
Ombre
A cura di Gregorio Scalise
E’ un romanzo del 2005 dovuto allo scrittore di Buenos Aires Josè Pablo Feinmann (La sobra de Heidegger, L’ombra di Heidegger, traduzione italiana del 2007) e non sembra molto conosciuto in Italia. Di cosa tratta questo romanzo? (Se è stato un caso letterario, come forse avrebbe dovuto esserlo, non ce ne siamo accorti.)
Seduto al suo tavolo di lavoro, siamo nel 1948, Dieter Muller, filosofo tedesco e allievo di Heidegger, rifugiato in Argentina, scrive una lunga lettera al figlio. Sarà il suo ultimo atto. Dieter Muller è stato nazionaslsocialista , ha preso questa decisione dopo aver ascoltato il discorso del Rettorato del suo maestro, Heidegger.
Era il 1933. In questa lettera Dieter elenca con precisione le tappe dell’esaltazione per non dire della follia che si impadronì di lui e del popolo tedesco. Si punirà per non aver visto e capito, difatti la rivelazione delle atrocità dei campi la scoprirà solo in Argentina: una fotografia lo colpirà in modo definitivo.
Studioso di filosofia e autore di saggi, Feinmann sa di cosa parla ed è capace di avvicinarci al lato oscuro di colui che ormai è definito il più grande filosofo del secolo scorso.
Grande filosofo e anche nazionalsocialista, questo il boccone amaro che il mondo culturale dovrà ingoiare. Naturalmente non senza reagire e non senza riversare fiumi di inchiostro su ciò che ben presto diventerà il caso Heidegger. La novità del libro di Feinmann consiste nel aver tentato di romanzare questa vicenda, di essere documentato, e di averci portato vicino ad una questione che per molti versi assomiglia ad un mistero. Mistero, però, con più di una spiegazione.
Per il resto, la questione era stata ampiamente trattata e Feinmann non è certo fra i primi, anzi. A voler ricordare gli studiosi che di questa difficile vicenda si sono occupati, ecco un parziale elenco: Adorno, nel 1964; Lowith nel 1986; Farias nel 1987; Bourdieu, nel 1988; Habermas, nel 1988: Lyotard, sempre nell’88; Derida nel 1987 e nel 1988. E non si possono dimenticare Jean Pierre Fay, Maurizio Ferrarsi e Fédier.
Quando pronunciò il suo discorso di Rettorato nel 1933 ( e ad aiutarlo a salire al soglio dell’Università di Friburgo erano state le SA) è accertato che Heidegger fosse persuaso che l’avvento del nazionalsocialismo segnasse l’inizio della nuova era in corrispondenza con alcuni valori della sua filosofia.
“Essere e tempo”, l’opera principale di Heidegger è del 1927, prima, dunque, dell’avvento di Hitler al potere. (1933 Il consolidamento di Hitler avverrà, però, nel 1934). In ogni caso quell’anno, 1933, fu un anno gravido di conseguenze per l’Europa intera e per il mondo. L’incendio del Reichstag, lo scioglimento del partito comunista, dei sindacati, il boicottaggio dei commercianti ebrei, l’apertura dei primi campi di concentramento da parte delle SA, l’istituzione della Gestapo.
Gli intellettuali più lucidi come Thomas Mann scrissero almeno che brutti tempi individuando in Hitler il motore della disgrazia, ma il grosso dei professori ( tedeschi) poco capiva, e fra questi, purtroppo, c’era anche il genio del secolo, alias Martin Heidegger. Difficile da accettare eppure fu proprio così.
Heidegger, nella sua filosofia dell’interrogazione, distingueva ciò che si domanda, ciò a cui si domanda, ciò che si trova domandando. Nel caso della domanda intorno all’essere ciò che si domanda è l’essere stesso; ciò che si interroga è l’esistente, e ciò che si trova è qualcosa che riguarda l’essere, ovvero il suo senso. Come si vede, il vertice della precisione e della decisione.
Il rischio che molti hanno corso, parlando della questione di Heidegger, è stato quello di voler identificare tutta l’opera filosofica con l’ideologia nazista. E viceversa per scagionare Heidegger dall’accusa di nazismo è forse troppo semplicistico affermare che le sue idee filosofiche erano autonome rispetto alle scelte politiche. Non si possono dimenticare le sue conferenze tra il giugno del 1933 e il gennaio del 1934 tenute a Heidelberg, Berlin, Leipzig, Tubingen, in cui Heidegger si lascia andare a grandi elogi di Hitler. Non mancano nella sua opera i richiami alla terra, al sangue, al Volk, all’autenticità, all’eccezionale destino eroico della razza, alla necessità - Università inclusa - di un Fuhrer.
Tutti temi, in verità, che appartengono alla tradizione del “ pangermanesimo” e che fanno dire ad Habermas che il problema degli intellettuali fascisti era innanzi tutto la preistoria del fascismo. Se citare i magniloquenti luoghi comuni di cui sopra può essere sufficiente a definire qualcuno fascista o nazista, oltre metà della cultura tedesca degli ultimi due secoli dovrebbe essere considerata tale. Ma in quegli anni fatali Heidegger aveva identificato la fattività del progetto esistenziale con il nazismo. E questo Feinmann ce lo dice, ce lo ripete, cerca di farcelo capire. Chi parla è un discepolo che racconta i fatti e soprattutto indica la via di come quell’esaltazione si produsse. Contribuì il povero Dieter, il discepolo? Sì, contribuì, sia pure indirettamente.
E contribuì Heidegger? Contribuì con tutto il suo massimo sforzo, sicuramente negli anni indicati, prima, con l’ostinato silenzio, poi. Non era, la sua, semplice ambizione universitaria, era il sogno della rinascita e del potere. Noi oggi sappiamo che era un incubo, lo sapeva allora la parte più avvertita dell’intelligenza tedesca ( Thomas Mann), non si accorse di nulla il ceto medio pensante non solo tedesco ma anche europeo. “Ogni capacità della volontà e del pensiero, tutte le forze del cuore e tutte le facoltà del corpo devono svilupparsi mediante la lotta, accrescersi nella lotta, e perseverare come lotta” - tuonava Heidegger in quel celebre e funesto discorso. Citava Nietzsche? E sia. Ma doveva ancora arrivare il gran finale.
“Vogliamo che il nostro popolo compia per intero la sua missione storica (…) e comprenderemo tutto questo solo quando iscriveremo nei nostri cuori la grande riflessione da cui la saggezza greca trasse la sentenza..” Scrive Feinmann: a questo punto Heidegger si fermò, il silenzio assordava. Pensai: potrebbe persino portarci alla follia. Tutti ci aspettavamo qualcosa di smisurato. E Heidegger disse: “Tutto ciò che è grande è nella tempesta”. Molti riconobbero quella frase, era di Platone, La Repubblica. Ma la parola di Platone non era tempesta - e Heidegger, disse “ Sturm”- mentre il testo greco diceva “pericolo”. Platone e le SA ( il movimento si chiamava Sturm Abteilung) con un colpo di magia nera si stavano stringendo la mano. Nella nostra riflessione di oggi non possiamo non pensare ad una singolare ingenuità ed esaltazione di quegli ascoltatori e come il carisma del maestro riuscisse magnificamente a trasformare quella odiosa retorica nel destino lucente del popolo tedesco. Anni dopo, mentre scrive la lettera al figlio, "Eredi della grandezza ellenica o assassini?", Dieter si chiede con il massimo dell’angoscia: “non ho visto niente, non ho capito niente, mi sono limitato a insegnare all’ università le ‘direttive Rosenberg’, ma sono ugualmente complice e colpevole”.
L’essere ellenico nel suo viaggio metafisico da Atene a Berlino, era diventato cieco e sordo. Aveva dimenticato, nel suo uscire dall’oblio dei secoli, proprio la vita e soprattutto quella degli altri nonchè la responsabilità e l’umanità. La Germania che avrebbe dovuto salvarci dalla tecnica, in realtà si stava armando. La sua grandezza la portava a invadere e distruggere proprio ciò che diceva di voler salvare. La luminosità ontica della sua purezza la portava alla più feroce pulizia etnica mai accaduta nel mondo.