sabato 28 febbraio 2009

AperiTVo


Le donne da Oscar

A cura di Sinka

Il più atteso evento cinematografico dell’anno non riserva grandi sorprese al suo pubblico planetario: The Millionaire di Danny Boyle vince nove statuette, tra cui miglior film, regia e sceneggiatura. Tutto scritto e auspicato anche dalla critica più agguerrita.
Solo per questa notte da sogno, lascio ai margini la televisione, che comunque ha riservato molto spazio alla kermesse internazionale, per apprezzare un red carpet meno glamour e spettacolare del solito, ma molto elegante e cerimonioso.
Un blog tutto al femminile, non può che puntare i riflettori sulle attrici, i loro vestiti e loro gioielli.

Candidate come miglior attrice:

Anne Hatheway (Rachel Getting Married)
Angelina Jolie (The Changeling)
Melissa Leo (Frozen River)
Meryl Streep (Doubt)
Kate Winslet (The Reader)


Candidate come miglior attrice non protagonista:
Amy Adams (Doubt)
Penelope Cruz (Vicky Cristina Barcelona)
Viola Davis (Doubt)
Taraji P. Henson (Il curioso caso di Benjamin Button)
Marisa Tomei (The Wrestler)

Ma, tra le bellissime, la più corteggiata dai fotografi è stata l’inaspettata Sofia Loren. Temuta dalle colleghe per la sua eleganza, ha prestigiosamente rappresentato un’Italia completamente assente dalla manifestazione. Con un bellissimo abito Armani e i gioielli Damiani, ha presentato, con altre quattro ex-vincitrici, le candidate come miglior attrice.
Il nostro brindisi di consolazione va all’affascinante Brad Pitt, lasciato a bocca asciutta da un fantastico Sean Penn.
Cin cin!

venerdì 27 febbraio 2009

NON HO L'ETA'


Una Donna
(racconto di vita)

A cura di Chiara Cappellato

Un proverbio veneto sentenzia ”Marzo pazzerello che t’invola il cappello”.
Una premonizione.
Non è bellissima nella foto?
La prozia Eleonora nata il 17 Marzo 1906. Prima di tre maschi della modesta famiglia Cappellato che in quel periodo si avventura a lasciare la miseria della campagna padovana per una casupola ai bordi della città in cerca di fortuna.
Fin da piccina Eleonora si distingue per ”non essere farina da fare ostie”.
Arguta e battagliera in un ambiente cattolico-maschio-campanilista dominato da tradizioni che impongono condizioni subalterne e arcigne alle donne, ma dove riesce nonostante le difficoltà a frequentare la quinta elementare.
E’ il 1928 quando parte per Milano decisa a non fare più ritorno. Un iniziale appoggio presso zii emigrati estorce il benestare di genitori all’antica; una scodella in meno da riempire.
Pochi e dignitosi vestiti, sportina con pan biscotto e farina da polenta, siede nell’Accellerato, il treno dei poveri, scomodo, economico.
Gavetta come lavorante in un salone di parrucchiere per signore in una delle vie più alla moda della capitale: clientela facoltosa, andirivieni di garzoni, caffè frequentati da personaggi eccentrici, vetrine, automobili. Vitalità e opportunità che uno spirito intraprendente, coraggio e sacrifici le permettono in breve di affittare camera e cucina nel centro storico.
Tutto per sé! Libertà! Che sogno che concretizza!
Ci pensate? All’epoca?!
Lesinate le rimesse a casa; le spese rosicchiano quasi tutto il settimanale.
Eleonora è davvero sveglia. Discreta, instancabile, acuta osservatrice, si impossessa abilmente dell’arte di acconciare teste a sofisticate clienti e conversare alla pari. Si specializza in cure estetiche facendo fruttare anche le domeniche in casa. Laute e meritate mance aprono così le ante dell’armadio prima ad abiti donati dalle capricciose dame e riadattati, poi a nuovi e sartoriali, conferendo alla sempre più attraente signorina un’aria distinta.
Ora non passa più inosservata.
Immaginate il coraggio di una giovane nubile, sola in una città mondana negli anni 30e 40, indipendente e sicura da difendere una privacy costellata sempre più da frequentazioni altolocate e amicizie di rilievo, affascinate dalla semplice signorilità della bella e intelligente padovana.
In famiglia si usa dire che fa ritorno a casa rare volte “a causa del troppo lavoro”.
Lingue bisbigliano che non è ”tutta casa e chiesa” e che a serate in abiti lunghi, cene, prime a teatro, si celano fidanzati generosi.
Chi se ne frega; meglio no?
Cosa non darei per poter ascoltare dalla sua voce i racconti...
Che donna speciale nell’orgoglio della libertà. Silenziosa e retta in dignità e comportamento
- mentre scrivo sorrido e brindo con la mia tisana alle icone femminili come lei -.
Le padovane hanno figli da sfamare, vestaglie anonime, pentole e mastelli tra monotone mura domestiche. Un mondo distante e invidiato, sfogliato nei fotoromanzi.
Ma quanto duro lavoro dietro le conquiste e ripagato con gratificazione e autostima –usando termini in voga – che non hanno prezzo!
Quante ore extra per arrotondare e domeniche a limare unghie!
Il piccolo nido arredato con sobrietà veglia sul materasso – camera di sicurezza del popolo - con i risparmi che si accumulano anche durante la guerra. Buon sangue veneto e fortunatamente, guerra o pace, i ricchi restano sempre tali.
Gli anni si susseguono e i rapporti con i parenti sono cordiali, saldamente arginati. Dà a sapere ciò che ritiene opportuno con buone maniere, delicatezza e sorrisi per chiunque.
Bella donna anche dopo l’età della pensione, continua entusiasta a lavorare in casa. Serena single.
Curata nell’aspetto e nell’abbigliamento anche se non più giovane, incarna un misterioso fascino per la nostra famiglia. Ci lascia a 72 anni concludendo in solitudine e un cammino permeata da discrezione e indipendenza.
Una vita con il sapore del romanzo, della determinazione che solo noi donne sappiamo far crescere e sbocciare e senza disturbare.
E’ molto importante per me condividere con voi questa storia.
Perché di emancipazione e femminismo ante litteram zia Eleonora è stata una vero un emblema.
Di lei custodisco orgogliosa un suo paio di guanti bianchi di seta e autoreggenti color pesca finemente ricamate.
Non è che anche voi conoscete Nonne “Old Mothers” protagoniste di storie di autoaffermazione?
Vorrei caricarmi di quel coraggio e della gioia di essere Donne-Contro.
Contro una società patriarcale e maschiocentrica. Contro il perbenismo. Contro il conformismo. Contro il campanilismo.
Mi aiutate? Aiutiamoci.

giovedì 26 febbraio 2009

Archi.D.Arte

L’Archetipo della Ragione: lo Specchio.
a cura di Margherita Matera


Non so bene da dove parta questa idea, probabilmente da una serie di domande che mi assillano ultimamente. Probabilmente dal fatto che, a casa mia, non ho uno specchio a tutt’altezza. Non mi vedo mai intera.
Eppure lo specchio è al pari dell’inconscio. Si è davanti a se stessi come si può stare davanti ad un errore, ma l’errore non sempre è tangibile, quella figura, invece, per quanto riflessa, siamo noi.
È la nostra immagine originale, al pari del peccato. Al pari di una mela.
Ogni tanto mi capita di buttarmi un occhio per controllare i capelli, la scollatura, il rossetto, vedo tutta una serie di imperfezioni, e poi guardo più a fondo e nel riflesso cerco la ragione. Penso che osservandomi bene, spiandomi, deve vedersi la ragione. La ragione di una scelta. La ragione del mio tempo. Insomma, dovrà pur emergere il senso.
Poi oggi ho capito dove trovare la ragione nello specchio.
Basta spegnere la luce. Si è ancora davanti a se stessi, ma senza potersi vedere interi, a metà, a pezzi. Non si vede il rossetto o il pizzo. Non si vedono i colori, ma si vede la ragione.
È la ricerca. La ragione è lì. Perché lo specchio al buio riflette. Riflette anch’esso, senza però riflettere l’immagine.
E non tutte le superfici possono permettersi il riflesso.
I sassi non riflettono, ma secondo me riflettono. E pensano così radicalmente da essersi calcificati in un’unica ragione. Una ragione di sasso.

Il vetro riflette, se temperato, se rotto, ha troppi pensieri, ma nessuno prima degli altri. Pensieri taglienti. Possono far male, ma non eccessivamente.
L’acqua ha ragione. Ha una ragione folle perché senza forma. È un pensiero vitale. In movimento.
Lo smalto non sa come si riflette. È uno specchio in potenza. Sragiona. Ha colori, ma non riesce a definire e vive il dissidio.
La carta. La carta sa come avere ragione. Sa scriversela. È introversa, non lascia specchiare immagini, ma contenuti. La carta ha sentimento, prima che ragione.
Il metallo ha bisogno che qualcuno gli insegni a riflettere.
Il legno non pensa. Se privato dell’anima della pianta è in lutto. Smette di riflettere. Preferisce essere dormiente (elemento architettonico).
Ed io? oltre a cercare superfici, io cosa rifletto?
Io sono opaca, al pari di un opale.
Io ricerco, mi vesto arlecchina di idee e scelgo specchi che mi rimbalzino ragioni. Inciampo in un sasso, mi taglio di vetro, indosso uno smalto e invidio la carta.

martedì 24 febbraio 2009

Estremamente


San Valentino
a cura di Antonella Passoni

Vorrei che oggi il cielo rimanesse così azzurro e leggero, senza nuvole verticali che lasciano cadere grani di ghiaccio sulla terra. Vorrei l’aria nuova della primavera, che trasforma ogni odore in nostalgia.
Hai detto che se vedi le montagne ti ritorno in mente, ma subito mi cancelli. Non ti credo. Non si possono cancellare i sogni.
Ricordo due rami di pesco, appoggiati sul sedile dell’auto dentro un foglio trasparente. Era San Valentino e i rami erano lunghi, pieni di petali appena nati. Non li posso cancellare. Non posso dimenticare l’odore di quella sera e nemmeno il suo calore tenero.
Ora mi resta la voce; per dire, per raccontare. Raccolgo pezzi di me che come schegge di colore compongono un disegno che non capisco, ma che devo finire. Tutto è necessario, anche questa vecchia ferita che ogni tanto si fa sentire.
Vorrei sedermi dentro una stanza con il mare davanti, con le finestre aperte e le tende che si gonfiano. Così morbide e in movimento da sembrare nuvole. Una stanza grande e vuota dove dormire in pace, mentre le rondini entrano e sfiorano le pareti. Vorrei sentirle volare sopra la mia testa e ascoltare le loro voci piene di vita.
Il calore della terra si fa sentire e disperde la sua energia confondendosi nel sole. Finalmente i bulbi germogliano e il verde giovane fa respirare questo prato morto. Verrà la primavera; scalderà ancora la solitudine di chi non si perdona. Arriveranno i temporali e daranno da bere a questi sassi asciutti che nascondono sotto il loro peso le paure. Ritornerà anche l’estate, esasperando con il caldo le foglie e i pensieri.
Poi la generosità della neve. Scende sempre a Natale. Quando la nostalgia è più forte, quando i ricordi martellano sulle pareti dell’anima. Arriva materna; accarezza le mani col suo respiro leggero e prima di andarsene rallenta i suoni, chiude le ferite e pulisce il sangue dalle rocce.
Abbraccia i rami degli abeti, che finalmente possono riposare.

Teatime














John Fante, Un anno terribile, Fazi Editore.
A cura di Maria Luisa Pozzi

Deve avere bevuto l’elisir dell’ eterna giovinezza. John Fante, dico. Per avere quella freschezza e quell’innocenza nel guardare il mondo.
In questo “anno terribile” lui vede il mondo con la spontaneità di un ragazzo di diciassette anni che sogna di diventare un campione di baseball. Si vede già circondato da una folla di ammiratori. E se dovesse morire? No problem. Gi ammiratori circonderanno il suo corpo esanime e diranno, “Questo è Dominic Molise, il più grande lanciatore di baseball mai esistito.”
Dominic, detto Dom, è figlio di un emigrato italiano che, dato il gelido inverno e la neve che cade senza pietà, non può fare il suo mestiere di muratore. Pochissimi soldi, in famiglia, dunque, per mantenere la moglie, un altro figlio, e la vecchia madre che parla solo uno stretto abruzzese della quale il nipote prova vergogna.
Della nonna, lui, però, capisce la tragedia, ..” le sue radici erano sospese in una terra straniera. Non avrebbe voluto venire in America, ma mio nonno non le aveva dato possibilità di scelta. C’era miseria anche in Abruzzo, ma era più dolce, condivisa da tutti come pane che si passa di mano in mano. Anche alla morte partecipavano tutti, e così al dolore, e alla prosperità, il villaggio di Torricella Peligna era come un solo essere umano.”

Nel descrivere sua madre, Dom ha tutta la freschezza, e la crudeltà dei giovani, “Era molto più vecchia dei suoi quarant’anni. Era difficile pensare che fosse mai stata giovane. C’era una fotografia di lei a dieci anni, seduta su un altalena in un parco giochi di Chicago, e anche lì dimostrava quarant’anni, una bambina di quarant’anni, con i codini e le scarpine bianche.”
Dom si vergogna del proprio aspetto e, in particolare, delle orecchie a sventola. Questo il rimedio suggerito dalla madre, “
‘“Mettiti la calza. E continua a pregare.’
Il rimedio per le orecchie a sventola, così dicevano gli abitanti di Potenza, era di mettersi in testa durante la notte una calza di donna. Finche tenevi la calza, funzionava bene. Poi scattavano fuori di nuovo.”
Mi fermo qui. C’’è tanto altro in questo romanzo breve di 122 pagine che l’autore non volle pubblicare. Lo fece la moglie, dopo la morte del marito.
E’ una storia o che va bene per noi adulti perché ci parla di quando avevamo 18 anni, dei nostri sogni, dei nostri impossibili amori e delle nostre terribili delusione. Va bene per i nostri figli e nipoti che, probabilmente, avranno amori impossibili e terribili delusioni come l’eroe di John Fante. Ma anche loro, forse, diranno, come Dom Molise, “Se chiudevo gli occhi, riuscivo a sentire il ronzio dei sogni per tutta la casa.”

Un abbraccio e buona lettura

lunedì 23 febbraio 2009

La Domino Edizioni con noi




Virginia Parisi e Solange Mela le conoscevo da un po’ di anni, sono state mie allieve durante un corso di scrittura creativa on line. Monica Lombardi invece no, l’ho incontrata mercoledì’ scorso. Tutte e tre insieme hanno presentato la Domino Edizioni, la loro casa editrice, la loro creatura. Una scommessa, certo, perché ce ne vuole di coraggio per puntare sui libri. Sono state brave, potenti, strepitose. Davanti ai giovani allievi della H. Stanton Blatch hanno raccontato come si presenta la propria opera ad un editore, hanno spiegato come si scrive una sinossi, hanno elencato gli errori da evitare. E io le guardavo, com’erano grandi e autorevoli. Com’erano belle e competenti, con la loro esperienza di scrittrici e di editori insieme. Mi piace quando vedo l’armonia, quando capisco che c’ è del buono davanti a me. E quando mi accorgo delle cose che vanno avanti, che non sapevo nulla. E che poi ritrovo, che poi ci ritroviamo a guardarci una di fronte all’altra e a capire che abbiamo fatto bene. A sentirci ogni tanto, a ritrovare dei fili. Che poi ci conducono qui. E ci sostengono.

Pittura & Illustrazione













Mostra “ Poesia viva “ di Ivan
Spazio Oberdan
Viale Vittorio Veneto, 2 ( MI )
Dal 13 febbraio al 15 marzo 2009
Dalle 10.00 – 19.30 ( martedì e giovedì fino alle 22.00 )
Chiusa il lunedì Ingresso libero


Chi è interessato alla poesia e anche alla pittura, ai graffiti e alla libertà di espressione dovrebbe andarsi a vedere questa mostra.
Non dirò troppe parole inutili, ma solo i riferimenti sopra e per concludere qua vi metto anche il sito dell’artista:
http://www.poesiaviva.it/
Buona mostra a tutti!!.

domenica 22 febbraio 2009

Di mamma (non) ce n'è una sola















Extraterrestre portami via.
A cura di Anna Grazia Giannuzzi

Anche ad essere molto convinti di quello che si fa e di quello che si pensa, può capitare di incontrare persone al cospetto delle quali si finisce con il pensare che sarebbe meglio che gli ufo esistessero: e portatemi pure via per fare terribili esperimenti scientifici sul mio corpo inerte, tanto non potrei stare peggio di così.

La parola è scuola. Non voglio parlare degli insegnanti che esercitano con gli studenti (ho avuto una mamma maestra – lei preferisce che si dica insegnante elementare - ed una caterva di professori e presidi nelle file dei parenti, quindi conosco ed evito) ma di quegli ex insegnanti ai quali vengono affidati compiti amministrativi, ed anche di quelli che sono oggi definiti i dirigenti, i manager della scuola.
Quelli che si trincerano dietro un regolamento, che godono, come ippopotami ammollo nelle paludi africane; quelli a quali la burocrazia concede ampi spazi per coltivare l’illogicità ed a cui consente di sentirsi a posto rispondendo: ma io ho solo girato la maniglia della doccia. Già, peccato che nei tubi non ci fosse acqua, ma Cyclon B.
Vedete il punto forse non è nemmeno questo. È, forse, l’incapacità totale di mettersi al posto di qualcun altro, non dico di partecipare addirittura con il cuore. Dico di ragionare, di accettare con la testa che un’altra persona può soffrire in conseguenza di un mio comportamento, e conseguentemente che devo mettere in dubbio la legittimità del mio comportamento e decidere di non ripeterlo.
Posso non addossarmi la colpa di averlo fatto una volta: state mille motivazioni oggettive potevano spingermi a ritenere che quello che facevo non avesse alcuna controindicazione. Ma se, pur venendo informato che quello che ho fatto si è dimostrato sbagliato, continuo ad insistere e rifiuto di sentirmi responsabile del non doverlo ripetere, allora come posso essere chiamato?
Il punto è, e dico ancora forse, che non pensiamo prima di agire ed accettiamo il rischio, magari inconsciamente, che qualcosa non vada. Ma siamo altrettanto pronti a scrollare le spalle ed reclamare che la soluzione del problema non spetta noi.
Il mio problema è un elenco di nomi (scusate ma a me torna insistentemente il paragone con le liste degli ebrei, non posso farci niente). Mi è stato detto che esiste un regolamento secondo il quale gli elenchi degli alunni di ciascuna classe sono composti da nome cognome e luogo di nascita.
Ho contestato che in questo modo se io fossi nata a New York sarei considerata straniera. Mi hanno risposto che i regolamenti non li fanno loro. Ho contestato che sulla base di questo elenco mia figlia adottata e nata a Bogotà, ma cittadina italiana è stata indicata come straniera ed è stata incaricata di favorire l’inserimento di un bambino proveniente da Cali, appena arrivato in Italia con i suoi genitori, perché potava parlare in spagnolo. Ora mia figlia non parla lo spagnolo, e saranno anche fatti suoi perché non lo parla, e non vedo perché debba fornire spiegazioni a tutta la sua classe ed al vicepreside. E non è straniera, è cittadina italiana.

- Quindi lei mi dice che quello è successo a mia figlia succederà ancora, giusto?
- Gli elenchi non li faccio io, me li manda la segreteria.
- Mi scusi, ma non sarebbe possibile, visto che usate il luogo di nascita come indicazione della cittadinanza, aggiungere che so, un asterisco per indicare che luogo di nascita e cittadinanza non coincidono? Ho tanti amici nati all’estero che si sono naturalizzati italiani e come tali si comportano e vanno trattati.
- Mah, non so, c’è anche una questione di privacy, pensi che non possiamo nemmeno indicare se un alunno ha un handicap.
- Ho capito, ma mia figlia è stata messa in difficoltà davanti a tuta la classe, ha dovuto rispiegare che è stata adottata ed anche perché non parla spagnolo. Anche questo mi pare non in linea con le norme sulla privacy. Questo momento di attenzione sulla composizione dei legami familiari ha fatto molto male a mia figlia, facendole rivivere in un modo brusco ed insolitamente doloroso l’abbandono da parte dell’altra mamma ed il distacco da un paese in cui ha vissuto per nove anni. E a quello che è successo non si può rimediare. Però si può evitare che accada la stessa cosa ad un altro ragazzo o ad un’altra ragazza accolti in una famiglia basata su legami d’amore e non di sangue. Cosa mi risponde?

Le risposte non me le ricordo. Gli ho promesso che il regolamento glielo cambio io, mi sono informata, mi sono consultata con la Sovrintendenza scolastica, ho scoperto che posso raggiungere qualcuno che lavora presso il Garante della privacy a Roma, e sto cercando di buttare giù una proposta di modifica di questi elenchi inutili, indicando anche alcuni accorgimenti per i bambini adottati. Mi hanno detto che il tutoring è effettivamente una modalità di integrazione per gli alunni stranieri. Stranieri, appunto. Ma è davvero possibile che non sapesse come è composta la classe?

Con quella persona ho tentato l’impossibile.
- Sa cosa le voglio dire, nessun regolamento e nemmeno nessuna legge costringe chi la deve applicare a farlo, se la legge o il regolamento si rivela illegittimo, o peggio inutile o dannoso. Io che lavoro in una pubblica amministrazione mi sono fermata tante volte ed ho pensato al senso di quello che stavo facendo. Pensare si può. Sempre. Ed io vorrei tanto che le mi dicesse che lo farà, che ci penserà sopra.

Morale della favola: sa signora, noi non sappiamo proprio che fare con questi stranieri, non li conosciamo, non li capiamo.

Allora, potendo scegliere non era meglio essere rapite da un ufo?

EQUILIBRISMI QUOTIDIANI



I giovani e i loro ideali
a cura di Maddalena Morandi



L'altro giorno mia nipote, che frequenta la quarta di un istituto tecnico aveva da svolgere un tema il cui titolo era più o meno " Degli ideali di Ugo Foscolo, cosa ritrovi nei giovani di oggi?".

Visto che la zia (io) è una divoratrice di tutto ciò che è scritto, mi ha chiesto una mano. Bene per il Foscolo erano importanti la Patria, l'amore, la famiglia, l'onore, la libertà e la giustizia.

Abbiamo escluso che oggi i ragazzini sentissero ardere nei loro cuori l'amor patrio o l'onore inteso "foscolaniamente", abbiamo poi evidenziato le differenti concezioni di famiglia oggi rispetto ad allora, abbiamo trovato tratti comuni nel senso dell'amore, giustizia e libertà, con i dovuti distinguo.

Tuttavia la nostra produzione ci sembrava un pò scarna, quindi abbiamo digitato su google la frase ideali dei giovani, per vedere il web cosa ci proponeva.

Beh, devo dire che sono rimasta sconcertata: i giovani d'oggi nella rete sono assolutamente privi di ideali.

Io e mia nipote ci siamo confrontate, potevo essere io ad non essere al passo con i tempi; invece anche lei era stupita: è vero per quanto riguada la popolazione dei ventenni si parla molto di immgine, successo a scapito degli altri ideali, ma come sempre è più facile dare risalto a tendenze border line che alla normalità; quando invece questa poi è prevalente.

Come dire: fa molto più rumore un albero che cade, che cento che crescono.

Quindi come al solito non si faccia di ogni erba un fascio, perchè non parliamo dei ragazzi che si impegnano a scuola, nello sport, nel volontariato, nelle parrocchie, di quelli che dopo la scuola fanno i camerieri, la baby sitter, di quelli che aiutano i genitori nel lavoro, di quelli che hanno la passione per la musica, l'arte; insomma della stragrande maggioranza di "normali".

Io sono seriamente inc... , si voglio proprio usare un termine viscerale e forte, inc.. con chi si occupa dell'informazione, smettetela di dare risalto solo ed esclusivamente ai comportamenti negativi, che sono anche i più facilemente emulabili, solo perchè fanno notizia; non solo è una falsa rappresentazione della realtà, ma serve a diffondere una errata cultura dei giovani.

W i giovani, largo ai giovani.

venerdì 20 febbraio 2009

BRICIOLE D'ESTETICA


Don Giovanni è morto
A cura di Vladimiro Zocca

Cosa resta, oggi, del mito di Don Giovanni?
Unico mito, nato da un’opera letteraria agli albori dell’epoca moderna che, raggiunta rapidamente, di opera in opera, una sua autonomia di senso, è venuto a identificarsi in quella tipologia di atteggiamento sessuale, un tempo, tipicamente maschile, di seduttore senza costanza della pluralità femminile.
Il seduttore considera identiche e intercambiabili tutte le donne sedotte.
Anche se va detto che, successivamente, la donna esce dal branco e con la figura della vamp, la vampira mangiatrice di uomini, immortalata da una certa cinematografia espressionista degli anni trenta, ha fatto la sua comparsa nel comportamento femminile.
Ne’ Il diario del seduttore Kierkegaard ci dice implicitamente che, per far morire Don Giovanni, è sufficiente farlo innamorare e, quindi, offrirgli la possibilità di passare da una vita fatta di istanti vissuti in una specie di dominio plurale dei sensi, ad uno stadio dove le relazioni con l’altro sesso hanno una finalità etica amorosa.
Ma, probabilmente, il filosofo danese aveva travisato il senso profondo del Don Giovanni di Mozart, la cui musica innovatrice tanto l’aveva affascinato; vede, infatti, in Don Giovanni, solamente l’erotismo puro, fine a se stesso, il trionfo della sensualità più sfrenata, in una sconsolante coazione a ripetere.
Tutto sommato, il nostro filosofo pecca di eccessivo maschilismo o di inguaribile misoginia, non cogliendo nell’opera mozartiana l’aspetto tragico-romantico che rende inscindibili la dimensione erotica e artistica della femminilità e quella etica e virile della mascolinità.
Svaluta fortemente la prima, ereditando, in un certo senso, quel disprezzo e quel terrore nei confronti delle donne che si cela nel fondo dell’anima dell’uomo romantico.
D’altra parte, è il Romanticismo che scopre la bellezza medusea, che confina con il Male, matrice della donna pericolosa, anche quando è apparentemente sottomessa, e principale attrice della letteratura gotica dell’orrore.
Pare non accorgersi dell’altro suo grande attore, il Vampiro, un maschio in tutti i sensi, anche se spesso sospettato di impotenza sessuale dai critici del Novecento.
Mozart, nel suo latente e, forse, inconsapevole femminismo avant lettre, aveva intuito nell’arte della composizione musicale che le donne avevano cominciato ad acquistare autonomia e responsabilità; oggi le donne vengono rapite più raramente e possono sciogliere più facilmente i loro legami con l’altro sesso.
Quindi, oltre all’amore, un’altra causa della morte di Don Giovanni è la parità dei sessi o, nei casi estremi, la nascita di Donna Giovanna, sotto le spoglie non mentite di Medusa o di vamp; la donna che non è più un semplice articolo del catalogo del seduttore
Certo, oggi non si trovano più le donne che con il loro bisogno di individualità, hanno permesso la costruzione del seduttore, per poi distruggerlo con l’unicità dell’amore che cancella il collezionismo del non amore privo di individualità.
Anche Don Giovanni, innamorandosi, acquista coscienza di se stesso e di un’originalità che non ha mai esercitato, anche se ciò lo condanna alla fine.
Non dimentichiamo che fin dal suo primo apparire in epoca barocca, Don Giovanni era nato come dannato, destinato irrimediabilmente alle fiamme dell’Inferno, a monito di coloro che non riuscivano a condurre una vita socialmente conveniente.
Insomma, il nostro avventuriero ci viene presentato come un satana, il peggiore degli uomini, che potrà salvare l’anima ad una sola condizione: che ami e che sia amato da una donna; ma il seduttore è coerente nel suo peccare, si pente troppo tardi per la statua di pietra che lo insegue con la sua vendetta.
Don Giovanni, dice Jean Rousset, è un incriminato che ricusa l’incriminazione.
Pare, infatti, che Tirso de Molina, il primo autore che dà forma autenticamente definita alla leggenda di Don Giovanni, nella Spagna del XVII secolo, con la commedia in tre atti Il Beffatore di Siviglia e Convitato di pietra, fosse un religioso dell’ambiente gesuitico.
A questo proposito, faccio notare che, per ironia storica della sorte, la Compagnia di Gesù fu soppressa nell’Impero Asburgico dall’imperatore Giuseppe II, protettore di Mozart, su commissione del quale il musicista salisburghese allestì il suo Don Giovanni assieme all’autore del testo, l’irrequieto Lorenzo Da Ponte, grande amico di Giacomo Casanova.
Dopo aver passato indenne l’esasperazione della ragione, il mito di Don Giovanni si è portato dietro, per quattro secoli, attraverso opere letterarie, una carica trasgressiva che sarà sottolineata, appunto, nel passaggio settecentesco mozartiano, toccando lo status dell’eroe, seppure sfortunato, seppure, spesso, odioso.
Solo i Romantici, così benevoli verso tutto ciò che ha il sapore del Diavolo, si mostrano clementi verso la sorte finale del seduttore, perché salvare il seduttore voleva dire strapparlo alla suggestione dell’istante, facendolo innamorare.
Oggi ce lo ritroviamo in alcuni vecchi signori, antichi tombeur de femmes, che inconsapevoli della loro vecchiaia, fanno morire il loro ruolo nel patetico e nel ridicolo.
Nonostante alcuni di questi - almeno quelli che se lo possono permettere – abbiano la possibilità di rimpiazzare la loro impossibilità di ricevere autentico amore sessuale, con la persuasione estetica della ricchezza.
Gli altri Don Giovanni sopravvivono in quanto oggetti di cure e di ricerche cliniche, come poveri maniaci sessuali che hanno smarrito la risonanza mitica del grande libertino.
Non posso fare a meno di pensare ai nostri politici che, da pallidi surrogati di Don Giovanni del sociale, hanno perso il senso della libertà, il lato positivo di questo movimento filosofico, morto con le razionali decapitazioni della Rivoluzione francese dei Robespierre.
Non sono più ladri di donne, ma sono diventati ladri di diritti.
Si, penso proprio che il vero Don Giovanni, quello di Mozart, sia veramente morto, con il supplemento di pena di non poter neppure sprofondare nell’Inferno.

giovedì 19 febbraio 2009

Archi.D.Arte

Alla Ricerca di un'Architettura Viscerale
a cura di Margherita Matera



In questi giorni pensavo a come riuscire ad intrappolare i momenti. Non voglio che diventino ricordi, mi riferisco a qualcosa di più forte, meno nostalgico.
Vorrei che i miei pensieri si materializzassero, molto di più che in un ricordo, vorrei riuscire a riempirmi di costruito. Qualcosa che materialmente è con me. La mente realizza visioni passate e trame future, il presente realizza il momento, ma come faccio ad inventare l’architettura che costruisce me stessa nel tempo?
È un po’ come l’immagine di Sergei Tchoban. Un uomo costruito, dall’interno.
È l’architettura del corpo, resa tangibile. Chiara. Si può decidere di entrare in se stessi, passeggiare nella testa, illuminarsi dagli occhi, parlare nella bocca.
Si entra dentro di sè. Si diventa contesto. Si è tutt’attorno e dentro. Qualsiasi momento si vive, all’interno, resta dentro. Fa parte del costruito. È proprio. Ci si fa eco. Si ospita gente. è tutto incredibilmente fissato. Mai così viscerale.





Così, stamattina, ho trovato la porta del mio spazio. Ho perso la testa. L’ho svitata con cura. Sono entrata in me stessa. Ho iniziato a costruirmi. Sono in cantiere.

mercoledì 18 febbraio 2009

RAMPA DI LANCIO


La scrittura quotidiana
A cura di Lù Mancini

Cari lettori,
vi segnalo un concorso interessante per chi ha un romanzo nel cassetto o ne sta scrivendo uno, scade a fine marzo ed è sul sito della Mondadori alla pagina:
http://www.librimondadori.it/web/mondadori/speciali/concorso-www
provare non costa nulla, mi raccomando!!
Scrivere un romanzo, mi riallaccio a questo argomento per parlarvi di come arrivare al completamento di un’idea che porta alla scrittura di un libro.
La mia personale esperienza dopo tanti tentativi è che occorre seguire un metodo per evitare di arenarsi continuamente in indesiderati punti morti.

Un giorno ho deciso che dovevo seguire un metodo e non discostarmi da esso ad ogni costo. Dovevo dedicarmi ogni giorno a scrivere almeno una pagina del mio romanzo, anche mezza pagina, l’importante era andare avanti.
La cosa non era per niente facile perché i due terzi del mio tempo li passo al lavoro (un lavoro ovviamente che non centra nulla con la scrittura di un romanzo), il resto del tempo è assorbito da impegni vari noti ai comuni mortali quali spesa, cucina, pulizie, e altre banalità terrene, e poi dato che siamo vivi deve restare un po’ di tempo per l’amore e gli amici o per quello che più ci aggrada, in tutto questo bisogna anche trovare il tempo per dormire. Missione impossibile? Quasi !
Poi, a supporto della mia teoria, ho letto su una rivista un intervista a Luis Sepulveda in cui questo autore affermava che ogni giorno doveva riuscire a scrivere almeno tre pagine buone, e non sempre ci riusciva, capii che anche un grande scrittore le sue pagine se le suda .
In un altro articolo si parlava della vita della scrittrice giallista P.D. James (ad uno dei suoi libri è stato ispirato il film del 2006 “I figli degli uomini”) , lei ha lavorato per tanti anni nella pubblica amministrazione ed ogni mattina si svegliava all’alba per scrivere almeno un paio di ore e la maggior parte dei suoi romanzi li ha scritti così.
Per me è stata una piccola illuminazione, ho deciso che potevo fare così anch’io, io mi sveglio già molto presto, ma decisi di puntare la sveglia un’ora prima e di cercare di scrivere se non un’intera pagina almeno mezza purché buona o almeno discreta.
Ho fatto così e, riuscendo a non perdere il filo del mio discorso mentale, sono riuscita ad andare avanti e ciò che abbozzavo al mattino lo completavo di sera oppure il mattino seguente e il resto nel week end.
La scrittura è un esercizio quotidiano, deve essere così, ogni giorno bisogna dedicarvi un po’ di tempo, può essere un’ora, due o tre ore o anche solo trenta minuti, ma deve esserci metodicità, perché altrimenti si perde il filo o si perdono le idee, che dopo aver vagato nella nostra mente per un po’, all’improvviso si dissolvono e non le ritroviamo più.
Ognuno scelga il momento più consono al suo modo di essere, io questo momento ce l’ho al mattino, quando ho ancora la mente libera dagli affanni quotidiani, che siano di lavoro o personali.
Certo costa una grossa fatica e tanta determinazione, però il premio finale è davvero grande ed è l’emozione di poter scrivere sulla nostra ultima pagina la magica parola “fine”.

martedì 17 febbraio 2009

FUTILE INUTILE...ORGASMICO


La Wanda va in Blanco
A cura di Laura Gobbi

Ebbene si lo ammetto anche La Wanda va in Blanco ed in questo caso, E SOLO IN QUESTO lo fa con molto piacere.
Ha aperto da poco a Milano in via Morgagni 2 il Blanco dove ovviamente vi consiglio di andare se amate essere coccolati, serviti e riveriti con professionale discrezione.
Il locale è molto Blanco.... bhè, un po' troppo per La Wanda ma è innegabile che il design curato da Fabrizio Bertero sia veramente l'essenza della purezza.
Orgasmico l'effetto luce(Artemide)che miscela con delicata armonia i colori dell'arcobaleno che filtrano dagli inserti di legno grezzo (Molteni),e poi,lui, il protagonista, il BIANCO ASSOLUTO e tutto ciò che è colore si vivifica nelle persone che respirano il locale, una pagina bianca dove ognuno può scrivere la propria storia semplicemente entrando nel mondo Blanco.
Il Blanco nasce a Formentera nell'estate del 2001, quasi per gioco, quattro assi di legno, il ghiaccio fatto nel garage di casa, tutto molto spartano con nessuna pretesa se non solo quella di dare a chi era in vacanza la possibilità di fare l' aperitivo sulla spiaggia.
Così, pian piano, quasi in sordina, il tam tam del momento percorre tutta l'isola e il gesto si ripete, si fa rito, si consolida e ci si sente parte di una tribu' di 6000 persone che quotidianamente raggiungono la spiaggia solo per vivere insieme il magico “momento”.
L’esigenza di rivedersi, di stare assieme, di consolidare ciò che è già scritto convince Andrea Sanfilippo e i suoi soci ad aprire anche a Milano questo fantastico locale dove gli eventi si succedono a ritmo incalzante e dove niente è dato per scontato.
Vogliamo mettiamoci pure la ciliegina, vi dico solo questo Lorenzolsp e la sua musica.
Sono beceramente di parte, e non posso che dire bene del locale, dello staff,di Andrea e soprattutto di Lorenzo che adoro, pertanto wandale e wandali se andate a Milano non perdete tempo a vedere la Madonnina o Montenapoleone sappiate che in Piazza Lavater angolo via Morgagni c’è sempre il sole, un pezzo di spiaggia e il Blanco
Ragazzi mi devo guadagnare il biglietto, metti che a sti pazzi venga in mente di aprire a Miami o a Mikonos….

Ora che ci penso sarà necessario che mi procuri un boa bianco…
Love

www.blancomilano.com
www.lorenzolsp.com

lunedì 16 febbraio 2009

PSYCHÈ

La “necessità” dell´ Amore:
A cura di Susana Liberatore

Pochi giorni fa abbiamo assistito all’apoteosi dell “amore”, addirittura, il giorno in cui lo si festeggia. Oltre il risultato della macchina capitalista che ci influenza e manipola perfino a sentire proprio la necessità d´un prodotto, ora assistiamo –forse senza renderci conto- alla creazione e lo sviluppo della finzione che crea il senso di realtà.
Ma, l´amore é solo un prodotto di consumo?.
Oltre la spiegazione del fenomeno come conseguenza diretta del sistema capitalista, ci sono anche i fattori soggettivi collegati. Perché in ogni storia d´amore, c´é il nodo di noi stessi: il punto estremo dove l´Io sparisce e l´altro raggiunge i massimi valori e il potere. Cioé, la esteriorità sentita come il fatto piú intimo, e di cui non riusciamo a controllare nè a saperne bene le sue motivazioni.
Come diceva Platone nel Simposio .....”Gli amanti che passano la vita insieme non sanno dire che cosa vogliono l´uno dall´altro. Non si puó certo credere che solo per il commercio dei piaceri carnali essi provano una passione cosí ardente a essere insieme. E´ allora evidente che l´anima di ciascuno vuole altra cosa che non é capace di dire, e perció la esprime con vaghi presagi, come divinando da un fondo enigmatico e buio”......
E´ in questa zona oscura, dove l´idealizzazione dell´ individualismo attuale ricerca l´amore, non come la ricerca dell´altro in sé, ma come la necessità che attraverso l´altro si raggiunga la realizzazione di sé, cioé: la necessitá di essere amato e essere riconosciuto per esistere.

domenica 15 febbraio 2009

ROSA STANTON

DATEMI UN MARTELLO...HO QUALCOSA DA SISTEMARE
di MonicaC



Sveglia alle 7 del mattino. Mi lavo come un gatto. Riempo la borsa di fogli che non leggerò. Alle 7 e 35 sono in strada. Ho 10 minuti per arrivare in stazione e prendere il BLQ. Due traiettorie possibili: verso via Indipendenza dove passa il salvaculo 19 - ma sono all'inizio del Pratello - oppure giù per via Marconi, sfidando autobus che hanno una frequenza più incostante del mio umore. Rischio e decido per la seconda opzione. Aspetto 5 minuti. Niente. Inizio a camminare sputacchiando bestemmie. D'improvviso appare il BLQ in direzione opposta. Panico. Non ci sono fermate su via Marconi. Calcolo mentalmente il percorso opposto e, intanto, prego che via Indipendenza sia bloccata dal traffico (domenica mattina alle 7?), con la stessa concentrazione che da bambina mettevo nel calpestare le formiche. La mia ferma volontà di sfuggire alla dipendenza da taxi produce onde positive: si materializza un 21. E' fatta. In stazione il BLQ attende minaccioso. Arrivo all'aeroporto alle 8 e 10 minuti. Il mio volo parte alle 9 e 15. Al chek -in la signorina Meridiana mi avvisa che c'è un ritardo di 45 minuti. Vorrei ucciderla. Mentre mi allontano mugugnando spergiuri, l'altoparlante mi richiama al banco. Avevo lasciato metà del mio foglio d'imbarco. Sto quasi per rinunciare all'idea di tornare in Sardegna per votare.
Sborso 175 euro per un volo di andata e ritorno in giornata, che oltrettutto per portarmi a Cagliari fa prima scalo ad Olbia. Dove, per famigerate regole di sicurezza internazionale, tutti i passeggeri sono obbligati a scendere e fare un secondo imbarco. Aspettare almeno 30 minuti nell'aeroporto al neon della Costa Smeralda, e risalire sullo stesso aereo, nello stesso posto, senza nessun controllo.
Intanto, a Bologna, recuperato il biglietto compro il giornale e fumo una sigaretta. Dall'altra parte del mare, la famigliola stressata pronta a partire all'alba (125Km=250Km), attende conferme. Faccio un'economica colazione - caffè, spremuta e cornetto - oggi in promozione a 4 euro ma che, servita al tavolo ha un lieve rincaro. Pago 8 euro, troppo incredula per lamentarmi. Dopo aver letto tutti i titoli in sconto alla libreria Mondadori, 50 pagine dell'Europeo sulle elezioni in Italia dal 1946 al 2001, e l'intero Manifesto, decido che è venuto il momento di oltrepassare la soglia dei controlli. Appena varcata la zona dove non potrò più fumare, sollevo lo sguardo sul monitor sopra il mio gate: 11 e 15. Lo rileggo. Poi, di nuovo. Per 30 secondi mi convinvo si tratti dell'originario orario d'arrivo a Cagliari. Sbagliato. Ovviamente, all'uscita d'imbarco il vuoto peneumatico. Ovviamente, nessuno si è degnato di annuciare un ritardo di 2 ore. Mentre ogni dieci minuti, una voce registrata ripete che non sono ammessi liquidi nel bagaglio a mano. Vorrei urlare. Ma qualcuno lo sta già facendo per me. Davanti all'ufficio Meridiana una fila di gente incazzata chiede spiegazioni. "L'aereo è in ritardo perchè a Cagliari c'è la brina", spiegano gli umoristi hostess, steward e chiccacchio sono. Stizziti poi - per la richiesta avanzata da un signore grigio barbuto sul perchè non si avvisi prima di un ritardo del genere - rispondono: "Non possiamo sapere in anticipo se ci sarà la brina sulle ali".

AVVISO: Scusa Fabio se ti posto sopra, è colpa del caledario di Ilenia, ieri era San Valentino...

Marilyn

I love Photoshop
di Fabio Cicolani 

C’è poco amore nell’aria. C’è poco amore in generale. Folgorato da questa assolata - anche se fredda – mattina di febbraio, vi lancio una freccia di Cupido. Senza troppo distaccarmi dal tema della mia rubrica, lancio un filone surreale, una serie di dichiarazioni d’amore sopra e sotto le righe, intorno ma anche dentro.
Ai tempi di Marilyn c’era sicuramente l’amore, ma non c’era Photoshop.

Un tempo erano detti “ritoccatori”, ovvero coloro che, armati di pennellino e soluzioni varie, intervenivano sulle foto per farle brillare ancor di più. Oggi ai pennellini manuali si è sostituita una vera e propria bacchetta magica, Photoshop. Per quanti non l’avessero sentito neanche nominare, Photoshop è un programma della Adobe, molto diffuso, che si usa a vari livelli per la grafica e la fotografia. Uno di questi livelli è proprio il fotoritocco.
Guardatevi intorno, non ci sono foto patinate e non che non siano state rielaborate, satinate, scontornate, ripulite. Più veloce e indolore del chirurgo, e più alla portata di tutti di un miracolo.
Come si fa? Semplice. Si prende una foto e si eliminano i difetti, occhiaie, borse, acne, colorito spento, macchie, rughe profonde, ombre che imbruttiscono. Poi si evidenziano i pregi, occhi, labbra. Ma non solo! Se non si hanno sufficienti pregi, si aggiungono; si allunga il collo, si ingrandiscono gli occhi, si modella il contorno del viso, si lima la mascella.
Il risultato? Una star.
Quanto è corrispondente alla realtà? Poco, la fiction però non è realtà, è magia.





venerdì 13 febbraio 2009

Creatina pour Femme

Profondo Noir
a cura di Katia Ceccarelli

Oggi è il caso di dire che faccio "uso privato di mezzo pubblico" però è anche vero che è un grande piacere condividere con voi i piccoli ma importanti progressi personali.
Sta per uscire infatti un'antologia nella quale è compreso anche un mio racconto dal titolo "Dobro Jutro". Il titolo del volume è Profondo Noir ed è pubblicato dalla giovane e dinamica
edizioni 9muse.net.

Dalla quarta di copertina: "Strani scherzi del fato, di quelli che, se ci fai caso, ti sembra di sentire aleggiare nell'aria odore di zolfo...strani incontri, di quelli che ti cambiano la vita, e non necessariamente in meglio. Strani viaggi, talvolta senza ritorno. Strani risvegli, di quelli che vorresti ripiombare subito in un sonno senza sogni. Strani appuntamenti, di quelli che avresti fatto meglio a ricordare. O a dimenticare.Tra veglia e sogno, tra luce e tenebra, tra vita e morte, in città spettrali, paesaggi onirici, visioni terrificanti, Profondo Noir è un biglietto di sola andata."
edizioni 9muse.net

La data ufficiale di uscita è il 17 febbraio 2009.
Gli autori inclusi sono: Amanda Zito, Katia Ceccarelli, Pietro Caturano, Frank La Tanica (Cristiano Varotti), Stefano Zucchi, Alba Coglitore, Carlo Adriano, Giorgia Rebecca, Domenico Cosentino, Federico Zazzara, Gianfranco Cambosu, Sara Monteverde, Ersilia Cacace, Gennaro Chierchia, Sergio Paoli, Alessio Taffarello.

Mentre scrivo ascolto The Smiths e questo dovrebbe già darvi da pensare :-)

giovedì 12 febbraio 2009

LA DOLCE VITA DI LUDOVICA


Sexy Burlesque
A cura di Ludovica Falconi

Se quest'anno per San Valentino volete stupire il vostro uomo e lasciarlo veramente di stucco improvvisate uno spettacolo di Burlesque. Non ha niente a che fare con la classica, volgare lap-dance e le ragazze che di solito si esibiscono in questo particolare tipo di spogliarello non sono le solite siliconate ma piuttosto bellezze che ricordano dive anni '50 dalle labbra rosso fuoco, tacchi vertiginosi e splendidi costumi. Questo tipo di ballo ebbe origine nell’Inghilterra vittoriana, anche se adesso le ragazze che lo ballano sono sicuramente molto meno vestite.
L’arte del Burlesque, contrariamente allo strip-tease, trasforma la sensualità in commedia ribaltando il solito concetto di femminilità socialmente predefinita. Ogni performer costruisce un suo personaggio o scegliendo un nome d’arte, un costume e una coreografia su cui canterà, ballerà e naturalmente si spoglierà ma con ironico appeal.
Ora questo ballo è tornato in voga e molti tra i locali più in propongono serate a tema: da andarci con le amiche o per una serata trasgressiva proprio col vostro lui.

mercoledì 11 febbraio 2009

BRUCIAPENSIERI


Ombre
A cura di Gregorio Scalise

E’ un romanzo del 2005 dovuto allo scrittore di Buenos Aires Josè Pablo Feinmann (La sobra de Heidegger, L’ombra di Heidegger, traduzione italiana del 2007) e non sembra molto conosciuto in Italia. Di cosa tratta questo romanzo? (Se è stato un caso letterario, come forse avrebbe dovuto esserlo, non ce ne siamo accorti.)
Seduto al suo tavolo di lavoro, siamo nel 1948, Dieter Muller, filosofo tedesco e allievo di Heidegger, rifugiato in Argentina, scrive una lunga lettera al figlio. Sarà il suo ultimo atto. Dieter Muller è stato nazionaslsocialista , ha preso questa decisione dopo aver ascoltato il discorso del Rettorato del suo maestro, Heidegger.
Era il 1933. In questa lettera Dieter elenca con precisione le tappe dell’esaltazione per non dire della follia che si impadronì di lui e del popolo tedesco. Si punirà per non aver visto e capito, difatti la rivelazione delle atrocità dei campi la scoprirà solo in Argentina: una fotografia lo colpirà in modo definitivo.
Studioso di filosofia e autore di saggi, Feinmann sa di cosa parla ed è capace di avvicinarci al lato oscuro di colui che ormai è definito il più grande filosofo del secolo scorso.
Grande filosofo e anche nazionalsocialista, questo il boccone amaro che il mondo culturale dovrà ingoiare. Naturalmente non senza reagire e non senza riversare fiumi di inchiostro su ciò che ben presto diventerà il caso Heidegger. La novità del libro di Feinmann consiste nel aver tentato di romanzare questa vicenda, di essere documentato, e di averci portato vicino ad una questione che per molti versi assomiglia ad un mistero. Mistero, però, con più di una spiegazione.
Per il resto, la questione era stata ampiamente trattata e Feinmann non è certo fra i primi, anzi. A voler ricordare gli studiosi che di questa difficile vicenda si sono occupati, ecco un parziale elenco: Adorno, nel 1964; Lowith nel 1986; Farias nel 1987; Bourdieu, nel 1988; Habermas, nel 1988: Lyotard, sempre nell’88; Derida nel 1987 e nel 1988. E non si possono dimenticare Jean Pierre Fay, Maurizio Ferrarsi e Fédier.
Quando pronunciò il suo discorso di Rettorato nel 1933 ( e ad aiutarlo a salire al soglio dell’Università di Friburgo erano state le SA) è accertato che Heidegger fosse persuaso che l’avvento del nazionalsocialismo segnasse l’inizio della nuova era in corrispondenza con alcuni valori della sua filosofia.
“Essere e tempo”, l’opera principale di Heidegger è del 1927, prima, dunque, dell’avvento di Hitler al potere. (1933 Il consolidamento di Hitler avverrà, però, nel 1934). In ogni caso quell’anno, 1933, fu un anno gravido di conseguenze per l’Europa intera e per il mondo. L’incendio del Reichstag, lo scioglimento del partito comunista, dei sindacati, il boicottaggio dei commercianti ebrei, l’apertura dei primi campi di concentramento da parte delle SA, l’istituzione della Gestapo.
Gli intellettuali più lucidi come Thomas Mann scrissero almeno che brutti tempi individuando in Hitler il motore della disgrazia, ma il grosso dei professori ( tedeschi) poco capiva, e fra questi, purtroppo, c’era anche il genio del secolo, alias Martin Heidegger. Difficile da accettare eppure fu proprio così.
Heidegger, nella sua filosofia dell’interrogazione, distingueva ciò che si domanda, ciò a cui si domanda, ciò che si trova domandando. Nel caso della domanda intorno all’essere ciò che si domanda è l’essere stesso; ciò che si interroga è l’esistente, e ciò che si trova è qualcosa che riguarda l’essere, ovvero il suo senso. Come si vede, il vertice della precisione e della decisione.
Il rischio che molti hanno corso, parlando della questione di Heidegger, è stato quello di voler identificare tutta l’opera filosofica con l’ideologia nazista. E viceversa per scagionare Heidegger dall’accusa di nazismo è forse troppo semplicistico affermare che le sue idee filosofiche erano autonome rispetto alle scelte politiche. Non si possono dimenticare le sue conferenze tra il giugno del 1933 e il gennaio del 1934 tenute a Heidelberg, Berlin, Leipzig, Tubingen, in cui Heidegger si lascia andare a grandi elogi di Hitler. Non mancano nella sua opera i richiami alla terra, al sangue, al Volk, all’autenticità, all’eccezionale destino eroico della razza, alla necessità - Università inclusa - di un Fuhrer.
Tutti temi, in verità, che appartengono alla tradizione del “ pangermanesimo” e che fanno dire ad Habermas che il problema degli intellettuali fascisti era innanzi tutto la preistoria del fascismo. Se citare i magniloquenti luoghi comuni di cui sopra può essere sufficiente a definire qualcuno fascista o nazista, oltre metà della cultura tedesca degli ultimi due secoli dovrebbe essere considerata tale. Ma in quegli anni fatali Heidegger aveva identificato la fattività del progetto esistenziale con il nazismo. E questo Feinmann ce lo dice, ce lo ripete, cerca di farcelo capire. Chi parla è un discepolo che racconta i fatti e soprattutto indica la via di come quell’esaltazione si produsse. Contribuì il povero Dieter, il discepolo? Sì, contribuì, sia pure indirettamente.
E contribuì Heidegger? Contribuì con tutto il suo massimo sforzo, sicuramente negli anni indicati, prima, con l’ostinato silenzio, poi. Non era, la sua, semplice ambizione universitaria, era il sogno della rinascita e del potere. Noi oggi sappiamo che era un incubo, lo sapeva allora la parte più avvertita dell’intelligenza tedesca ( Thomas Mann), non si accorse di nulla il ceto medio pensante non solo tedesco ma anche europeo. “Ogni capacità della volontà e del pensiero, tutte le forze del cuore e tutte le facoltà del corpo devono svilupparsi mediante la lotta, accrescersi nella lotta, e perseverare come lotta” - tuonava Heidegger in quel celebre e funesto discorso. Citava Nietzsche? E sia. Ma doveva ancora arrivare il gran finale.
“Vogliamo che il nostro popolo compia per intero la sua missione storica (…) e comprenderemo tutto questo solo quando iscriveremo nei nostri cuori la grande riflessione da cui la saggezza greca trasse la sentenza..” Scrive Feinmann: a questo punto Heidegger si fermò, il silenzio assordava. Pensai: potrebbe persino portarci alla follia. Tutti ci aspettavamo qualcosa di smisurato. E Heidegger disse: “Tutto ciò che è grande è nella tempesta”. Molti riconobbero quella frase, era di Platone, La Repubblica. Ma la parola di Platone non era tempesta - e Heidegger, disse “ Sturm”- mentre il testo greco diceva “pericolo”. Platone e le SA ( il movimento si chiamava Sturm Abteilung) con un colpo di magia nera si stavano stringendo la mano. Nella nostra riflessione di oggi non possiamo non pensare ad una singolare ingenuità ed esaltazione di quegli ascoltatori e come il carisma del maestro riuscisse magnificamente a trasformare quella odiosa retorica nel destino lucente del popolo tedesco. Anni dopo, mentre scrive la lettera al figlio, "Eredi della grandezza ellenica o assassini?", Dieter si chiede con il massimo dell’angoscia: “non ho visto niente, non ho capito niente, mi sono limitato a insegnare all’ università le ‘direttive Rosenberg’, ma sono ugualmente complice e colpevole”.
L’essere ellenico nel suo viaggio metafisico da Atene a Berlino, era diventato cieco e sordo. Aveva dimenticato, nel suo uscire dall’oblio dei secoli, proprio la vita e soprattutto quella degli altri nonchè la responsabilità e l’umanità. La Germania che avrebbe dovuto salvarci dalla tecnica, in realtà si stava armando. La sua grandezza la portava a invadere e distruggere proprio ciò che diceva di voler salvare. La luminosità ontica della sua purezza la portava alla più feroce pulizia etnica mai accaduta nel mondo.

martedì 10 febbraio 2009

IL SIGNOR IN GIALLO


Danila Comastri Montanari
A cura di Lorenzo Bosi

Dopo il primo post sulla Comastri nel quale ho parlato della serie di gialli ambientati nell’antica Roma, volevo integrare ciò che ho scritto con ulteriori informazioni.
Le indagini di Publio Aurelio Stazio non sono l’unica fatica letteraria della prolifica scrittrice bolognese, altri gialli interessantissimi compongono la sua bibliografia.
Innanzitutto vi invito a visitare il sito:
http://www.diciemme.eu/
in cui è inserita un’intervista rilasciata in occasione dell’uscita del giallo “Terrore”, ambientato nel periodo della rivoluzione francese. Un altro periodo storico da lei amato fin dall’adolescenza.
Breve trama.
Settembre 1793, Parigi è assediata da 10 eserciti stranieri.
Poco prima che il regime del Terrore avesse inizio, nei luoghi simbolo della rivoluzione vengono ritrovati alcuni Giacobini con le teste mozzate. Diventa quindi estremamente importante trovare l’assassino al più presto perché questi omicidi potrebbero alimentare i contro rivoluzionari.
Il protagonista comincia a sospettare che il colpevole sia un personaggio che lui conosce molto bene e, da un primo esame, sembra stia agendo spinto da un desiderio di vendetta personale contro di lui.
Vi auguro buona lettura.
Un abbraccio.

domenica 8 febbraio 2009

OFF#LIMITS














La porta degli dei e la porta degli uomini


A cura di Diomira Pizzamiglio

Converrete con me che l’arte è la più alta forma di comunicazione ed è tale quando riesce ad entrare in contatto con chiunque e quando a qualunque livello riesce a trasmettere emozioni.
A S. Casciano (Fi) in Val di Pesa, presso il Giardino di Santa Chiara d’Assisi, si possono ammirare, toccare, accarezzare, leggere due opere d’arte accessibile.
Si tratta di una stele che misura cm. 240 x 140 x 30 in travertino di Saturnia in cui vi sono rappresentati la dea Demetra per il solstizio d’estate o porta degli uomini, e il dio Giano bifronte, rappresentante il solstizio d’inverno, porta degli dei.
La stele nasce con l’obiettivo di essere toccata e osservata da chiunque voglia approfondire la relazione con l’opera d’arte.
In particolare il bassorilievo su pietra si presta alla osservazione tattile da parte di soggetti portatori di gravi problemi visivi, che possono così “vedere” l’opera d’arte nella sua totalità.
L’artista ha voluto offrire anche alle persone ipovedenti e non vedenti la possibilità si toccare l’opera per leggerne i messaggi energetici che il materiale, la forma, il calore e la ruvidità emanano.

venerdì 6 febbraio 2009

AperiTVo


La nuova scommessa di Abrams
A cura di Sinka

Sabato 31 gennaio alle 21:00 è andato in onda su STEEL, nella fascia SCI FI, l’episodio pilota della serie Fringe. Per ideare e coprodurre la sua nuova scommessa, J. J. Abrams ha abbandonato la creazione della nuova stagione del suo più grande successo, Lost.


Lo scorso autunno il nuovo seriel, prodotto da Warner Bros Television e Bad Robot, ha avuto ottimi ascolto su Fox Channel in America.
La Fringe division, una squadra investigativa del tutto speciale, impiega la scienza di confine per risolvere dilaganti e inspiegabili fenomeni. L’equipe è guidata dall’agente dell’F.B.I. Olivia Dunham (Anna Torv), coinvolta direttamente nel primo caso: una strana epidemia ha ucciso i passeggeri del volo internazionale 627 proveniente da Amburgo e diretto a Boston.
Anna Tory è il nuovo volto della produzione americana; Dopo aver recitato solo in produzioni australiane è stata scelta, per interpretare questo ruolo, grazie ad un provino realizzato inizialmente per un altro serial.
Cin cin alla nuova e promettente attrice e al suo prestigioso co-protagonista Joshua Jackson, il “vecchio” Pacey Witter di Dawson’s creek.

Sinka

mercoledì 4 febbraio 2009

NON HO L'ETA'


“Le vecchie bambole sono la memoria di uno stato d’animo”

MENO COSE PIU’ RELAZIONI

A Cura di Chiara Cappellato

Moderazione, sobrietà e un pizzico di modestia.
Virtù e atteggiamenti meditati – purtroppo mortificate negli ultimi anni -che sento di dover ritrovare e praticare grazie al prezioso contributo di saggezza, equilibrio e buon senso delle Grandi Nonne. Quelle che incontro in parrocchia, al supermercato sotto casa con un sorriso e due parole, le inquiline nel condominio dove sono nata. Generazione del ’20 e del ’30 custode di memorie di quel passato recente al quale, con piacevole esercizio, possiamo concedere di riaffiorare.
Quello dei vestiti scambiati e adattati, delle ferie estive in città, della vecchia automobile di famiglia. Dell’Italia ancora in parte in bianco e nero. Semplicità che vorrei tornasse a fare parte del mio presente fino a occupare una prerogativa nell’espressione della mia identità e dello stile di vita di cui ho bisogno e intendo condurre. Concetti: ambiente, riciclare, sprechi.
Pensate: siamo o no noi donne il fulcro del nucleo familiare e sociale?
Negli uffici, nelle associazioni, nello sport, nell’educazione e nella cura di bimbi e anziani.
E’ evidente come tutto ruota attorno al nostro manifestarci, al saper fare due cose insieme e bene. Ai molteplici ruoli, ma soprattutto stimoli ed esempi che siamo per l’Altro.
Moderazione contro la frenesia del mondo economico e tecnologico, distacco dagli eccessi che contraddistinguono il nostro tempo. Ora c’è la Crisi – in senso lato -. Un’opportunità? Chissà…
Crisi deriva dal greco e significa Scelta.
Moderazione sinonimo di misura, vivere secondo i propri gusti e mezzi. Assaporare ciò che piace senza sentirsi out, diverse, esultando nel sentirci libere nell’inventiva, nella specificità che ci rende uniche.
L’arte del poco: praticabile o prerogativa delle Vecchie Madri segnate da una vita di sacrifici e privazioni?
Potrebbe diventare medicina per riappropriarsi del proprio Io, scacciato l’imbarazzo idiota, di quelle infime scelte contro corrente che comportano rifiuto per l’omologazione?
Ci vuole la Crisi per trovare il coraggio di non attaccarci alle mode e ai media, per offenderci nel sentirsi definite “consumatori”?
Beata la Grande Nonna che indossa con naturalezza e femminilità il maglione datato 10 anni, gelosa dell’attenzione nel custodirlo perché costato tanto?
Sobrietà: obbligo del caro vita o opportunità per valutare se, quanto e dove spendere e, quindi, se ostentare o meno? Arte del poco da praticare con fierezza?
Io ci credo…
Magari riscopriremo la gioia di un desiderio appagato a posteriori, il piacere e il senso dell’attesa.
Utopia da buoni sentimenti?
Dite la vostra, mi piacerebbe essere consolata.
In fondo un minimo di sobrietà permette di dilatare lo spazio a favore della condivisione, calibrando la messa a fuoco dalle cose alle relazioni.
La domenica, snobbando le patatine fritte del centro commerciale, a riempire tazze di the con biscotti, in cucina il focolare degli affetti per eccellenza. Cazzate?
Io un po’ci credo. E voi?
In quanto a modestia ben venga, purché non celi una dose di falsità, ostentata solo per attirare frasi complimentose.
Attendo vostre opinioni.
Una recente intervista di Goran Bregovich: “…oggi l’Italia è ricca, ma ci sono stati momenti in cui non lo era e aveva cuore.”
Baci

lunedì 2 febbraio 2009

Estremamente




E ti parlo di me
a cura di Antonella Passoni


Continuo a camminare senza girare lo sguardo. Se mi fermo sento la paura di una volta e ritorna un nero denso, senza luci che segnalano la strada, senza impronte da seguire.
Dietro alle mie spalle c’è la morte senza morte. Si nasconde dentro le doline erose di una valle tagliata a metà da una ferita. Dentro scorre l'acqua e dalla sua profondità esce un respiro che mi spinge a continuare, anche se i miei passi, sono sempre in equilibrio sull’affilata cresta della consapevolezza.
La luminosità di una stella, ad ogni epifania si ferma per una notte sulla mia mano. Sorride serena, con quel sorriso che è come una carezza profonda dentro al cuore. Ma è il cuore che ascolto; lui sa e mi racconta con i suoi salti di capriolo, cosa devo fare. Le sue impronte rosse sulla neve parlano chiaro. Raccontano di tagliole e di esche avvelenate. Chiuso in una gabbia era costretto a bere da un secchio sporco.Ora è libero di correre dentro altri boschi insieme ai lupi.Cerca una ghianda da mettere in tasca,una sorgente per capire.Trova caverne tiepide dove dormire e ripararsi dall’inganno.
Guardo le mie carte e accanto al fuoco si siede il mio destino. Non mi legge la mano, ma mi indica quali giocare. Sono sempre carte di fiori, quelli che nascono in primavera, tra le ghiaie ed i temporali. Fioriscono senza terra, con i fulmini e il vento.
Sono di nuovo in cammino, a metà tra l’ombra e il sole.Non faccio domande. Raccolgo un’altra radice e la metto sotto i denti. Quando incontro due larici ricoperti di brina, sorrido. Hanno i rami piegati dal peso del ghiaccio, ma non si spezzano. Sono puri e trasparenti come il cristallo e si guardano complici.Sorrido ancora continuando il mio cammino.
Per il solo piacere di esistere.
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