lunedì 30 giugno 2008

4BIT@BAR



















A cura di Roberto Scano

Siamo in compagnia di Francesca Beordo, project mager presso Red Oddity Srl Bolzano.

1.Francesca, ci puoi parlare un po' della tua attività?

La mia attività all’interno di Red Oddity consiste nell’organizzazione a 360° di interventi formativi dedicati sia a professionisti, sia a neo-diplomate/i e neo-laureate/i.
Quando parlo di organizzazione a 360° intendo muoversi all’interno di diversi ruoli professionali legati al mondo della formazione a seconda dei progetti, e delle necessità / imprevisti “quotidiane” del mio lavoro: dalla progettazione di un corso all’analisi del fabbisogno formativo, dalla gestione dei gruppi in veste di tutor, all’attività di segreteria.
Si può dire che il mio lavoro non mi permette di annoiarmi!

2. Recentemente ho avuto modo di apprezzare personalmente il vostro lavoro con un corso dedicato alle donne. Puoi parlarcene?

Il corso “The Woman in Tech”, dedicato a 15 donne che diventeranno web-designer, è nato da una riflessione sul binomio donne-tecnologia e sull’evidente sottorappresentazione delle donne nel settore ICT.
Abbiamo creato un percorso formativo di alto livello, in cui i docenti sono tra i migliori professionisti del settore di tutta Italia, te compreso!
Inoltre, le competenze che le allieve acquisiranno durante la formazione in aula, spaziano dalla programmazione (HTML, Javascript e PHP) all’utilizzo dei software Adobe specifici per il settore della grafica (Photoshop, Flash, InDesign, Illustrator e Dreamweaver) alle best practice per il Web: accessibilità, usabilità, ecc…

3. Quali sono i tuoi interessi extra-lavoro?
Faccio free-climbing e mi piace e fare “passeggiate”, piú o meno tranquille, in montagna.
A casa mi dedico ad altre attività: leggere, ascoltare musica e dedicarmi alla cucina, rigorosamente vegetariana!

4. Progetti per il futuro?
La creazione di corsi sempre innovativi.
Partirà a settembre un corso di formazione per sviluppatori Java e stiamo lavorando alla seconda edizione del corso per grafiche web “The Woman in Tech”, oltre ad un altro corso sulla sicurezza sul web “ICT Secure Programming Expert”.
Tutti i corsi che ti ho appena citato sono dedicati a neo-diplomate/i e neo-laureate/i in cerca di occupazione.

www.redoddity.it

domenica 29 giugno 2008

Vincenzino dixit

Fa caldo abbiate pazienza se non mi dilungo. A proposito di afa riflettevo sulle esalazioni che in questi giorni dovrebbero provenire dalla munnezza che affligge quella che fu una grande capitale europea, un faro di cultura nell'epoca dei Lumi.
Ho deciso di farcelo spiegare da Vincenzino, uno degli alunni del maestro Sperelli, qui interpretato da Paolo Villaggio. Il piccolo barista di "Io speriamo che me la cavo" (film diretto dalla Wertmuller nel 1992) ci racconta come si vive a Corzano (Arzano).
E come dargli torto...


sabato 28 giugno 2008

Estremamente


Museo Montagna di Torino: Finalmente una donna
da Discoveryalps a cura di Antonella Passoni

"Una mostra dedicata al lato femminile della montagna quella che si è inaugurata il 30 maggio scorso al Museo nazionale della montagna di Torino. Il titolo “Finalmente una donna” si ispira a un film americano del 1936, protagonisti Myrna Loy e Robert Montgomery, ma l’avverbio non è né temporale né conclusivo all’itinerario di ricerca della condizione femminile in montagna.


Apparentemente non c’è un filo logico a legare il percorso espositivo, che spazia tra argomenti eterogenei per raccontarli attraverso gli oggetti, le fotografie, i manifesti, gli spezzoni di film della veramente ricca e in gran parte non esposta collezione del Museo. Così accanto ai manifesti promozionali di note località turistiche che si sono servite di procaci bellezze femminili per dar lustro alla montagna sullo sfondo, si ritrova la serie completa delle fotografie dell’ascensione della Regina Margherita alla Punta Gnifetti, il 18 agosto 1893, opera di Valentin Curta (1861 – 1929), prozio di Lino Guindani che a Gressoney conserva la bottega di fotografo.
Altre sale sono dedicate al lavoro femminile in montagna, illustrato dalle fotografie scattate da Padre Alberto Maria De Agostini intorno al 1925, in uno dei suoi soggiorni in Italia. Segue l’universo femminile delle copertine delle riviste, dal “The illustrated London news” a Grand Hotel, e poi ancora l’alpinismo e lo sci. Divertente è il montaggio di spezzoni di film a soggetto, ambientati tra le vette, di epoche diverse: un puzzle di donne alle prese con ghiaccio, roccia, neve, intrighi amorosi e… “montagne di luoghi comuni”.
La mostra è stata curata dalla giornalista trentina Sandra Tafner, coautrice del catalogo con Linda Cottino, direttore responsabile di Alp, e della scrittrice canadese Bernadette McDonald. Linda Cottino, nelle sue riflessioni su donne e alpinismo non a caso cita la guida alpina di Courmayeur Anna Torretta "L’emancipazione nel nostro mondo è ancora lontana, scrivevo nel 2000, quando ho fondato Avventura donna, la prima scuola di alpinismo al femminile, ma in otto anni poco è cambiato". “Finalmente una donna” osserva, documenta e ci ride su, quasi a voler dire che basta una scrollata di spalle per le donne per continuare, con leggerezza, a scalare montagne, soprattutto per se stesse".

Info mostra
“Finalmente una donna” – ritratti di montagne al femminile – Museomontagna, Monte Dei Cappuccini
dal martedì alla domenica dalle 9 alle 19
è aperta fino al 26 settembre 2008.



venerdì 27 giugno 2008

PSYCHE'


LA LETTURA DELLA DIFFERENZA
a cura di Susana Liberatore

Dire che quando non ci piace una parte nostra rifiutiamo la parte negativa di noi stessi e la proiettiamo agli altri, non é una novità. Sembra, anzi, sia un meccanismo adatto per la bilancia psichica.
Poiché la nostra identitá non nasce con noi, ci si forma nel corso di una vita. In questo lungo percorso, per non cadere negli spazi di vuoto, di vertigine, di perdita della realtà, percepibile facilmente nella psicosi, si organizzano reti di appartenenza e di identificazioni. Ma non serve soltanto “appartenere” ad un gruppo. Perchè, paradossalmente, si appartiene a un gruppo, si è un soggetto, perché non si appartiene o si è un altro. Il gioco è dunque doppio: sono un soggetto perché condivido certe caratteristiche con gli altri, ma anche perchè sono diverso dagli altri.
Freud lo diceva chiaramente a principio del secolo scorso: non esiste un paese, una cultura o gruppo sociale, che non abbia nella sua storia uno scontro con l´altro, concepito in questo caso come nemico.
Allora possiamo dire che, originariamente, l´uomo ha la necessità di trovare, individuare, allontanarsi, ed anche a volte lottare, contro l' altro diverso, come limite o barriera al “sè stesso”.
Ma questo ci porta ad un problema attuale: come si fa quando il diverso é il mio vicino di casa?
La globalizzazione ci offre una nuova sfida con il nome “immigrazione”.

giovedì 26 giugno 2008

Archi.D.Arte

Sto fumando una bolla di sapone
a cura di Margherita Matera



La sensazione è questa. Non è un "sentirsi come", non è un "sentirsi dentro". E' proprio un "fumare".
E' come se il respiro che prendo fosse insaponato e quindi scivola via immediatamente, diventando bolla. Leggera. Colorata. Cangiante. E sale. Sale. Trascinandosi parte dei miei pensieri. Parte delle mie giornate. Per poi piovermi addosso.

Osservo il percorso del mio "respiro sferico" e un po' l'invidio. Invidio quella parte di me stessa capace di riflettere la luce diversamente. Dividersi in zone di colore. Brillare.
Così, nel mio fantasticare del giovedì mattina, mi sono immaginata "fumare" all'interno del Water Cube di Pechino 2008, ambientazione ideale per questa mia attività, realizzato con un particolare teflon, capace di reagire al colore del cielo, come il mio respiro.
Chissà come dev'essere "tirare aria" lì dentro...



mercoledì 25 giugno 2008

NON HO L'ETA'


NONNE: MONOLOGHI e VAGINE
A cura di Chiara Cappellato

Non proporrete anche voi un’interrogazione comunale di quattro fogli A4 sulla base del titolo del mio post odierno? Please! Mi aspetto tutto dall’inesorabile regressione sociale cui stiamo assistendo, indifferenti alle pericolose conseguenze per la civiltà femminile.
L’8 marzo nonostante aver contemplato la sala civica stipata per la rappresentazione teatrale “I monologhi della vagina” di Eve Ensler, un filone di padovani-provinciali-cattolico-borghesi-benpensanti ha condannato pubblicamente l’assessore alla cultura e pari opportunità - brillante signora cinquantenne – di “sproloquio anticlericale, antimaschile, esagerata supponenza del sesso femminile e divulgazione del bieco femminismo americano”.
Provocazioni intollerabili per una come me.
Vi chiederete quale nesso con le nostre nonne, le super nonne, le over?
Contorti collegamenti mentali.
Offesa dall’accaduto, decido di andare alla ricerca di anziani pareri.
(N.B. mia sorella, 27 anni, si è inceppa per l’imbarazzo nel sussurrare alla Feltrinelli il s.m. diabolico e pornografico libretto che le avevo pregato di acquistarmi…povere noi).
Norma, anni 85, sei figli maschi, professione babysitter full time di una bis nipote.
Marcella, nonna 89 enne della sottoscritta, fervida e indomita ciclista.
Ida, 86 anni, mamma di una collega e custode di una colonia di 20 gatti randagi.
Ultra nonne, ultra donne.
Chiedo che genere d’introduzione al sesso hanno ricevuto ai loro tempi;
il rapporto con il corpo, il percepirsi fisicamente tali.
Risposte che provocano rossori, creano confusione iniziale e giri di parole.
Chiarisco delicatamente il motivo della mia curiosità esaltando il valore di sentirsi anche carnalmente donne e del rispetto che dobbiamo alla Femminilità.
Risultato: emozionanti sfoghi senili.
In giovinezza sessualità repressa, proibite espressioni tipo “incinta” o “mestruazioni”.
Innominabili le parti intime raggruppate nell’asettico termine “sotto”.
Ora anziane non scandalizzabili, consce di aver sopportato anni di repressione. Favorevoli alla contraccezione, al diritto di autodeterminarci e difenderci dall’ancora imperante cultura patriarcale. Bisnonne che, balbettando e gesticolando, raccomandano alle nipoti di “divertirsi con i ragazzi ma di usare le precauzioni del giorno d’oggi”.
Ho innescato con soddisfazione interessanti monologhi liberando per qualche istante composte signore dal coperchio pesante anni di prevaricazione e obbligato conformismo.
Come sono state sole! Rare le persone alle quali affidare confidenze, dubbi, dolori.
Com’è vitale invece per noi raccontare a ogni età le nostre storie, che sappiamo essere uniche.
Come ci infonde forza e determinazione questa naturale condivisione.
Ditemi, quante volte avete provato tutto questo?
L’ascoltare anziani e vibranti ricordi, il riaffiorare di rancori mai sopiti nei confronti di figure maschili e imposizioni estorte, ravviva un legame oltre il tempo e lo spazio. Crea desiderio di stringere al petto mani ruvide e solcate che hanno curato, seminato, custodito nel silenzio.
Verità nella quale credo: è meravigliosa, spontanea, terapeutica la confidenza tra donne.
Chiudo con un brano tratto dallo scandaloso libretto di Eve Ensler:
“Il cuore è capace di perdonare e riparare. Può cambiare forma per farci entrare. Può allargarsi per farci uscire. E così la vagina. Può soffrire per noi e tendersi per noi, morire per noi e sanguinare e sanguinolenti immetterci in questo difficile mondo meraviglioso. E così la vagina.
Io ero li nella stanza. Io ricordo”.
Quali le vostre sensazioni?

martedì 24 giugno 2008

9 mesi e 1/2

OBESITA' VIRTUALE
a cura di Ely


Il titolo dell'argomento, di cui parlerò oggi, mi è stato dato come spunto in un incontro formativo sull'educazione e sul ruolo degli educatori nelle associazioni di volontariato.
Ed è sorprendente scoprire quanto, di ciò che ho potuto apprendere, si potrebbe, anzi si dovrebbe, applicare non solo nei casi più difficili, ma anche e soprattutto nella vita di tutti i giorni.

Obesità virtuale. Titolo o vero problema?

Negli anni della guerra e del dopoguerra, il più importante e primario bisogno era cibarsi. Poi vestirsi, curarsi, istruirsi, avere una casa, una macchina, e così via.
Nei giorni nostri questi bisogni non possono più considerarsi tali, sono la normalità. Almeno per la maggior parte della popolazione.
Ciò che si percepisce ora, invece, non è più avere il bisogno di un qualche cosa, ma quello di desiderare. Dal bisogno si è passati al desiderio.
Ed in questa importante trasformazione, come ci si è adeguati? Come il ruolo dell'educatore entra in gioco?
E non mi riferisco al ruolo dell'educatore esclusivamente nella sua forma più istituzionalizzata, ma più in generale a tutti coloro che in qualche modo partecipano a questo importante processo, consapevolmente e non, e nei diversi contesti sociali: dall'ospedale in cui si nasce all'università, al mondo del lavoro, e così via.
Insegnare ad un altro essere umano a crescere, a vivere in questa nostra società è, infatti, un compito molto arduo, difficile. E siccome non esistono dei modelli preconfezionati, genitori, familiari, insegnanti, educatori devono far appello, oltre a tutte le loro conoscenze e competenze, alla capacità di sapersi adattare e plasmare alle diverse esigenze delle persone che si trovano innanzi.
Anche in una stessa famiglia, spesso, i criteri utilizzati per un figlio possono non andar bene per un altro.
Ed in questa dimensione temporale, in cui proprio il tempo sta perdendo il suo significato, si sta in affanno, alla continua ricerca di soluzioni che tamponino emergenze quotidiane le quali, conseguentemente, rubano energie preziose a quello che è l'obiettivo principale: l'equilibrio di una persona.
Quando parlo di obesità virtuale, di cui avrete sicuramente sentito parlare in qualche studio proveniente dagli Stati Uniti, mi riferisco a ciò che è ormai l'ultimo gradino di questo fenomeno: viviamo in un mondo fatto più di immagini, di astrattezza che di realtà, concretezza e sostanza.
Il problema dei nostri giorni e del futuro dei nostri figli sta diventando questo eccesso di vuoto, di impalpabilità. E' vero che il progresso ha i suoi vantaggi e che non è possibile tener lontano i giovani da tutto ciò che si ritiene pericoloso per il loro equilibrio psico-fisico, ma come insegnargli che ciò che virtualmente è reso possibile e innocuo, nella vita reale o non esiste o può far male, molto male?
Sarà per questo che alla fine dell'incontro una domanda mi rimbalzava freneticamente nel cervello: cosa posso fare io da genitore e come persona ad aiutare mio figlio a non farsi risucchiare da questo vortice?
Come figlia di una generazione in cui i valori "valevano" ancora qualcosa, trovo già così mille difficoltà a trasmettere ciò in cui credo a mio figlio. Senza contare lo sforzo impiegato per combattere certi inutili e stereotipati conformismi, luoghi comuni, strategie di marketing super aggressive, e chi ne ha più ne metta.

La situazione mi ha colpito, ha messo in luce una realtà che avevo già percepito, ma di cui non ero abbastanza consapevole. Non da questo punto di vista. Mi rendo conto che lo sforzo non può essere del singolo, lo scopo dev'essere comune. Occorre riempire di contenuto questa virtualità. Riflettendo seriamente sul fatto che ogni cosa, come e soprattutto il progresso tecnologico, dev'essere uno strato superficiale di un'esistenza che ha potuto formarsi conoscendo ciò che di vero e di reale c'è sul nostro pianeta. E magari spiegare che le le patatine fritte non crescono nei campi così come te le vendono...

Forse sono stata drastica, posso aver avuto una visione esageratamente pessimistica. Forse in Italia non è proprio così.
O forse anche qui da noi certi fenomeni stanno prendendo piede, ma magari, per poterci difendere, per non farci fagocitare, ci creiamo delle microdimensioni, delle aree a misura d'uomo in cui, mantenere il controllo, è ancora possibile.
E voi in che dimensione vi trovate? Condividete queste mie riflessioni?

domenica 22 giugno 2008

OFF#LIMITS


KABIR
A cura di:
Diomira Pizzamiglio

KABIR
“Lo dichiaro ben forte a chi mi vorrà credere: non avere parola sulle labbra che non ti sia dentro al cuore!”


Oggi è una calda giornata d'estate, forse la prima dopo un lungo periodo di piogga.
Ormai sembrava non volesse più arrivare, l'estate.
Invece, eccola!
Calda, intensa e luminosa.
E mi pareva appropriato stamani proporVi il pensiero altrettanto intenso caldo e luminoso di Kabir.
Kabir, poeta inidano nato nel 1440 da una famiglia di tessitori musulmani, divenne discepolo del Guru Ramananda, un saggio vishnuita devoto a Rama. Fu quindi educato a concepire l’Islam e l’Induismo come due vie convergenti verso un’unica verità.
Divenne mistico, poeta e musicista celebre per il disprezzo che manifestava vigorosamente verso le rigorose affiliazioni religiose; sono numerose le sue esortazioni a ignorare tanto il Corano quanto i Veda per seguire semplicemente la via Sahaj, ossia la naturale unità in Dio.
Alla sua morte, nel 1518, indù e musulmani si contesero il corpo per i riti funebri. La leggenda vuole che, quando sollevarono il sudario che lo ricopriva, trovarono al suo posto solo fiori. I musulmani ne seppellirono metà e gli indù cremarono l'altra parte. A Maghar, nei pressi di Gorakhpur nell' Uttar Pradesh, la tomba e il memoriale della cremazione sorgono fianco a fianco.
Rabindranath Tagore, a riscoprì e diffuse in Occidente l’altezza della poesia. e degli
gli insegnamenti di Kabir attraverso la traduzione in inglese dei suoi Canti, che diventarono ben presto un vero e proprio libro di culto.

I canti di Kabir
a cura di R.Tagore
ed. Boroli Editore 2002

venerdì 20 giugno 2008

AperiTVo


Cin cin per le donne!
A cura di Sinka

Ciak si gira! Al via la scena prima della nuova rubrica sulle serie e sui programmi televisivi che entusiasmano le donne: comodamente sedute intorno a un tavolino, sorseggiando un cosmopolitan, delle amiche chiacchierano di gossip, cinema e TV, proprio come le protagoniste di serie più o meno recenti, dalla storica Sex and the city alla nuova Starter wife.
Da questa sequenza ideale nasce l’idea del titolo della rubrica; senza dimenticare che all’ora dell’aperitivo vengono solitamente trasmesse le sit-com più divertenti.
L’episodio della serie cult diventa, per le appassionate, un appuntamento settimanale imperdibile. Per me, in particolare, cinema e televisione non sono solo un interesse, ma anche oggetto di studio e lavoro: frequento un master sul cinema e lavoro come stagista in una azienda televisiva. In questa rubrica mi piacerebbe riflettere su questi prodotti da un doppio punto di vista: quello critico dell’aspirante addetta ai lavori e quello spontaneo della appassionata. Indispensabile il parere di tutte le donne che amano TV, cinema e…cosmopolitan!
Cin, cin, alla nuova rubrica!

Simona

giovedì 19 giugno 2008

SONO DISTRUTTA




VADO
A cura di MonicaC

Partire è un po’ morire e blablablabla…
Si muore più lentamente, e di certo con molto più dolore, se devi inscatolare la tua vita tenendo conto del fatto che per i prossimi 5 mesi, questa non sarà più la tua casa. Una sofferenza indicibile, anzi, inenarrabile, se un mese lo passerei al sole della Sardegna e gli altri tre dall’altro capo del mondo, dove, indovinate un po’?, è INVERNO.
Allora, mi pare ovvio che non possa lasciare il mio cappottino nero qui, né tanto meno quello grigio (acc..mi ero scordata di averlo). E gli stivali? Li prendo tutti o lascio quelli di gomma per la pioggia con i pesci bianchi e neri, tanto carini ma che quando li metto mi stressano le caviglie? Vabbè li lascio. E le ballerine? Devo lasciare anche quelle che sembrano fatte con la stoffa dei divani delle nonne, un po’ pelose e con delle pietruzzole luccicose appese sulla punta? Descritte in questo modo, fanno schifo, ma io le adoro…Eh no, non le lascio prendo pure quelle. E le borse? Quante borse è giusto portarsi dietro senza essere assurde? Sprecone? Consumiste? 3? 4? Ne ho prese 15, tra le quali alcune che avevo dimenticato di avere, lasciandone 6. Anzi, 15 +1, la DIVINA, acquistata ieri E le mutandine? Sì esatto, proprio quelle. Ma quante ne ho? Boh. Le ho prese tutte.
Il mio pulcino, da profumare. La macchina fotografica. Due cinte verdi, ua bianca e una nera.
E i libri? Quelli che ho comprato e mai avuto il tempo di leggere. Li prendo, con parsimonia, perché so che il viaggio sarà lungo e se ne accumuleranno degli altri. E i libri pesano, più delle borse.
Iniziano la strada con me: Tenera è la notte, lo so è vergogno so non averlo mai letto, ma ho visto il film….Non lasciarmi di Ishiguro, che nonostante il titolo ingannevole non parla d’amore, ma è una terribile storia claustrofobia di donatori d’organi un po’ “particolari”, letta per metà e mai conclusa perché colta da insopprimibile angoscia. Memorie di una ragazza per bene, dopo Il secondo sesso, I mandarini e Una donna spezzata, è ciò che manca. Poi, un regalo, 54 dei Wu Ming, che da solo vale 3 libri, e non mi riferisco unicamente alla mole. Simone Weill e il Manifesto per la soppressione dei partiti politici. Poi ancora, Claro que sì, ossi la grammatica spagnola, con allegato vocabolario…E, infine, non per importanza, la guida Routard sull’Argentina… Vorrei portare Miele amaro e La vendetta barbaricina, ma ho pensato che la pesantezza sarda si addica maggiormente alle serate invernali bolognesi.
Tutto questo in 2 valigie e 2 scatole. Amorevolmente “scocciate”. Dopo calcoli metafisici sulla grandezza, il peso, la forma, e il contenuto. Scatole che, spero non in tempi biblici, le poste italiane passeranno a ritirare, destinazione Isola. Se il carico affonda nel mare, perdo metà della mia vita. E non scherzo. Vi abbraccio tutte.

mercoledì 18 giugno 2008

GRAFOLOGANDO


EMOZIONI SENTIMENTI E GRAFOLOGIA
A cura di Alessandra Lumachelli

Le emozioni, reazioni affettive brevi ma molto intense, causate da uno stimolo ambientale esterno, vengono spesse confuse con i sentimenti.
In realta' i sentimenti non sono originati da uno stimolo esterno, bensi' da valori interiori, da influenze culturali, da interessi personali, e persistono nel tempo.
Sia le emozioni che i sentimenti possono essere "letti" nella grafia, che sara' intrisa di sussulti grafici e rapide macchioline, nel caso di un'emozione transitoria, mentre la traccia di un sentimento profondo verra' manifestata in maniera piu' sottile e complicata, ma comunque presente sul foglio.
Perche' ogni nostra traccia scritta e' e rimane una traccia vivente, dotata di spirito vitale, anche quando l'autore dello scritto e' scomparso..

martedì 17 giugno 2008

LA DOLCE VITA DI LUDOVICA


Questione di esche..
A cura di Ludovica Falconi

In questi giorni cause di forza maggiore mi hanno costretto a prendere la metropolitana. Qui a Roma i mezzi pubblici se la prendono comoda e nell'attesa in banchina mi è caduto l'occhio su un cartellone pubblicitario di Dolce&Gabbana ed è proprio quello che potete ammirare qui sopra.
Una riflessione sorge spontanea: quali sono le esche che usa la pubblicità?
Capire cosa vuole il consumatore, e se non esiste, inventarlo, e poi cercare di imporlo al meglio sul mercato: questo è il compito del marketing. Qualsiasi prodotto nasce ormai da una strategia ben precisa che deve tener conto delle varianti del marketing mix a cui è sottomesso, tutte indifferentemente assoggettate a chi ne decreta il successo: noi.
Spesso però il potere decisionale del consumatore sembra quasi non essere più determinante essendo i prodotti talmente studiati nel dettaglio da causare raramente un insuccesso, indirizzando così le nostre scelte in una direzione praticamente obbligatoria.
Siamo consumatori attenti? Ci accorgiamo delle succulente esche con cui ci stuzzicano i signori del marketing? Si cerca di dare ad ogni prodotto un’identità, una storia, un’anima facendoci “affezionare”, fidelizzare, in termini tecnici, al frutto di indagini di mercato e strategie pubblicitarie. Ogni dettaglio è carico di simbologie semantiche, nulla è lasciato al caso. Noi comuni mortali veniamo a contatto con quello che è il risultato finale di tanti sforzi, oltre al prodotto in sé, dato che, l’azienda in questione comunica col suo pubblico attraverso la pubblicità e il punto vendita.
Tutte le attività above the line, e cioè riconducibili alla pubblicità, hanno il compito di sviluppare un concept che permetta di farsi conoscere ampliando gradualmente il suo campo d’azione. La pubblicità, suggestiva, persuasiva o subliminale che sia, ci lascia inermi e spesso vittime di scelte indotte grazie ad uno slogan azzeccato. Se in origine la pubblicità aveva un compito informativo, da Carosello in poi le cose hanno preso una piega del tutto diversa.
La pubblicità istituzionale, per esempio, non sponsorizza un prodotto preciso ma racconta il vissuto del marchio trasmettendone il mood: viviamo, infatti, nell’epoca in cui si vendono idee e sogni, mentre la qualità e la reale utilità del prodotto passano in secondo piano.
Il punto vendita,poi, è il luogo dove confluisce l’identità del marchio e che svolge quindi il ruolo decisivo, l’arredamento dovrà rispettare il concept del marchio, andando così dal freddo minimalismo di Prada al colorato e giovane Miss Sixty, dal luxury di nicchia all’easy commerciale, dalla commessa snob bella come una top model al cartello che dice “provare solo cinque capi per volta”. Insomma, ce n’é per tutti i gusti, ognuno ha il suo target group, non c’è da preoccuparsi.

lunedì 16 giugno 2008

Marilyn

Grazie dell'Incarto
di Fabio Cicolani


Sapete, io ci guardo alla confezione. In realtà ci guardano tutti, ma pochi lo ammettono. Sembrano superficialità ma qua siamo alla vecchia teoria del significante e significato, che è tutt’altro che superficiale. I vestiti sono il nostro incarto, la moda è lo stile con cui ci incartiamo e al cinema la moda non è solo la confezione di un personaggio: al cinema la moda è il personaggio.

Eccovi un monologo celebre tratto dal “Diavolo veste Prada”, giusto per ricordarvi che tutti ci guardiamo alla confezione e se non lo fate… beh… cominciate a farlo!
“A: "No, no.. No, no, niente, ecco... Solo che... Quelle due cinture mi sembrano esattamente identiche. Cioè, io sto ancora imparando tutto di questa roba, allora..."
M: "Di ques... Di questa roba? Oh, ma certo, ho capito. Tu pensi che questo non abbia nulla a che vedere con te. Tu apri il tuo armadio e scegli... Non lo so... Quel maglioncino azzurro infeltrito, per esempio, perchè vuoi gridare al mondo che... Che ti prendi troppo sul serio per curarti di cosa ti metti addosso ma quello che non sai è che quel maglioncino non è semplicemente azzurro, non è turchese, non è lapis. E' effettivamente ceruleo e sei anche allegramente inconsapevole del fatto che, nel 2002, Oscar De La Renta ha realizzato una collezione di gonne cerulee e poi è stato Yves Saint Laurent, se non sbaglio, a proporre delle giacche militari color ceruleo. [...] E poi il ceruleo è rapidamente comparso nelle collezioni di otto, diversi stilisti. Dopodichè è arrivato poco a poco nei grandi magazzini e, alla fine, si è infiltrato in qualche tragico angolo casual dove tu evidentemente l'hai pescato nel cesto delle occasioni. Tuttavia, quell'azzurro rappresenta milioni di dollari e innumerevoli posti di lavoro e siamo al limite del comico quando penso che tu sia convinta di aver fatto una scelta fuori dalle proposte della moda quindi, in effetti, indossi un golfino che è stato selezionato per te dalla persona qui presente, in mezzo ad una pila di roba".
Capito?


domenica 15 giugno 2008

TEA TIME





Sam Savage, Firmino,
Einaudi, 2008
a cura di Maria Luisa Pozzi

Incipit fulminante. La prima frase, dice il narratore della storia, è troppo bella per cui é impossibile proseguire; meglio cancellarla e scrivere un secondo inizio.
Secondo colpo di scena: il narratore è un topo, anzi, esattamente, un ratto. Nato in una libreria, il più debole di 13 fratelli, non riesce ad arrivare ai capezzoli della madre per cui rosicchia i libri e… comincia ad amare la letteratura.
Il libro narra la storia di Firmino.

Da giovane si innamora dei classici: Dickens, Mark Twain, Stendhal, Lawrence.
Più adulto scopre il cinema e si innamora di Ginger Rogers.
Nel tempo incontra due esseri umani: il primo lo deluderà profondamente; del secondo sarà amico fino alla morte.
Dal buco in cui osserva il mondo, assiste alla distruzione del quartiere in cui era venuto al mondo e aveva trascorso la vita. Per quella tragedia, dice Firmino, anche “ le stelle piangevano.”
Vecchio e rimasto solo, nella sua tana passa il tempo “disteso, supino con tutti e quattro i piedi in aria, a sognare, e ricordare.”. Ma i ricordi, quelli veri e quelli solo sognati, si mescolano lasciandolo nell’incertezza anche del suo passato.
Storia della vita di un ratto, dunque, ma paradigmatica di quella di ogni essere umano, alla ricerca della gioia e dell’amicizia, curioso di capire il mondo e i mondi presentati nella letteratura, destinato al dramma dell’incomunicabilità e alla solitudine; rimangono solo i ricordi in cui Firmino, come tutti noi, non riesce più distinguere fra verità e finzione.

Vi ho convinto a leggere “Firmino”?
Sappiatemi dire.
Un abbraccio.

Maria Luisa

sabato 14 giugno 2008

EQUILISBRISMI QUOTIDIANI



I DIECI COMANDAMENTI
a cura di Maddalena Morandi



La stragrande maggioranza degli italiani si professa cristiana, come tale dovrebbe rispettare i dieci comandamenti: 1. Non avrai altro Dio fuori di me.2. Non nominare il nome di Dio invano.3. Ricordati di santificare le feste .4. Onora il padre e la madre.5. Non uccidere.6. Non commettere atti impuri.7. Non rubare.8. Non dire falsa testimonianza.9. Non desiderare la donna d'altri.10. Non desiderare la roba d'altri.

A parte il 5° e il 7°, gli altri risultano "regole" che applicate nel mondo odierno possono risultare anacronistiche, castranti, d'ostacolo alla ricerca della felicità personale. Io spesso mi trovo a farmi molte domande, a cui fatico a darmi una risposta razionale: voi, indipendentemente dal fatto di essere credenti o meno, che cosa ne pensate?

venerdì 13 giugno 2008

DI MAMMA (NON) CE N'E' UNA SOLA

Pant pant! Puff puff!
a cura di Anna Grazia Giannuzzi

Oggi sono particolarmente stanca. Elastigirl ha bisogno di riposo, che non significa sonno, perché le mie sei ore me le faccio, e cosa vuoi di più dice mio marito. Però continuo a sbagliare i nomi delle mie figlie, questo vorrà pur dire qualcosa.

La scuola elementare è finita, ma la materna no, per fortuna. Come farò il prossimo anno, mi chiedo e mi sento surreale, perché tra i miei incarichi un tempo c’era una collaborazione per un progetto tra amministrazioni sui tempi della città, per rendere compatibili i tempi di lavoro con i tempi della famiglia….ha, ha, ha !!!!!!

In più abbiamo rivisto i filmini di Bogotà e la nostalgia ci ha preso tutti.
Se almeno smettesse di piovere.
Disegno di Estefani.
Un post più serio al prossimo appuntamento.

mercoledì 11 giugno 2008

Creatina pour Femme

Il sonno di Montalbano
a cura di Katia Ceccarelli

Ai vecchi fa bene mangiare nello stesso modo in cui dormono: poco e spesso.
Con l’età che avanza è sempre più difficile farsi una bella dormita profonda e di otto ore filate.
Alcuni dicono che è perché i vecchi hanno un’inconscia convinzione che la morte arrivi di notte e si abbandonano ai pisolini mattutini e pomeridiani perché “di giorno non si muore”.
Andrea Camilleri ha capito il senso profondo di questo sintomo di vecchiaia che è più inquietante e subdolo delle rughe o dei capelli bianchi.
Nei suoi romanzi il “Sonno” è ricorrente e denota la qualità della vita di vari personaggi e soprattutto del commissario Montalbano.
Il cane di terracotta è un romanzo del 1996 in cui il riferimento al sonno è dei più nobili, è il sonno eterno che culla l’amore di due giovani uccisi durante la seconda guerra mondiale, deposti in una grotta segreta con grande devozione da un loro amico secondo la tradizione di un mito mediterraneo, quello dei Sette dormienti.
Nella tradizione cristiana i dormienti sono dei giovani di Efeso che durante le persecuzioni da parte dell’imperatore Decio vengono murati vivi in una grotta. La Provvidenza però regala loro un sonno lungo duecento anni e al loro risveglio, durante il regno dell’ormai cristiano Teodosio II, i Sette diventano testimoni della Resurrezione pur morendo lo stesso giorno del loro ritorno alla luce.Il mito è conosciuto e interpretato anche nell’Islam in quella che è nota come la “Sura della caverna”, la XVIII del Corano quella cui fa riferimento Camilleri citando anche il cane Kytmyr che tuttavia è presente anche nelle altre versioni della leggenda come compagno e guardiano dei giovani dormienti.Il cane di terracotta non è però l’unico omaggio attento al sonno, scopriamo infatti seguendo le vicissitudini personali del commissario Montalbano che gli anni passano anche per lui e se prima aveva sempre goduto di in un sonno profondo e ristoratore dal quale era spesso risvegliato bruscamente dalla telefonata dell’agente Catarella, ora il commissario di Vigàta sente che sta invecchiando. Ne La vampa d’agosto – 2006 - è un uomo che si scopre fragile, ha cinquantacinque anni e la sua fedeltà storica e anche un po’ ingombrante per la lontana Livia vacilla come la continuità del suo sonno. Montalbano si gira e rigira nel letto non solo per il caldo ma perché non riesce più a dormire come prima. Le Ali della sfinge – 2007 – prosegue nel nuovo corso della mezza età di Montalbano:“Ora appena isava le palpebre, immediatamente le ricalava e sinni stava allo scuro per qualichi secondo, mentre una volta, appena rapriva l’occhi, li mantiniva aperti, squasi tanticchia sbarracati, per agguantare avidamente la luci del jorno”.
Montalbano non dorme più come una volta e guida sempre più piano, rallenta il suo cammino per risparmiare vita, il suo sonno è più breve per guadagnare altro tempo.
Il sonno muta e cambia anche la sensibilità nei confronti della vita, Salvo Montalbano guarda indietro e parla con se stesso. Leggo Camilleri spesso alla sera prima di dormire ma ora, a differenza di prima, gusto il momento in cui la mia mente dal rendiconto del quotidiano scivola verso il sonno.

Foto di Katia Ceccarelli

IL SIGNOR IN GIALLO


DETECTIVE ALLA PROVA
A cura di Lorenzo Bosi

Considerando l’imminente partenza di MARE DI LIBRI, la manifestazione per giovani lettori che si terrà a Rimini il 20, 21 e 22 giugno, vi voglio parlare di una collana molto interessante, dedicata proprio a loro.
DETECTIVE ALLA PROVA – gialli da risolvere per giovani investigatori.
Questa serie di libri, pubblicata dalla casa editrice VALLARDI, è davvero innovativa. Pensate che mentre la trama si sbroglia, le prove che i protagonisti incontrano sul loro cammino – telegrammi, fotografie, articoli di giornale e perfino pezzi di stoffa – sono allegati al libro.
Il lettore può inoltre mettere alla prova la propria capacità d’osservazione rispondendo alle domande che si trovano sparse tra le righe del testo. Ad ogni risposta corretta viene assegnato un punteggio da inserire sull’ultima pagina, in un’apposita scheda chiamata GIALLOMETRO. In questo modo ognuno potrà condurre la propria investigazione personale.
I protagonisti della collana sono:
Flora Valé: anziana investigatrice privata, titolare dell’agenzia CRISTALLO INVESTIGAZIONI, che utilizza lo pseudonimo di Sara Du ed è un ex attrice, nonna di Leo e Marta.
Leo Valé: dodici anni, aiutante detective.
Marta Gobis: dodici anni, aiutante detective.
Ho trovato molto interessante questa nuova idea di pubblicazione. Per me, che sono un amante del genere giallo, è stata una sfida alla quale non ho potuto sottrarmi.
Chi di voi ha letto uno di questi romanzi? Io ho risolto il caso prima degli investigatori, quanti di voi ci sono riusciti?
Un abbraccio e alla prossima puntata,
Lorenzo.

martedì 10 giugno 2008

EstremaMente




"LA SIGNORA DEL VUOTO" Regia di Jean Afanassieff
a cura di Antonella Passoni

Più volte campionessa del mondo di arrampicata sportiva, Lynn Hill ha legato il suo nome dal 1994 ad un’impresa storica quanto la prima salita all’Everest senza ossigeno. Nel 1994 scalò i mille metri di El Capitan in Yosemite, per la via del Nose. La californiana realizzò la salita in un solo giorno e interamente libera, senza appigli per la progressione, ma servendosi soltanto di ancoraggi come protezione in caso di caduta.Realizzare la via del Nose in un giorno si credeva un’impresa impossibile. In un’intervista, ad una giornalista di Donne in viaggio che le faceva notare il rischio dell’impresa, Hill rispose: “Ho voluto dimostrare che con spirito aperto era possibile. Ho voluto usare tutto quello che avevo imparato su calcare, granito, in gara e applicarlo su questa via storica, la prima salita su El Capitan, nel ’58.
Farla in un giorno è difficile,perché tutta la difficoltà comincia dopo 21 tiri, e lì se cominci a sbagliare perché sei stanco e deconcentrato perdi tutto. Sotto il tetto devi cercare ogni possibilità e se dici che non è possibile, non cerchi. È uno sforzo più di tipo mentale. Ho voluto combinare la salita con il film e con lo spirito di cercare e credere”.Il film, appunto. “La signora del vuoto”, diretto da Jean Afanassieff, documenta quella che senza dubbio rimane una della più grandi imprese nel campo dell’arrampicata sportiva. Il regista permette allo spettatore di ascoltare alcune riflessioni della campionessa sull’arrampicata moderna. Il racconto della sua carriera, dalle prime competizioni all’allenamento nelle gole del Verdon, nel sud della Francia dove ora la Signora vive.

lunedì 9 giugno 2008

RAMPA DI LANCIO



Realtà o fantasia?
A cura di Lù Mancini

Cari lettori
A cosa ispirarci per scrivere?
Il romanzo deve essere ancorato alla realtà oppure frutto di fantasia?
E’ un dilemma che spesso mi prende perché certo è più facile scrivere di ciò che si conosce, ed è vero che talvolta le storie reali superano di gran lunga la fantasia quanto a trama e casualità, ma con la fantasia possiamo spaziare per orizzonti illimitati e questo devo ammettere che mi piace molto.
Un romanzo come Gomorra per esempio è fortemente ancorato alla realtà e per questo può avere il pregio e forse la pretesa di cambiarla o almeno di far aprire gli occhi su certe situazioni, per questo è molto apprezzabile oltre che di impatto sconvolgente per l’argomento trattato.
Ma anche nei romanzi di fantasia è proprio vero che non c’è realtà?
non credo affatto: chi scrive si ispira sempre ad essa, che si tratti di esperienze dirette o di altre persone non ha importanza, c’è la realtà in ogni storia raccontata.
La realtà che ci circonda è lo spunto iniziale, ciò che fa scattare la molla e ci fa scrivere perché ci colpisce in modo tale da volerlo raccontare e approfondire .
Molti miei racconti nascono dalla vita quotidiana, dagli incontri con persone che, per qualche motivo, mi colpiscono e fanno nascere in me una piccola storia da raccontare, spesso affinata dalla fantasia, in modo che il personaggio possa emergere dalla pagina scritta e centrare il punto che voglio andare a colpire.
Certo così è più facile, non bisogna documentarsi, non serve che la storia sia aderente alla realtà anzi è meglio che ci siano delle differenziazioni sostanziali perché è necessario tutelare la privacy propria o delle altre persone coinvolte, ma anche in questo caso noi facciamo i conti con la realtà forse la potremo cambiare o forse no, ma usiamo il solo mezzo che abbiamo: parlarne attraverso la scrittura.

sabato 7 giugno 2008

BRICIOLE D'ESTETICA



CONOSCERE UN'ANIMA
Francesca Falchieri, scoperta dalla scuola di scrittura Harriette Stanton Blatch

A cura di Vladimiro Zocca

Ho cominciato a conoscere una persona che frequento da qualche tempo; l’occasione mi è stata offerta dalla lettura e dalla presentazione in pubblico dell’ultimo libro di Francesca Falchieri “La Petite Mort”, diario di un’anoressia dominata, appena pubblicato da Giraldi Editore.
Ho conosciuto Francesca nel salotto di Patrizia e devo confessare che, pur avvertendo dentro di me un fondo non espresso di simpatia per questa ragazza magra, bionda, dagli occhi azzurri e dall’aria vagamente trasognata, tuttavia la comunicazione tra noi scorreva frammentata, sulla brillante superficie di indefiniti riferimenti letterari.
Forse era la naturale riservatezza di Francesca, forse era la mia preoccupazione di non essere fastidiosamente curioso nei confronti della sua persona, fatto sta che è come se una barriera retorica di parole si frapponesse tra noi, ad ostacolare una comunicazione più profonda. Ci conoscevamo, infatti, attraverso citazioni di scrittori, di filosofi e di poeti e di ovvie valutazioni sulle loro opere.
Poi Francesca mi ha donato il suo ultimo lavoro, chiedendomi, con quella particolare dolcezza tutta sua, di presentarlo in pubblico insieme a Patrizia, che aveva creduto subito alle sue qualità di scrittrice.
Lette le prime pagine del suo bellissimo diario romanzato, mi sono svegliato dal mio sonno retorico; ho capito presto che ciò che mi impediva di dialogare con l’anima di Francesca era l’elemento volatile delle poche parole parlate che intercorrevano tra di noi.
Solo le parole scritte, concatenate nel loro esprimere pensieri ed emozioni di un corpo che sente e che vive nella sua sofferenza e, anche, in momenti di gioia, potevano farmi avvertire la complessità e la complicanza di un’anima occultata da un’esistenza difficile.
Era mio destino il partire da una felice superficialità stilistica che mi richiamava momenti piacevoli alle origini della mia formazione culturale per intraprendere questo emozionante percorso di conoscenza.
Infatti, fin dalle prime righe di lettura, vengo colpito dallo stile secco, ma scorrevole, analitico ma elegante di Francesca; mi viene in mente un modo di scrivere che avevo incontrato nei miei primi anni di università e che avevo amato per la sua meravigliosa superficialità nel descrivere cose, oggetti e personaggi.
Mi riferisco all’ école du regard del nouveau roman francese, fiorita negli anni ’50: scrittori di qualità come Alain Robbe-Grillet, Natalie Sarraute e Michel Butor, attraverso la loro ricerca sperimentale, avevano aperto alla narrazione momenti di fredda descrizione oggettiva della realtà in connessione con l’alienazione indotta dalla società dei consumi.
Il riferimento letterario mi viene confermato ad un certo punto della lettura, quando Francesca cita espressamente Robbe-Grillet.
Devo precisare che la cosiddetta letteratura psichiatrica è addirittura congestionata da diari di donne anoressiche che valgono solamente per il loro contenuto di testimonianza della malattia.
Ora, non è escluso che il diario di Francesca possa essere oggetto di interesse medico, ma la differenza fondamentale è costituita dal fatto che “La Petite Mort” è il parto letterario di una scrittrice che, a mio giudizio, è molto scrittrice con grandi prospettive di successo.
In questo caso, la malattia, trasferita in un ambito letterario, assume la figura di vera e propria breccia dell’essere dalla quale la nostra scrittrice fa passare brani della sua esperienza di vita, articolata nell’equilibrio della creazione artista.
Senza dimenticare l’avvertenza che già Freud aveva fatto, seconda la quale la nevrosi non fa l’artista, ma può offrire un canale di espressione a chi è un vero scrittore.
Allora, il romanzo di Francesca ci fa ripercorrere il viaggio di parole di un’anima, attraverso la malattia, come uno spirito in fuga dal proprio corpo, ma alla ricerca di un corpo altro, nel quale l’essere possa avere la consapevolezza della propria carne.
E’ un singolare viaggio di formazione che ripete, in un clima di contemporaneità il gran tour degli ultimi illuministi o dei primi romantici, con l’obiettivo di raggiungere una rigenerazione realistica dopo l’utopia della malattia, che si concretizza in un bildunsgroman del tempo nostro in compagnia con una delle malattie del secolo.
Viaggio come esilio, dunque, ma con il problema, tipicamente classico, del ritorno, del nostos greco, verso una patria riappacificata di donne e di uomini, che non vogliano più ferire l’anima.
Ma anche viaggiare come “errare”, verbo che ha la stessa radice di “errore”.
A questo proposito ricordo che i tedeschi hanno due termini per definire l’esperienza: uno è erfarung, che significa appunto, viaggio errabondo, inteso anche come errore, l’altro è einfuhlung, viaggio come esperienza empatica con il proprio corpo vivo e con quello dell’altro, consustanziato, per così dire, di spirito.
Questa è la caratteristica bipolare dell’esistenza “transeunte” narrataci da Francesca, attraverso lo strumento in bianco e nero della scrittura, che è il colore evocativo di quel cinema esistenzialista all’Alain René, tanto amato dalla scrittrice, nella quale la magia delle parole prende il posto delle cose.
Una scrittura che permette la discesa nella sua dolente psiche oscura: “Il dolore deve essere tradotto in parole affinché lo si possa superare”, afferma la scrittrice.
Allora, in una sorta di filologia incantata e incantatrice, le parole perdono il corpo delle cose e scorrono liquide, seppure ritmate da cascatelle, da ristagni e da impetuose accelerazioni di corrente, componendo una scrittura a volte paratattica, ma che non perde mai il piacere del ritmo.
E’ un subconscio liquido quello di Francesca, che si porta con sé la nostalgia per il liquido amniotico del ventre materno; una nostalgia amara, memore dell’originario conflitto materno.
Scorrendo come acqua, ci conduce in compagnia della sua anima attraverso l’Europa, per paesi italiani e francofoni, dove è sempre presente l’acqua: un fiume, un lago, il mare; la stessa Francesca ama, spesso, citare la comune radice delle parole francesi, per indicare il mare, la mer, e per designare la madre, la mère, ambedue femminili: “L’acqua che bagna il più profondo della mia interiorità”.
Una poetica dell’acqua, la chiamerebbe Bachelard, nella quale una scrittura dalla diretta carica simbolica si si sovrappone ai sensi del corpo.
Poetica di una prosa capace di rendere il viaggio della nostra scrittrice molto affascinante, perché i paesi descritti con pochi ed efficaci tratti pittorici, nella loro realtà presente di teatro di un’azione inevitabile, assumono la configurazione di una cartografia dell’anima in cerca di segni e di tracce dell’essere.
Ma il mistero della scrittura lascia trasparire una realtà di amore e di desiderio celato nel corpo nascosto dall’anima.
L’ amore reale per il professore B, Giovanni, reso spirituale dall’assenza della carne e, alla fine, l’amore incoffessato e inconfessabile per il proprio corpo.
Francesca, anche se fugge da lui, non è come i grandi romantici che, in fondo, non conoscevano il proprio corpo e avevano posto le premesse per il trionfo della sublimazione dei sentimenti nell’esaltazione del sentimento oltre i confini dell’essere.
No, legata al realismo della percezione, appreso dall’empirismo inglese del Settecento, è lucidamente consapevole della consistenza del desiderio; soltanto che in lei il desiderio, come accade, spesso, alle donne anoressiche, secondo l’interpretazione di Lacan, è sempre legato a una mancanza, a un’assenza,
Allora, Francesca, nutrita da troppo amore materno, rifiuta, gioca con il suo rifiuto come con un desiderio e desidera appropriarsi del suo oggetto d’amore, ma sotto la sua forma più spoglia, più scarnificata, lontano dalla corpo che non comprende la sua anima: è una donna divisa in due, dechiréè, fatta a brani.
Il nulla di questa mancanza non è sterilità, genera, anzi creazione artistica, non con le cose, ma con la scrittura delle parole, che ha il sortilegio di superarne la opacità, abbandonando il corpo anatomico, il korper , per raggiungere il corpo proprio, il Leib del pensiero fenomenologico husserliano, nel quale anima e carne sono un tutto organico.
Francesca è alla ricerca di questa integrazione vitale del corpo, del quale non perde mai l’orizzonte, usando con maestria il potere del verbum, della parola, perché crede con Lacan che l’inconscio umano sia strutturato come un linguaggio.
Il linguaggio che crea la realtà ha il potere, con un semplice cambio di denominazione, di trasformare il coma, patito realmente da Francesca, nel tentativo di darsi una morte senza fine, a causa dell’amore irraggiungibile per Giovanni, il suo professore, in petite mort, che nel gergo dei Francesi, significa l’orgasmo sessuale.
Piccola morte ovvero il tempo circolare dell’eterno ritorno: toccare il nulla senza morire definitivamente, scendere agli Inferi e risorgere con l’anima fatta di corpo o con il corpo fatto di anima.

venerdì 6 giugno 2008

Abbracciamoci e continuiamo a scrivere


Una serata a casa di amiche. Tre, più una quarta in attesa di partire. Verso un sentimento, forse. Sulle ali dell'incoscienza, anche. La guardiamo scegliere i vestiti, dispensiamo consigli e colori. Via la collana di perle, meglio il pantalone e la maglietta rosa, il completo da gnocca si indossa il giorno dopo. Ma gli abiti non sono nulla, è il suo sorriso che riempie. La stanza, ogni dubbio e me.

Così, con la stessa dolcezza, guardo il nostro blog. E' passato un anno, oggi le candeline, da quando è stato aperto. Ilenia ed io andremo a festeggiare: aperitivo. Vi ringrazio per il lavoro che avete svolto, l'impegno, la cura. E per esserci ancora, dopo un anno. Non è che accade sempre una tale sintonia. Davvero vi devo tanto. Grazie a tutti quelli che sono passati di qua, grazie agli uomini che scrivono su Rosa Stanton, grazie allo staff di Rosa Stanton, ad Ilenia, all'ufficio stampa, a Fabio per averlo disegnato, a tutti i collaboratori, grazie a chi ci sta leggendo.

Vi abbraccio tutti e per tutta la vita

Patrizia Finucci Gallo

mercoledì 4 giugno 2008

Archi.D.Arte

Qualcosa è cambiato
a cura di Margherita Matera



Guardando quest’immagine mi sono chiesta come camminerebbe Melvin (Jack Nicholson), il quale in “Qualcosa è cambiato" (1997), aveva la fissazione di mettere il piede sempre su una superficie definita. Una mattonella. Una pietra. Le strisce pedonali.
E qui?
In questo assurdo spazio maculato?
Come procederebbe?
Il Design è, a volte, così sorprendente, da disorientare.
Questo potrebbe essere un iperspazio, ha mille profondità eppure sempre due dimensioni soltanto, perché, a pensarci bene, è un puntinismo talmente uniforme che non importa avercelo su una parete o una poltrona. Se ci si allontana è solo un foglio bianco macchiato di colori. Si confondono le proporzioni e se ne creano di nuove.

È un sentimento. Non ha un verso. Non ha un’unica dimensione. È diviso. Unito. Puntinato. Intero. È un métàspazio. È confusione.
Ci si può mettere a sedere e sentirsi addosso i colori.
Ci si può immergere.

martedì 3 giugno 2008

NON HO L'ETA'



L’UOVO

Gioiello di semplicità
Piccolo – Perfetto - Puro


A cura di Chiara Cappellato

E’ una loro festa.
Nonne-uova-tradizioni-memorie.
Perchè le invidio mentre ascolto? Racconti: verità come fiabe senza tempo.
Il dialetto è armonia, esprime le nostre radici e mi riaccompagna bambina mano nella loro mano dal fruttivendolo sulla via. Mogli con bigodini, pagnotte consegnate a casa e pagate alla fine del mese, tempi di semplicità.
Provate a fare silenzio attorno a voi, depuratevi da noia, fretta, ansia e ritroverete uguali ricordi. L’Italia degli anni ‘60 e ’70, un po’ingenua, ricca di umanità.
Palmira, corpulenta capo squadra, ha diffidato di caritatevoli inviti di figli per domenica.
Nessuna dovrà mancare. Nessuna…ovvero il gruppetto delle chiassose quasi novantenni amiche di mia nonna Marcella. Ritrovo al circolo della tombola alle ore 15.00.
50 le uova sode da cuocere. Il vinello nella damigiana.
Palmira ha premiato poche fidate – la competizione non ha età – con il compito della Torta Margherita: quella veneta, campagnola, spumosa e imbiancata di zucchero a velo, che a mangiarla ci si ingozza e gli uomini affogano nel moscato.
Maria racconta del dopoguerra, quando le famiglie numerose si prestavano zucchero e farina affinché ogni focolare potesse covare questa dolcezza tra le sue braci.
Ore 16.30 lo stop: da parte cartelle e fagioli.
E’ la loro festa.
Nell’aria un’adolescenziale trepidazione. Parlano concitate, sono ragazzine con la camicetta più carina e si scambiano insoliti complimenti.
Il piacere di ritrovare la tradizione. Ancora una volta. Memoria collettiva.
Le uova…archetipo simbolo del mistero della vita, sacralità per ogni cultura.
Dal paganesimo - cielo e terra pensati come metà dello stesso uovo - ai greci, cinesi, persiani, paesi scandinavi e del Mediterraneo, alla religione cristiana, l’uovo è dono, testimonianza di rinascita, augurio.
Andate ad accarezzarlo, forza, aprite il frigorifero! Liscia perfezione sul palmo della mano.
Le uova… fragile moneta barattata con burro per non privare i piccoli di una torta per rare occasioni. Anni di dignitosa povertà.
Le uova…povera merce di scambio al mercato, troppo preziosa per mangiarla.
E’ la loro festa.
Qui, oggi come un tempo, percepisco la condivisione nel significato più intimo e contadino.
Un ristoro sbucciando in compagnia, un pizzico di sale e un sorriso a bocca piena con pane biscotto sul tovagliolo.
Si uniscono gli uomini della briscola, il vino spumeggia a suon di mazurca e Amalia si alza ancheggiando. Così le nostre nonne ci hanno insegnato a festeggiare:gratitudine e antica complicità.
Vi do un suggerimento: regalatevi una scampagnata. Cesti in vimini, uova sode, frutta di stagione, pane casereccio, salumi e formaggi delle vostre terre. Niente pizzette, bibite gassate e untuose patatine. E’ una questione di antichi sapori, di filosofia di vita, di memorie nella riscoperta delle vostre radici, magari ricordando tutte le anziane figure femminili - nonne, zie, vicine di casa – di quando eravamo bambine.


lunedì 2 giugno 2008

La petite mort di Francesca Falchieri


Domani 03 giugno alle ore 18,30 presso la Galleria 18, Via San Felice 18, presenterò il libro di Francesca Falchieri dal titolo "La petite mort". Francesca è stata una mia allieva ed è con grande soddisfazione che illustrerò, al suo fianco, il tema complesso e difficile dell'anoressia. Avervi tutte con me sarebbe bellissimo.

In ogni caso se volete scrivere a Francesca il suo blog è: www.francescafalchieri.blogspot.com

domenica 1 giugno 2008

Psychè

“I pezzi” di Monica e lo smarrimento Femminile
A cura di Susana Liberatore

Avevo programmato postare un testo sulla differenza, ma quando ho aperto il blog ieri, mi sono trovata con un pezzo delizioso postato per Monica il 27 Maggio chiamato: ”Io sono un puzzle, se perdi i pezzi hai perso”.
Vorrei prima ringraziare lei ed anche tutti e tutte i/le participanti/e del blog, perchè la scrittura riesce ad esprimere un’ esperianza della vita stessa che diffícilmente si può spiegare con la teoria.
In poche parole, Monica riesce a fare vedere il tentativo “sfortunato” dell´amore per diventare UNO. L´ impossibilitá d´ amare ed anche di non farlo. L´ impossibilità nominativa delle parole che attraverso un elenco non casuale mette in gioco la relazione, il legame, la ricerca della “verità” nel senso dell´ autenticità, e il fallimento, oppure lo smarrimento femminile per sostenersi attraverso l´identificazione, o attraverso l´unità che illusoriamnte puó offrire l´amore e le parole!.
Ringrazio anche i commenti, ed invito chi non li ha letti, a farlo!. É una opportunità fantastica per riuscire a sollevare e toccare per un istante la incorporità delle donne (oppure della Donna, Una x Una).
E vorrei finire sottolineando le parole dell´auttrice: “Non sono IO che perdo pezzi é qualcuno che si perde i miei pezzi”. Cioé, non é la perdita di qualcosa conosciuta, é la sensazione di qualcosa non finita, non limitata, che un Altro si perde.


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