mercoledì 30 luglio 2008

Visibilità


Siamo a un passo dall'orrifico. Mai perdersi di vista.

lunedì 28 luglio 2008

AperiTVo


In Treatment- stagione 1
A cura di Sinka

In autunno, in anteprima su Cult, arriva la serie In treatment, presentata alla seconda edizione del RomaFictionFest2008.
Uno psicoterapeuta, sei pazienti e 5 sedute alla settimana: gli ingredienti indispensabili per uno dei prodotti televisivi più originali degli ultimi anni.
Ogni puntata, di circa mezz’ora, corrisponde a una seduta: il dottor Paul Weston (Gabriel Byrne) incontra ciascuno dei suoi pazienti un giorno alla settimana.
Il lunedì è dedicato a Laura, visibilmente innamorata dello psicologo, il martedì ad Alex, pilota della Marina in crisi per l’incidente causato in missione in Iraq, il mercoledì a Sophie, traumatizzata dopo aver rischiato la vita in un incidente stradale, il giovedì a Amy e Jake, coppia indecisa se tenere il bambino che aspettano.
Il venerdì è lo stesso Paul ad andare in analisi dalla propria terapista Gina Toll.
In treatment è il fedele remake della premiata serie brasiliana Be’ Tipul.
La casa di produzione HBO non sbaglia un colpo: dopo le fortunatissime serie Sex and the city e I soprano scommette e vince puntando su un progetto tanto ambizioso quanto rischioso. I dialoghi, che nella serie soppiantano l’azione, avvicinano In treatment più al teatro che al cinema. Il minimalismo non è riservato solo alla recitazione, ma si estende alle scelte di regia, di postproduzione e di … budget.
Essendoci già in cantiere la seconda stagione, non si può che prevedere un grande successo anche in Italia, dove, con questo articolo, siamo solo all’aperitivo. Cin cin!

venerdì 25 luglio 2008

Archi.D.Arte

Il mio film
a cura di Margherita Matera



In Piazza Maggiore l’estate si organizza il cinema all’aperto e così, col vento sulla faccia, San Petronio vigilante a destra, si osserva lo schermo gigante. Lo si può rimanere a fissare anche quando tutti vanno via, anche se non ci sono immagini…e la proiezione diventa personale.
Nella mia fantasia c’è un posto magico….Un luogo dove rivedere tutto e tutti…Una piazza e un cinema.
Un luogo comune, un luogo d’incontro.
E una tela dipinta di vita, che si anima.
Le persone che amo e ho amato sono sedute accanto a me, o si lasciano guardare nel mio film personale. Io stessa sono spettatrice e attrice. Io stessa osservo e recito. Recito nel bel mezzo di uno slargo urbano. Commediante. Tragicomica. Recito di esser forte e piango da seduta. Accavallo le gambe da femme fatale e mimo la parte di una ragazzina.
E mentre decido la puntata da vedere, per questa sera, mi guardo attorno e vedo le sedie riempirsi di volti conosciuti, passati, futuri…e per stringerli tutti con un unico sguardo, scelgo di proiettare la mia piazza in quest’attimo….
E il fotogramma diventa specchio.
E io vi abbraccio tutti.

venerdì 18 luglio 2008

VADE RETRO


Qualche interrogativo ...che ci sono le ferie
A cura di Alessandro Gallo

Cari amici,
ben ritrovati, oggi vi scrivo con felicità poiché sono riuscito a passare gli esami di terza superiore!
A settembre mi aspetterà la quarta e non sarà facile. Questo è l’argomento che ritengo giusto presentare. Una piccola teoria: oggi si continua a sbagliare, prendete per esempio le guerre. Migliaia e migliaia di persone sono morte nel passato per cause banali, ingiuste e stupide, ebbene ancora oggi è così! Guardate cosa succede nelle strade: un tizio prende a pugni l’altro perché l’ha guardato in faccia, un terzo si ubriaca e investe una vecchietta o un passante sfigato che si trova lì, uno studente prende a pugni un coetaneo perché non vuole consegnare la merenda,…
In passato era così.
Chi siamo noi oggi? Degli uomini o degli animali? Fra noi vige la legge del più forte? Se fosse così allora mi ritirerei sul monte Everest e proseguirei la mia vita da eremita.
Ogni giorno mi domando:”Chi sono?” la risposta è sempre la solita:”un imbecille che vive in un mondo di imbecilli che non capiscono che il fumo, lo smog delle auto, le fabbriche, i rifiuti tossici,… danneggiano noi e il pianeta ma non riusciamo a farne a meno”.
In passato ci fu l’incidente di Chernobyl che ha danneggiato tutto ma noi uomini continuiamo con le centrali nucleari.
Se qualcuno mi domandasse:”Come facciamo a vivere senza tutto ciò che abbiamo oggi?” Gli risponderei:”Se tu fossi nato nel 1200 che cosa avresti fatto?”
Magari vi può sembrare simpatico e può causare in voi un sorrisetto però è così. L’uomo deve provare sulla sua pelle le esperienze, di generazione in generazione forse è questa una spiegazione plausibile alla vita umana.
Col finire di questo post auguro a tutti delle buone vacanze e spero che vi riposiate perché a settembre diamo inizio a una nuova stagione e tutti insieme. Scriveremo un altro anno di storia e a chi lavora posso dire che ha tutta la mia invidia perché rimane a casa e non ha bisogno di sollevare chili e chili di valigie. Molto comodo!

giovedì 17 luglio 2008

OFF#LIMITS


GOOD-BYE ROSA STANTON
A cura di Diomira Pizzamiglio

Il diciassette è un numero che ho incontrato spesso nella mia vita ed è legato a date importanti in cui ho fatto cose che hanno determinato il mio cammino.
Per me è un numero che nulla a che vedere con la SFIGA o la FORTUNA, ma è comunque un numero magico e carico di simbolismo che mi accompagna durante il mio viaggio in questa vita.

Non ho deciso io la data di questo post e, per una serie di coincidenze mi trovo a pubblicare al posto di Marisa Cucinella.
Nonostante i miei numerosi tentativi di tergiversare e rimandare questo imminente appuntamento con i saluti, mi pare chiaro che ormai sia giunta l’ora.
Il destino si deve compiere.

GOOD-BYE ROSA STANTON

Un caro saluto a tutte voi e un ringraziamento per avermi riempito e arricchito l’anima di tante belle immagini e poesie del vostro mondo.
Spero di essere riuscita a fare altrettanto e soprattutto di avervi mostrato che gli occhi posso vedere, guardare, scoprire le grandi profondità dell’apparire.
Vi lascio con le parole di Carol Wojtila, un messaggio che è diventato il mio vangelo:

“Non abbiate paura!
Aprite le porte a Cristo
Dio opera nelle vicende concrete e personali di ciascuno di noi.
Non permettete che il tempo che il Signore vi dona trascorra come se tutto fosse un caso.
Con questo auspicio invio a tutti dal profondo del cuore la mia benedizione
Joannes Paulus II”

Godetevi questa strana estate e lasciate aperta la porta perché questo è un arrivederci.
Tornerò.
Mi ritroverete, chissà….forse fra un po’…..
Io ora ho bisogno del mio riposo sabbatico.
Ne ho bisogno perché devo continuare a camminare, a crescere e a costruire.
E per farlo bene c’è bisogno di riposo.
Io non ho paura.

lunedì 14 luglio 2008

Pittura & Illustrazione


Mostra “ Novecento, Arte italiana dagli anni ’60 al museo “

Casa Museo “ Remo Brindisi “
V. Nicolò Pisano, 45 - Lido di Spina ( Fe )
DAL 7 GIUGNO – 7 SETTEMBRE ’08
aperta tutti i giorni dalle ore 18.30 alle 22.30 – chiuso lunedì
A cura di Linda Brindisi

Il Museo Alternativo “ Remo Brindisi “ dedicato alle integrazioni delle Arti: pittura, scultura, grafica, spazio-ambiente, è l’unico del genere in Italia e si ricollega ai principi dettati dal movimento della Bauhaus, ideato da Nanda Vigo in uno spazio espositivo, in quanto le opere, con l’architettura e con alcuni esempi di arredamento del nostro tempo, è all’interesse del mondo culturale internazionale.
Il Museo raccoglie opere che coprono un arco di secolo di ricerche e di esigenze culturali dell’arte contemporanea.
Esso contiene spazi per mostre estemporanee, una biblioteca, un archivio e una documentazione visiva ed infine un padiglione all’aperto per mostre estive di esclusivo carattere culturale.
Tutta la raccolta è stata donata allo Stato che col Comune di Comacchio ( Fe ), l’Assessorato alle Istituzioni Culturali e
l’ Assessorato al Turismo ne detiene il patrimonio culturale.
Il Museo fino alla morte del pittore Remo Brindisi è stato “ Museo abitativo “ per la vita famigliare che vi si conduceva.
Al visitatore più che soffermarsi su una singola opera si consiglia di saper cogliere l’insieme architettonico integrato con le opere d’arte e ciò per meglio apprendere il valore morale della cultura del nostro tempo.
Questo Museo è inserito nel territorio di Comacchio non casualmente; esso è aperto solamente nei mesi estivi.

venerdì 11 luglio 2008

RAMPA DI LANCIO


Città da romanzo
A cura di Lù Mancini


Cari lettori
a proposito di viaggi vi segnalo il concorso "Panne passeggere" cercano storie di viaggio
scadenza 15 settembre , informazioni sul sito www.ataf.net.
Sono stata di recente in Spagna, ho visitato città bellissime e ciò mi ha fatto pensare alla realtà magica di alcune città che spesso hanno ispirato romanzi di ogni genere.
Mi viene in mente la “Rimini” di Pier Vittorio Tondelli, romanzo di ampio respiro in cui le vicende di personaggi “senza qualità” si intrecciano in una città “palude bollente di anime”, oppure la Venezia di Thomas Mann che ha ispirato il noto film di Enrico Maria Salerno e ancora la Trieste di Italo Svevo.
Io sono rimasta particolarmente colpita da Siviglia una città elegante maestosa ed un po’ misteriosa. Ho pensato che è lo sfondo adatto dove ambientare una storia di passione, morte, donne bellissime, corride e toreri, ma anche un giallo dal risvolto passionale, attraverso i suoi quartieri e i suoi magnifici musei nel cuore della cultura Andalusa.
Città aperta che non ama rinchiudersi in casa, ma che trova convivialità per le sue strade tra i suoi fantastici patii e balli di flamenco.
Ho pensato a vecchi libri letti dove le città erano protagoniste indiscusse ed ho cominciato ad immaginare una storia ambientata a Siviglia, ma anche a Granada e a Cordoba e perché tralasciare Barcellona, magari in questa ci sta bene una storia stile Almodovar.
Che dire ho diverse storie “spagnole” che mi frullano in testa e qualcosa verrà fuori.
I luoghi sono importanti e in base alle emozioni che suscitano possono ispirare storie magnifiche, e quando accade può essere stimolante seguire questa pulsione. Che dite la seguiamo?


giovedì 10 luglio 2008

NOTE BLU

Umbria Jazz 2008 -1.....Un piccolo assaggio
A cura di Ilenia Firetto

Come spero ricorderete, domani l'Umbria Jazz edizione 2008 apre i battenti ed io vorrei regalarvi un'anteprima di quello che potrete sentire se avete deciso di fare un salto nel cuore dell'Umbria.
Non voglio dire altro, vorrei solo che guardaste ma soprattutto ascoltaste l'artista dei due video, Caetano Veloso, sono due pezzi diversi tra loro, ma che entrambi vi condurranno nel fantastico Brasile!
Cliccate play, chiudete gli occhi e......BUON ASCOLTO MA SOPRATTUTTO BUON VIAGGIO!!!
THE FIRST "A LUZ DE TIETA"

THE SECOND "O ULTIMO ROMANTICO"

mercoledì 9 luglio 2008

Briciole d'estetica

MAL DI LETTERATURA
a cura di Vladimiro Zoccca

Ripenso spesso al romanzo di Francesca Falchieri, “La petite mort”, e del perché abbia suscitato in me un così caldo interesse, come raramente mi è capitato nei miei ultimi tempi di lettura, anche riferiti a scrittori di qualità.
Allora, ho voluto attivare la rete delle mie conoscenze letterarie - quelle che si sono sedimentate nei sensi profondi dell’anima mia durante un’ormai annosa frequentazione di letture - per coglierne l’intima motivazione.
Così, è affiorata alla superficie della mente il ricordo di una passione che si era accesa, nei miei primi anni di università, nei confronti di uno scrittore e di un poeta di Trieste, i grandi Italo Svevo e Umberto Saba.
Tanto, che decisi con il mio professore di lavorare ad una ricerca sul romanziere per l’esame di letteratura italiana.
Una passione fiorita su di un terreno emozionale, quasi precritico, che, tuttavia, mi aveva permesso di dilatare la mia sensibilità per la letteratura del Novecento, inseguita da me, in quel periodo, con grande intensità come contrappunto e come integrazione ai miei studi filosofici.
Dei due letterati mi aveva preso il loro modo di utilizzare la malattia come acuirsi dei sensi del corpo e della capacità di comprendere le contraddizioni, fra comportamento e volontà, fra coercizione e desiderio, dell’esistenza umana.
Ebbene, la disincantata consapevolezza della loro sensibilità mitteleuropea, secondo la quale l’essere umano è un coacervo di malattie, riscattabili in particolari condizioni, mi aveva fatto trovare la connessione con i modi della scrittura di Francesca.
Forse, da questo punto di vista, sento la malattia di Francesca, più raffinata nella sua attualità.
Probabilmente, perché, mentre cerca di fuggire dal corpo nel quale è come inscritta con la consapevolezza delle parole, nello stesso tempo cerca di comprenderne i segni d’amore, ripudiandolo solo in superficie, ai margini spaziali del suo essere.
Se lo porta sempre dietro nelle sue peregrinazioni, donandogli un inconfessabile consistenza di possesso, in giro per terre e per paesi.
Un corpo di passaggi che nasconde una sorta di erotismo da corpo sottile, astrale, come quello inteso dagli gnostici moderni e dai teosofi, vibrante di energia e dalla carnalità apparentemente occultata nella dimenticanza del sé.
Ma quella di Francesca è una dimenticanza corporale dell’intermittenza, alla quale la forza creatrice della rammemorazione offre l’evidenza dello sguardo: i lunghi capelli biondi, gli occhi azzurri, il cappotto blu.
Come in una corrispondenza di amorosi sensi letterari scopro che il primo romanzo scritto da Francesca, “Id(r)a”, da me letto successivamente, mi rivela che Svevo è il suo scrittore preferito.
Stabilisco, allora, un’altra connessione: Robbe-Grillet, scrittore tanto amato da Francesca, considera lo scrittore triestino fondamentale per la formazione del Nouveau Roman.
Le Mal du siècle dei Romantici, attraverso il rovello sveviano, ritrova la fisicità del corpo vivo nel Thomas Mann della “Montagna incantata”.
Infatti, la malattia nelle sue espressioni più significative, diventerà, poi, il nucleo di condensazione narrativa dei grandi romanzi dello scrittore tedesco.
Da quel momento, nella letteratura del secondo Novecento, la malattia diventa strumento di analisi e di introspezione, senza perdere più il contatto del corpo stesso gettato, irrimediabilmente per i sentieri della terra.
In questa prospettiva, Francesca agisce con la scrittura del suo corpo in un nouveau mal du siècle, una malattia nuova, perché tutta coniugata e declinata al femminile.
Malattia vissuta e agita in modo personalissimo e anomalo, rispetto alle sue caratteristiche definite dalla letteratura scientifica.
L’anoressia vissuta sia come fuga che come dialogo con il corpo proprio, attraverso l’esplosione liquida del proprio inconscio, ma che non riesce ad essere espropriato delle emozioni che esprime con la magia delle parole.
Anoressia che, quale impulso di libertà, è rivendicazione delle ragioni del proprio essere è generatrice di memoria, di ricordo, di rimembranza.
La rammemorazione della temporalità creatrice, ispiratrice delle più belle pagine proustiane, che solo la letteratura del corpo può materializzare in tocchi, in odori, in sguardi del colore.
Anoressia che Francesca riscatta dalla sua condizione patologica, secondo l’ipotesi sveviana, tramite la creazione artistica della scrittura.
Allora, il dipanarsi delle parole scritte diventa nostalgia di un corpo di scrittrice che si fa anima e poi si rifà corpo e, ancora, ritorna anima, in un infinito circolo dell’eterno ritorno.
Un corpo tra essere e parvenza, come lo definisce Francesca stessa, attraverso il suo vissuto parentale, tra ontologia e fenomenologia dell’essere.
A questo punto, la parola “malattia” perde il suo connotato negativo; mantiene solo la radice di male per diventare “malia”.
Malia che incanta con l’arte della parola e connette tra loro quelle anime che vogliono intraprendere – e raccontare - viaggi meravigliosi, rammentandosi, talvolta, del proprio corpo vivo.

martedì 8 luglio 2008

LA DOLCE VITA DI LUDOVICA


Armani: il re del minimalismo
A cura di Ludovica Falconi

Il più grande stilista italiano analizzato attraverso le parole chiave che contraddistinguono il suo stile inconfondibile America.
Il suo successo, in buona parte, lo deve ad “American Gigolò”, che negli anni ’80, lo ha nominato portavoce del rigore informale dell’ american style. Le sue giacche destrutturate sembravano nate per farsi largo su un affollato marciapiede di New York. Complice un contesto sociale che l’Italia stava ancora metabolizzando.
Italia Armani è stato testimone e fautore dell’ imporsi di Milano come crocevia della moda internazionale e della nascita dell’ Italian Style, vedendo così Parigi perdere il primato che deteneva da secoli.
Il ’74 con la sua prima sfilata, e lo stupore che suscitò, diede inizio alla storia di uno di quei successi che permetterà all’ Italia di ottenere il primato mondiale in fatto di moda, non facendo così rimpiangere la Sala Bianca come unico evento isolato.
Minimalismo Rigoroso ma facile, uno stile che nasce dalla familiarità con le linee maschili. Un’essenzialità basata su delicati equilibri, dove ogni volume è sapientemente calibrato. Tessuti sinuosi e morbidi dalle linee pulite che lasciano libero il corpo. Struttura che deve bastare a se stessa motivandosi.
Femminilità Armani ha rivoluzionato questo concetto. Ha spogliato la donna da inutili eccessi e l’ha vestita di discrezione. Ama parlare di individui non di generi,
ed è stata questa la sua grande intuizione.
Dalla giacca destrutturata di taglio maschile, agli smoking e agli ampi pantaloni a palazzo, passando a trasparenti e preziosi tessuti, sino ad arrivare ad un romantico “Privé”. Condizione necessaria per vestire Armani? Avere personalità.
Colore Beige, grigio, blu Armani è questo, ma non solo.
Nel corso degli anni ha proposto con garbo contrasti elaborati, fiori ed esotiche fantasie, vesti degne di una moderna Sheherazade.
“ Colori forti su una base neutra che rassicuri ”, spiega, non tradendo però il suo stile fatto di linee essenziali.
Giappone Affinità elettiva, amore a prima vista. Armani ha scelto l’oriente perché vicino alla sua filosofia vestimentaria. Una semplicità ragionata, un insieme armonico e delicato. Ma il Sol Levante l’ ha scelto, a sua volta, attraverso i buyers e di un pubblico adorante.
Coerenza Questa è la forza di Armani e dei suoi trent’anni di successi.
Il nostro Made in Italy vive ormai di luce riflessa, sono finiti i tempi in cui le nostre maison puntavano su una forte e precisa immagine di marca.
Poche le eccezioni, Armani è una di queste.

lunedì 7 luglio 2008

GRAFOLOGANDO


LA PAROLA SCRITTA E LA PAROLA PARLATA
A cura di Alessandra Lumachelli

Diversi stage di recitazione e doppiaggio con personaggi noti nel settore, quali Mario Cordova, Marita D'Elia e Daniele Falleri, partecipazioni a “Don Matteo 5”, “Carabinieri 6”, “Questa è la mia terra (2007)”, poi la svolta: è chiamata a doppiare alcuni personaggi in due film importanti dell'anno corrente, “Alla ricerca dell'Isola di Nimh” e “E venne il giorno”. Chi è Barbara Salvucci? Fino a pochi anni fa, principalmente madre di due figli e casalinga, ora professionista del settore.
Che cosa rappresenta, Barbara, per te il cambiamento?
B.: Una rinascita. Ogni volta che cambi, rinasci, ti reinventi.
Da dove è nata la tua esigenza di cambiamento?
B.: Dal forte bisogno di conoscermi di più. Cambiando si capiscono maggiormente le cose. Crescita è metterti in gioco. Sentivo di non stare vivendo. Mi chiedevo “chi sono? dove vado?”. Ancora mi chiedo queste cose, perché non sento di avere la risposta. Ma ora, almeno, ascolto le domande, prima non riuscivo ad ascoltare. Penso che da giuste domande arrivino giuste risposte.
Che rapporto senti di avere con la scrittura, con la parola scritta?
B.: Un rapporto conflittuale. In passato addirittura un rapporto ansioso, perché non riuscivo a trovare la “mia” scrittura. Pensa che da piccola le maestre mostravano a tutti i miei quaderni per la precisione e l'ordine che avevano. Poi quel tipo di scrittura mi causò una specie di ansia, perché agli altri piaceva molto, a me per niente. Così provai a copiare alcune lettere dalle persone che mi affascinavano, per trovare una scrittura che davvero mi si addicesse. Adesso non ci faccio più molto caso, poiché non so più se devo scrivere bene o come mi sento io. Ma sento di non avere ancora una “mia” scrittura. Preferisco scrivere col pennarello ad inchiostro nero, e mi piace molto mandare sms.
Tra la parola scritta e la parola parlata, preferisci la parola parlata, dunque?
B.: Sì, sicuramente, per la sua velocità ed immediatezza, perché mi piace il dialogo, poter parlare con le persone. Il foglio e la penna li sento come costrizione. Ovviamente quando non c'è la possibilità di comunicare direttamente, sono obbligata a scrivere. Fondamentalmente credo di essere pigra per scrivere.
Tu, amica mia, fra 10 anni ... come ti immagini?
B.: Spero di sentirmi serena ed in pace con me stessa. Affettivamente parlando, conto di poter dare il mio amore alla persona giusta, dare ... poi possibilmente anche ricevere amore! Professionalmente vorrei essere realizzata nel senso che mi piacerebbe sentirmi forte, cresciuta, consapevole, autonoma, libera, indipendente.
L'indipendenza ... che cosa significa per te?
B.: Per me è l'indipendenza economica, ma non solo. E' la libertà di esprimermi, di dire il mio pensiero.
Oggi cosa può impedirtelo?
B.: Sino ad ieri, me lo impediva la mia profonda insicurezza, il giudizio degli altri. Oggi ho capito che devo stare soprattutto bene con me stessa, e credere fermamente in ciò che faccio.
Vuoi ringraziare qualcuno, Barbara?
B.: Qualcuno... Ma, in fondo ognuno ci dà qualcosa. Anche chi ci ha fatto soffrire ... In tutte le situazioni, anche quelle negative, trovi qualcosa di buono. Ringrazio anche le persone negative, che almeno mi hanno costretto a rompere con loro; così ho avuto l'opportunità di cambiare, di fare il salto in avanti per evitare l'insoddisfazione.
Un consiglio per le lettrici di Rosa Stanton? A chi vuole cambiare vita ...
B.: Ascoltare la nostra vocina interna, che tutti abbiamo. Io non l'ho voluta ascoltare per anni, mi sono ostinata a non ascoltarla. Ma bisogna essere ciò che sentiamo di essere, non ciò che gli altri vogliono. Vivere la vita e le proprie paure. A volte è proprio la paura che ti dà il coraggio di reagire. Per inseguire, per camminare, per rincorrere ... Non si è arrivate mai ...

sabato 5 luglio 2008

EQUILIBRISMI QUOTIDIANI



IO E TU?
A cura di Maddalena Morandi


Ho appena finito di leggere un librino di Raffaele Morelli, "Non siamo nati per soffrire", che non vi consiglio, non c'è molto di nuovo rispetto a quello che il fin troppo noto psichiatra diceva circa quinci anni or sono, quando era molto meno commerciale di adesso, ma mi piaceva il titolo; perchè anche se ovvio non è scontato, per la generazione dei quarantenni, come la mia, cresciuti a pane e azione cattolica. Comunque, non è stato questo argomento che mi ha colpito, c'è un altro passo su cui vorrei riflettere con voi: è vero che in noi c'è l'eterno duello tra il bene e il male e che a volte per convenzione, il male coincide con il piacere e il bene con il dovere? Mi spiego meglio riportando un esempio che è nel libro: una paziente del dr. Morelli di giorno era una ragazza molto timida, insicura, soffriva di ansia, depressione e non riusciva ad avere rapporti sereni con gli uomini, dai quali tendeva a scappare.
Di notte invece faceva la prostituta e non aveva particolari disturbi, se non cercare di capire questa sua scissione. La storia ha un lieto fine quando lei accetta la parte "negativa" di sè .
Al di là del fatto che questa storia possa essere vera, in quanto mi sembra molto da manuale e paradossale, tuttavia si adatta bene a ciò che voglio dire.
Io spesso mi sono trovata a dover decidere tra la testa e la pancia e ha quasi sempre prevalso la testa e a posteriori mi sono chiesta se sia stato meglio o peggio e non ho trovato una bella risposta netta e sicura.
Sono certa che di sè noi dobbiamo cercare di accettare tutte le nostre sfumature, ma quando alcune ci portano a fare del "male" agli altri non è così semplice.
Voi cosa ne pensate?

venerdì 4 luglio 2008

TEA TIME



L’isola dell’angelo caduto di Carlo Lucarelli, La biblioteca di Repubblica-L’Espresso
a cura di Maria Luisa Pozzi

Mi piacciono i noir. Non offrono facili consolazioni al lettore come succede nei gialli. Nel noir il commissario è un personaggio tormentato alla ricerca di una verità che spesso gli sfugge.
E’ un protagonista non protagonista, spesso travolto da avvenimenti più grandi di lui e la cui logica non sempre gli è chiara, come succede al commissario di Lucarelli.

Lui é arrivato sull’isola per aver spedito in prigione un fascista, un atto dovuto, ma incauto a quel tempo, quando un Mussolini trionfante era a capo del governo. L’isola a cui approda il commissario è un luogo di confino per gli oppositori del regime e ha una sinistra qualità demoniaca che suggerisce l’impossibilità di sfuggire agli eventi.
Il commissario ha portato con sé l’amata moglie Hana che crolla sotto il peso della solitudine e, simile a una Lady Macbeth degradata, ossessivamente ascolta a tutto volume una sciocca canzoncina popolare alle cui note il commissario non può sfuggire.
L’isola è luogo di confino per gli oppositori al regime. Il signore dell’isola sembra essere il capo della Milizia fascista, personaggio demoniaco che tutto vede e tutto controlla.
Su questa isola avvengono terribili disgrazie. Ma sono disgrazie? Il giovane e bel fascista, amico del capo della Milizia, viene trovato morto ai piedi della scogliera. Caduto accidentalmente? Certamente, dice l’amico fascista. E allora quella linea bluastra intorno al collo come si spiega?
Una seconda disgrazia: la spia del commissariato, erede di una dinastia di spie, viene trovato morto. Causa del decesso: si è ingoiato la lingua, dice il capo della milizia. Ma si può morire così? No, risponde al commissario un confinato, oppositore del regime ma anche famoso anatomopatologo.

Vi siete incuriosite? Volete sapere come finisce la storia? Eh no, questo non posso dirlo.
Vi posso solo dire che il ritmo della narrazione è incalzante e che, da un punto di vista storico, sono molto interessanti le pagine che presentano uno spaccato della vita dei confinati.

Fatemi sapere cosa ne pensate, della storia e della sua conclusione.

Ne parliamo dopo che l’avrete letta.

Buone vacanze. Un abbraccio a tutte voi da
Maria Luisa

giovedì 3 luglio 2008

Pittura & Illustrazione


A cura di Linda Brindisi

Ciao a tutti, io sono Linda.
Amo disegnare, dipingere e per ultimo scrivere.
Voglio rivolgere le mie parole a tutti VOI per parlarvi di questo e dedicare una porzione del mio tempo ad ascoltare TUTTI quelli che avranno qualcosa da dire a riguardo…
Mi occupo da tempo di illustrazione di libri rivolti ai ragazzi, dipingo quando posso e ho scritto un romanzo per ragazzi. Insomma appena posso tengo in mano un matita o una penna.
Ho accettato subito la proposta di Patrizia di scrivere per Rosa Stanton e lo faccio davvero con piacere soprattutto se potrò parlare a voi TUTTI della pittura o della illustrazione. Per me è più che una passione, è vitale e penso solo che ci sia tanto da dire.
Questa rubrica che ho voluto intitolare: “Pittura & Illustrazione” , parlerà di questo e sarò contenta se, numerosi, lasciaste dei commenti.
Credere con cuore in quello che si fa è davvero importante e nel mio caso disegnare, dipingere e illustrare per i più piccoli è molto importante. Lo faccio soprattutto per tener alta la fantasia e i desideri di tutti, piccoli e grandi, che osserveranno le mie immagini.
A presto,
Linda Brindisi

Archi.D.Arte

La costruzione di un sorriso



Il 23 febbraio 2002 le Farc rapirono Ingrid Betancourt.
Ieri 2 luglio 2008, alle 21 circa qui in Italia, è stata liberata da un blitz militare.
Non mi voglio dilungare in cronache perché non ne sarei capace e perché non è questo il luogo.
È stata una bella notizia, che mi ha commossa, voglio solamente condividerla.

Bentornata Madame Betancourt!

mercoledì 2 luglio 2008

IL SIGNOR IN GIALLO


JESSICA…IL RITORNO
A cura di Lorenzo Bosi

Come in ogni estate che si rispetti, eccola su tutti gli schermi.
La mitica Jessica Fletcher è di nuovo tra noi e le sue apparizioni si hanno su RAI UNO, prima del TG delle tredici e trenta.
Chi di voi è già stato partecipe della propizia “manifestazione”?
In caso di risposta negativa, nessun problema.
La mia giallista preferita è facilmente rintracciabile ed è, come sempre, impeccabile a districare matasse ingarbugliate, tessute da scaltri e machiavellici assassini che, ahi loro, nulla possono contro l’arguzia e l’intelligenza dell’arzilla Jessica.
E’ incredibile come ogni telefilm della serie sia un vero toccasana per i nervi stressati dei suoi fan.
Quale sarà il segreto?
Forse per qualcuno di voi l’ammirazione che provo per questa donna può risultare esagerata ma, oggettivamente parlando, qualcosa di eccezionale deve esserci.
Come si può spiegare altrimenti che, ad ogni puntata, oltre tre milioni di telespettatori si sintonizzano sul canale che trasmette la Signora in giallo?
Si tratta naturalmente di puntate vecchie.
Nonostante questo, tanta gente non si perde il quotidiano appuntamento con i casi della Fletcher.
Un risultato degno di nota, anche perché i casi analoghi sono davvero rarissimi. Probabilmente il Tenente Colombo è uno dei concorrenti più agguerriti…senza tuttavia raggiungere la mitica Jessica.
Quindi buona estate ma soprattutto,
buona SIGNORA IN GIALLO a tutti.

LB

martedì 1 luglio 2008

DI MAMMA (NON) CE N'E' UNA SOLA


Lettura per l'estate
a cura di Anna Grazia Giannuzzi

Lavorare sull’evoluzione delle idee è strano, perché consiste nel dare risalto ad un fenomeno privo di rilievo, che già esiste nella realtà, di cui non si prende coscienza perché si confonde con la realtà ambientale” Boris Cyrulnik -Il dolore meraviglioso.

Vi parlo di questo libro e delle idee che hanno cominciato a frullarmi in testa dopo la lettura. Suggerisco di leggerlo, ovviamente, anche sotto l’ombrellone se andate al mare, o dove vi pare, se in vacanza andate dove vi pare. Ma vi propongo anche di rileggerlo, di tanto in tanto, perché suggerisce punti di vista poco praticati, che contrastano con alcune false regole di vita che si fa spesso fatica a mettere in discussione, ma è necessario farlo.
Il libro parte dal concetto di maltrattamento infantile e poi ci conduce, anche attraverso la storia personale dell’autore, al più generale concetto di resilienza. Circa il maltrattamento, le mie riflessioni sono queste: servono le prove per credere a quello cui non si riesce credere. Del resto alcuni genitori sono convinti di essere semplicemente severi o all’antica, o di temprare i loro figli. È più facile credere a figli maleducati ed intrattabili che stancano e spazientiscono i genitori, piuttosto che a genitori che davvero hanno perso il senso della misura e volte dell’umanità. Ci si muove così, circondati da un muro di ovatta. Da un lato la convinzione secondo la quale nessun genitore può fare consapevolmente del male ai propri figli; dall’altro alla convinzione culturale secondo cui il passato è il passato, superato, sta meglio dove sta, non influenza più il presente. Siamo un po’ mafiosi, ci gusta conservare scheletri nel cemento dei pilastri delle nostre case o negli armadi. Una volta che un bambino è diventato un uomo e una bambina una donna, che cos’è tutto quel parlare della tristezza della propria infanzia, sarà il caso di farla finita di vivere nel passato. Nessuno chiede che tipo di uomo o donna è diventato crescendo. Ci piacciono i segreti, gli spazi grigi e le risposte ambigue.
Racconto di me, e vorrei farne a meno, ma è andata così: nessuna insegnante ha usato qualche minuto del suo tempo per raccontarmi che la mia figlia più grande, inaugurando una stagione di comportamenti “che non ci saremmo mai aspettati da lei”, stava regolando i conti con il proprio passato ed in un tema in classe salutava l’altra mamma e le chiedeva per favore di essere contenta per lei, che adesso si trova in Italia ed è felice con la sua nuova famiglia, che ama lei e le sue sorelle. Era una lettera d’amore e di congedo dall’altra mamma. Le diceva che a conti fatti le voleva bene, anche se era andata come era andata, ma la stava dimenticando e voleva, forse doveva, dirglielo, perché questo le faceva un po’ paura. Ho scoperto il tema per caso, e quando l’ho scoperto ho capito perché da qualche tempo la mia ragazza era proprio strana e mi sembrava infelice. Poi ho capito che era triste per me, cioè aveva paura che io soffrissi, che fossi, che so, gelosa dell’altra mamma. Il silenzio steso sull’episodio, completato con un ottimo voto al tema, nel quale comunque c’erano alcuni errori di grammatica rispetto ai quali l’insegnante è stata troppo generosa, mi ha confusa ed un poco irritata.
Ma l’episodio secondo me va ricostruito correttamente in questi termini: nel corso degli ultimi tre anni, io e mio marito siamo riusciti a dare a lei ed alle sue sorelle amore e serenità in misura sufficiente da permetterle di rivolgere al passato il proprio sguardo, di dedicare la propria preoccupazione generosa a chi l’ha fatta nascere e quindi tornare a guardare avanti, tornare ad avere un futuro. Con la famiglia che l’ha scelta e che, giorno dopo giorno, anche lei stessa ha scelto. Insomma, mia figlia sa ancora amare e questa mi sembra una grande notizia. Soprattutto perché ama anche noi. Soprattutto perché ha cuore per rivolgere un pensiero d’amore a chi non pensava ad altro per lei, che ad un istituto in cui crescesse e studiasse fino alla maggiore età. E rispetto ad altre situazioni, non è nemmeno un pensiero del tutto privo d’affetto.
Quello che invece è successo fuori dal cuore e dal cervello di mia figlia è stato probabilmente l’innescarsi di una memoria selettiva che ha spinto le maestre ad evitare di affrontare alcune riflessioni profonde: quello che ho vissuto mi condizionerà, mi limiterà, mi ucciderà o potrò andare avanti? Come faccio a tenerlo presente e ugualmente ridere crescere amare? In effetti le maestre parevano molto più preoccupate perchè durante la ricreazione la mia ragazza aveva stilato una graduatoria dei maschi che le piacciono di più. È proprio figlia mia. A margine metterei le domande su di me, nel senso che cosa penso che mia figlia scrive all’altra mamma, etc. etc. Con parole molto caute ad inizio d’anno avevo cercato di introdurre la fase delicata di elaborazione del recente vissuto che stava attraversando mia figlia: parole rimaste assolutamente prive di effetto, persino di eco, direi.
Non appena nella vita di un bambino che ha sofferto arriva una figura positiva, nel suo stato fisico e psicologico si realizzano miglioramenti tali da far credere sinceramente a tutti che il passato non esiste, è superato, cancellato e non può più produrre effetti. Questo prolunga la vita, fisica ed emotiva, ma rende tante cose più difficili. Perché il dolore c’è e un posto bisogna trovarglielo. Un posto alla luce e non all’ombra, dove può solo fare peggio, perché senza il riconoscimento di quel dolore non saremmo quello che siamo, nel bene e nel male. Voglio solo aggiungere che anche la classe avrebbe potuto trovare un’occasione importante di riflessione e di crescita collettiva proprio affrontando il tema del dolore e dell’amore, del perdono per chi ci fa del male e del superamento della rabbia e del rancore. Ma l’esperienza del singolo non è diventata patrimonio comune.
E allora? Di dolore si guarisce oppure con il dolore soltanto si convive, creando le condizioni per una vita accettabile? E le persone che con la testimonianza della loro esperienza ci spingono a guardarci dentro, perché ci fanno così paura?
Buona lettura, buona estate.
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