie figlie non si scottino al sole, non affoghino, non si perdano in montagna, e leggano qualche libro, o almeno permettano a me di farlo. Mi occupo anche della mia cellulite (sempre troppo, troppo tardi).
Tranquilli.



martedì 24 marzo 2009

Psychè

Un Consultorio nella città
A cura di Susana Liberatore

Giovedì 2 e Venerdì 3 Aprile ci sarà l ´inaugurazione del Consultorio “Augusta Pini” a Bologna. L´evento avrà inizio al teatro “Arena del Sole” con la presentazione dello spettacolo: “Madre con cuscino” di Vitaliano Trevisan e continuerà la giornata seguente nella sala conferenze del Baraccano con la presentazione alla città delle attività del consultorio. (Per maggiori informazioni consultare: http://www.verbamanentcoop.it).
Questo progetto d´orientamente psicoanalitico ha come fine un luogo d´incontro nell´intento d´individuare una possibile risposta a un soggetto che soffre, ma anche un punto di riferimento e di riflessione necessari sul disagio attuale analizzando le caratteristiche di quel sociale che modella i sintomi del giorno d´oggi.
A questo punto, vorrei sottolineare lo speciale interesse di questo consultorio per l´arte. Gli artisti, con le loro opere, riescono a fare percepire delle soluzioni che danno una versione dell´esperienza della vita, costeggiando il buco della esistenza, producendo un lavoro rivolto agli altri.
Una dialettica tra l´Uno e l´Altro sociale, considerando la città come il luogo dove si intrecciano delle reti che disegnano la mappa dei desideri, lo scenario dove ogn´uno si confronta (o no) con gli altri. Per esempio, Socrate amava la città, ma faceva anche di più: viveva nella cità, cioé, discuteva e litigava con essa, le parlava la persuadeva, insomma, tentava di vedere il rapporto che l´ univa ad essa.
Lo stesso processo che Italo Calvino percorre scrivendo “Le città invisibili”. Convinto che ogni giorno sia più difficile abitare nella città, le scrive un ultimo poema d´amore domandandosi cosa sia per noi la cittá oggi. Il libro si discute e s ‘ interroga nello stesso tempo che lo si fa. La sua opera si converte per lui in una sorta di diario che segue i suoi umori, le sue riflessioni, dove tutto finisce trasformandosi in immagini di cittá.
Il racconto finisce con una riflessione stupenda ......”L´inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n´è uno, è quello che è già qui, l´inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l ´inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all´inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”
Direi che questa sarebbe una bellisima metafora d´un possibile percorso analítico.....

sabato 21 marzo 2009

NON HO L'ETA'



FARE LA MAGLIA E’ UNA COSA MERAVIGLIOSA
(Tradizione - modernità - viceversa?)
A cura di Chiara Cappellato

Non mi annovero tra prede di facili quanto volatili entusiasmi sollecitati dal Glamour.
Nemmeno malleabile vittima del Trend alla voce Tecniche alternative di Relax Psicofisico, Yoga Sinergico, Tai-chi, Biodanze. Moltiplicarsi di hobbistica Decoupage, Origami, Stencil con contorno di books, stage e dvd?? Mi offenderei…
Giuro! Mia vera, autentica passione che nasce al tempo in cui ancora non potevo né leggere né scrivere, manina alla mia nonna, mi incantavo silenziosa incantata nella tetra e tarlata merceria del quartiere dove lo scaffale dei gomitoli era alto e inaccessibile per una bimbetta. Crescevo. Autodidatta non per scelta, ho sempre dedicato al “Diritto e Rovescio” molto tempo libero. Nell’era dell’adolescenza e delle ribellioni i pomeriggi estivi assumevo sembianze da vecchia zitella. Al braccio ferri e lana rigorosamente di riciclo (mancanza di fondi = paghetta striminzita = fine anni 80).
Vi starete chiedendo: dove sono nascoste le nostre Super Over?
La Signora Fortuna, bazzicavo al mercatino della parrocchia vicina, mi ha presentato Gina. GINA secca secca, alta, capelli scuri e curati, visino segnato da rughe, gonne lunghe, abiti dai toni della terra e del sole, una fedele-inseparabile-pesante-infinita borsa “Mary Poppins” nella quale, grandiosa donna, un libro trova sempre casa.
E’ lei! Ci somigliamo! Amore a prima vista!
Esattamente come immagino (e mi auguro) di essere a 75 candele accese con originalità. Personalità decisa, espressa con mise tutte sue, nessuna nota stonata.
Anni luce dalla tipica Over/grigio cenere/cuoca/stiratrice che accudisce e obbedisce!
Gina, Ginetta la mia artista-docente di KNITTING.
Vita dura per chi ama la maglia dalle mie parti. Scovare vecchie anime abili e disposte a insegnare, e negozi di filati che non odorino di muffa, competenti nel proporre modelli innovativi per giovani rampanti tricottatrici, è un ostacolo.
Sfacciata, chiedo e ottengo il numero di cellulare (ora siamo agli sms) e alla prima ripetizione Ginetta mia mi riporta indietro.
Nel tempo in cui non si poteva seguire la moda. “Importante è avere abiti in ordine, rattoppati ma puliti”, uno dei comandamenti della sua saggia mamma.
Nel tempo in cui i vestiti si “rovesciavano” quando un lato era logoro e le toppe andavano alla grande. Quindi anche i maglioni di lana resuscitavano. Tolti i preziosi bottoni, si disfacevano trasformandoli in gomitoli. Una matassa di lana nuova in aggiunta, pagata con latte o un uovo, e si cominciava a sferruzzare.
Nasceva una maglia spesso a righe, “la maglia delle feste comandate” la cui vita prevista doveva aggirarsi intorno a 4/5 anni almeno.
Nel tempo in cui tutte noi avremmo usato i ferri e sfornato giacche, guanti, calzettoni per la famiglia sempre infreddolita e costretta a fare economia.
Riunirsi nelle case delle vicine a parlare “del più e del meno”: piccoli momenti di socializzazione-grandi e succulente occasioni per conoscere vita, morte e miracoli del circondario.
Quanta semplicità nelle necessità delle nostre Nonne, vero?
Gina dalle mani d’oro, dai reumatismi che mordono i polsi, oggi tesse per beneficenza procurando lauti introiti assicurati dalla freschezza della sua creatività.
Con fissazione frutto dell’età e dei sacrifici, fa sorridere l’udirla ripetere: “…Anche oggi alle bambine si deve insegnare la maglia” perché “…Una donna non deve mai stare con le mani in mano”.
(Apriamo e sigilliamo subito un altro, grandioso capitolo sul quale noi avremmo qualcosa da dire).
Non per stimolarvi a diventare moderne Penelopi, vi esprimo gioia e orgoglio di cimentarmi in un’arte che intreccia tradizione/femminilità/dolcezza/abilità delle nostre ave all’attuale Fashion.
Quindi: sottofondo musicale, seduta comoda, schiena eretta, sento il corpo ringraziarmi; insieme ci riappropriamo di qualche mezz’ora di serenità che ci aiuta a svuotare il cervello dalla spazzatura.
Il mio sogno? Migliorarmi nella tecnica, aprire un’allegra merceria con una luminosa stanza separé. Poltrone, angolo caffè/tè/tisane, tazzone colorate, filodiffusione: ospitalità e convivialità con volenterose tricottatrici. Anche in orario serale, caricate lavastoviglie e affidata prole ai maschi.
La battezzerei Pippicalzelunghe (mia eroina) e Gina sarebbe la star dei pomeriggi.
Sono matta?
Sì. No. Probabile.
Matta per ferri e gomitoli. Matta come Ginetta mia.
.
N.B.:
1. La triennale di Milano 24/02/09-29/03/09 presenta mostra “Dritto Rovescio Fili intrecciati tra arte, design e creatività di massa”. Riflessione sull’intreccio del tessuto come metafora per esprimere relazioni nella narrativa, musica, società. Relazioni e lavoro di singole persone attorno a un tavolino del bar…creatività singola e di massa. (Notevole direi…).
2. La Feltrinelli Padova, dopo successone a Mestre (VE), ha dato avvio da questo mese al “Knitting Time sferruzzare insieme tra gomitoli e romanzi, consigli, cultura e non solo, terapia antistress immerse in colori e morbidezza”. (Entusiasmante embrione in sviluppo).
3. Orribile l’utilizzo di espressioni straniere per un’arte italianissima. Colpa del Web. Colpa nostra. Vergogna.
4. Testato sul mio cadavere: prestanti “giovanotto” + visione “giovani” pulzelle sferruzzanti = ancestrale attrazione, inspiegabile, indefinita…interessante.
Allora che dite?
Avete udito di ‘’Knit-café” – “Tricot” – “Knitting” anche nelle vostre lande?
Voglio sapere tutto.
Vostri commenti, notizie, critiche.
ANCHE LA MAGLIA CREA CULTURA!

mercoledì 18 marzo 2009

TEA TIME















A cura di Maria Luisa Pozzi

E’ una verità universalmente accettata che uno scapolo in possesso di un buon patrimonio debba essere alla ricerca di una moglie.”

Riconoscete le parole? E’ Jane Austen.
Avrete già capito che oggi , il menù offre “Orgoglio e pregiudizio” , un libro di tanti anni fa.
Ma che continuiamo a leggere. Dal quale registi continuano a trarre film. Poi ci sono autori, più o meno famosi, che, di questo romanzo, scrivono prequel e sequel(orribili parole per dire quello che succede prima dell’inizio e dopo la conclusione della storia).

Lo continuiamo a leggere perché i rapporti fra uomo e donna sono sempre problematici, come nel testo dell’impareggiabile single di inizio ‘800.

Elizabeth, la protagonista, sfida il ricco e aristocratico Darcy per affermare le sue scelte e i suoi valori. Accetterà di sposarlo soltanto quando Darcy capirà di aver peccato di stupido orgoglio. Ma anche Elizabeth, dovrà riconoscere che i suoi pregiudizi l’hanno resa ingiusta nei confronti del giovane.
Rileggiamo il romanzo perché la relazione della protagonista con genitori e sorelle ci presenta situazioni sempre attuali: Jane, la sorella troppo buona e quindi incapace di vedere dove si nasconde l’invidia; Mary, sgobbona e pedante che si ritiene superiore ai comuni mortali; Lydia che, da incosciente, sfida le convenzioni senza rendersi conto che non sarà la sola a pagarne il prezzo; Mr Bennet, un padre che, incapace di assumersi responsabilità, delega l’educazione delle figlie a una madre lamentosa e ignorante.
Ci sono tantissimi altri deliziosi personaggi in questo capolavoro: dalla razionale Charlotte pronta a sposare lo sciocco e pomposo Mr. Collins per garantirsi un futuro tranquillo, agli zii di Londra, sempre disponibili ad accogliere e ad aiutare i parenti in difficoltà, fino a Lady Catherine de Burgh, la ricca ed aristocratica zia di Darcy che crede di poter dominare tutti ma viene affrontata e sconfitta da Elizabeth.

Ragazze, impariamo da Elizabeth, questa giovane donna di inizio ‘800. Ha rispetto di sé e rispetto degli altri senza tenere conto, nei suoi giudizi, dalla loro posizione sociale e dai denari che possiedono. E’ pronta a riconoscere i suoi errori e a cambiare opinione sulle persone se ci sono ragioni valide.
Niente male, vero?

Forse questa bella figura femminile ci piace perché da lei continuiamo a imparare quali scelte fare nella vita.

Si. Decisamente vi consiglio di leggere “Orgoglio e pregiudizio”, o di rileggerlo, se lo avete già letto.

In fondo tutte noi crediamo “Che uno scapolo ricco e in possesso di un buon patrimonio …… “

Buona lettura.

Un abbraccio da

Maria Luisa



BRICIOLE D'ESTETICA


Carceri dell'essere
A cura di Vladimiro Zocca

Tempo fa, discutendo con Maggie, proprio su questo blog, riguardo ad una sua acuta riflessione su Ledoux, curioso architetto del Settecento francese, mi è capitato di fare un paragone con un altro insolito artista del tempo, il veneziano Gian Battista Piranesi, geniale architetto mancato, ma grande, soprattutto per le forme e le immagini liberate da un’estetica che definirei “nera”.
Questo confronto ha acceso ancor di più il mio interesse per quegli artisti che hanno avuto, nel secolo dei lumi, la libertà del coraggio di esprimere il loro fare arte oltre i confini delle convenzioni e delle regolarità imposte dalla ragione.
Allora, mi è venuto naturale indagare e scrivere su Francisco Goya con le sue visioni pittoriche dominate dall’oscurità e dalla paura, quando “la ragione genera mostri”.
Oppure, di venire affascinato dalla musica di Amedeus Mozart, là dove Don Giovanni, il sensuale seduttore, viene trascinato all’inferno dal Convitato di pietra.
Il caso ha voluto che in questi giorni sia uscita presso Bompiani una puntuale biografia di Giovan Battista Piranesi, scritta da Pierluigi Panza, La croce e la sfinge, anche se la narrazione della sue presunte scelleratezze di vita, promessa nel sottotitolo, non aggiunge nulla di nuovo a ciò che gia sapevamo.
Tuttavia, il libro mi ha offerto l’occasione per approfondire alcuni aspetti oscuri della sua estetica; un’estetica non sistematica, parto di una mente che l’ultimo biografa chiama, appunto, nera.
In mancanza di ulteriori dati biografici, non mi è restato che riconsiderare per l’ennesima volta le sue incisioni più significative, in rapporto alla sua “scelleratezza”, i carceri di invenzione o capricci di carceri, dove capriccio e invenzione sono le parole chiave del suo modo di fare arte.
A questo proposito, voglio sottolineare la venezianità del “capriccio” come genere pittorico, affermatosi con il vedutismo di Francesco Guardi e con il popolare virtuosismo prospettico di Gian Battista Tiepolo, in quanto paesaggio inventato o struttura architettonica dove la composizione formale è inventata per essere immersa in un tempo immaginario, storicamente inesistente, un tempo interno dell’anima.
Situazione estetica, del resto, teorizzata dal suo quasi coetaneo tedesco ma a lui sconosciuto, Immanuel Kant, quando, nella Prima Critica, cerca di delineare i limiti della ragione, ma che alcuni uomini, specialmente se artisti, aspirano a superare per immergersi nel buio profondo del”noumeno”, l’inconoscibile e l’impensabile, la terra del non c’è, come un vuoto carcere dell’essere.
Allora, l’architetto Piranesi è sopraffatto dall’archeologo prima e dall’antiquario poi, che scava rovine nelle viscere della terra di Roma e di Pestum, per conservare reperti al fine di non smarrire il filo che lo può ricondurre alle strutture della mitica architettura originaria, quella perduta del Tempio di re Salomone, archetipo dell’arte costruttiva, le cui misure erano state dettate da Dio.
Come ci informa Panza, Piranesi predilige l’arte dei popoli semiti, quella egizia che collega agli Etruschi e a Roma arcaica, rigettando il misurato classicismo alla greca imposto dall’autorità dell’odiato Joachim Winckelmann, per instaurare un nuovo ordine architettonico, diverso dagli ordini dorico, ionico e corinzio; un ordine supplementare, “obliquo”.
Anche se questa ricerca rischia, nelle sue applicazioni decorative, di farne il precursore dell’orientaleggiante arte kitsch in Europa.
In questa prospettiva, il nostro artista segue inconsapevolmente l’insegnamento anticlassico di Goethe, secondo il quale dalle rovine bisogna trarre l’incommensurabile, non proporzioni di razionalità misurabile.
Così, il “formante” di Piranesi si poneva contro il “formato” di Winckelmann, in una filosofia del labirinto che prefigura un mondo privo di centro, dove l’ordine è perdita del senso segreto dell’essere.
Attraverso un ossessivo culto della rovina il nostro architetto mancato, trova, crede di trovare, le sue forme e le sue strutture nel tempo e nello spazio di una storia soggettiva, scandita dai tempi della sua anima oscura.
Con i suoi carceri Piranesi sogna la notte di strutture sostitutive: finché gli è possibile, segue gli spazi misurati della ragione – in fondo è stato nominato tra i topografi e i misuratori della città di Roma – ma, poi, inevitabilmente si incammina in sotterranei sentieri che, oltre i confini della ragione, non conducono da nessuna parte.
Allora, nell’accentuato contrasto tra i bianchi e neri e il terribile chiaroscuro delle sue incisioni, lo spazio si colora del dantesco aere perso dell’incubo, come carcere intricato di camminamenti senza fine e di infiniti sgretolamenti.
Charles Nodier, romanziere ottocentesco dell’orrore, parlerà di prigioni metafisiche che sembrano cervelli, dove l’elemento fondamentale è la spirale, con, appunto, i suoi scaloni tortuosi e smisurati, proiettati verso un cielo inesistente, privi di balaustre, dominano oscure voragini.
Aveva una vera e propria fissazione formale per la conchiglia, madre naturale della spirale, che riteneva una specie di “ventre materno” di tutte le forme, l’archetipo dell’architettura.
Sono spazi architettonici che, tra sensazione inquietante di sprofondamento e tensione vertiginosa di ascensione, producono un effetto di spaesamento dell’essere.
Da questo punto di vista, i carceri diventano metafora delirante di accumuli di senso offerti all’osservazione di un Freud che non c’è.
Sembrano primordiali luoghi di detenzione ricavati da antiche rovine, le cui strutture racchiudono dentro di loro una volontà frustrata di alterità, di essere altre, in una dimensione sublime ed inquietante della memoria perduta del tempo passato.
Le rovine annunciano la profondità di un tempo perduto che diventa tempo dell’anima, un tempo interno antistorico; in un gioco temporale perverso che presiede all’affiorare della malinconia, la nevrosi del secolo; una malinconia morbosa quasi novecentesca, che anticipa l’oggetto della psicoanalisi e l’angoscia heideggeriana per l’esistenza come avamposto del nulla.
Tempo interno come negazione del tempo lineare che consuma le cose e le trasforma in rovine, ma aprendo, in questo modo, ad una rinascita nella magia creativa dell’invenzione capricciosa.
Possiamo dire che il nostro artista offra i primi fondamenti teorici di un’estetica della rovina, che rende fantasmatica e trasgressiva la sua visione della realtà: non a caso, al momento della sua morte, possedeva un dipinto paesaggistico del napoletano Salvator Rosa, il primo pittore che, nel ‘600, osò introdurre nei suoi paesaggi cupe atmosfere misteriose che emanavano orrida bellezza
E’ convinto, infatti, che solamente la rovina fisica e la distruzione delle strutture, permettano l’atto della creazione artistica, tramite una misteriosa e arcana “ars combinatoria” degna della speculazione magica di Giordano Bruno.
Era riannodato, così, il filo nero che lo collegava al lato esoterico del Manierismo cinquecentesco, passando dal barocco – quello si intriso di sublime scelleratezza – dei bui squarciati di luce di Caravaggio.

martedì 17 marzo 2009

Pittura & Illustrazione












MOSTRA FUTURISMO
A cura di Linda Brindisi

Palazzo Reale – Piazza del Duomo, 12 - 20122 Milano
Dal 6 Febbraio al 7 giugno 2009.
Oltre 400 opere tra: pittura, scultura, disegni, fotografie, oggetti, costumi teatrali, ceramiche, scenografie del Centenario del movimento artistico.
Buona mostra a tutti!!!

lunedì 16 marzo 2009

Estremamente



Io muoio. Io vivo.
a cura di Antonella Passoni


Dimmi, di che colore sono oggi i tuoi occhi? Verdi perché il tuo cuore è pacato oppure grigi perché vuoi farti ancora del male?
Le anime che per caso si intersecano, si rincorrono senza sapere il motivo; per capire, basta guardare in fondo al cuore, tra le radici degli alberi. Dal tepore delle felci, uno scheletro ricoperto di muschio si sveglia, salta da un tronco all’altro facendo rumore d’ossa. Ha fame di verità e lo aspetto, gli regalo l’esperienza e l’intuito profondo. Vorrei nutrire anche il passato, perché vada via per sempre e non ritorni a fare ombra alla mia luce.
Passerà anche il nostro tempo e tutto è già un ricordo.
Le mie gambe corrono in fondo al fiume, si fermeranno quando sarò sabbia e foglie di faggio.
I pescatori useranno le mie foglie per fare collane da bruciare, riscalderanno le stanze e il fumo si disperderà nell’aria; ritornerò pioggia dentro i torrenti, superficie di ghiaccio ai bordi dei laghi.
Quante volte ho contato le stelle che nella notte si spengono, non piango quando le vedo sparire, so che ritornano e negli occhi, avranno lo sguardo di chi ha visto.
Quando scendo dentro il mio corpo, trovo le verità che non capivo. Volti che insegnano, fuochi che sostengono e il mio sguardo si espande, come una nuvola dentro la valle.
Ora mi conosco e non ho paura di quello che vedo; non mi sento orfana, come una poesia buttata in mezzo alla strada.
Le cicogne scambiano le destinazioni e le anime cadute nei luoghi sbagliati si legano con le altre simili. Il sodalizio dura l’ombra della notte, poi la vita porta altrove e dimenticano.
Nulla cambia, le impronte sono sempre le stesse e tutto si ripete;l’arcobaleno si spegne e ritorna la pioggia senza colore, anche le ossa si sgretolano e ritornano polvere.
Nemmeno i passi di un ballo latino, potranno restituirmi l’innocenza di ogni inizio, dove tutto accade per caso, senza attesa. Quando ogni momento vive senza la necessità delle parole, nutrito soltanto dal calore del cuore e il domani è un posto lontano, che non appartiene.
Questa sera non andrò via, rimarrò sull’altalena a guardare i miei piedi. Sono quelli di una bambina.

domenica 15 marzo 2009

EQUILIBRISMI QUOTIDIANI



Donne Reali
a cura di Maddalena Morandi

Intanto inizio con una precisazione, ultimamente non riesco mai a "postare" nel giorno che mi viene assegnato, che di solito è sabato o domenica, il motivo è che il mio collegamento da casa è quello che è, cioè scarso, ieri per esempio non funzionava; abbiate pazienza ... .
Come pazienza e sangue freddo, dobbiamo avere noi donne reali, quando nel periodo primavera- estate ci capita di avere la malaugurata idea di andare a comperarci un costume da bagno.
Orrore!!!!

Avete presente provarsi un indumento da spiaggia a marzo, in un camerino di un grande magazzino, dove le luci ti rendono la pelle di un colore tra il verde e il grigio; dove le imperfezioni si amplificano: lo slip è sempre troppo piccolo, quindi dai lati escono le nutelle che nell'inverno abbiamo ingurgitato, di sopra c'è quel bel rotolino sulla pancia, che sta a ricordarci tutte le volte che ci siamo dette che quella era l'ultima fetta di pizza che mangiavamo e poi ci saremmo messe a dieta.
Il reggiseno poi, o appiatisce a guisa di frittata, o strizza, alza e solleva ma im modo assolutamente alieno. Fatta la fatica di indossare quel ritaglio di stoffa si passa ad ammirare l'opera nella sua interezza: a parte il colorito di cui si è già detto, appare evidente che anche questo inverno, l'abbonamento alla palestra è stato sfruttato proprio il minimo sindacale, la tonicità della pelle e le tartarughe addominali, sono aggettivi praticamente sconosciuti.
Che fare allora per non sprofondare nella disperazione più assoluta?
Guardare negli altri camerini, se ci sono altre donne nella nostra stessa condizione sarà una delle poche volte in cui la solidarietà femminile salta fuori e forse anche due risate: siamo donne assolutamente normali!

venerdì 13 marzo 2009

Creatina pour Femme

Le Donne del Nordest

a cura di Katia Ceccarelli

Risale allo scorso 8 marzo l'appuntamento di cui vi parlerò stavolta. In occasione della Festa della Donna, molte signore e anche signori sono andati ad ascoltare la scrittrice Tiziana Agostini che presentava il suo libro "Le Donne del Nordest" pubblicato da Edizioni Biblioteca dell'Immagine. Ad accompagnare l'excursus sulla storia delle donne in questa zona "locomotiva d'Italia" la brava e briosa cantante Rosanna Trolese con canti popolari e di protesta di varie epoche. L'evento si è tenuto nella sede della libreria Lovat a Villorba - appena fuori Treviso - in collaborazione con un dinamico gruppo Auser. Se il tema della memoria può essere parte della cultura di tante grandi città e di regioni "impegnate per tradizione" come la Toscana e l'Emilia Romagna, in Veneto - per quanto concerne la mia esperienza personale - un appuntamento come questo è stato davvero una piccola rivelazione. Qui dove la memoria si usa solo per ricondurre a una millantata "razza Padana" sentire parlare di donne in lotta è davvero una boccata di ossigeno... Il volume in questione raccoglie con sensibilità e passione le storie individuali di donne del Nordest che hanno partecipato attivamente alla vita del nostro paese come: la senatrice Merlin (dell'omonima legge che sancì la fine delle Case di Tolleranza) o Tina Anselmi giovane partigiana e poi prima donna ministro. L'elenco di personaggi sarebbe molto lungo, dalla politica alle arti, ma ci sono anche tante storie collettive di rivendicazione sociale femminile che conservano un fascino epico ancora oggi. Ero intenzionata a rivolgere delle domande in diretta a Tiziana Agostini ma non è stato possibile, spero però in un'intervista via web. Molte sono le questioni che vorrei affrontare sulle donne e il Nordest attuale con chi si occupa seriamente di certi temi. Continuo a sperare che queste zone ricche di storia e anche di denaro non siano percorse solo da arroganti bionde a bordo dei loro SUV.

giovedì 12 marzo 2009

RAMPA DI LANCIO


Storie di tutti i giorni
A cura di Lù Mancini

Le storie che scriviamo le incontriamo davanti a noi giorno per giorno. A volte rimbalzano letteralmente fuori dai telegiornali, pressanti, ripetute al punto tale che diventano nostre e vorremmo svilupparle e perfino scriverne un finale diverso, magari più bello rispetto alla realtà, oppure addirittura più terrificante perché serva da monito.
Altre volte invece sono le storie che ci vivono accanto, giorno per giorno, al lavoro, in autobus, nel condominio o nel quartiere in cui viviamo, e comunque nei luoghi abituali che frequentiamo.
Si sviluppano accanto a noi e talvolta ci travolgono.
Cosi scopriamo che dietro la sicurezza e la grande forza che traspare da una nostra amica c’è un passato doloroso e sofferto ed è ciò che l’ha resa così forte e apparentemente invincibile, che dietro alla serenità serafica di un vecchio confidente c’è la lotta quotidiana contro una malattia latente mai sospettata, o un dolore familiare vissuto con forza e dignità.
L’idea che spesso abbiamo degli altri può essere molto distante dalla realtà, così ci capita di pensare che una persona sia forte e sicura, e che sia sempre stata così, non pensiamo mai che questo sia il risultato di grandi fatiche e dolori della sua vita. Anche gli altri vedono in noi qualcosa di diverso, ciò che per noi stessi può sembrare ovvio può non esserlo affatto per gli altri suscitando impressioni e sensazioni che non avremmo mai immaginato.
Intorno a noi le vite degli altri sono un po’ le nostre vite, con dolori e battaglie ed emozioni simili alle nostre e che quando le comprendiamo diventano il nostro romanzo più bello.

mercoledì 11 marzo 2009

La Dolce Vita di Ludovica





















Vanno di moda le forme
A cura di Ludovica Falconi

Finalmente le donne di successo non sono più solo quelle che fanno la fame. Nello showbiz sono ancora la minoranza ma stanno dando il buon esempio come Beyoncè che ha dichiarato di mangiare tutto quello che vuole e tenersi in forma grazie al palcoscenico con i suoi scatenatissimi spettacoli.
Una dieta l’ha fatta ma solo per lavoro, infatti, è dimagrita per girare il film “Dreamgirls”. Salma Heyek deve alle sue origini messicane un fisico da pin up, ora diventato ancora pià generoso grazie alla gravidanza e a Valentina Paloma, sua figlia, ma anche al suo amore per il cibo.
Un’altra donna amatissima (sopratutto dagli uomini), è la burrosa Scarlett Johansson, sempre presente nelle classifiche dove compaiono le donne più sexy del mondo e spesso come vincitrice. Lei ad esempio è un amante dei formaggi, alimento non proprio dietetico.
Ma anche Shakira, Kate Winslet impegnata da sempre nelle iniziative contro l’anoressia, la nostra mediterranea Monica Bellucci e Jennifer Lopez famosa per il suo sedere oversize: l’elenco è lunghissimo e non serve andare avanti per capire che la bellezza non sta nella magrezza ricercata attraverso la privezione di uno dei piceri più belli della vita. L’importante è essere sani, proporzionati alle proprie naturali caratteristiche fisiche, non mangiare schifezze in continuazione e fare della sana attività fisica. C’è chi dovrà faticare più di altre per un fatto di costituzione, ma non possiamo essere tutte uguali, per fortuna. E poi lo sapete qual’è la cosa più sexy per un uomo? Vedere una donna mangiare di gusto.

martedì 10 marzo 2009

MARILYN











I Love Music
A cura di Fabio Cicolani
Amore, ancora amore. E’ ovunque, nell’aria, nelle scarpe, nel cuore e nei capelli. Ed è anche nel cinema. Agli Oscar appena celebrati Buz Luhrman, ha festeggiato con uno straordinario medley musicale – ballato e cantato da Hugh Jackman e Beyoncè - il ritorno di un veicolo d’amore immortale nel linguaggio cinematografico: la musica.

La musica può parlare d’amore, ma più spesso è essa stessa oggetto d’amore. Chi non ama la musica? Quale storia d’amore non ha “la nostra canzone”? Tutti e tutte. Il cinema, inizialmente privo di questo mezzo, procedeva zoppicante utilizzando palliativi di ogni genere, come musica dal vivo o effetti sonori live. Quindi, anche se il cinema muto non è mai stato davvero muto, ha dovuto necessariamente acquisire questa nuova forma d’amore proprio con il sonoro.
E non è un caso che la seconda produzione cinematografica sonorizzata fosse proprio un musical: "Il cantante di jazz" di Alan Crosland, del 1927, l’anno dopo il primo film sonorizzato della storia.
Proporrei quasi che musica e amore venissero usati come sinonimi.

Ci sono contesti in cui sono perfettamente intercambiabili, cose tipo “ti entra nell’anima” o “lo sento per qualcuno” oppure “è nell’aria”.
Il consiglio è quindi quello di ascoltare più musica, per amare di più… e chi non ha una canzone d’amore nel cuore, allora non ha mai amato davvero.






lunedì 9 marzo 2009

Futile inutile...Orgasmico




















Come uscire dalla crisi globale: COMMETTIAMO ATTI IMPURI!!!!!
A cura di Laura Gobbi

Crisi?debito pubblico,licenziamenti… La Wanda ha la soluzione:

“Ebbene, il Peccato è in decadenza,proprio qui a Bologna che ne rappresentava la capitale.
Abbiamo formulato e scartato centinaia di progetti per trovare un rimedio e almeno un palliativo. Niente. Abbiamo dovuto convenire che il Peccato è L’UNICA ATTIVITA’ UMANA che non si può praticare senza ENTUSIASMO.
E l’entusiasmo c’è o non c’è e nemmeno l’America può mandarcene sinteticamente prefabbricato. L’Italia un tempo ne era piena. Bologna specialmente ne traboccava. E ora, ecco, i pozzi sono in secca.
A confessarsi in chiesa non ci sono più le vecchie beghine,le quali le fanno solo per abitudine. Ma non hanno nulla da raccontare al prete:neanche i peccati dei loro mariti e figlioli,che hanno smesso di commetterne…..”

“Un invisibile, ma infrangibile cordone ombelicale, più forte di ogni destino, disse l’oratore, legava per sempre Wanda al concetto stesso di Patria, alla sua restaurazione, alla sua sopravvivenza.”

“Italia proletaria e peccatrice, IN PIEDI!!!! In piedi sulle rovine dei casini. Per ricostruirli!!!!”

“Piacevole o sgradevole, questa è la lezione da trarre dagli avvenimenti: che in Italia un colpo di piccone alle case chiuse fa crollare l’intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli: la Fede cattolica, la Patria e la Famiglia. PERCHE’ ERA NEI COSIDDETTI POSTRIBOLI CHE QUESTE TRE GRANDI ISTITUZIONI TROVAVANO LA PIU’ SICURA GARANZIA!”

Da “Addio,Wanda” di Indro Montanelli ed. Longanesi

PEACE AND FUCK!!!

domenica 8 marzo 2009

OFF#LIMITS

CHATTAMI, Pelouche
A cura di
Diomira Pizzamiglio

La mia cara amica scrittrice, Barbara Zolezzi, veneziana doc, quest’anno ha deciso di darsi alla pazza gioia e di sfoggiare un look accattivante e nuovo.
Lasciati gli abiti scollati intessuti d’oro e decorati con motivi vegetali della Serenissima, ora indossa qualcosa di decisamente più … morbido?
Via il ninzioletto, le trine e i merletti, è scesa in piazza scendendo dalle vertiginose zeppe che indossava sotto le ampie gonne in seta.
Sì perché, per chi non lo sapesse, le alte e vertiginose zeppe che consentivano alle dame di camminare solo se sostenute da due aiutanti su entrambi i lati sono frutto dell’originalità nata nella Serenissima Repubblica.
Insomma, per farvela breve, Barbara ha mollato la gondola e, istigata dall’amica scrittrice Simonetta Biserni, ora naviga in chat-line mascherata da Pelouche !!!
E, come se non bastasse ha deciso festeggiare in rosa la festa della donna.
Barbara cara, che balzo nel futuro!
Barbara Zolezzi è nata al Lido di Venezia, dove risiede, ha pubblicato con editori quali Sonzogno, Mondatori, Hobby & Work. E’ scrittrice di romanzi gialli storici e con la Casa Editrice Ibiskos è stato pubblicato il primo giallo storico ambientato nella Venezia Rinascimentale, alla fine del Cinquecento: l’Avogador. Vincitrice per due volte del Premio ‘Gran Giallo’ al Mystfest di Cattolica, inserita nell’Antologia KILLERS & CO edizioni Sonzogno, dove sono raccolti gli inediti dei migliori giallisti italiani.
Chattami, Pelouche è il nuovo libro di Barbara Zolezzi che uscirà a fine
marzo in libreria.
Chattami, Peluche è una storia che ripercorre due temi ormai dilaganti dei giorni nostri: la separazione e la chat.
Verbena è una giovane donna con un grande sogno: volare.
Poi un brutto incidente e la conseguente riabilitazione le impediscono di vivere il suo sogno, ma per fortuna con lei c’è Cesare, il marito palestrato.
Un giorno Verbena, tornata a casa dopo un breve soggiorno a Milano dai suoi genitori, entrando in quella che fino a ieri era la sua casa, a stento la riconobbe come propria: i suoi mobili non c’erano più, al loro posto “una nuvola nera”.
I preziosi mobili della sala acquistati da un antiquario erano stati sostituiti da mobili nuovi in stile rigorosamente nipponico; un desiderio a cui Cesare non aveva saputo resistere.
Così come non aveva saputo resistere a confessarle che ora nella sua vita c’era un’altra persona; poi una sera si trasferì.

Il fallimento di un matrimonio, la solitudine di un letto vuoto, la difficoltà di ritrovare i punti cardinali della propria vita; in una parola: ricominciare.
Verbena 81 Loving, detta Pelouche deve ricominciare, ma da dove?
E, con chi?
Aginulfo, detto Agi.
Eraclito.
Axel.
Topo Grigio.
Luchino, detto Paco. (El Che)
Barone, detto Baro, Baro.
Artù.
Linus.
Antonio.

Chattami, pelouche è un bel romanzo che piano piano prende quota e si libera sopra le nuvole scorrendo via leggero in un soffio, morbido e rosa.
Le notti insonni di Verbena diventano notti calde di speranza.
La rete di Internet, la chat con i suoi personaggi coinvolgentì e audaci … la web-cam per mostrarsi o mascherarsi e aggiungere quel pizzico di sapore e curioso voler sapere, ops … vedere.
Divertente e divertita Verbena è capace di mostrare il lato ironico e lascia spazio al sorriso, oltre che ad una commossa riflessione.

Ritornerò ancora a parlarvi ancora di Chattami, Pelouche, non appena sarà in libreria con tutte le informazioni per l’acquisto e … molto altro ancora.
Alla prossima, dunque.

venerdì 6 marzo 2009

Ecco le vincitrici

Ragazze abbiamo le vincitrici del concorso letterario "Parole Amazzoni" organizzato dalla scuola di scrittura Harriette Stanton Blatch e dall'Ippodromo Arcoveggio di Bologna in occasione della festa della donna. Domani alle ore 17 la premiazione.

Sono Marianna Russo al primo posto con il racconto "Una goccia di luce", Stefania Fontanelli al secondo posto con "Nascere un martedì" e Marialessandra Saporetto al terzo con "Una Goccia di luce".

Domani vi faccio vedere foto e premiazione. Magari qualcuna scriverà per noi...

Patrizia Finucci Gallo

Archi.D.Arte

La Cornice
a cura di Margherita Matera


Mettere una cornice. Incorniciare. Qualche giorno fa ho dovuto scegliere se incorniciare o meno un acquisto e, nonostante mi fosse stato consigliato di lasciarlo “grezzo”, io ho deciso di usare una cornice. Nera. Semplice, ma che desse rilevanza, che riuscisse a staccare la tela dal resto e la rendesse più forte, importante, superiore, come l’ho vista io.
Così oggi pensavo al nome, a quello personale, che ognuno di noi porta, al nome che ho capito essere una cornice. Indispensabile, che rimarca la presenza, che ci appende alla vita. Con un chiodo. Con un filo. Con un gancio.
Ho pensato al cornicione, che finisce un edificio. Che lo marca. Che lo appoggia al cielo, in terra.
Alla cornice di un tempio, alla cornice trasparente del tempo.
Ho pensato alla copertina dei libri. La differenza del materiale. I colori. Quella che mia madre metteva ai testi scolastici per preservarli. Quella che mi fa scegliere un romanzo piuttosto che un altro.
La cornice di un appuntamento.
E mi sono chiesta se il bisogno di incorniciare non derivi dal nostro essere finiti. Dal saperci il limite. Dal cercarci l’orizzonte. Che con la scusa di valorizzare, non tendiamo invece a staccare oggetti e soggetti dal flusso del tempo. Preservare, la scusa dovrebbe essere questa. Se di scusa si può parlare.

Poi penso ad un disegno che tengo sul mobile dove ho la tv, si accumulano le cartacce, i libri, ma quell’idea la lascio sempre emergere, quel foglio ruvido graffiato di grafite, lo porto sempre sopra a tutto il resto. Penso spesso di incorniciarlo. Penso spesso di appenderlo. Sospenderlo, ma ancora non ho trovato il modo giusto. O forse, in virtù di tutte le scuse cercate e dovute, più semplicemente, non voglio costringerlo. So che non subisce contraccolpi. So che quell’idea per continuare ad esserci deve trovarsi libera, in mezzo alla confusione di me stessa e del mio tempo.

giovedì 5 marzo 2009

BRUCIAPENSIERI

















Tagli pinteriani
A cura di Gregorio Scalise

Un grande autore ha una sua collocazione, quasi un canone, si stabilisce una tradizione di accordo ma anche di disaccordo sempre però in una circolarità di punti stabiliti “Sul teatro di Pinter – affermava Paolo Bernittetti, ed era il 1979 ( Teatro inglese contemporaneo, ed. Savelli ) - sono stati scritti centinaia di articoli, recensioni, saggi, interi volumi”.
Ma a che punto è il rapporto della critica con un autore.? Non è che la critica non colga punti importanti se non decisivi o che non sappia collocare e spiegare. Non si tratta di questo. Si tratta di sollevare qualche legittimo dubbio non solo sulla teoria teatrale, ma in generale sulla teoria. Sembrano spesso le note critiche delle digressioni aggiunte a posteriori e con finalità che riguardano sino ad un certo punto l’opera.
In realtà il linguaggio della critica spesso rinvia a se stesso e soprattutto si confronta con altri linguaggi critici passando “anche” per l’autore in questione. Affrontare un autore senza puntelli critici significa anche leggerlo in modo un po’ disinvolto, forse sprovveduto. Vi sono infine dei piccoli segreti, delle rivelazioni, delle situazioni che solo chi scrive o ci ha provato con una certa convinzione, conosce.
Questi “ sospetti” è difficile esporli con una luce critica intellettualmente impegnata, proprio perché non sono grandi questioni e inoltre la loro importanza sta proprio nella loro semioscurità. Viceversa la critica investe questi passaggi, questi piani e li riporta verso un livello elevato dove però si perde senso e sapore. Se ad esempio penso ad Old Times non posso fare a meno di riflettere anche sulla data della sua pubblicazione ( by Harold Pinter), 1971. Da allora sono trascorsi meno di 40 anni. Sono pochi, sono molti? Naturalmente qui non troveranno spazio gli argomenti nobilissimi che parlano dell’eternità dell’opera d’arte.
.L’autore non sa mai se si tratta di opera d’arte e quanto all’eternità ha più di una perplessità. Un autore in genere vive di “ qui e ora”. E’ l’unica cosa che sa e di cui si fida Mi conforta in queste dichiarazione di intenti le interviste e le stesse dichiarazioni di Pinter, come per esempio l’interviste rilasciate a Kenneth Tynam, e siamo nel 1960.
Ma cosa è successo nei quaranta anni che si separano da Old Times? E’ successo di tutto, ma soprattutto il tempo ha slavato un po’ il testo, così ad esempio la tecnica di linguaggio di Kate, nelle sue risposte, rivela sempre di più la sua intenzione o di non rispondere o di dissolvere il senso delle domande, sino a diventare una caratteristica troppo evidente.
Molti hanno insistito sul rapporto fra i drammi di Pinter e la sua esperienza personale, ci ricorda ancora Bernitetti, così ad esempio No Mans Land nascerebbe dalla preoccupazione di Pinter sul suo ruolo intellettuale, esemplificato nella figura di Hirst, (quello che teme di diventare) e di Spooner (quello che sarebbe diventato se non avesse avuto successo).
Harold Pinter è nato a Londra nel 1930, collocabile quindi nella generazione dei giovani arrabbiati. Diversa, però, l’ispirazione e la direzione. Pinter crede nella parola e su di essa lavora con precisione artigianale .E il paradosso consisterebbe nel fatto che per Pinter la parola è la misura del silenzio degli uomini.Ma è vero sino in fondo? Non è attraverso la parola e la sua ambiguità che Pinter opera lo svelamento dei suoi personaggi?
Detto forse un po’ alla buona e con una certa impazienza per capire Pinter occorre avere sensibilità ed orecchio per la cultura del primo novecento, quella di rottura cioè ( per non dire avanguardia, perché poi si rischia di non capire più niente ).
Insomma, l’arte e la scrittura di contestazione. Ci sono dentro tutti i maggiori, da Kafka e Beckett agli italiani Bontempelli, Palazzeschi (ma vi rientrerebbe a pieno titolo anche Pirandello, di cui è possibile fare una lettura pinteriana). Sino alle arti figurative dove non c’è che l’imbarazzo della scelta.
E’ possibile riassumere in poche battute l’ideologia del ‘900? Scomparsa del paesaggio, del soggetto, assenza delle forme e del senso tradizionale tutto a favore di un senso altro, tutto da scoprire. Questo nodo è stato importante per tutto il secolo, poi si è sempre più attenuato sino ad aprire le porte a quella che oggi potremmo definire “ arte del passato”.
La memoria, ci dice Pinter, è un fatto importante e discutibile: si può non solo ricordare male ma anche inventarsi fatti mai esistiti. Questo per quanto riguarda le singole persone. Ma applicare queste osservazioni su scala più grande, come a dire a tutto il secolo?
E a conti fatti non viene voglia di fare, ma a chi, una domanda un po’ perfida: non è che l’arte di rottura del novecento aveva come fine celato nella sua ideologia lo scherzo di riaprire a fine secolo le porte del passato e per farci poi passare di tutto? Se così fosse sarebbe stato un sottile e enigmatico tradimento. La teoria della rottura, della scomparsa del soggetto, sapeva già come sareb be andata a finire.
Viene voglia di chiudere con le battute finali del primo atto di Tradimenti. “Non importa, è tutto passato. Sì? Che cosa è passato? E’ tutto finito”.

mercoledì 4 marzo 2009

DOMINO CAFFE'


Niente di Personale
a cura di Scarlett, Hope e Polly

Lo ricordo come se fosse oggi, una sera di primavera di qualche anno fa.
C'erano tutte le premesse per diventare il countdown di una decisione da prendere subito.
Un tour di presentazioni che doveva essere cancellato a causa di un intervento al cuore, non il mio per fortuna. Biglietti aerei già prenotati, sale presentazioni affittate, parenti in subbuglio per ospitarci, alberghi...
Il tour presentazioni s'ha da fare, avrebbe detto l'Innominabile.
Lo dissi io, non avevamo scelta.
E l'arrivo in Sicilia, patria natia di Virginia, quella sera d'aprile all'aeroporto di Catania, con il profumo degli aranci in fiore, una valigia fuori peso carica di libri, un amico autore e la sua famiglia. E il gatto.
Poi un susseguirsi d'inghippi, di equivoci, di discussioni al telefono con chi era rimasto a casa, problemi editoriali, i primi di una lunga serie.
È iniziato tutto quella notte d'aprile con il profumo di fiori d'arancio, quando Virginia mi disse: “Però a questo punto potremmo anche arrangiarci da sole, a pubblicare i nostri libri.”
Il quarto giorno di tour, al rientro, ne discutemmo in aereo.
Ne discutemmo ancora per un lungo anno, e per un anno ancora.
Noi che con la mente viaggiavamo ad alta velocità, mentre le nostre città erano lente, provinciali, abitudinarie. Vedevamo oltre, vedevamo lontano, ma sembrava un sogno difficile da raggiungere, con un guinzaglio stretto che frenava i nostri slanci e i nostri entusiasmi.
Conoscevamo il sentiero da imboccare e tutti gli ostacoli che ci saremmo trovate di fronte.
Siamo donne, in primis. Non è facile essere donne e essere imprenditori di se stesse. Ci vuole di più di molto coraggio e autostima, serve anche tempo, tutto il tempo libero che ti lascia il lavoro.
Serve anche molto denaro, umiltà, diplomazia, e una dose inesauribile di pazienza.
Quella, temo, è stata la prima a lasciarci.
Niente sovvenzioni per le donne lavoratrici dipendenti, né per quelle che hanno passato i 35 anni di età. Il mestiere stesso di editore è un mestiere da lusso, non previsto dalle sovvenzioni europee per l'imprenditoria femminile nella Regione Emilia Romagna. Dovevamo tirare fuori del nostro, ma anche in senso pratico.
Niente di personale, le cose stanno così.
E allora mettiamoci in proprio, diventiamo editori di noi stesse per decisione coatta.
Fondiamo una casa editrice che ci assomigli.
Niente di personale, signor editore. Vogliamo solo volare un po' più in alto.
Scavalchiamo uno dopo l'altro gli ostacoli, come un atleta sulla pista, tenendo ben fisso davanti l'obiettivo da raggiungere. Che inspiegabilmente sembra allontanarsi, a volte.
Due anni di lavoro assiduo, di viaggi in treno, di strette di mano, di promesse mancate e di volti che si sono susseguiti uno dopo l'altro come in un film. Vittorie, riconoscimenti inaspettati, sconfitte, delusioni.
Niente di personale, è così che funziona l'editoria.
Domino nasce come una scommessa, ha affrontato difficili tempeste, è arrivata molto vicino a tirare i remi in barca, stanca di combattere sempre contro una marea contraria. Ma dev'essere destino che ciò che nasce per scommessa in una notte di primavera debba avere una vita lunga, e deve essere temperata con il fuoco per poter sostenere le battaglie.
Domino apre il 2009 con un rinnovato entusiasmo, composta da creatori di storie ai quali presto se ne aggiungeranno altri. Punta a nuovi obbiettivi editoriali, alla valorizzazione della scrittura femminile di genere, al rilancio della letteratura fantastica, a migliorare sempre più intensamente la qualità di testi d'intrattenimento. Dall'impaginazione alla copertina, dall'editing alle presentazioni.
Domino apre la porta al pubblico con questo Cafè, gentilmente offerto da Rosa Stanton, perchè i visitatori possano entrare a curiosare nelle nostre stanze, a scoprire come si produce un libro, a capire come si muove una casa editrice di nicchia nell'oceano editoriale.
Troverete angoli insospettati di dolcezza femminile e lunghi corridoi di razionalità maschile. Vi potrete accomodare davanti a panorami oltre confine, sorseggiando introspezione e avventura. Potrete conversare amabilmente di storia, ma anche di psicologia con i nostri autori. E di quando in quando, rabbrividire di fronte a un giallo da risolvere.
Ogni libro è un viaggio che non ci stanchiamo mai di intraprendere, dalla prima parola scritta su un foglio bianco, all'ultima faticosa impaginazione prima di andare in stampa.
Perchè abbiamo imparato, da quella lontana notte di primavera dal profumo di fiori d'arancio, che siamo come cantastorie con ogni giorno nuove favole da raccontare, e abbiamo scelto il modo migliore, per noi, di raccontarle.
Niente di personale, vogliamo solo avervi con noi in questa meravigliosa avventura.

martedì 3 marzo 2009

NOTE BLU





















Un treno tra le nuvole
A cura di Ilenia Firetto

Da un mese a questa parte la mia vita ha subito un brusco, nonché assolutamente inaspettato, ma elettrizzante, cambio direzione, come un treno che durante il suo percorso, deraglia e non si sa che direzione prenda. E tutto è iniziato, pensate un po’, dalle Note Blu, per la precisione dal Blu Note di Milano, invito ad un concerto dei Matt Bianco, nota band pop-jazz-soul inglese, che ha visto il suo affermarsi, nel panorama musicale britannico ed europeo, negli anni ottanta. Invito che accetto con molto piacere, d’altronde quando mi si invita a vedere dei concerti non mi ferma nessuno e poi era come un tuffo all’indietro, al mio periodo adolescenziale. Ma non vorrei divagare…. il treno, dunque, che ritorna nuovamente nel mio repertorio.
Ricorderete il mio precedente post su il “Midnight Special”, il treno come metafora della libertà per gli schiavi neri d’America, questa volta, invece, il treno, meglio, il movimento dello stesso è inteso come il rapido susseguirsi delle emozioni che mi hanno colto e che si susseguono dentro di me a ritmo sempre più veloce, proprio come le ruote del treno che aumentano, via via, la velocità di marcia.
Poiché a me piace collegare le mie emozioni a dei brani jazz, in questo caso è stato un tutt’uno pensare a Caravan di Juan Tizol e Edward Kennedy Ellington, noto a tutti come Duke Ellington ( soprannome che un vicino di casa del piccolo Edward gli affibiò perché trovava che gli stesse bene ), uno dei più grandi compositori, nonché direttore d’orchestra e pianista americani del ‘900 e al meno conosciuto Daybreak Express sempre del Duca.
Il brano Caravan, anno di nascita 1937, venne definito come uno dei primi pezzi latin-jazz, anche se a ben ascoltare, si posso sentire le chiare influenze del Medio Oriente nella sua melodia. Se drizzate bene le orecchie e chiudete gli occhi a cosa pensate sentendo questo brano?
Sarei proprio curiosa di sentire la vostra, perché a me, la prima volta che lo ascoltai, senza sapere né di chi fosse e ben che meno il titolo del brano, l’immagine prima, che mi apparse innanzi, fu quella di una carrozza che inizia il suo viaggio e va verso una direzione immaginaria.
Ed in questo momento la mia carrozza va, viaggia verso le nuvole, come mi è stato detto da una mia cara amica.
Forse è vero o forse no, ma in questo istante io mi sento in corsa, proprio come il treno di Ellinton, verso la felicità.
Ma ritorniamo a Caravan, analizzando la sua struttura musicale si può notare che la linea melodica del brano è colorata da una mutevole batteria e da un solido contrabbasso. E che dire del piano….fluttua su questo tappeto sonoro così ben fatto con indubbio gusto e scelta di tempo. Nulla è fuori posto, tutto ben elaborato, e tutto ciò rende il brano di un’eleganza che si addice perfettamente allo stile del suo compositore.
Un elemento che salta subito all’ ”orecchio” è certamente rappresentato dal pianoforte e dal contrabbasso all'unisono che accentuano oltremodo l'africanità infuocata e travolgente della batteria attraverso un incedere terzinante.
Vi propongo Caravan nella magnifica versione di Oscar Peterson accompagnato dal virtuosissimo Niels Henning Ørsted Pedersen al contrabbasso, sono sicura che, come è successo a me, resterete a bocca aperta.
Cari lettori aprite cuore ed orecchie e godete di questi doni meravigliosi che Duke Ellington, con la sua musica, ci ha lasciato in eredità.
A volte la perfezione esiste su questa terra!!!

lunedì 2 marzo 2009

Il Signor in giallo


Il detective invisibile
A cura di Lorenzo Bosi

Saluti a tutti, eccoci di nuovo all’appuntamento col giallo. In questo post vi parlo di un’avvincente serie di libri per ragazzi dal titolo IL DETECTIVE INVISIBILE, scritta da Justin Richards. I volumi sono editi da edizioni IL PUNTO D’INCONTRO ma purtroppo non riesco più a trovarli. Che sia una scelta della casa editrice? Chiedo a tutti voi di avvisarmi se, nei vostri viaggi in libreria, riuscite a trovarli. Grazie.

Le indagini del Detective Invisibile si svolgono nella Londra degli anni ’30. Si tratta di casi misteriosi, problemi impossibili e i personaggi che si incontrano in queste pagine sono estremamente enigmatici ma l’investigatore rimane sempre celato nella penombra del suo ufficio. Ma chi è in realtà il Detective Invisibile?
La verità è nota solo a quattro amici…Art, Meg, Jonny e Flinch sono ragazzi di strada. Il loro covo è in Cannon Street. Insieme sono imbattibili. Insieme sono…Il Detective Invisibile.

Come avrete capito non si tratta di casi consueti. Li definirei piuttosto “ai confini della realtà”. Una lettura che consiglio a chiunque, giovani e meno giovani ma amanti del mistero. Una piccola sfida per testare le proprie capacità intuitive.

Buona lettura.
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