martedì 30 settembre 2008

futile, inutile ...orgasmico

Ragazze, qui il livello è veramente alto, complimenti a tutte!!!

volevo solo informarvi che ieri sera La Wanda ha seguito la sua prima lezione sull'arte della divinazione dei TAROCCHI!!!



.....giusto per abbassare un po' il livello......


che il boa di piume rosa avvolga la vostra scintillante giornata

La Wanda

Di mamma (non) ce n'è una sola

Cronache allucinate
a cura di Anna Grazia Giannuzzi.

Cronaca allucinata numero uno.
Lago, quest’estate, con le mie figlie e mio marito. Stiamo prendendo il sole e le più piccole fanno amicizia con un ragazzetto, il cui padre ha portato con sé un vero e proprio baule pieno di palloncini da gonfiare, cappelli matti ed altri capi da travestimento, nonché vari giochi di intrattenimento per bambini. E’ un’artista di strada ed improvvisa un piccolo show sulla spiaggia. Le mie figlie partecipano con sincero divertimento e vengono pure chiamate a fare da “assistenti”. Mi si chiede insistentemente da dove veniamo, io rispondo da Trento.
Ad un certo punto il comico invita i bambini a chiedere soldi ai genitori, ad insistere per il numero del bancomat e per la carta di credito. Infine conclude brillantemente:
- E se non ve la vogliono dare, vi dovete preoccupare, non siete figli veri, non vi vogliono bene…forse…siete stati adottati!
Le mie figlie urlano in coro: - Nooooo!!! – e per fortuna ridono. Per loro la comicità dell’affermazione nasce dal fatto che non può essere vera. Io improvvisamente desidero di poter girare armata e con licenza di uccidere. Al termine dello spettacolo chiedo all’artista di strada il biglietto da visita e gli domando se è disponibile a fare uno spettacolo per l’Associazione di Genitori Adottivi e Preadottivi (AGAP) della quale faccio parte. Questa volta ce l’ho fatta ad essere calma ed efficace. Questa volta.

Cronaca allucinata numero due.

Lo sapevate che il padre di Kung Fu Panda è un’anatra, mentre della madre non ci sono notizie? Il giovane Po non condivide il desiderio paterno di rilevare la spaghetteria, tramandata di padre in figlio, vuole diventare un grande guerriero di arti marziali. In una scena importante, verso la fine del film, il padre dice al figlio che è arrivato il momento di confessargli un segreto. Tutti pensiamo che voglia dirgli – e siamo stupiti che non gli abbia detto ancora nulla, visto che il panda è bello e pasciuto – qualcosa che riguarda le sue origini. Invece gli rivela l’ingrediente segreto della zuppa di spaghetti con l’ingrediente segreto. Ora, io posso capire che per voi questo possa significare poco o nulla del tutto. Per noi genitori adottivi, invece, questo è un passo fondamentale perché sottintende ad una domanda difficile: quando arriva il momento adatto per dire ai nostri figli che sono stati adottati? E come trovare le parole adatte? Come parlarne con naturalezza senza forzature? Un problema enormemente complesso, che una volta affrontato consente anche porre una pietra fondante nel rapporto tra genitori e figli: un rapporto basato sulla sincerità e sul rispetto, oltre che sull’amore reciproco. Se io amo non posso mentire su una cosa così importante, cioè sul fatto che mio figlio/a è stato generato da altre persone che non sono quelle che lo stanno crescendo. Come genitore credo che ci sia il dovere morale di farlo: è necessario che sia io a farlo ed è giusto che spetti a me. Si potrà raccontare come una favola realistica, senza dimenticare che per i figli le avventure più affascinanti sono quelle che vedono protagonisti i loro genitori, e che in ogni avventura che si rispetti ci sono degli eroi, delle difficoltà da superare, degli antagonisti e degli amici fidati che aiutano gli eroi, e poi c’è la soluzione finale. La rivelazione sarà comunque dirompente, perché porterà alla luce il bisogno di accettare quello che è successo e quello che siamo per poter andare avanti insieme, ma è necessaria e terapeutica. I figli ci vedranno come degli esseri umani che hanno sofferto, ma anche come degli esseri umani che hanno superato i loro limiti e soprattutto come quegli esseri umani che li hanno scelti per amarli come figli.
Il tema dell’adozione aleggia, dunque, sul film come nebbiolina crepuscolare, scandito da una serie ripetuta di cose non dette e lasciate immaginare.
La mancanza assoluta di somiglianza fisica tra figlio e padre innesca dubbi e domande, mentre l’incapacità di quest’ultimo di capire la vocazione guerriera del figlio, per contrapporgli la richiesta pressante di proseguire la tradizione familiare e non la propria personale passione, ci riporta nell’alveo dei problemi comuni alla famiglia tradizionale.
Il padre non capisce il figlio e per gran parte del film ci si può chiedere se questo accada proprio perché Po”non è suo figlio”. Il punto è che questo padre adottivo compie un errore tipico delle famiglie basate sul legame di sangue: tu che sei mio, ti ho fatto io dunque sei mio, sangue del mio sangue, come puoi desiderare o essere qualcosa di diverso da quello che è ho pensato per te? Come puoi interrompere questa importantissima tradizione di famiglia sulla quale per me poggia il senso di tutte le cose e del nostro rapporto? Come puoi tradire la tua identità, tu non hai altro significato che non sia quello che hai in relazione alla tua appartenenza. Non lo senti il richiamo del sangue? E se non lo senti che razza di figlio sei?
Nel film Po, ovviamente, si sente in colpa perchè disattende le aspettative del padre e non riesce ad opporvisi efficacemente. Non ha fiducia in se stesso, è un po’ bugiardo e pasticcione, ed incontra ostacoli di tutti i tipi. Ma è un film ed alla fine …...
Lasciate che vi dica che secondo me l’adozione di papà anatra è fallita ed anche il rapporto genitoriale: come è possibile che il genitore sia così cieco su chi è suo figlio? Vedete: un genitore adottivo, poichè l’adozione è pensata e disciplinata per dare genitori a bambini rimasti senza, e non per dare dei figli alle persone che non ne possono generare, non può permettersi di cadere in errori come questi, deve prepararsi, deve decostruire persino il concetto stesso di tradizione familiare, altrimenti non sarà un buon genitore.
Forse dico io, ma non lo so per certo, semplicemente tutti i genitori fanno fatica a capire i propri figli, soprattutto quando danno per scontato che essi debbano riprodurre in meglio e con maggior successo le loro personali aspirazioni e caratteristiche, che siano nati per quello.
Da questo punto di vista Kung Fu Panda non è una storia di arti marziali, né racconta l’eterna lotta tra il bene ed il male, o suggerisce l’importanza di avere fiducia in sé stessi: è un film sulla verità dei rapporti d’amore. Ci vuole molto coraggio e disciplina per esercitarla, molto più di quelle che servono che per sconfiggere il cattivo di turno. Che guarda un po’ è stato adottato anche lui, ma non posso raccontarvi tutto il film. Alla fine il migliore è proprio Po, che ama quel padre che non lo accetta, quel padre cieco e sordo, che non fa altro che parlare di spaghetti per tutto il film e sembra non dare al figlio nemmeno la possibilità di una spalla su piangere per le sconfitte e le delusioni.
Lo accetterà, infine, e vi accorgete che le parole “mi dispiace” erano proprio quelle che stavate aspettando. E più di una volta vi verrà voglia di entrare nel film e di dirgli: senti bello mio, tu sei un’anatra non un’oca, un po’ di cervello lo avrai….
Insomma, se non ci siamo nel momento del bisogno, che ci stiamo a fare noi genitori?

lunedì 29 settembre 2008

9 mesi e 1/2


29 SETTEMBRE...
a cura di Ely


"Seduto in quel caffè
io non pensavo a te.
Guardavo il mondo che
girava intorno a me.
Poi d'improvviso lei sorrise
e ancora prima di capire
mi trovai sottobraccio a lei
stretto come se
non ci fosse che lei. " (...)

Chi di voi non ha almeno sentito per una volta questi versi?
Mi pare quasi ovvio che non ci sia il bisogno di specificare a chi appartengano, ma se qualcuno, e ne dubito, non lo sapesse ve lo dico: LUCIO BATTISTI.
Insieme a tanti altri questi, per me, sono stati parte integrante della mia adolescenza primaria ed anche di quella secondaria. Mai sentito prima parlare di adolescenza primaria e secondaria? Neanch'io! M'è venuta in mente adesso, così come una logica conseguenza di quel che oggi la realtà mi mette davanti agli occhi...

Come poter scordare quel periodo tra gli undici e i quindici anni circa... Un vero mix di elementi devastanti dalla mente al corpo: insicurezze, complessi, mutamenti fisici, acne!
Ma oggi no, negli anni 2000 questo arco temporale s'è spostato: 9 anni il nuovo inizio. Un genitore non fa in tempo a rendersi conto di "esserlo" un genitore che già si trova a fare i conti con questa inattesa delicata situazione. E non si parla di acne sia chiaro, no fossero solo i brufoletti il rimedio sarebbe molto semplice, mi riferisco invece a tutte quelle dinamiche psico-sociali che si manifestano in modo subdolo e a volte in modi poco controllabili. Causa mass-media e strategie super-commerciali, ci si trova a fare i conti con un ambiente in cui ciò che conta, troppo spesso, è l'apparenza. Un'apparenza che ti veste fuori, ma ti denuda dentro perché ti impedisce di coprirti con quelli che sono i veri valori, difficili da adattare alle nuove mode ricche solo di "modelli" effimeri e pseudo-originali.
Sarà per questo che proprio pensando alla canzone di Battisti, che curiosamente ha come titolo la data di oggi, mi domandavo quali fossero per i ragazzi del nostro tempo le icone da imitare, i modelli da seguire.

E senza toglier niente ai moderni cantanti e cantautori, mi domando con non preoccupata curiosità, ma quali saranno i testi della colonna sonora adolescenziale di mio figlio?
Sono come al solito una mamma troppo apprensiva? o forse è il caso che certi CD (che tra l'altro quasi ti tirano dietro) si riproponessero ogni tanto, con finta indifferenza per far sentire la vera differenza?

DESIDERIA


Un giorno, per caso...
A cura di Monica Maggi

Un giorno, per caso, mi fanno una foto e me la consegnano.
La guardo e inorridisco.
La camicetta bianca, comprata insieme a mia figlia sedicenne su suo consiglio, mi tirava sulla pancia a tal punto da disegnare i famosi e raccapriccianti "rotolini".
Ho detto NO, così non si può fare.

Ho cercato sull'agenda il numero di una mia amica, incontrata qualche giorno prima e non riconosciuta perchè meravigliosamente cambiata, e l'ho chiamata.
"Dammi quel numero" e ho inziato una ...dieta? no, chiamiamola educazione alimentare e amore per me stessa.

Non sono una fissata del corpo, anzi, ho sempre privilegiato la mente, il cuore, l'anima. Ma tutto questo è "dentro" una scatola (il corpo) che dobbiamo amare e curare. Adesso va meglio, molto meglio, e ho scoperto una cosa meravigliosa: la corsa.

Non quella degli atleti, ma quella della gente normale, delle donne di mezz'età (come me). E' una forma meravigliosa e atipica di meditazione. Metto le mie scarpe, la mia maglietta, la mia musica e me ne vado a correre dove capita. Guardo intorno a me e vedo cose che non avevo notato mai, e mi dispiace di non averlo fatto prima.

Siamo meravigliose invenzioni, questo pero' l'ho capito, e troppo spesso ci mettiamo all'angolo perchè pensiamo di non funzionare più.

domenica 28 settembre 2008

La Dolce Vita di Ludovica























Body language
a cura di Ludovica Falconi

Primo post del mio secondo anno a Rosa Stanton. Per questo nuovo inizio non parlerò ne di grandi stilisti ne di abiti da sogno ma vorrei dedicare la Dolce Vita alle donne e all’amore che tutte doveremmo nutrire per il nostro corpo. E’ partendo da questo che potremo fare un buon uso della moda, quella che indossiamo ogni giorno, quella che parla di noi.
Il nostro corpo è un tempio che dovremmo trattare con rispetto, è il modo in cui dimostriamo il nostro rispetto per noi e verso gli altri, verso il mondo. Eppure, a volte, non sembra che sia trattato come merita.
Quando indossiamo qualcosa di talmente scomodo solo perché va di moda (e che neanche ci piace tanto), quando siamo mamme e vorremo rubare la freschezza degli abiti di nostra figlia adolescente con pessimi risultati, quando ci sentiamo troppo grasse, quando vorremo scambiare la nostra taglia di seno con quella di una pin up, quando lo mortifichiamo con il sesso troppo facile o quando, al contrario, abbiamo paura di viverlo senza timori e paure, ma anche quando non facciamo niente per cambiare le cose o accettiamo di condividere il nostro amore con qualcuno che non ci ama per come siamo fatte. Proviamo a guardarci allo specchio a scoprire che quello che pensiamo sia un difetto è invece un vezzo, qualcosa che abbiamo solo noi. Impariamo a valorizzarci seguendo il nostro istinto ma anche qualche consiglio da chi possiamo fidarci. Iscriviamoci in palestra e da quest’anno incominciamo ad andarci veramente, non per diventare delle fissate del fitness ma per coccolarci un po’, incanalare le nostre energie e, perché no, scoprire nuove culture attraverso la musica: danza del ventre? Salsa? Un tango?
Non permettiamo che il cibo diventi un nemico, mai, ma facciamo in modo che sia il piacere più grande, il nostro alleato per affrontare bene la vita e, magari, scegliamo il biologico.
Riscopriamo i rituali d’amore che dalla pelle arrivano al cuore. Un bagno caldo, delle candele, una crema morbida e profumata. Facciamo l’amore con tutte noi stesse e ritroviamoci, magari, a piangere di gioia. Riscopriamo le cose attraverso i nostri sensi come quando eravamo bambine, lasciamo che siano loro a consigliarci. Facile no?

sabato 27 settembre 2008

SONO DISTRUTTA

"Quello che ho imparato. Quello che mi hanno insegnato."
a cura di Monica

E’ banale e, forse, ridicolo a quasi 30 anni sentirsi folgorati da scoperte che, solo dieci anni prima, ritenevi avrebbero fatto
parte della tua vita spontaneamente.
Forse fa tanto ‘incapacità di crescere’, o, traslando un termine che qui è inflazionato
come l’ausiliare essere, ‘boluda’. E non sono mai stata così felice di sentirmi una coglionazza.


Le prime considerazioni scaturite dal nuovo stato di consapevolezza sono: questa città è liberatoria; avevo smesso di ballare perché non mi piace certa musica; odio sentimi osservata.
Come prima cosa. Poi viene il resto.
Andare ad un concerto reggae (http://profile.myspace.com/index.cfm?fuseaction=user.viewprofile&friendid=80227951) in un ex teatro, vestita come Audrey Hepburn, e sentirsi a proprio agio.
Non stupirmi più delle saponette, come pomelli appesi a braccia metalliche, che ti accolgono in ogni cesso pubblico e che, per l’utilizzo, richiedono fugaci masturbazioni.
Poter girare un’intera notte una città di 14.000.000 di abitanti solo con l’ausilio dei mezzi pubblici, e non perdere la speranza.
Mettere la gonna, ripudiata per scomodità, imbarazzo e antichi traumi, e domandarmi: “Come ho fatto a vivere senza sino ad oggi?”
Conoscere Giulia e Andrea e riacquistare fiducia sui futuri incontri della mia vita. E sentirmi triste per la loro ‘despedida’, come se non dovessi rivederli mai più, come se avessero fatto parte della mia vita da sempre.
Riscoprire passioni dimenticate, come il piacere di sapere cosa c’è dietro un fatto, e sentirsene parte.
Vedere le Madri di Plaza de Mayo, vecchie mai stanche con gli immancabili fazzoletti bianchi, cantare: “Yankee non rompete i coglioni, l’America Latina si guarda e non si tocca” .
Sentirmi a casa, dall’altra parte del mondo, ma non per questo pensar di voler restare qui.
Poter vivere senza Montenegro…
Tutto perfetto, o quasi.
Pensare di essere cinica e non sentirmi in colpa, questo, purtroppo, non l’ho ancora imparato. Potenza del cattocomunismo di mammina, o chissà…
Comunque, un abbraccio dal mio rifugio. Presto ci rincontreremo.

venerdì 26 settembre 2008

Gruppo di lettura


Da una parola all'altra, da un pensiero a quello successivo. Tutto si moltiplica e mi piace. Adoro questo spazio. Plainsex ha lanciato l'idea di un gruppo di lettura, Maria Luisa l'ha raccolto. Ed ecco lo spazio dedicato ai commenti. A destra trovate il riferimento, il libro da leggere è "La solitudine dei numeri primi".

Chi lo ha già letto ci esponga il suo parere.

PFG

lunedì 22 settembre 2008

RAMPA DI LANCIO

Scrivere una storia di successo
A cura di
Lù Mancini

Cari lettori
Prima di tutto vi segnalo il seguente concorso:
“Un mondo di favole” è un concorso rivolto a chi scrive poesie e racconti per l’infanzia. Scadenza 10 ottobre 2008
informazioni sul sito http://www.unmondodifavole.it/

Di fronte ai più recenti casi letterari un quesito mi frulla per la testa: “Come si fa a scrivere una storia che faccia presa sull’immaginario collettivo e che sia quindi di successo? Qual’ è la chiave?”
Vi dico quello che penso io in base alla mia esperienza di lettore.
Recentemente ho letto per esempio “La solitudine dei numeri primi”. Ammetto che inizialmente l’ho comprato per pura curiosità, però poi l’ho "divorato" in due giorni e non ero neanche in vacanza, questo vuol dire che sono stata catturata dal romanzo esclusivamente perché, per me, era avvincente. Esso parte da un evento tragico nell’infanzia dei due protagonisti e da qui si sviluppa tutto il resto del romanzo.
Si viene catturati dalla curiosità di vedere cosa succede ai due personaggi, le cui vite ad un certo punto si intersecano, dopo un evento tanto drammatico e, quasi come fosse un giallo, non si riesce più a staccarsi dal romanzo.
Questo perché la storia incuriosisce per la tragicità dei protagonisti, per la loro assoluta incomunicabilità e per la modalità di esposizione abbastanza diversa dal consueto. Un’altra cosa che mi ha conquistato ed incuriosito prima ancora di leggere il libro è il titolo.
Secondo me il titolo di un libro è importantissimo, perché deve colpire la fantasia dell’ipotetico lettore, deve essere evocativo, ma senza essere banale.
Secondo me questo titolo è perfettamente calzante con la storia, è quasi la storia stessa .
E’ la stessa sensazione che ho avuto con “Gomorra” altro titolo appropriato ad un libro che ritengo eccezionale, in quanto evoca in una sola parola (che ha tutta una storia biblica dietro ben nota) l’intero contesto narrativo.
Non per niente questi titoli sono quasi entrati nel linguaggio corrente.
Questo ovviamente è il mio pensiero, non è detto che per altri sia lo stesso. Pensate che una mia amica, a proposito del libro di Giordano mi ha detto che si è arenata dopi i primi tre capitoli, e non è riuscita ad andare avanti perché non le piace come è scritto, non trova la storia avvincente ecc, insomma a lei non ha fatto lo stesso effetto che ha fatto a me. Questo credo accada perché oltre che il tipo di storia, il titolo evocativo e lo stile di scrittura, un buon libro cattura anche se risponde ad un determinato nostro intimo sentire cioè se ci rispecchiamo in esso almeno in parte. Certo è che non si decide di scrivere una storia di successo, si scrive e basta, si segue quello che si sente in un dato istante, quello che è importante per noi.
Però, chissà, se ci poniamo qualche obiettivo nello scrivere il risultato non può che esserne agevolato.

domenica 21 settembre 2008

EQUILIBRISMI QUOTIDIANI


Creatività e follia
A cura di Maddalena Morandi

Ieri sono andata ad assistere ad una "lezione magistrale" di Umberto Galimberti, professore di filosofia, ospite all'ottavo festival della filosofia di Modena, Sassuolo e Carpi.L'agomento del festival era la fantasia.
Ed io sono rimasta rapita dalla sua oratoria e dal tema da lui trattato.La follia.
Il professore ha iniziato la sua lezione partendo da un'asserzione di Platone, secondo il quale " i beni più grandi ci vengono dalla follia", non quella patologica intesa come trasgressione dalla ragione, ma quella da cui è nata la ragione.La ragione non è altro, per l'esimio professore, che un insieme di codici che ci permettono di relazionare con gli altri e che ci allontanano dalla follia.
I bambini, che vivono in un mondo dell'indifferenziato: per loro un pennarello non ha un unico uso, può servire per scrivere, per difendersi, per giocare, loro sono folli, cioè creativi, si discostano da quello che è un atteggiamento comune.
Tuttavia, il vero creativo, l'artista è quello che sa scendere nel luogo dell'indifferenziato, negli abissi della follia, e poi però sa risalire, per non rimanere folle. Quindi la follia ci appartiene , noi nasciamo folli, non è che possiamo diventarlo, secondo Galimberti, non esistono raptus di follia, ma soltanto perdite di ragione che lasciano riaffiorare quella che sarebbe la nostra condizione "normale", la follia.
La follia ci abita, nel momento in cui le diamo spazio, diventiamo creativi, la nostra intelligenza da convergente diventa divergente, non cerca più le soluzioni intorno al problema, ma le cerca anche fuori.Secondo l'oratore poi, la follia è strettamente legata al divino, anche Dio è folle, perchè anche lui agisce al di fuori delle regole, Dio ordina ad Abramo di uccidere Isacco; le decisioni di Dio a volte appaiono irrazionali; Dio non è ragione.Non c'è arte senza sacrificio. Il sacrificio porta al sacro, quindi a Dio e alla follia.
Galimberti, conclude la sua lezione magistrale affermando che noi dovremmo diventare ascoltanti di noi stessi e prendere coscienza della nostra folli, perchè essa è la qualità che ci differenzia.
Cogitate.

Creatina pour Femme

Quelle case...
a cura di Katia Ceccarelli

A ogni cambio di governo - e in Italia questo succede molto spesso - si torna a mettere le mani su quelli che vengono considerati i grandi mali di questo Paese ma che alla fine vengono da tutti indistintamente considerati ineluttabili come la prostituzione. Chi la vorrebbe regolamentare, chi la vorrebbe vietare, chi mette le multe.
Proprio in questo periodo ricorrono i 50 anni della Legge Merlin - la senatrice che decretò la chiusura delle "case chiuse" - scusate il bisticcio di parole. A suo tempo fu pubblicato anche un libretto (oggi ristampato dal piccolo editore EGA) e che io possiedo in versione originale il quale raccoglieva appunto le lettere indirizzate alla senatrice proprio dalle donne che avevano lavorato o ancora vivevano in quelle case. Alcune chiedevano aiuto, rassicurazioni, una presa di posizione da parte dello Stato con parole a volte ingenue e in un italiano stentato ma sicuramente molto efficace.
L'edizione originale (Edizioni Avanti!) risale al 1955 e contiene anche una prefazione di Carla Barberis Pertini, moglie dell'amatissimo Presidente della Repubblica.
La grande risoluzione a proposito delle "case" non passò inosservata neanche per il cinema e nel 1959 un film dal titolo "Arrangiatevi!" che vedeva fra i protagonisti Totò, Peppino De Filippo e Franca Valeri prendeva spunto proprio dalla Legge Merlin.
Ecco una scena memorabile in cui una sempre grande Franca Valeri interpreta "Siberia".
Guardate e commentate.

venerdì 19 settembre 2008

BRICIOLE D'ESTETICA


Ombre
A cura di Vladimiro Zocca

Sto prolungando la mia permanenza in campagna, immerso nella dolcezza vaqriegata dei Colli Euganei, dove le giornate vengono dilatate dall’intensità del verde smeraldo e del rosso ruggine di un autunno ritardatario. Dilatazione che è estensione dei sensi del cuore e della mente.
Questa situazione extraurbana, lontana dall’accelerato tempo di vita di Bologna, rende particolarmente gradevole la ricerca che porto avanti da qualche mese per offrire un contributo utile ai prossimi corsi di scrittura creativa della scuola diretta da Patrizia.
Tuttavia, la piacevolezza dell’ambiente non mi invita a proseguire la lettura, in verità piuttosto fredda e noiosa, degli ultimi manuali pubblicati sull’argomento.
Allora, mi butto decisamente a capofitto nell’impresa di rileggere al completo, con matita in mano per appuntare e segnare, la “Ricerca del tempo perduto” di Proust, nella speranza di cogliere, come fiori difficili dell’anima e della ragione, spunti e suggerimenti da trasferire nella pratica didattica. Devo dire che avevo già letto l’opera, nella vecchia traduzione einaudiana, più di due volte, nell’arco della mia esistenza che va dall’adolescenza all’età matura; ma, ora, è come se la leggessi per la prima volta – evidentemente, ero stato poco attento nelle precedenti letture o, forse, non ero in possesso di strumenti sufficienti per capirci qualcosa e per fare abitare il mio essere di lettore, in modo non troppo estraneo, le “intermittenze dell’anima” tessute dalle parole dello scrittore.
Cerco, tuttavia, di non fare la solita operazione intellettuale fine a se stessa, data la fama raffinata e rarefatta accumulata nel tempo dalla scrittura dell’autore. Infatti, ho provato una fatica simile a quella di un minatore solitario che cerca di strappare pietre preziose ad una miniera ricca, ma che non si lascia violare facilmente. In un alternarsi di momenti di piacere e di fascinazioni ma, anche, di incomprensione e di vera noia, qualcosa, alla fine, credo di aver trovato.
Nondimeno, era inevitabile, oltre i miei buoni propositi di semplicità, che venissi colpito, nella penultima parte, “La Prigioniera”, da una citazione che Proust fa di Bergson, quando afferma che le parole sono l’ombra dell’anima profonda di un essere. Mi accorgo – forse mi illudo – di essermi imbattuto in una chiave di lettura che mi possa aprire le porte di tutte le opere letterarie che abbia la voglia di affrontare con le armi della curiosità e dell’approfondimento.
A questo punto, incontro, inevitabilmente nel problema del tempo, il filo rosso che percorre l’opera proustiana. Mi rendo conto che le ombre, nelle quali mi immergo incessantemente - le parole - viaggiano portate dall’onda infinita di questa entità magica ed irriducibile che è il tempo.
Io stesso, quando narro, racconto, versifico, descrivo, critico, faccio riferimento a un tempo che, alla fine, non so se sia realmente accaduto o inventato dai miei ricordi o dal mio conoscere, correndo l’incertezza di essere afferrato dalla vertigine di questo dubbio. Poi, mi rendo conto che il tempo è esso stesso ombra, l’ombra delle vite e delle cose passate, presenti e future, che l’incantesimo della parola si illude di fissare in un qualcosa che ha un contorno di veridicità, sia esso una storia, un romanzo, una novella, una poesia, un pezzo critico.
Mi fermo qui perché, anch’io, molto più modestamente di Proust, rischio di essere coinvolto felicemente in un elogio del decadentismo; non tanto nel senso del movimento letterario, ma nel senso del tempo che si consuma, che degrada, “decade”, appunto.
A questo punto, il mio senso interno tenta di avvertirmi che il tempo degradando e degradandosi ti permette di inventare, di trovare, di sprigionare un infinito gioco di ombre dalle mille forme e dalle mille esistenze. La pianto lì con queste elucubrazioni e continuo a cercare. L’unica licenza che mi concedo, attualmente, è quella di attendere ogni notte, pur abbandonandomi a sonni sereni, nella mia camera di questa villa antica sui colli, la visita del fantasma, forse una fanciulla morta in un tempo lontano a me sconosciuto, che mi venne trovare diversi anni fa proprio lì in quel luogo. Quella si, forse, un’ombra salda.

giovedì 18 settembre 2008

Pittura & Illustrazione




La saga di Lorenzo Bosi
A cura di Linda Brindisi

Lorenzo Bosi, autore romagnolo, da sempre appassionato di scrittura a cui dedica gran parte del suo tempo libero, scrive e pubblica con Edizioni Ponte Vecchio la sua Saga.Il primo romanzo della saga è “ Sei…Per Un Mistero “ a cui seguirà “Sei…Alla Reggia di Batirkika“ e “ Sei…Sul Pianeta Dei Giganti “. Lorenzo Bosi ci racconta le avventure di sei ragazzini del pianeta Terra in un viaggio emozionante e pieno di sorprese che li porterà prima a scoprire i segreti di una Villa misteriosa, poi a conoscere il Mondo alieno di Batirkika ed infine alla scoperta del Pianeta dei giganti.
Lorenzo Bosi scrive con freschezza e con un’inventiva giovane e divertita, sostenuta da uno stile di immediata leggibilità. Bosi continua a scrivere e nel cassetto è già pronto il quarto libro della Saga:“ Sei…Contro I Fantasmi Neri “ che uscirà, sempre edito da Ponte Vecchio, a novembre 2008 e di cui ha realizzato la copertina illustrata Linda Brindisi. Potete lasciare dei commenti all’autore direttamente sul suo blog:
www.lorenzobosi.blogspot.com . Buona lettura a tutti.

“L’amicizia con Linda Brindisi la considero una delle splendide opportunità che mi sono state offerte dal Fantasio Festival. Fin dal nostro primo incontro mi sono accorto di avere molte affinità sia caratteriali che artistiche con lei e, per questa ragione, le ho chiesto di illustrare la copertina del mio quarto libro. Scommessa vinta! All’uscita di SEI…CONTRO I FANTASMI NERI, vedrete anche voi il talento di questa ragazza eccezionale. “
Lorenzo Bosi

mercoledì 17 settembre 2008

Marilyn

La Vamp
A cura di Fabio Cicolani

Anche Marilyn è tornata dalle vacanze, con calma, come ci si aspetta da ogni diva. La rubrica torna lustrata e, di tutte le strade che ha intrapreso nel suo anno di vita, sceglie la più ironica, irriverente e provocatrice. Da questa, e per svariate puntate, torneranno le tipologie di donne-mito che popolano la vita quotidiana di tutti. Apre il sipario, in pompa magna, come le si deve: la Vamp.

Vamp viene da “Vampira”, è un termine coniato intorno agli anni ’30 per etichettare una figura femminile che si faceva strada nei film muti. Era la femme fatale, quella che divorava gli uomini, la civetta con gli occhi ipertruccati e la sigaretta sempre accesa.
Ogni donna ha dentro di sé una Vamp, una piccola parure di strass scintillante che preme per uscire. Si trova vicino allo stomaco. Tra il fegato e la cistifellea. Ci sono alcune donne però che dalla Vamp si fanno dominare e trasmutare. Le Vamp non sono bionde, sono platino, anche se non è il loro colore, anche se questo le fa assomigliare alle badanti ucraine. Per loro il trucco non è un abbellimento, è una maschera pirandelliana. Il rossetto tatuato, il mascara a dato con i rulli dell’autolavaggio, e poi fondotinta, fondotinta, fondotinta… stuccature alla veneziana con tanto di mondanature.
Ma come si comporta la Vamp nel suo ambiente naturale? La Vamp parla lentamente e con il tono basso, socchiude gli occhi e sospira. Atteggiamento voluto? Macchè! Parla lentamente perché sta pensando a cosa mettersi domani, il tono basso e i sospiri sono dati dai due pacchetti di sigarette fine e lunghe che si fuma da vent’anni e infine socchiude gli occhi perché è ciecata. Porterebbe dei fondi di bottiglia per occhiale, ma li toglie perché non sono affatto da Vamp.
Ci sarebbe molto da dire ancora sulle Mangiauomini, ma mi fermo qui, anche perché sono uno dei pochi uomini in giro e preferirei non essere sbranato. In ogni caso concludo dicendo che questo stereotipo è abbastanza superato, è fin troppo anni ’80. Oggi le nuove Vamp, sono le Fenici. Di loro parlerò al prossimo appuntamento. Bye bye baby!

martedì 16 settembre 2008

Archi.D.Arte

Prendo l’aria sulla faccia
a cura di Margherita Matera




Eccomi qui.
Affacciata da un terrazzo ideale. Ad osservare tutto dall’alto. Tutto lontano. Tutto piccolo. Ed io più vicina alle nuvole.
Al cielo. Leggero.
Con il vento che mi agita i pensieri e me li porta via.
La mia vita continua a seguire una sorta di calendario scolastico: per me l’inizio dell’anno non è il 1 gennaio, bensì settembre.
Si ricomincia. E questo settembre io guardo giù. Osservo da un’altezza diversa, che mi taglia lo spazio in modo più dolce, perché lì, in fondo, c’è un miscuglio di altre linee, di piccoli punti. Ed il tutto è sfocato.
Il senso della torre. Di questo sovrastare. Di essere lontani, di osservare affacciandosi verso il resto.
Questo bisogno di alzarsi, dalle torri della mia Bologna, ai grattacieli, agli attici di qualche città.
E penso alle sequoia, grattacieli vegetali, alla voglia che hanno gli alberi di mirare al cielo, che gareggiano verso l’alto, contro la forza di gravità. La stessa voglia che anima gli uomini, forse.
E penso al simbolo di quanto sento, che architettonicamente è reso vivo dalla vela di Dubai: Burj Al Arab.


Grattacielo e segno del vento per la sua forma. Una vela gonfiata da un’aria che diventa materiale e arricchisce il concetto. Un disegno architettonico che crea il movimento, lo rende prima ancora che scaturisca per sua natura, prima ancora che la corrente riempia quel lenzuolo di vetro. È di una leggerezza in contrasto al materiale. Come una tela di Magritte. Pare che galleggi.
E mi farei legare, lì, in cima a quell’albero, come faceva Turner per dipingere.
E navigherei, da ferma, di vento e di idee.

domenica 14 settembre 2008

Tea time














a cura di Maria Luisa Pozzi

Oggi vi presento due libretti che, se avete un manoscritto nel cassetto, vi potrebbero essere utili, “Voglio fare lo scrittore” di Davide Musso e “Esordienti da spennare” di Silvia Ognibene, entrambi pubblicati da Terredimezzo.
Il primo contiene una serie di interviste a agenti letterari e editor di varie case editrici (Sironi, Mondatori, Rizzoli minimum fax, Einaudi) che parlano del loro mondo: come funziona una casa editrice, con quali criteri sono scelti i testi da pubblicare; come si presenta un proprio lavoro; come si stanno orientando le case editrici.
Nelle risposte degli intervistati ci sono consigli preziosi per gli esordienti. Dalle loro parole emerge anche una realtà editoriale italiana in cui i piccoli editori indipendenti fanno sempre più fatica a sopravvivere nella competizione con i grandi gruppi editoriali.

Ma, tranquille, esistono ancora, sia fra i piccoli editori indipendenti che fra i colossi dell’editoria, chi cerca di pubblicare libri di qualità senza preoccuparsi del fatturato.

Il secondo testo“Esordienti da spennare” ha questo sottotitolo “Come pubblicare il primo libro e difendersi dagli editori a pagamento.”
Sul retro della copertina troviamo due citazioni, che ci illuminamo su quanto leggeremo nel volumetto.
La prima citazione, di Giulio Mozzi, “Gli editori a pagamento non scelgono, non leggono neppure i manoscritti e mandano in stampa tutto quello che ricevono.
La seconda voce è di Marcello Baraghini, “L’editore a pagamento si riconosce subito. Ha come una sorta di marchio di fabbrica (..) per pubblicare basta pagare.”
Nel testo leggiamo una serie di esempi di come i poveri esordienti siano spennati senza avere nulla in cambio. Il capitolo “Editori ibridi” presenta però le voci di alcuni autori che, pur avendo pubblicato a pagamento, sono stati contenti della scelta.

Conoscete esperienze di pubblicazione a pagamento e non?
Avete udito voci su/letto di editori disposti a leggere (e eventualmente pubblicare) esordienti?
Sappiateci dire e impareremo insieme.

Un abbraccio
Maria Luisa

sabato 13 settembre 2008

VADE RETRO















Pazzie Umane

A cura di Alessandro Gallo

Oggi lavorano per il Civis nelle strade bolognesi, una linea di trasporto pubblico che attraversa la città. Guidata da computer, con tecnologia avanzata, non so se posso fidarmi senza il controllo umano.
Tutti i negozi di via Mazzini, arteria principale della città di Bologna, li vedo protestare e hanno ragione, perché è un progetto inutile e toglie quasi la metà dei parcheggi delle macchine: ciò vuol dire meno clienti per questa via importante. Dicono i negozianti che molti di loro saranno costretti a chiudere.
Poi sarà mai possibile rovinare un centro storico per un mezzo del genere quando in un quarto d’ora giri tutta Bologna in autobus? Il Civis è un mezzo troppo ingombrante, rovina il centro storico e rivoltando le strade, non potrebbe essere più sicuro poiché, come già si vede, il livello del suolo sta diminuendo fra via Castiglione e via Rizzoli.
Pazzie umane.
Ma non sono finite! Fino a un anno fa la sede comunale era in centro, in Piazza Maggiore, in un palazzo antico, bellissimo e oggi la ritrovo in un edificio in periferia, moderno, orribile.
La città sta cambiando, non la vedo più come una volta, quando tutto era normale. Per questi progetti saranno stati buttati via miliardi di euro. Perché il comune in centro non va bene? Perché gli autobus normali non vanno bene?

venerdì 12 settembre 2008

GRAFOLOGANDO


Abuso e sofferenza nelle espressioni grafiche quotidiane
A cura di Alessandra Lumachelli

Quando mancano le parole, perche' il dolore per farle fluire e' davvero troppo grande, allora possiasmo lasciar trasparire, in un linguaggio segreto, cifrato, nascosto ai piu', la sofferenza subita e vissuta attraverso il disegno e la scrittura. Il trauma passato riaffiora in una grafia che si acutizza e si sporca, o al contrario in una scrittura fine ed eccessivamente calligrafica.
L'abuso psicologico, fisico e sessuale, riaffiora come a voler gridare la propria emergenza di aiuto, nello scarabocchio arrabbiato ed annerito e nel disegno che assume toni violenti o esageratamente lindi e graziosi...

IL DIARIO DEI BUONI PROPOSITI


Futile e inutile....ma che porca soddisfazione la mia borsa.
By La Wanda

Non ci sono commenti.........

giovedì 11 settembre 2008

BRUCIAPENSIERI


A cura di Gregorio Scalise

Mi chiamo Gregorio Scalise, salve a tutti. Ringrazio l’organizzazione per l’occasione offertami. Parlare di sé non sempre è facile così spero di fare cosa non sconveniente se rinvio per le notizie che mi riguardano agli appositi spazi internet ( wikipedia, google ed eventualmente Garzatine e Dizionari Letteratura, come quello del Larousse del 2003 ).
Oggi come potete vedere è una giornata splendida, l’estate si sta prolungando come non mai in questo settembre. Settembre, si sa, è un mese di transizione, ci prepara all’autunno, ha giornate tranquille di un sole tiepido e snervante. Questo mese in genere, è anche il mese degli incontri. Dopo l’estate tumultuosa e nevrotica si prende atto che i grandi progetti di incontri non si sono realizzati e così si scende a più miti pretese e così, appunto, ci si incontra.
Quello che non andava bene a luglio in settembre appare accettabile. Non è così?

mercoledì 10 settembre 2008

NON HO L'ETA'



Tazzine ieri...e lo zucchero oggi?
A cura di Chiara Cappellato

Accompagno Lina con le borse della spesa; non vuole arrendersi.
Alla sua età il quarto piano fa venire il fiatone.
Il palazzo dove sono cresciuta “la nave”, per la lunghezza, è stato miracolosamente tinteggiato, dotato di tende parasole e aiuole delineate. Figlio dell’edilizia popolare I.N.A. anni ’60, ha ospitato famiglie monoreddito, di differenti origini. Adelina dalle colline emiliane, Erminia con figlio, nuora e tre nipoti dal Sud, i più dalla campagna padovana.
Gradino per gradino scherziamo su quei giorni semplici e veramente spensierati, quando il metro quadro delle terrazze – immancabili il vasetto di basilico e l’ombrellone da spiaggia - donavano alla strada un aspetto carnevalesco e rionale, come gli scamiciati a fiorellini, squadrati e tutti uguali delle massaie.
Bussare alla porta era quotidiano; lo zucchero, emblema e pretesto di socializzazione tra inquiline, rappresentava la necessità di legami e relazioni rassicuranti, al quale seguiva il caffè preparato dopo essersi attese sbirciando dallo spioncino.
Chiacchiere da poggioli, pettegolezzi tra panni stesi, tagliatelle fatte a mano ricambiate da torte.
Rituali collettivi: il sabato mezzogiorno si saldava il garzone del fornaio, i detersivi acquistati dall’ambulante che strombazzava il martedì mattina, il cucito nei pomeriggi estivi sedute sotto il portico.
Oggi Lina, tenace nelle sue 84 primavere, accudisce dopo la scuola il figlio degli albanesi del piano di sotto. Adelina, ne vanta 86, ricama fino a tarda notte per la parrocchia.
Purtroppo Erminia le ha lasciate lo scorso anno. Vedove, forti e giovanili, unite da un sacrale rispetto che ancora le porta a darsi del lei dopo 60 anni.
Io ammetto che dopo 5 anni ancora non conosco i nomi delle vicine e comunque ci si saluta con perplessità. Capita solo a me?
Le mattine ci scaraventano tutte fuori in corsa, azzerando la voglia di parlare. Nell’ascensore ognuna guarda i propri piedi. Sabati e domeniche nei centri commerciali. Privacy? Anche troppa.
Siamo nell’era del dolcificante, del caffè amaro al bar anche la domenica con famiglia al seguito. Apparteniamo alle donne-lavoratrici-madri-mogli-polipi che non conoscono la semplicità e la femminilità di due dirimpettaie che mescolano una tazzina, struccate, grembiulino sul petto, porta della cucina rigorosamente chiusa.
Ho la sensazione che ci stiamo perdendo qualcosa che ci apparterrebbe. Non sembra anche a voi?
La ruota della vita globalizzata gira e oggi i nuovi inquilini del palazzo I.N.A. sono una badante ucraina, che attacca bottone con chiunque, una casalinga tunisina che insegna a cucinare alle studentesse del pianterreno.
Ricordiamoci delle nonne. Sforziamoci di ritrovare la semplicità, l’umiltà e il desiderio di condividere con chi vive accanto a noi.
Perchè aprire le nostre belle dimore solo alla modernità, alle amicizie selezionate, a rapporti frettolosi, spesso superficiali? Perché non imparare anche dalle immigrate?
Forza! Per iniziare: un sorriso nel pianerottolo può schiudere le porte.
Conto su vostri suggerimenti…

martedì 9 settembre 2008

LA WANDA















Allora mò ci riprovo

A cura di Laura Gobbi

Salut a tout le monde, sono La Wanda da due mesi cittadina bolognese.

Da dove arrivo, dove sono stata,cosa ho fatto poco importa avremo modo di conoscerci,intanto vi dico che SONO FELICE e AMO BOLOGNA e ho deciso di mettere qui le mie radici.

Fino a poco tempo fa mi sentivo tipo la pallina di un flipper costantemente in movimento,con la valigia sempre pronta alla ricerca del “posto” giusto…e mi sa che Bologna è la mia città.

Strass, lustrini, paillettes, boa di struzzo,tutto ciò che è eccessivo,e veramente kitsch questa è la mia anima.

Credo quindi, che vi parlerò di tutto ciò che è “soprattutto inutile”,un po’ come la fantastica palla di vetro che se la scuoti inneva il Duomo di Milano o la gondola che si illumina o come certi uomini…
Chi mi conosce bene mi ha definita la regina delle cazzate (Ile, si può dire ???) o meglio delle inutilità che mi/ci fanno stare tanto bene,
pertanto ragazze che il Kitsch sia con noi ovunque e sempre!!!

besos

IL DIARIO DEI BUONI PROPOSITI

E vai con il primo!
By Diomira Pizzamiglio

La carissima Diomi, ha esaudito uno dei suoi desideri ed inaugura la rubrica dei buoni propositi.
Il suo è:

OSARE!...PER SEMPRE.

grazie

Ciao Patty,
garzie per l'invito,
AIUTOOOO......mo devo capire come funziona sta macchina infernale,sai sono un po' jurassica!!!!
besos

venerdì 5 settembre 2008

EQUILIBRISMI QUOTIDIANI

SCONFORTO N.3
a cura di Maddalena Morandi

Care amiche,
volevo mostravi la natura del mio sconforto: da quasi slim a sicuramente fat.
Non sono proprio diventata come l'ultima a destra, ma a parte le tette, alla penultima ci manca poco.
Da oggi ovviamente sono a dieta e a parte tre biscotti light, ce l'ho fatto, per ora.
Ditemi i vostri stratagemmi per ritrovare il peso forma (di formaggio :) )!!!

martedì 2 settembre 2008

Sconforto numero 2


Questa la mia cena il secondo giorno di rientro: due merendine del Mulino Bianco, 198calorie ciascuna. Il tutto dopo un grande gelato al cioccolato e crema. E Ilenia che stava a guardare.
Non posso nemmeno dire che è tutta colpa della carenza d'affetto. Urge la rubrica dei buoni propositi.

PFG

lunedì 1 settembre 2008

Sconforto numero 1


Ecco come si presenta il mio studio dopo il rientro dalle vacanze. Il resto degli ambienti è peggio.

PFG
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