mercoledì 30 aprile 2008

TEA TIME



La chimera di Sebastiano Vassalli, Einaudi tascabili
a cura di Maria Luisa Pozzi

Chi mi aiuta ad interpretare il titolo? Perché “La chimera”?
Un sogno irrealizzabile, privo di qualsiasi rapporto con la realtà?
Oppure l’orrendo mostro della mitologia greco– romana con la testa e il corpo di leone, una seconda testa di capra sulla schiena e la coda di serpente?

La storia è ambientata all’inizio del 1600 a Novara, allora dominio degli spagnoli. Nascono molti bambini illegittimi, in questo periodo, come spesso accade durante le dominazioni straniere.
A quei tempi, i neonati venivano abbandonati sulla grande ruota in legno situata all’ingresso della Casa di Carità di Novara. Anche Atonia, la protagonista, è un’”esposta”.

A sei anni viene adottata da una famiglia contadina di Zardino e cresce bellissima e indipendente. Attira ben presto l’attenzione degli uomini e le ire del prete, il fanatico Don Terenzio, che la proibisce l’ingresso in chiesa per aver avere osato danzare con un soldato tedesco. Poi la denuncia per stregoneria, “in quanto questa Atonia incita i villani a trasgredire alla legge del Signore , ed ai suoi comandamenti e alle sue decime.” Gli atti del processo registrano che, quando Don Terenzio minacciava l’Inferno, Antonia rispondeva che “Paradiso e Inferno sono quaggiù in terra e che, oltre la morte non c’è niente ‘un gnente grande come il cielo, et in quel gnente le favole dei preti’.
Antonia viene arrestata e torturata, impazzita di dolore urla, piange , implora i carnefici, maledice l’Inquisitore; “ma nelle risposte che poi diede , e che il cancelliere trascrisse, la sua rabbia e disperazione diventano eroismo, volontà di vincere gli aguzzini nell’unico modo possibile, cioè dimostrandosi più forte di loro.”
Viene condannata al rogo. Le affermazioni eretiche della “strega”, disse l’Inquisitore, si riferivano a tre argomenti. “Il primo era l’inutilità dei preti, parassiti delle campagne e del mondo intero; il secondo era la natura soltanto simbolica del Cristo (‘ce ne sono stati tanti Gesus Cristi’)”; il terzo era l’origine del peccato originale. Dice Antonia, “la prima colpa è la bugia dei preti. Dicono che sanno ciò che non sanno; danno nome a ciò che non ha nome. Quello è il primo peccato. Il resto seguita.”
Antonia viene arsa sul rogo a venti anni, per la sua bellezza, ritenuta satanica, per il suo spirito indipendente e per avere osato pensare autonomamente.

Una storia dolorosa ma bellissima, scritta in una prosa splendida.
Ma perché “La chimera”? Sappiatemi dire.

Un abbraccio a tutte e tutti.
Maria Luisa

martedì 29 aprile 2008

EstremaMente




Intervista a Linda Cottino
a cura di Antonella Passoni


Linda Cottino è il direttore responsabile della rivista Alp ed è l’unica donna in Europa a dirigere un Magazine di verticale. Quando l’ho cercata, ha risposto subito, con una disponibilità immediata, creando un feeling schietto, sincero.
A Linda chiedo come è nato il suo percorso, come riesce a coniugare montagna e lavoro. Chiedo anche quali sono, secondo lei, le problematiche dell’alpinismo femminile e che sviluppi ci saranno nei tempi a venire. Risponde raccontandosi, con una modestia a volte disarmante.

"Vivo e lavoro a Torino, dove sono nata, benché abbia trascorso in Francia e in Germania alcuni periodi di studio e professionali. Con una laurea in storia moderna, mi sono formata come giornalista nel settore sociale, collaborando alla nascita della prima agenzia di stampa specializzata sui problemi dell’emarginazione, inventata dal Gruppo Abele di don Luigi Ciotti a Torino negli anni 80. In seguito, per una lunga parentesi, mi sono dedicata all’editoria, occupandomi di traduzioni, editing e correzione di bozze per Einaudi, Utet, Bollati Boringhieri, Loescher, Tea.
Finché, inaspettata, è giunta la proposta del mensile Alp, alla ricerca di un caporedattore "che ne capisse di montagna". Così, nel 1998 è cominciata questa mia avventura al giornale, del quale nel 2002 ho preso la direzione.
Nel frattempo, nella collana dei Licheni di Cda&Vivalda, ho pubblicato "Qui Elja mi sentite?", un libro (segnalato al Premio Itas) dedicato alla tragedia delle otto alpiniste sovietiche morte in una bufera d’alta quota sul Pik Lenin nel 1974.
La mia passione per la montagna risale alla prima infanzia, quando mio padre mi portava a camminare sulle montagne cuneesi con gli amici ex partigiani, suoi "fratelli maggiori": Nuto Revelli, Alberto Bianco, Faustino Dalmazzo, Giorgio Agosti ecc. Contemporaneamente imparavo a sciare (il caso ha voluto che mio maestro sulle piste di Limone Piemonte fosse il forte alpinista Guido Machetto), e poi è venuto il tempo dell’alpinismo e dell’arrampicata.
Oggi tento di coniugare passione e lavoro, nella vertigine di una mescolanza talora complessa da districare ma sempre entusiasmante".

Linda svolge molte cose. Dieci ore di lavoro in redazioni e tantissimi viaggi ed interviste. Ultima è stata fatta a Reinold Messner, che compare nel numero di Alp di questo mese. Riesce a scrivere libri e la sera dopo il lavoro, trova anche il tempo per arrampicare. Parliamo a lungo dell’alpinismo femminile e l’intervista lentamente si trasforma in un dialogo interiore, solidale. Linda ad un certo punto con una leggera tristezza dice :

"Se le donne dicessero qualcosa, se entrassero in un rapporto dialettico col maschile, nascerebbe qualcosa di più interessante. Un approccio nuovo messo a disposizione di tutti, un espressione creativa non solo nel salire una montagna ma anche nel sociale."

"Secondo te l’alpinismo rispecchia la società?"

"Ormai non ci sono più grandi differenze tra le performance maschili e femminili, le donne hanno raggiunto gli stessi gradi degli uomini ma ,mantengono ed esprimono un approccio diverso. Le cordate femminili sono molte. Le donne sono uscite dalle riserve indiane nelle quali hanno vissuto per anni, non ricalcano più stereotipi mascolini ed ora si propongono al femminile. Diversamente dal luogo comune che ci vuole eterne rivali, noi donne non soffriamo se non riusciamo a fare un passaggio e volentieri lasciamo il passo alla compagna di cordata. - Io non riesco, prova tu - Tutto è vissuto con molta naturalezza, semplicità e senza rivalità. Su un piano di parità di identità, non sul sono più forte o più debole".

Lo psicoanalista e filosofo Lacan provocatoriamente negli anni settanta disse: "Donne, diteci voi chi siete e cosa volete" sottolineando l’assenza di "parola" della donna.

"Se le donne si esprimono poco e male è perché il terreno di gioco è maschile ed è l’unico che c’è dato. Dobbiamo sempre misurarci in ambiti che non ci sono consoni, dentro a schemi di gara e di competizione che non ci appartengono :le prove speed, le gare di velocità, i concatenamenti mozzafiato, tutte specialità e discipline estremizzate. Le donne, fanno uscire nel loro approccio all’arrampicata, alla vita, qualcosa di più complesso, sfaccettato, multicolore anche se spesso contraddittorio e complesso. Qualcosa di non schematizzabile.
La donna quindi è costretta ad esprimersi attraverso un "linguaggio alpinistico" che non le appartiene. Vedi una soluzione ,una via d’uscita?

"Sinceramente no ,ho parlato a lungo di quest’aspetto anche con Nives Meroi e non siamo riuscite a vedere una soluzione tangibile immediata. L’unica mediazione tra i mondi del maschile e femminile è il non appiattirsi sull’uno piuttosto che sull’altro, perché è nell’unione di queste due forze che nasce un evoluzione. Purtroppo c’è da affermare che all’uomo questo interessa relativamente e che finché da parte sua non ci sarà ascolto non avverrà nessuna trasformazione."

Concludo quest’intervista con una considerazione molto semplice. Il giorno che l’uomo darà il passo alla donna, indifferentemente se in parete o sugli sci, senza sentirsi oltraggiato nella sua identità e il giorno che la donna non si farà sedurre dal sistema predominante maschile e trasmetterà il suo proprio codice vitale, fondato non sulla prevaricazione, ma sul delicato intersecarsi di energie, avverrà il cambiamento.
In montagna, come nella vita.

sabato 26 aprile 2008

4BIT@BAR


Intervista ad Alberto Ardizzone
A cura di Roberto Scano
Questa volta entriamo a scuola, ed incontriamo Alberto Ardizzone uno dei "paladini del Web accessibile" nelle scuole. Grazie al suo entusiasmo ha trascinato in questa battaglia oltre 150 scuole lombarde, divenendo un esempio di diffusione della cultura verso l'accessibilità "a costo zero".

Caro Alberto, innanzitutto complimenti per l'ottimo lavoro che stai coordinando per quanto riguarda l'accessibilità. Puoi spiegarci cos'è "Porte Aperte sul Web" ?
Porte aperte sul web nasce nel 2003 come progetto dell’Ufficio Scolastico per la Lombardia con l’obiettivo di contribuire all’abbattimento delle barriere all’accesso all’informazione veicolata dai siti web delle scuole. In altri termini, fare in modo che la comunicazione web arrivi a tutte le persone, compresi i disabili.
Nasce come progetto pilota che coinvolge una quarantina di webmaster scolastici e pian piano si allarga, soprattutto grazie alla mailing list dove tanti docenti si confrontano tra di loro e con alcuni esperti di accessibilità. Quello che mi piace della mailing list è proprio l’aria che si respira: tu non sai una cosa e la chiedi sapendo che c’è qualcuno che prima o poi ti risponde, qualcuno che ti rimanda altri dubbi, qualcuno che magari fraintende, qualcuno che invece ascolta in silenzio senza che nessuno gli chieda perché non parla.
Ora Porte aperte sul web è una comunità di pratica; mi piace chiamarla così per sottolinearne l’aspetto di ambiente a disposizione, dove la ricerca, la collaborazione e la libera diffusione di idee, materiali e dubbi sono elementi costruttivi del “pensare accessibile”. Senza barriere, ma anche senza preclusioni nei confronti di chi percorre strade o abita territori diversi dai nostri.
L'idea di rendere accessibili i siti delle scuole - soprattutto a costo zero per il cittadino - è fantastica, anche perché aiuta a diffondere la cultura dell'accessibilità anche tra i ragazzi. Ci racconti qualche aneddoto su questa esperienza?
Sai, gli aneddoti, se così vogliamo chiamarli, sono forse più legati alla difficoltà di cogliere il significato della parola “accessibilità” contestualizzandola in campo informatico. Tanti studenti, docenti, anche accademici, spesso utilizzano la frase “il sito è accessibile” pensando alla sua reperibilità nel web. Tu chiedi “dimmi quanto il tuo sito è accessibile” e loro dicono “è del tutto accessibile: se digiti l’indirizzo corretto, lo vedi”. Questo, però, potrebbe insegnarci due cose: non dare nulla per scontato quando parliamo e cercare di essere un po’ più accessibili noi, in modo che chi non capisce non si stanchi di chiedere. Insomma, oltre l’accessibilità web, l’accessibilità della persona.
So che tra le tue passioni vi sono le fotografie e il gioco delle bocce. Qual è la foto più bella che hai fatto? E la tua preferita?
Difficile distinguere. Premesso che mi limito a dilettarmi nel mio (poco) tempo libero e che quindi non sono affatto un professionista, le foto che più mi piacciono sono quelle che mi sembrano raccontare qualcosa di più oltre all’immagine scattata. Da superdilettante, quindi, mi butto più sull’emozione che sulla qualità: così mi salvo e nessuno può dire nulla….
Allora, te ne linko un paio: “le ultime luci della sera” e “sono diverso e sono meglio”.
Quali progetti hai per il futuro?
Lavorare in modo da allargare la sensibilità al tema accessibilità agli studenti, alla didattica ed agli uffici scolastici ed operare affinché il binomio scuola-web possa svilupparsi sempre di più attraverso modalità di lavoro collaborativo. Mi sembra una premessa indispensabile anche per progettare qualcosa di sensato.
Passando invece alla sfera personale, i progetti assumono più i contorni del sogno: allora, direi una pausa, una vacanza dove riprendersi territori purtroppo sempre meno frequentati: la lentezza, un bel libro, un tempo e un luogo per pensare.

giovedì 24 aprile 2008

Archi.D.Arte

Trasloco di idee
a cura di Margherita Matera



Ieri ho riletto uno dei primi post che ho scritto e così ho deciso di traslocare la Torre Eiffel. Di impacchettare Parigi (il mio secondo post) e tutti i pensieri ed essa legati. Di sorpassare gran parte delle idee che ho in questo momento.



Il mio, che potrebbe sembrare un pensiero futurista, in realtà è solo un paradosso dettato dall’immagine di questa statua, a Monaco di Baviera, che pare camminare a passo svelto.
Ho pensato di essere quella statua.Ho pensato a quanto sia veloce, a quanto superi con movimenti rapidi la foto. A quanto segni.
Eppure è ferma.
Eppure è lì, marmorea.
Marmorea anch’io, forse per la pesantezza di certi pensieri, ho capito che occorre farmi più leggera, occorre traslocarne alcuni, occorre superarmi. Bisogna che mi re-inventi statua veloce. Bisogna che investa sulla mia posizione.
L’Architettura, l’immagine architettonica, nella quale si confondono sculture, fontane, lampioni…, è quello che fa ogni giorno: si ridisegna. Si muove, anche se noi non ce ne accorgiamo. Corre. È un’ottima trasformista, ma al contempo dà la sicurezza di esserci. Di essere lì. Di trovarla.
Forse il mio è un eccesso di relativismo mattutino.
O forse è solo un modo per auto-propormi un cambiamento

mercoledì 23 aprile 2008

Marilyn


Grasso è bello?
di Fabio Cicolani

La nuova frontiera di idealizzazione del nuovo cinema non è lo star system o lo studio system, è l'aspetto fisico, quello che più di superfluo può esistere nel mondo. Il grasso.
Schiere di film lo ridicolizzano, lo idolatrano, lo condannano o lo accettano. Mai come oggi la fama è una questione di peso.


Chi di voi ha visto "Hairspray" avrà notato le insolite vesti di John Travolta maggiorato, ma non è quello il fulcro del film. La morale che da secoli ci viene propinata è di stampo squisitamente hollywoodiano: "non importa quanto sei diverso, puoi riuscire in tutto" in altre parole: sei speciale comunque.
Per non parlare di Renee Zellweger che medita di ri-ingrassare per Bridget Jones 3 anche contro il volere dei medici, della "Ugly Betty" televisiva che sta spopolando in America, Ferrera, s'intende.
Mentre negli USA si moltiplicano le commedie con protagoniste belle e in carne, in Italia il peso è ancora taboo. E voi? Cosa ne pensate? I sogni, sono desideri? O i sogni sono calorie?


RAMPA DI LANCIO


SCRIVERE SUI BLOG
A cura di Lù Mancini

Cari lettori
Vi segnalo il seguente concorso letterario in scadenza il 30 aprile

http://www.club.it/concorsi/bandi/yourcenar.html


Oggi voglio parlare della scrittura sui “blog “
Che cos’è il blog ? Bè voi lo sapete già perchè siete qui, ma volevo parlarne in particolare quando esso diventa un diario on line dove ciascuno può scrivere i propri pensieri, storie, emozioni ed è bello anche poter interagire con altre persone attraverso i commenti . Il blog risponde ad un desiderio profondo di scrivere, di parlare di noi, di esprimere se stessi attraverso un sistema di comunicazione diverso “ il Web”ormai entrato prepotentemente nella nostra vita quotidiana.

Fino ad un anno fa non sapevo neanche cosa fosse un Blog poi dopo averne visionato alcuni ne ho aperto uno mio.
La mia esperienza mi ha fatto apprezzare sempre di più questa forma di scrittura che pur non essendo un genere letterario diviene uno strumento versatile e interattivo di comunicazione con se stessi e con gli altri (chiunque voglia leggervi). Ognuno può scrivere quello che vuole: una poesia, un pensiero, uno stato d’animo, un’emozione, una foto, un sogno. Per ciascuno di noi il blog può essere quello che si vuole senza troppe motivazioni. Può essere una parte di noi, quella più intima, o più segreta o più comunicativa, decidiamo noi. Attraverso il blog ho cambiato la mia scrittura, scelgo di esprimermi in un modo o nell’altro, di raccontare il bello o il brutto delle mie giornate, o semplicemente riflessioni e pensieri e posso interagire con chi vorrà farlo.
Scrivere racconti o romanzi è certo qualcosa di diverso, tuttavia la scrittura sul blog diviene un esercizio quotidiano che mantiene viva la passione per la scrittura ed aiuta ed a capire l’impatto delle proprie parole sugli altri; il blog è un luogo dove pensare e riflettere, in cui parlare soprattutto con se stessi, dove solitudine e socialità si incontrano, potendo scrivere riflessioni personali, e interagire con il mondo esterno se vogliamo protetti dall’anonimato (di solito si appare con un nick name o uno pseudonimo o quello che ci identifica maggiormente ), chi vuole può commentare e interagire con noi e restare a sua volta anonimo.
Non so se questo mio articolo ha suscitato la vostra curiosità e il vostro interesse per aprire un blog, se vi piace l’idea però provateci, se non lo avete già fatto.




lunedì 21 aprile 2008

VIAGGIO DI PENSIERI


A cura di Maria Cristina Campagna

La stagione è quella che è. Quest’anno più altalenante del solito, (così mi pare) e ne seguiamo le onde, i ritmi. Ma è proprio vero che il nostro corpo, la nostra mente, le nostre emozioni, il nostro umore è influenzato dalla meteorologia? Se c’è il sole siamo allegri e se piove tristi, gli sbalzi di temperatura danno sbalzi al nostro equilibrio, se è umido le ossa si lamentano e se c’è nebbia non ne parliamo! O dipende forse da ciò che amiamo di più? Adoro il caldo e quindi il sole è ciò che aspettocon ansia, la neve mi rilassa e attendo giornate fredde per respirare aria pura, io non disdegno neppure la nebbia, un manto soffice di nulla, che assopisce e rallenta le visioni. La natura influisce su tutte le cose e chi ha un briciolo di sensibilità lo percepisce, soprattutto in questo mese e credo che il tutto unito alla nostra visione delle cose ci faccia vivere la giornata così come noi la vediamo.

sabato 19 aprile 2008

NON HO L'ETA'


OMAGGIO A UNA DALIA AUTUNNALE

Un dono all’Amore. Un dono dell’Amore.


A cura di Chiara Cappellato

Ho conosciuto Daria P.B., poetessa trentina, ottantenne.
Anima umile, studi di base.
Esistenza semplice. Coraggio, tra fatiche e sfide quotidiane; quelle di tutte le donne, come noi.
Definita “Poetessa dell’Amore”, nel lungo cammino ha composto liriche struggenti.
Sensibilità esasperata: un peccato non voluto, ma accolto.
Condannata a vivere inseguendo l’Amore, mai compiuto, come fosse sempre da afferrare facendo attenzione alle spine. Dolore subdolo che taglia, distrugge estasi, vanifica sogni.
Eppure magia nel linguaggio, arma suprema che scaturisce dalla Natura.
Giovane e poi matura vestale all’altare dell’Amore carnale e sensuale. Custode del suo fuoco, delirio dei sensi. Vittima sacrificale nel baratro a cui conduce colei che si vota al suo culto.
Oggi, anziana ancora indomita, curata nell’aspetto, appropriata nell’espressione.
Colpita dal Destino in ciò che possiede di più prezioso - e ha illuminato una salita di compromessi, critiche, rinunce -: la Parola.
A volte però l’Alzheimer concede tregua.
E i ricordi, riposante risorgiva nei giorni di pace, infiammano un cuore gonfio di Amore.
La penna arde febbricitante tra le mani e Lei ritorna a scrivere, sorridente e paga.
Daria patteggia con la Malattia versi che esprimono la sua ultima gioiosa vitalità.
Quanto segue, sono preziosi istanti di un Io destinato a sublimarsi.
A voi un delicato pensiero…che desidero poterle donare, al più presto.


“LO SAPEVO”

Sapevo di non essere primula di Marzo
né rosa di Maggio.
Mi credevo dalia d’autunno senza profumo
ma con tanto colore nella corolla.
Una Dalia che non si arrende alle brine
che concede fino alla prima neve
un sorriso di vita.
Legata alla siepe dalle foglie
macchiate dal tempo
respira l’alito del giorno
senza pretesa di festa nuziale.
Tu non l’hai vista quella dalia
color amore.
I fiori d’autunno non li conosci.
Sei attorniato da mazzi di tulipani
e tra le siepi dei lillà
respiri profumi d’Aprile.
Me lo hai fatto capire senza saperlo
ti è scappato il pensiero nel sorriso
Non ti accuso…non ti biasimo
è’ verità la tua parola
ma stasera…quella Dalia muore!
(2008)

“AUTUNNO D’AMORE”

Non c’è età per amare!
Il tempo di vivere è così pieno di incertezze
che perdere le ore dell’amore è un volersi male.
Autunno d’amore!
Fascino colorato di bellezze diverse
Da incapricciare la voglia di vita.
Da fermare nel tramonto l’entusiasmo dell’alba.
Da cogliere foglie profumate di nebbia
e…alle ultime rose…donare sorriso.
Autunno di vita!
Ricco raccolto nel campo del passato.
Canzoni che ricordano giovinezza
e voglia di pensare
a un’altra primavera.
Non si programma il futuro
si gode la giornata.
E’ bella la vita in autunno!
Sul calendario c’è scritto
in colore acceso
“Ottobre Divino”!
(2007)

giovedì 17 aprile 2008

Creatina pour Femme

Intervista a Valentina Cinelli
a cura di Katia Ceccarelli

Valentina Cinelli usa la fotografia per il suo lavoro ma anche come strumento di comunicazione.
E' una giovane creativa romana che sperimenta molto e si relaziona con la città e col mondo - urbi et orbi - usando abilmente gli strumenti del WEB e del networking (http://www.bastet.it/blog/).
A dimostrazione di come i blog possano essere un terreno di coltura fertile per aggregare persone con interessi in comune, l'iniziativa di Valentina sampietrino.it è un esempio di come si possa fare qualcosa di utile e creativo allo stesso tempo.

Cominciamo con una domanda che è un po' lo spettro di quelli della nostra generazione: Valentina, che lavoro fai?
Hai detto bene, questa domanda è un vero e proprio spettro! Ufficialmente sono un Art Director: dal '92 ho lavorato presso diverse agenzie di comunicazione a Roma fino a quando, tre anni fa, ho deciso di mettermi in proprio. Da quel momento mi sono occupata di comunicazione quasi a 360°, passando dalla grafica alla fotografia, dal web all'organizzazione di mostre ed eventi. Quindi ora mi è difficile dire esattamente che lavoro faccio, diciamo che mi occupo di comunicazione visiva...
Parlaci del tuo rapporto con la fotografia
La fotografia ce l'ho nel sangue da quando sono bambina, ma solo pochi anni fa ho iniziato a dedicarle molto più tempo.
La fotografia ha una doppia, anzi tripla valenza, per me: è una naturale evoluzione del mio lavoro, occupandomi di comunicazione non potevo non esplorare anche questo mezzo di espressione; è uno strumento per poter esprimere la mia creatività senza vincoli, soprattutto quando non è soggetta a “commesse”; è una sorta di terapia, che mi aiuta a conoscermi meglio, infatti il mio lavoro fotografico è fortemente legato al mio stato emotivo e riguardare i miei scatti è come vedermi riflessa allo specchio.

Sei una che sperimenta strumenti diversi nel suo lavoro?
Si tantissimo. Sono curiosissima di natura e non mi sto mai ferma.
Studio tutte le nuove tendenze e tutto ciò che stuzzica la mia curiosità, sia come sperimentazione grafica, con nuovi software (sono una geek) sia attraverso esperimenti fotografici utilizzando tecniche antiche. Il mio mantra è: “why not?”

Nel 2006 una tua foto è stata scelta per la copertina delle Pagine bianche - edizione Lazio, che effetto ti ha fatto entrare nelle case di tutti i tuoi concittadini?
Beh, è inutile dire che ero euforica ai massimi livelli.
E pensare che è nato tutto dal caso: un effetto sulla pellicola uscito per caso, il negativo ritrovato per caso, l'invio dell'immagine per partecipare l'ultimo giorno utile, nell'ultimo anno utile (dato che sono ormai over 35). Quando mi chiamarono per dare la notizia pensavo ad uno scherzo.
Diciamo che è stata una bella soddisfazione, anche perché è stata premiata la “sperimentazione”, come dicevamo prima.

Sei di Roma, che rapporto hai con la tua città?
Io amo la mia città profondamente. Ho avuto un padre romano “da sette generazioni” (come si usa dire) il quale mi ha insegnato a vedere la città sotto molteplici aspetti e sfaccettature. Roma non è solo una capitale, non c'è solo il traffico ma è una stratificazione di realtà sempre diverse, di convivenza fra tradizione popolare, cultura, evoluzione e multietnicità. Amo questo “mix improbabile”, anche se non nascondo che la preferisco nel cuore della notte o in piena estate, quando la presenza umana è rarefatta e sembra che le voci del passato possano finalmente uscir fuori e respirare.

Raccontaci un po' della questione dei sanpietrini...
La storia è lunga e, più o meno, è la prosecuzione di quello che ho raccontato prima.
Il mio interesse per i sampietrini è nato fra gioco e passione: nel 2005, lessi un articolo che parlava dell'estinzione del mestiere di “selciarolo” e scrissi un post sul mio blog personale con il mio pensiero. Molte persone lo commentarono, mostrando un profondo interesse alla questione: una parte di Roma che era destinata a scomparire per sempre e ciò li rattristava quanto me.
Da qui nacque l'idea di creare un sito tematico che raccogliesse testimonianze visive dei sampietrini, prima della loro definitiva scomparsa. Forte della mia precedente esperienza su siti “photo-collector” (http://www.cafexperiment.com/), la sera della notte bianca romana del 2005, esattamente il 17 settembre, misi on line http://www.sampietrino.it/.
Il successo fu immediato: iniziarono a scrivermi in tanti, sia pro che contro i sampietrini. Mi mandarono foto, curiosità, poesie, articoli di giornale e così il sito crebbe e diventò il punto d'incontro fra tutti coloro che si interessano alla questione dei sampietrini e la fonte principale di informazioni e rassegna stampa. E' inutile dire che io sono contro la rimozione dei sampietrini, ho avuto la fortuna e il privilegio di conoscere e parlare con tantissimi addetti ai lavori che mi hanno aperto gli occhi su tanti aspetti, i quali purtroppo vengono tenuti nascosti. Per questo, insieme all'Arc. Alfredo Donati (Agenzia per la Città) siamo riusciti a organizzare un convegno/mostra di fotografia per cercare di sensibilizzare l'opinione pubblica. L'evento polemico/culturale fu un successo. Peccato che gli interessi economici dietro siano troppo forti, e il nostro sforzo sia stato vanificato da tanti fattori.
http://www.sampietrino.it/it/attivita/2007/convegno_maggio07/index.php
Ma non voglio parlare di questa battaglia qui anche perché il sito cerca sempre di essere al di sopra della polemica, e delle strumentalizzazioni politiche. E' un posto “romantico” per chi ama la città, come me appunto.

A Milano diversi artisti cercano di opporre resistenza con progetti ed eventi alla riqualificazione/cementificazione del quartiere Isola. Secondo te vale la pena darsi tanto da fare?
Secondo me si... perché stare in silenzio?
Preferisco le persone che hanno qualcosa da dire e lo fanno con gli strumenti a loro più congeniali, che chi invece tace e si lamenta e non conclude niente. Anche se non si ottiene il risultato sperato, almeno ci si è divertiti e ci si è fatti sentire.

Preferisci lavorare da sola o ti trovi a tuo agio anche nelle collaborazioni?
Solitamente lavoro da sola, ma non disdegno anche collaborare con altri professionisti. Purtroppo sono diventata molto selettiva e se la collaborazione non ingrana subito preferisco riprendere a correre in solitaria.

Per concludere: secondo te oggi come oggi "che se deve fa pe' risultà"? [trad: per farsi notare, emergere]
Muoversi. Se stai fermo nessuno ti nota, se ti muovi, fai cose, vedi gente (cit.) prima o poi qualcuno ti vede ;)


Foto gentilmente concesse da Valentina Cinelli

mercoledì 16 aprile 2008

9 mesi e 1/2

BUON COMPLEANNO AL BLOG DI ROSA STANTON


...AUGURI A TUTTI NOI...


a cura di Ely

Eh sì!! Proprio così il 7 aprile il nostro blog ha compiuto il primo compleanno. Come non festeggiarlo...?

Cara Patrizia, Care Amiche, Cari Amici e Cari Lettori, ma vi rendete conto? E' già trascorso un anno e qualche giorno da quel "fatidico" 7 aprile.
Quanti articoli, quanti commenti, quante battute si sono susseguiti. Ce li ritroviamo lì come la prova della nostra presenza su questo blog. E, devo ammetterlo, fa un certo effetto, ma non solo per il blog in sè.
Rosa Stanton è solo una piccola particella delle nostre esistenze, perchè tanto altro, e a volte troppo, ci assorbe completamente.
Se dovessi fare un bilancio di quest'ultimo anno mi ci vorrebbe un altro anno per raccontarlo. Ma mi è piaciuto condividerne una parte anche con tutti voi. A volte è stato divertente, a volte un pò più serio. Spesso è stato formativo, un continuo confronto. A volte la ricerca di un buon articolo era l'ultimo dei miei pensieri, ma tutto sommato nè è valsa la pena. Mi basta scorrere il mouse sulle varie rubriche, sui vari post per rendermi conto di quanto ci sia di tutti noi, di pezzi della nostra vita, del nostro lavoro, dei nostri sogni.
Aprire la pagina e cogliere i vostri articoli, leggerli, commentarli, mi ha fatto compagnia in quei piccoli momenti di "evasione" dal tran tran quotidiano. Stampare le vostre parole per coglierne con calma il significato. Rispondere agli interventi di nuove persone, notare le diverse interpretazioni... insomma un piccolo mondo da esplorare e da far esplorare.

E per voi che cos'è stata quest'esperienza, cosa vi ha portato?

martedì 15 aprile 2008

IL SIGNOR IN GIALLO


Jack lo Squartatore
(seconda parte)
A cura di Lorenzo Bosi

Nel post precedente avevo lasciato in sospeso l’ultima ipotesi sulla vera identità del serial killer più famoso di tutti i tempi. E’ venuto ora il momento di svelare il mistero…
A dire il vero qualcuno di voi l’aveva già indovinato.
Ebbene sì, Jack lo Squartatore potrebbe essere stato UNA DONNA.
Le analisi del DNA nei resti della saliva di un francobollo che l’omicida inviò a Scotland Yard darebbero questo risultato.
Naturalmente, come ha spiegato Ian Findlay, il responsabile dell’equipe, la prova inconfutabile per dare un nome certo allo Squartatore non c’è. Anche se è stato possibile risalire al sesso dell’individuo, ancora non si conosce il vero responsabile dei cinque efferati omicidi che insanguinarono Londra nel 1888.
Lo studio del DNA a oltre un secolo dai fatti è stato reso possibile da un nuovo metodo messo a punto dall’Università di Brisbane e permette di amplificare le tracce del DNA residuo su vecchi documenti…
L’unica donna che avrebbe le carte in regola per assurgere al rango di KILLER PIU’ FAMOSO DI TUTTI I TEMPI è una certa MARY PARCEY
Qualche tempo dopo il quinto e ultimo delitto del mostro, uccise la moglie dell’amante con le stesse modalità…
Beh, forse è proprio vero che quando una donna si mette in testa di fare una cosa, spesso riesce a farla meglio di un uomo.
Un abbraccio e alla prossima puntata col giallo.
LB

domenica 13 aprile 2008

DI MAMMA (NON) CE N'E' UNA SOLA


Niente di più pratico di una buona teoria.
A cura di Anna Grazia Giannuzzi


Dunque, eravamo rimaste al punto in cui io cercavo di capire come si fa ad essere una buona madre. Quando mi guardai dentro per cercare la mamma che sarei potuta diventare mi accorsi che non c’era nessuno. Per troppo tempo non avevo fatto altro che dire: questo non lo farò, questo non mi piace, questo non ci penso proprio e quest’altro… ma siamo matti? Non avevo pensato a sostituire il vuoto lasciato da tutto quel ciarpame polveroso, che si era accumulato nel corso degli anni, riguardo quell’aspetto della mia vita sul quale erano tutti d’accordo che non c’era niente di cui parlare: mi sarei sposata e avrei avuto dei figli, come mia nonna, come mia madre, come mia sorella
. La “grande donna nuova” che volevo diventare cominciò ad urlare che per me nulla sarebbe stato COME quello di un altro. Io come gli altri non facevo proprio niente, niente ma niente e che sicuramente c’era un modo di pensare diverso, un modo di vivere la maternità diverso, un modo diverso di amare ed educare i figli, un modo diverso di essere felici. Sapevo di potercela fare, ma non sapevo camminare su quel nuovo terreno, non sapevo come nutrirmi per quella fatica e nemmeno sapevo quando era il momento di fermarmi a riposare. I miei sentimenti non erano differenziati dalle sensazioni corporee, avevo urgenze fisiche che riconoscevo come bisogni psichici. Fu in quel periodo che entrò nella mia vita Giorgia, che oggi approfitto per ringraziare, una volta per tutte, e che mi portò a capire cosa dovevo fare. Giorgia, che se n’è andata poco tempo fa. Davvero mi dispiace di non credere nella vita dopo la morte, perché almeno potrei ancora immaginare di rivolgermi a lei.
All’inizio della relazione di terapia mi presentò una specie di finestra divisa in quattro riquadri, ci dovevo scrivere o disegnare, non ricordo più esattamente, cose che riguardavano il mio futuro, che cosa volevo realizzare o immaginavo, tipo me stessa a sessant’anni, etc. Mi rifiutai categoricamente e ancora adesso non sarei sicura di poterlo fare. Sul mio futuro riuscivo a sognare, facevo fatica ad immaginare. Lei sorrise al mio rifiuto imbarazzato ma fermo. Pensavo che mi avrebbe detto che se non lo facevo non si poteva andare avanti. Pensavo di essere davvero un caso patologico.
Invece: - Va bene, prova a vedere se ci riesci e se ti va di farlo.
Sembra che la maggior parte della popolazione adulta desideri avere dei bambini, sani e felici e fiduciosi di sé. Compresi che se volevo arrivare fin lì avrei dovuto recuperare la bambina che ero stata io, medicarle le ginocchia se era caduta e asciugarle le lacrime, nutrirla, ascoltarla, coccolarla e portarla per la mano a diventare grande, incontro alla madre che volevo diventare, che avrebbe presto abbracciato tre bambine, di cui per certo sapevo solo che avevano conosciuto quando è freddo l’acciaio del rifiuto.
- Dovrai accontentarti di essere una madre sufficientemente buona.- Mi diceva spesso. E questa mi sembrava una buona teoria. I primi tempi pensavo che una sufficienza era il massimo cui potessi aspirare, ma temevo che non sarebbe stato abbastanza per le mie figlie.
– Mi renderò ridicola. –
– E questo ri preoccupa? –
– Dovrei essere onnipotente. -
– Pensi di esserlo ? –
– Non vorrei che soffrissero, ma non potrò evitare che soffrano. Soffriranno anche per colpa mia.
– Questo ti fa soffrire ?
Ero ancora io il problema, dunque? Come sempre, non mi ero data abbastanza da fare. Anche se Giorgia mi faceva irritare con le sue domande, che mi sembravano stupide o semplici ripetizioni delle mie affermazioni, devo ammettere che lei è stata l’unica persona al mondo di cui mi sono fidata ciecamente.
Da quel minimo gesto di fiducia si originò per me una rivelazione sconcertante: solo il mondo del diritto è fatto di regole precise, per ognuna delle quali si conosce pure la sanzione. La vita vera no; è tutt’altro, semplicemente non è prevedibile. Finora avevo seguito solo regole che mi avevano resa infelice. Non era vero che non c’era nessuno disposto ad aiutarmi, bastava che mi guardassi davvero intorno. La mia infanzia era stata caratterizzata dalla sopportazione per quelle che io credevo domande intelligenti, che erano state, invece, considerate piccole eccentricità che non avrebbero mai costituito l’eccezione alla regola. Nella mia vita adulta non era così. E nemmeno dovevo arrabbiarmi con Giorgia, mia madre, o non si sa chi, perché nessuno mi diceva le regole, mentre mi sembrava che tutti quanti tranne me sapessero esattamente cosa dovevano fare: non ci sono regole, o meglio ognuno trova le sue.
Questo pensiero mi aprì due strade: la strada della mia responsabilità personale e la strada della libertà dagli errori del passato, segnando un distacco definitivo dalla mia famiglia di origine e dagli schemi comportamentali che tradizionalmente si tramandavano da donna a donna.

Negli ultimi tempi Giorgia mi chiedeva se non sentissi che le bambine fossero un peso per me, per i miei progetti di scrittura, tra il lavoro ed il nuovo impegno dell’Università dove avevo avuto l’opportunità di portare il discorso dell’adozione, legandolo agli studi in atto sui concetti di intercultura e multiculturalità.
Posso ancora rispondere di no, che è dannatamente vero che i figli richiedono sacrifici enormi, di tempo, di energie, di interessi e di attività.
Ma se non ci fossero loro, ed io come sono adesso, avrei quasi tutto il tempo che voglio, ma nulla di cui raccontare.

sabato 12 aprile 2008

EQUILIBRISMI QUOTIDIANI


Capire i figli e fare la cosa giusta.
A cura di Maddalena Morandi

Sono andata a un incontro sull'educazione dei figli, tenuto dallo psicologo mantovano Osvaldo Poli. Devo dire che rimango piacevolemente stupita quando un uomo si dimostra così capace di entrare nella psicologia femminile, è uno strizza cervelli direte voi, è il suo mestiere; invece no mi pare che lui abbia un quid in più. Ti snocciola argomenti duri, dolorosi con una lievità e ironia, ma al tempo stesso profondità che incanta.
Lui sostiene che la virtù della prudenza, intesa come capacità di comprendere la realtà, sia un elemento indispensabile per condurre i figli ad una maturazione consapevole. I genitori devono prima di tutto avere il coraggio di conoscere i figli come realmente sono, con uno sguardo limpido, che permetta di riconoscere i loro difetti e permettere loro di accettarli. Cito dal suo libro "la verità non è una sostanza pericolosa, da cui i figli devono essere tenuti lontano, come dal flacone della candeggina. L'accettazione della realtà necessariamente li "ferisce" aiutandoli a riconoscere di essere uomini e non semidei, senza costituire necessariamente un trauma da cui difenderli." Insomma noi genitori, nell'intento di accrescere l' autostima dei figli, siamo portati a proteggerli troppo da tutto, anche da se stessi e dai loro difetti, evitando che con occhio veritiero si vedano come realmente sono, con pregi, ma anche e soprattutto con difetti.
Questa operazione di introspezione realistica la deve compiere a priori il genitore per se stesso.
Già la verità fa male, ma aiuta a comprendere e accettare la realtà.
Vi consiglio caldamente di leggere i suoi libri, soprattutto di assistere alle sue conferenze, perchè passerete due ore ridendo di cuore, di quelli che sono i nostri difetti, ma avendo una chiave di lettura per migliorarli.

venerdì 11 aprile 2008

OFF#LIMITS



IMMAGINI DELL'ANIMA

A cura di Diomira Pizzamiglio


Maria Rosaria Franciullo ha 42 anni, moglie di un medico, madre di tre meravigliosi figli, due femmine e un maschio, vive a Salerno e di professione fa la casalinga e scrive poesie.
Due anni fa ha deciso di rimettersi in gioco ed è tornata a scuola diplomandosi col massimo dei voti sostenendo l'esame di stato come privatista.
Perchè lo ha fatto a 40 anni?
Perchè 40 anni rappresentano il momento in cui dovremmo essere riuscite a realizzarci e comunque spesso rappresenta il momento in cui si fa il bilancio della nostra vita.
Lo scrisse anche Dante, ricordate?
"Nel mezzo del cammin di nostra vita mi imbattei in una selva oscura ...."
Da questo bilancio Rosy capì che lei era rimasta ai margini della sua famiglia perché pulire casa, accudire a marito e figli la escludeva sempre più da qualunque crescita sociale e psicologica.
Il ritorno a scuola l'ha resa consapevole delle sue grandi potenzialità e ha risvegliato immagini di un anima sopita, ma viva e palpitante.

PASSEGGIATA NOTTURNA

Le luci del molo
palpitano tremolanti
solcano l'acqua
come il viso di un infelice
rigato da lacrime calde.
La schiuma bianchissima
inganna lo sguardo del passante
e si infrange sulla battigia
come i sogni al mattino
ma prima si sovrappone piatta
in un moto incessante come
l'attività umana per dissimulare
la propria vacuità.
A farsi largo tra nubi
livide e minacciose
un astro
che veglia sull'orizzonte plumbeo
come la coscienza sui mali della propria anima.
Il suo barlume un accenno di speranza.

MARIA ROSARIA FRANCIULLO

giovedì 10 aprile 2008

PSYCHE'



“La Donna” non esiste?
a cura di Susana Liberatore

E’ Jacques Lacan ad affermarlo negli anni ’70.
Ma…cosa vuol intendere con ciò?
Chi non è addentro al campo psicoanalitico sicuramente considera queste parole come un insulto, un vero scandalo.
Per Lacan e per gli psicoanalisti lacaniani, invece, tale affermazione limita ed esprime una differenza centrale tra gli uomini e le donne: una differenza concettuale.
Ciò che servirebbe per significare gli uomini, non ha nulla a che vedere con la donna.
In questo senso le Donne catturano la propria “sostanza” dall´inconsistenza, dal vuoto.
Per imparare e cercare di capire questa fondamentale concettualizzazione della donna, a Bologna, giovedì 17 Aprile alle ore 18, la Dott .ssa. Paola Francesconi presenterà il suo libro: “UNA per UNA. Il Femminile e la Psicoanalisi” nell´Aula Magna S. Cristina, Via del Piombo, 5, quale migliore occasione?
Ci vediamo li?

mercoledì 9 aprile 2008

Un Onorevole al compleanno


"Certo un onorevole al compleanno, giusto Totò Riina ce lo poteva avere" - dice Luca il giovane ingegnere a mio figlio Alessandro, il festeggiato. Che si è svegliato questa mattina a diciannove anni e un giorno, assonnato e con la voglia di fumare. Abbiamo riso di gusto, erano vere entrambe le cose. Ieri sera alle nove e trentacinque l'onorevole Paolo Cento, deputato e candidato al senato nella regione Emilia Romagna per la lista la Sinistra l'Arcobaleno, è venuto a casa mia dov'era in corso la riunione culturale del martedì. Un pò simile al salotto della de Céspedes, comunque ci piace immaginarlo così. Di solito prima mangiamo e poi discutiamo, di solito abbiamo ospiti che con la politica hanno poco a che fare, di solito non siamo meno di quaranta persone...ma ieri sera era così. Tutta diversa.

Noi rilassati e lui ci è piaciuto. Per la libertà di parola, per un certo senso di responsabilità, per qualche ammissione di errore, per Filippo Boriani che adoro e che si può votare ad occhi chiusi, per un punto sulla precarietà che deve proprio essere risolto. Che di precari anche la cultura è piena. E ci è piaciuto per un semplice conteggio: " ogni seggio guadagnato da noi in questa regione è tolto a Berlusconi e al centro destra".
Infine abbiamo capito che ha il gusto sottile di una politica "popolare". Sulla porta prima di uscire, accompagnato da un giovane assistente assai grazioso, ha detto voltandosi indietro e guardando le ragazze: " Scende un attimo con me, poi ve lo rimando".

Baci a tutte

Patrizia Finucci Gallo

martedì 8 aprile 2008

LA DOLCE VITA DI LUDOVICA


DALLA DOLCE VITA A MILANO CAPITALE DELLA MODA
A cura di Ludovica Falconi


..la Moda procede verso cose piccole, a differenza dei giganteschi brontosauri, arcosauri, fitosauri e tirannosauri creativi del passato, delle voluminose, vaste, ingombranti ampiezze- ovviamente non solo volumetriche, più propriamente concettuali e ideali.. (Quirino Conti)

C’ è il tempo in cui nascono le idee, quelle che assorbono dal passato, sanno rubare dal presente e quelle che cambieranno il futuro.
Gli anni ’70 hanno consacrato l’ Italia a patria della moda, fonte inesauribile di creatività dove tutte le migliori energie procedevano decise insieme, ognuna con la propria identità creando, forse inconsapevolmente, il fenomeno del Made in Italy.
Tutto era nuovo e fecondo, c’ era la voglia di creare qualcosa di diverso e anche la consapevolezza di poterlo fare, come a voler restituire al nostro paese il favore di averci accolto nella culla delle sue rovine, nel grembo della sua ineguagliabile bellezza.



Quando il termine stilista non esisteva ancora, la supremazia della moda parigina e della sua haute couture era indiscussa e la visione che gli altri paesi avevano dell’Italia era relegata alle atmosfere neorealiste dei film di Fellini, qualcosa iniziò a cambiare, fu un processo spontaneo dove ognuno sembrava sapesse quale fosse il suo ruolo.
Il successo del made in italy è dovuto a quell’insieme di forze che agirono sinergicamente creando quello che conosciamo ora come Italian Style: dalla fibra al tessuto più innovativo, dalla passerella alla pubblicità, dai rapporti con i compratori a quelli con i giornalisti.
Milano diventò così la capitale mondiale della moda. “Un caos che si auto-organizza fatto da aziende che si sono plasmate sulle nuove opportunità che esse stesse inducevano interagendo in tempo reale con la realtà in cambiamento” direbbe Andrea Branzi.
I nostri distretti industriali potevano già vantare una tradizione di grande artigianalità per quanto riguarda la produzione dei tessuti: Biella per la lana, Como per la seta e Prato per la rigenerazione della lana mentre Toscana e Marche per quanto riguarda la pelletteria e le calzature.
Queste aziende già importavano anche all’estero ma fino a quel momento era mancata una sinergia che permettesse di rendere grande il nome dell’Italia nel mondo. Tutti gli anelli della filiera erano pronti per il salto di qualità.
Se negli anni ‘40 il nostro proverbiale senso d’adattamento si era fatto vedere con gli autarchici plateau in sughero di Ferravamo e con gli sforzi che le donne durante la guerra dovettero fare per non sprecare neanche un pezzettino di stoffa, furono,invece, i progressi tecnologici a carattere il settore tessile italiano del periodo postbellico.
Durante gli anni ’50 Roma e la sua Dolce Vita avevano affascinato e fatto sognare con gli abiti delle sorelle Fontana, di Schubert e di Cappucci. Le rive del Tevere ed i fasti della Roma imperiale fecero da cornice a questa alta moda nascente e fu un po’ come l’ossessione per la città eterna che investì gli artisti rinascimentali agli inizi del ‘400.
Da Roma l’attenzione si spostò a Firenze, fino alla metà degli anni ’60, nella Sala Bianca di palazzo Pitti, dove, con le prime sfilate collettive, esordirono nomi come Pucci, Valentino, Missoni e Krizia assistendo alle prove generali di quello che, solo negli anni ’80, prese il nome di Made in Italy.
Dal ‘61 al ‘76 le esportazioni del settore sono cresciute costantemente e nel ’70 l’Italia deteneva la più alta quota di esportazioni d’abbigliamento rispetto agli altri paesi industrializzati.
Non si trattava più di alta moda ma di boutique di lusso, non più capi unici ma abiti prodotti secondo le necessità dei buyers internazionali che accolsero con entusiasmo l’iniziativa di Giovanni Battista Giorgini, ideatore delle sfilate fiorentine e precursore delle nuove esigenze di mercato.
Era l’industria, infatti, il futuro della moda e, se la figura dello stilista si sarebbe sostituita a quella del couturier, l’ immagine del marchio sarebbe diventato il fulcro dei processi di vendita.
Fu Walter Albini il pioniere di questo nuovo concetto, il maestro del total look intuì l’importanza di uno stilyng che non tralasciava nessun particolare, disegnava dagli orecchini alle scarpe, tutto era coerente ed era espressione di uno stile ben preciso.
Fu tra i primi a spostarsi da Firenze a Milano disegnando sia l’alta moda che confezione, intuì l’importanza del rapporto con i produttori di tessuti e fu il primo stilista-mecenate che disegnerà per cinque diverse case di moda contemporaneamente.
Nulla che non fosse già in embrione, seguì infatti il successo che il design italiano stava ottenendo
dalla metà degli anni ’60.
Il ’78 si può definire la data ufficiale della nascita del made in Italy, o meglio ‘made in Milan’.
Le sfilate di pret-a-porter milanesi organizzate da Beppe Modenese per la rassegna Modit, l’attuale Milano Collezioni, videro l’affermarsi di nomi che ora ci invidiano in tutto il mondo.
La proposta diventò così più ampia e fu in grado di accontentare tutte le fasce di mercato, riempiendo le nicchie ancora inesplorate.
Giorgio Armani, Gianni Versace e Gianfranco Ferrè furono la triade di nuove leve che, unendosi a nomi già conosciuti, divenirono i protagonisti indiscussi delle passerelle e del nuovo concetto di moda.
L’immagine del marchio e le strategie di marketing diventano così il cruccio di ogni stilista, la comunicazione diventa il punto da cui partire, le campagne pubblicitarie di Oliviero Toscani per Benetton e le provocazioni di Elio Fiorucci ne sono un esempio.
Armani con le sue giacche destrutturate creò un nuovo concetto di bellezza informale mentre, al contrario, Versace raccontò una sfacciata sensualità fatta colori accecanti e tessuti improbabili, l’ex architetto Ferrè, poi, costruì i volumi dei suoi abiti come fossero gli edifici che disegnava prima di approdare alla moda.
Iniziò la lotta per accaparrarsi il fotografo più in voga e realizzare la campagna pubblicitaria più accattivante mentre la carta stampata iniziò ad interessarsi sempre di più a questo settore in continua evoluzione, le sfilate diventarono dei veri e propri happening mentre le modelle come Naomi Campbell, Claudia Shiffer e Linda Evangelista furono consacrate come le nuove icone degli anni ’80.
Il mondo del cinema e della musica seguirono la spontanea propensione che li spingeva verso il nuovo totalizzante diktat estetico italiano, mentre i nostri stilisti diventarono delle vere e proprie star. La moda diventò uno stile di vita.
E poi arrivarono Moschino, Dolce & Gabbana, Gucci e Prada: ma questa è un'altra storia.

venerdì 4 aprile 2008

EstremaMente


Grandi donne che hanno fatto grandi sport.Wanda Rutkiewicz
a cura di Antonella Passoni

Il 12 maggio 1992 scompariva una delle figure più affascinanti nel panorama dell’alpinismo femminile: Wanda Rutkiewicz. Carlos Carsolio, il messicano che ha salito tutti i 14 ottomila, e suo compagno d’ascensione, l’aveva vista ferma a 8300 m su un nevaio: era stanca, disidratata ma determinata ad andare in vetta il giorno dopo. Carsolio che intuì il pericolo tentò di convincerla a scendere, ma lei si rifiutò, nonostante non avesse niente da bere, ne l’equipaggiamento necessario per superare un bivacco a quella altezza. Non riuscì nell’impresa, così continuò solo la discesa verso il campo IV, fu l’ultima volta che vide Wanda.

Nata a Plungè in Lituania nel 1943 da genitori polacchi, si dedicò presto all’alpinismo salendo molte vie classiche su tutto l’arco alpino, andando poi a misurarsi con i severi 7000 del Pamir. Nel 1975 la prima spedizione al Gasherbrum III (7952m), fu l’inizio di una brillante carriera, che la portò nel giro di diciassette anni, a salire otto dei quattordici ottomila della terra. La sua vita non si può certo dire che sia stata tranquilla: "sono cresciuta bevendo latte di capra", così scriveva nel suo diario. Sin dall’infanzia ha dovuto lottare duramente, abituandosi alla fatica e alla privazioni. A 21 anni si laurea in ingegneria elettronica e meccanica, a 27 il primo matrimonio con un matematico figlio di un ministro polacco che gli da il cognome con cui era conosciuta nel mondo alpinistico: Rutkiewicz. Due anni dopo il padre viene ucciso e seppellito dai suoi assassini nel giardino di casa. Nel 1981 sono gli anni di Solidarnosc e della legge marziale, in Polonia il clima è tutt’altro che tranquillo, così Wanda, già all’estero per una serie di conferenze, decide di non tornare, e va a trovare una sua vecchia conoscenza ad Innsbruck: il dott. Helmut Scharfetter. Dopo alcuni mesi i due si sposano e Wanda diventa cittadina austriaca. Ha salito per certo otto cime di ottomila metri, ma mi piacerebbe pensare che, prima di morire avesse raggiunto la cima del suo nono ed ultimo sogno: il Kangchenjunga.

4BIT@BAR


Per un Web al femminile
A cura di Roberto Scano

Al nostro bar virtuale oggi incontriamo la prima donna, Federica Repetto. Federica è una persona solare, a cui ho contagiato la passione dell'innovazione e del Web e che - all'interno di IWA (International Webmasters Association)- si occupa di promuovere il settore del Web al femminile.

Ciao Federica e benvenuta! Da quanto tempo ti sei appassionata al Web?
Da quando ho capito che grazie al Web puoi raccontare e descrivere non solo con un testo. Sono giornalista, iscritta all'albo dei praticanti dell'Ordine del Veneto, mi sono sempre occupata di collaborazioni con quotidiani e nel tempo anche con emittenti televisive. Da alcuni anni invece grazie a due giovani veneziani che sono riusciti a coinvolgermi nelle loro iniziative ho capito anche che con il Web si può fare informazione. Il Web non è solo utile per conoscere quanto succede nel mondo ma perché permette a tutti gli internauti di rapportarsi e soprattutto confrontarsi. Non è più un mondo virtuale. Oggi è un mondo vivace e reale.

Quali sono i servizi Web che ti hanno resa maggiormente orgogliosa?
E' la sezione dedicata ai video in particolare alle videointerviste disponibili nel Portale di Venezia, supplemento della testata giornalistica Fullpress (sia il Portale di Venezia che Fullpress sono due aziende gestite da donne).
Catturare ogni singolo dettaglio grazie alla telecamera, immortalare in archivi, interviste, le grandi emozioni, i grandi eventi della città di Venezia... Questa è una delle mie più grandi soddisfazioni.

So che adori il Carnevale di Venezia e le feste nei palazzi: puoi raccontarci qualche aneddoto?
Si potrebbero riempire le pagine di un romanzo. Meglio sorvolare. Ce ne sono decisamente troppi.

Progetti per il futuro?
Oltre alla scrittura sviluppare sempre più la sezione che è più di mia competenza nel Web: le videointerviste. Ma, soprattutto far sì che il lavoro della donna nel Web possa essere sempre più valorizzato.
In questa ottica deve essere visto anche il mio ingresso in IWA. A dicembre abbiamo organizzato un convegno sull'accessibilità del Web a Palazzo Ducale e sono stata decisamente entusiasta nel vedere che la maggior parte delle persone presenti erano donne. Giovani donne con tante e brillanti idee e con voglia di mettersi in gioco. Ovviamente c'è un altro tema che mi sta particolarmente a cuore quello dell'accessibilità del Web. A Venezia alcuni conoscono le mie piccole battaglie che di tanto in tanto trovano sfogo in alcuni articoli pubblicati sul Gazzettino.
Ritornando a IWA tengo a far presente che c'è l'intenzione di realizzare un ciclo ci incontri, aperti al pubblico e gratuiti, e non solo a Venezia, dove sarà possibile parlare di tematiche femminili.

Creatina pour Femme

Cambio direzione

a cura di Katia Ceccarelli

Sono stata sempre una sostenitrice della radio e ritengo che da questo media si possano imparare molte più cose che dalla televisione senza contare poi che la radio è davvero una compagnia.
Ieri ero sintonizzata su Radio due, in particolare sul programma "Gli Spostati", in onda dalle 15 alle 16, condotto da Massimo Cervelli e Roberto Gentile.
All'improvviso sento emergere dalla chiacchiere con l'ospite in studio un nome associato alla parola "fotografa".
Il nome è Giorgia Fiorio, sì avete capito bene, quella Fiorio che negli anni '80 - giovanissima - partecipò a Sanremo con Avrò...



... L'ospite degli Spostati (mi tocca chiamarla così perché non ho fatto in tempo a sentire il suo nome e nel sito della trasmissione oggi non è riportato) a un certo punto ha rivelato come la Fiorio si sia trovata a scegliere la sua nuova professione di fotografa: per evitare un tizio che la tampinava inventandosi un lavoro che non era il suo. In quel momento pare abbia avuto un'illuminazione e si sia messa a fare la fotografa sul serio.
Oggi Giorgia Fiorio è una professionista della fotografia molto stimata che opera in campo internazionale ad altissimi livelli e in Italia è rappresentata da una delle più importanti agenzie - Grazia Neri. E ora ammirate le bellissime opere frutto di un cambio di direzione molto fortunato.

http://www.giorgiafiorio.org/ita/index.html

giovedì 3 aprile 2008

RAMPA DI LANCIO



INTERVISTA A LORENZO BOSI
A cura di Lù Mancini


Lorenzo Bosi vive a Tredozio in provincia di Forlì-Cesena e scrive per la rubrica intitolata “Il signore in giallo ” su Rosa Stanton . Lorenzo Bosi scrive libri per ragazzi ed io aggiungo che è una persona davvero gradevole e simpatica, con lui si entra subito in sintonia (anche la Prof. lo adora!!)
In accordo con la casa editrice “IL PONTE VECCHIO” di Cesena sta ideando una saga in sei volumi dal titolo : SEI AMICI PER SEI AVVENTURE e finora ho pubblicato i primi tre capitoli:
Sei ….per un mistero
Sei …alla reggia di Batirkita
Sei …sul pianeta dei giganti
Sta ultimando il quarto volume il cui titolo provvisorio è
SEI…CONTRO I FANTASMI NERI che pensa di pubblicare entro la fine del 2008.
Ha anche scritto di recente un giallo per adolescenti. Il giallo è il genere di lettura che preferisce non per niente scrive su Rosa Stanton Il Signore in giallo…
Sei…per un mistero è diventato testo di letture in alcune scuole delle province di Forlì-Cesena, Rimini, Milano e Verona.
Seguono le domande
Domande:
1. A che età e in che modo hai cominciato a scrivere ? Ho iniziato all’età di 15/16 anni ma inizialmente erano solo brevi racconti poi, qualche tempo più tardi, ho deciso di scrivere un libro vero e proprio. Gli inizi non sono stati molto incoraggianti. Non riuscivo ad andare avanti così, dopo aver scritto le caratteristiche dei personaggi e l’introduzione ho chiuso tutto in un cassetto della scrivania. E’ stato solo diverso tempo dopo che ho ripreso in mano quelle poche pagine e le ho trasformate in SEI…PER UN MISTERO
2.Come nascono le tue storie? Le mie storie nascono dai personaggi stessi. Sembra strano ma è così. In qualsiasi momento della giornata, i protagonisti dei miei libri vengono a farmi visita e a raccontarmi quello che hanno combinato. Il mio compito è semplicemente quello di trascrivere le loro avventure, semplice no? A volte mi capita quando sto guidando e non è molto salutare. Distrarsi alla guida può causare situazioni spiacevoli ^_^ A che cosa ti ispiri? A niente in particolare…Le storie nascono come ti ho appena detto. In ogni caso leggere aiuta tantissimo e anche senza rendersene conto, è normale che si prenda spunto dai racconti che più ci sono piaciuti Hai detto che è stato proprio guardando la serie LA SIGNORA IN GIALLO che ti è venuta l’idea di scrivere, puoi raccontarci la vicenda? Non mi sono mai perso una puntata della Signora in giallo – e nemmeno delle repliche – E’ la mia serie TV preferita in assoluto. Nonostante in ogni episodio ci sia un omicidio, trovo che i telefilm di Jessica Fletcher siano molto rilassanti. La molla che ha fatto nascere in me la voglia di scrivere è stata proprio il clima familiare che si respira nella sua casetta di Cabot Cove quando lei si mette davanti alla sua vecchia macchina da scrivere. Non trovi sia un quadretto magnifico? Io l’ho sempre adorato e ho cercato di copiarlo…Di punto in bianco ho preso un foglio e ho iniziato a scrivere ma, come ti ho detto prima, la prima esperienza è stata fallimentare,
3.Quali sono le maggiori difficoltà che hai incontrato prima di riuscire a pubblicare?
Mamma mia!!! Nessuno ti prende in considerazione! Ma soprattutto bisogna guardarsi bene dalle “iene” che pullulano in questo mondo . Vuoi sapere la mia prima esperienza con un editore? Ebbene, mi hanno chiamato promettendomi una distribuzione capillare in tutta Italia –isole comprese – ma dovevo dare un contributo spese di ben 7.000,00 euro. Secondo te ho accettato?...Pensi di no? Invece sì!!! Povero scemo. E’ stata una GROSSA fregatura. Per fortuna poi ho contattato il Ponte Vecchio e le cose sono andate diversamente. Non faccio il nome della casa editrice. Dico solo che prima aveva sede a Torino mentre ora è a Milano.
4. Il tuo ultimo romanzo, quarto capitolo della serie Sei amici per sei avventure di cosa parla?
Tutti i miei romanzi narrano le avventure estive dei sei giovanissimi protagonisti. Nel primo libro le tre bambine avevano 10 anni mentre i tre maschietti ne avevano 8. In SEI…CONTRO I FANTASMI NERI ne hanno rispettivamente 13 e 11 quindi sono cresciuti e, soprattutto per le ragazzine, iniziano anche i primi amori. A grandi linee, la Villa del Mistero che da sempre terrorizzava gli abitanti della cittadina è stata abbattuta ma i problemi non sembrano risolti. Infatti ora è il bosco a essere infestato da strane presenze, probabilmente liberate dall’abbattimento della casa. Questi strani individui incappucciati hanno però un obiettivo ben preciso; catturare i sei giovani amici…
5. Parlaci un po’ del libro giallo che hai scritto…
E’ stato un esperimento perché io adoro il giallo. Adesso sto cercando una casa editrice per pubblicare questo libro. Il mio progetto sarebbe quello di creare una piccola serie…chissà, incrociamo le dita. Chi l’ha letto ha detto che si tratta di un buon racconto, vedremo. Se son rose fioriranno… La storia si svolge a Tredozio, il mio paese, che, proprio nel periodo natalizio viene insanguinato da un duplice omicidio. Oltretutto la zona è bloccata da un’eccezionale nevicata quindi la soluzione del caso è nelle mani delle forze dell’ordine locale che mai prima di allora si erano trovati di fronte a delitti del genere. Solo l’intervento di tre detective improvvisati riuscirà a fare luce sulla vicenda. La cosa che più mi piace di questo libro è che ci sono anche momenti allegri e, spesso le caratteristiche dei personaggi sono molto caricaturali, al limite del grottesco. Potrei definirlo un thriller divertente…

6. Anche quest’anno parteciperai al Fantasio Festival ci puoi parlare della tua esperienza dello scorso anno
E’ stata un’esperienza bellissima che ho il piacere di ripetere e poi ho conosciuto persone eccezionali come Patrizia, Fabio, Linda, Emma con le quali ho legato immediatamente. Sono sicuro che quest’anno sarà ancora più interessante perché collaboro a GAS AL MIMINO 2 con Patrizia e non ho alcun dubbio sul fatto che ci divertiremo un mondo.
7. hai mai pensato di scrivere un romanzo destinato non a ragazzi ma a pubblico più adulto?
Beh, ho iniziato con una saga per giovanissimi. Poi ho scritto un giallo per adolescenti. Il prossimo libro forse sarà per adulti…Comunque a molti adulti piacciono le storie per ragazzi. E’ un modo per evadere dalla quotidianità, dai problemi che ogni giorno ci assillano. Io ne sono un esempio. Comunque tengo a precisare che la letteratura per ragazzi non è secondaria alle altre. Chiunque lo sostenga dovrebbe cimentarsi in questo tipo di scrittura, forse cambierebbe idea.
8. Che consigli puoi dare ai lettori della Rubrica Rampa di Lancio che si accingono a scrivere un romanzo o una raccolta di racconti e che vorrebbero pubblicare?
Sicuramente non sarà facile ma se uno vuole davvero pubblicare deve insistere. Mai arrendersi alle prime – nemmeno alle seconde – difficoltà. La meritocrazia esiste ma bisogna lottare. Se uno ha talento, prima o poi viene fuori…abbiate fede.
Caro Lorenzo grazie per la tua grande disponibilità e per i preziosi consigli ai nostri lettori.

martedì 1 aprile 2008

Archi.D.Arte

Un ponte di parole
a cura di Margherita Matera



A metà agosto ero di ritorno dalle Cinque Terre e con una mia cara amica andavamo verso Lucca. Stamattina, non so perché, ho negli occhi l’immagine di un ponte, di tre archi che cavalcavano un fiumiciattolo. Era lì, seduto. Con i miei ricordi mi fermo, così come ci fermammo quella mattina. E lo guardo.
Credo che l’idea del ponte sia una delle più istintive che si possa concepire architettonicamente.
Unire due terre. Due coste che si osservano. Arrampicarsi sull’acqua e guardarsela passare.
Stamattina quel torrente trascina anche il mio tempo, i miei ricordi, tutte le parole che ho detto, sentito. Le parole che vi scrivo e quest’arco immaginario che formano. Per sostenermi.
Amo l’idea di attraversarmi, di ancorarmi a terre diverse, ma sorelle.
Il ponte per me è un’architettura che ha paura di nuotare e resta lì, sofisticata, in alto, sull’acqua.
È un’architettura vanitosa che a volte si sente completa specchiandosi.
È un’architettura d’amore perché permette d’incontrarsi.

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