giovedì 28 febbraio 2008

Marilyn

Più immortale del Titanic
di Fabio Cicolani

Dopo una lunghissima pausa di riflessione torno seguendo la scia del post precedente. Vorrei inaugurare una nuova serie di post della rubrica in cui riportare dei dialoghi, monologhi, estratti da film più o meno famosi. Per riflettere sempre, come specchi di fronte a specchi. Cominciamo con uno specchio per allodole, ma che cela grandi messaggi, sempre validi. Apriamo con una fanfara… Titanic di James Cameron del 1997.
La vecchia Rose sull'affondamento del Titanic...
"1500 persone finirono in mare quando il Titanic sparì sotto i nostri piedi. C’erano 20 scialuppe nelle vicinanze, solo una di loro tornò indietro. Una. Sei persone furono salvate dall’acqua. Una di queste ero io.
Sei su 1500.

In seguito, le settecento persone sulle scialuppe, non poterono far altro che aspettare. Aspettare di morire, aspettare di vivere. Aspettare un perdono… che non sarebbe mai arrivato."

Sulla nave Carpathia, che raccolse i superstiti, Rose rivede il suo promesso sposo Cal e decide di non fargli sapere che è sopravvissuta...

"Quella fu l’ultima volta che lo vidi. Si sposò ed ereditò i suoi milioni. Ma il crollo del ’29 colpi duramente anche i suoi interessi. Così quell’anno si infilò una pistola in bocca.
Almeno così lessi. "


A proposito di Jack Dawson…

"Non ho mai parlato di lui, sino ad oggi. Con nessuno. Neanche con tuo nonno. Il quale ebbe una donna e un profondo oceano di segreti.
Ma ora sapete che c’era un uomo di nome Jack Dawson … e che lui mi ha salvato.

In tutti i modi in cui una persona può essere salvata.
Non ho nemmeno una sua foto.
Non ho niente di lui, vive solo nei miei ricordi. "

Vi aggiungo un estratto dal finale alternativo . Rose spiega il suo rapporto col Cuore dell’Oceano,
una volta approdata a Liberty Island ed esserselo trovato in tasca…

"La parte più difficile dell’essere povera era l’essere così ricca. Ma ogni volta che pensavo di venderlo, ripensavo a Cal. E non so come, ce l’ho fatta senza il suo aiuto. Sono tornata qui per rimetterlo al suo posto.
Lei cerca tesori nel posto sbagliato, Mr. Lovett. Solo vivere non ha prezzo e dare valore a ogni giorno."

Parafrasando il monologo del post precedente “Non tutti i film contengono bei messaggio, ma un bel messaggio può trovarsi in qualunque film”. Tralasciamo il pesante bagaglio storico, pubblicitario, e proselico che il film si porta dietro, a mio parere queste poche parole contengono tutte le verità elementari della natura umana: l’egoismo e la lotta per la sopravvivenza (le scialuppe che non tornano indietro), il pentimento in seguito a scelte sbagliate - dettate proprio da quell’egoismo - che spesso si trascina per tutta una vita.
Ci dice quanto un uomo forte può cedere alle più basse debolezze come il denaro e la sconfitta.
Ci dice quanto un ricordo possa condizionare una vita stessa, quanto l’amore sia dirompente ed etereo allo stesso tempo, un ricordo passato e un emozione presente.
Per quanto riguarda l’estratto inedito, aggiunge poco e per questo è stato tagliato. La scena aggiunge uno stralcio d’azione cameroniana per far “finire col botto” il film. Per fortuna non era necessario, era giusto che il film scivolasse via, come un ricordo, come la marea.



mercoledì 27 febbraio 2008

NON HO L'ETA'


CIVETTE

Questione di vita o di vista. Cerchiamole.
a cura di Chiara Cappellato

Fino a quale compleanno ci è concesso essere civette?
Vi immaginate anciennes bon ton o anticonformiste old strong?
Entro nel negozio Unicef per l’adozione di una Pigotta, mi cattura un ammaliante savoir-faire.
La particolarità della figura nell’insieme mi trascina. Curiosità è femmina.
La signora Adele, classe 1923, da 16 anni è venditrice volontaria all’Unicef.
Sicura della propria presenza scenica, anima anelli di ragguardevoli dimensioni (un topazio fumé e un’ametista) accompagnati da unghie impeccabili, orecchini e bracciali con pietre dure, elegantemente abbinati ai colori che indossa.
Mai avrei apprezzato come una conchigliona in madreperla possa donare al décolleté
di una old lady.
La passione per le pietre semipreziose, che già considero un tratto di distinzione, la travolge con impeto da imporle acquisti impulsivi, per condurla infine alla parure completa.
“Una donna deve sempre sfoggiare il coordinato”.
Come una ragazzina al primo giorno di saldi, sfodera altri oggetti sottolineando quanto sono le pietre a palesare il suo modo di essere.
Estetica è espressività.
Padrona dell’arte dello scampolo inventa e confeziona abiti dai dettagli che la fanno notare.
Vietato copiare.
Indispensabili comunque i gioielli che devono ”mostrare chi sta dentro”.
Tipa da occhiali con strass e borsa in velluto decorato, il portamento è squisitamente signorile.
Non ci riuscirò mai.
Adele avrebbe potuto limitarsi a vanità creativa?
Consumatrice di libri, dedica energie alla vicina casa di riposo, alla parrocchia, allieta il circolo della terza età, la banca del tempo, l’Unicef e vanta vivaci frequentazioni femminili.
Da poco speaker in pensione di una rubrica radiofonica curata per l’associazione Domani Donna.
Una voce che spronava all’autodeterminazione.
Una positiva, questa vezzosa ottantacinquenne, che insegna come
“regalare sorrisi e parole gentili allunga la vita e distende le rughe”.
Esco dal negozio in sintonia con Rita, la mia Pigotta africana: un po’ sbattuta e molto Calimero.
Rivedo spesso Adele attraverso la vetrina.
Ho capito che non esistono donne brutte, ma solo donne pigre.
Non è il caso di darsi da fare?
Altrimenti finiremo pure col subire la concorrenza di coquettes ultraottantenni.

lunedì 25 febbraio 2008

NOTE BLU


OMAGGIO AL GIGANTE DEL JAZZ OSCAR PETERSON
A cura di Ilenia Firetto

Anche se in ritardo, questo mio pezzo vorrei dedicarlo interamente al grande pianista jazz Oscar Peterson che si è spento a Toronto il 23 Dicembre dello scorso anno all’età di 82 anni.
Per gli appassionati di varie generazioni, il gigante nero ha rappresentato il simbolo del piano jazz.
Dotato di un virtuosismo e di una tecnica prodigiosa, tale da paragonarlo al suo predecessore Art Tatum, il grande Peterson è stato uno dei più prolifici jazzisti e la sua immensa discografia lo ha visto suonare al fianco di grandi icone quali Count Basie, Louis Armstrong, Ray Brown, Dizzy Gillespie, Ella Fitzgerald, Lester Young, Joe Pass, Stan Getz e tanti altri.
Il pianista deve il suo successo ad un’altra leggenda Norman Granz, il più famoso impresario della musica afroamericana, che ha contribuito in maniera decisiva e fondamentale al riconoscimento del grande Peterson.
Ci sarebbe tanto altro da dire, ma credo sia arrivato il momento di restare in silenzio, l’omaggio migliore che si possa rendere all’artista è quello di lasciar spazio esclusivamente alle sue note, al suo potente swing.
Vi segnalo alcuni album del suo repertorio:


- A Tribute to my friends, Oscar Peterson (p) Niels-Henning Orsted Pederson (b) Martin Drew (d) Joe Pass (g)
- Night Train, Oscar Peterson (p) Ray Brown (b) Ed Thigpen (d)
- Oscar Peterson Plays the Ellington Songbook, Oscar Peterson (p) Barney Kessel (g) Ray Brown (b)
- Oscar Peterson Plays The Count Basie Songbook, Oscar Peterson (p) Herb Ellis (g) Ray Brown (b) Buddy Rich (d)
- Face to Face, Oscar Peterson (p) Joe Pass (g)
- Just One Of Those Things: Lionel Hampton Featuring Oscar Peterson On Verve, Oscar Peterson, Ray Brown, Herb Hellis, Buddy Rich, Buddy De Franco.


Buon ascolto!

domenica 24 febbraio 2008

9 mesi e 1/2

FIGLIO UNICO O GENITORI CON UNICO FIGLIO?
a cura di Ely

E' da qualche tempo ormai che, quando ci interroghiamo sulla possibilità di avere un altro figlio, questa è l'unica risposta univoca che riusciamo a darci: non è il caso.
Certo la risposta non sembra avere il giusto peso rispetto alla gravità della domanda, ma vi assicuro è solo una delicata sintesi della sua seria e ragionata elaborazione.
Voi direte, ma perché ragionata? Semplice, basta guardarsi intorno...

L'altro giorno ero immersa nel mio lavoro, numeri, conti, quadrature quando ecco che sento una trasmissione radiofonica che parlava proprio di quest'argomento: una famigliola con un solo figlio, i cui genitori manifestavano apertamente i propri dubbi, le loro perplessità e le giustificate preoccupazioni sull'eventualità di avere un secondo figlio.
Le riflessioni dei due conduttori, di cui una donna ed un uomo, erano nettamente contrastanti. Lei dava voce a quelle che sono anche le mie motivazioni attuali e le mie considerazioni sull'aspetto pratico di una nuova maternità. Lui, dal canto suo alquanto "facilonieristicamente" aggiungerei, ribadiva buoni ed interessanti esempi del passato sulla famiglia con più figli e sul fatto che oggi i figli non si fanno semplicemente per motivi economici.
Ebbene è palese che io condividessi pienamente le parole della conduttrice non solo perché donna, ma perché metteva in evidenza quella che è la realtà di oggi e non di ieri.
E' vero il detto che dove si cucina per tre si può cucinare anche per quattro o per cinque, ma è pur vero però che la differenza c'è. E non mi riferisco a pannolini, pappette, medicine, abbigliamento e così via, no, sarebbe troppo riduttivo. Ci sono delle dinamiche in ogni famiglia che hanno bisogno di tempo per trovare un equilibrio, ed oggi nel 2008 questo tempo non ci viene concesso.
In passato ciò che vigeva, a prescindere dal numero dei componenti di un nucleo famigliare, erano le cosiddette “leggi interne” e alle quali difficilmente ci si poteva sottrarre, se non dopo aver raggiunto la maggior età. Oggi tutto ciò che si cerca di dare ai propri figli, come valori intendo, viene messo continuamente e brutalmente in discussione dalla società esterna alla famiglia stessa. Il nucleo famigliare, inteso come centro dei rapporti tra genitori e figli, ha perso consistenza, le sue pareti sono più di cartongesso che di soliti mattoni. Sono più facili da attraversare, in ogni senso.
E, quando sento ribattere con sufficienza su certi argomenti, lo ammetto, sento il sangue ribollirmi dentro.
Io ho quasi trentasei anni, nostro figlio ne ha quasi sei, ed ogni volta che penso al fatto che è ancora figlio unico un po' mi dispiace. Io sono la prima di quattro figli e so cosa vuol dire avere fratelli e sorelle. So bene che il legame è unico ed è veramente inscindibile, ma sono anche cosciente che non è perché si è fratelli, o sorelle, si debba andare “naturalmente” d'accordo. Preciso che questa non è una giustificazione, ma un dato di fatto.
Forse non ci decidiamo perché abbiamo il timore di perdere quell'equilibrio raggiunto. Ma neanche questo è vero. Gli equilibri umani durano quanto gli eventi lo permettono. No, credo che ci sia altro.

I genitori di oggi pensano troppo, sono troppo responsabili, sono troppo coscienti per osare.
A volte, quando mi giro intorno, il futuro mi spaventa. Crescere è anche questo.
Non so se decideremo poi di avere un altro bimbo, non dico mai, perché non servirebbe.

Credo solo che mi ci vorrebbe un'altra ondata di quella dolce dose di incoscienza che mi ha fatto diventare genitore. O, come spesso mi ripete una cara persona, madre di quattro bei figlioli adulti e vaccinati, forse è meglio accontentarsi e sentirsi grati per il grande dono che già si è ricevuto. Tutto qui.

Per il resto, a voi la parola.

sabato 23 febbraio 2008

GRAFOLOGANDO




Curva ... Angolosa ... La generosita' della scrittura
a cura di Alessandra Lumachelli

In grafologia, il tratto curvilineo è indice di adattamento, di socialità, mentre il tratto angoloso appare come un segnale di tensione, di aggressività.

Il primo tratto viene denominato, in grafologia, “Curva”, e simboleggia l’estroversione del sentimento, poiché indica la ‘tendenza sociale e socializzata’, dove il sentimento ha bisogno di estrinsecarsi, e si rivela capace di compassione.

Generalizzando, “Curva” dispone della capacità di accogliere, di adattarsi, tende all’altruismo, inteso come l’impulso a soddisfare le domande, le aspirazioni, i desideri altrui, sempre che chi scrive in maniera curvilinea possieda anche l’abilità di eliminare gli ostacoli.

Il segno grafologico “Angolosa” rivela, invece, l’introversione di chi scrive, intesa come tutela delle proprietà dell’Io: le sue azioni costituiscono azioni di difesa personale.

Questa affermazione è comprensibile anche graficamente: infatti, l’angolo necessita di un cambiamento repentino, brusco di direzione, cioè richiede forte reattività sempre disponibile per il soggetto, il quale possiede i mezzi per sviluppare la propria personalità in maniera distinta da ogni altra.


Naturalmente, gli eccessi non sono positivi ... La situazione ottimale è rappresentata da una buona integrazione dei due segni, così da avere la disponibilità ed adattamento del primo segno, non disgiunti però dalla necessarie reattività e dignità che ci aiutano ad affermarci nel mondo circostante.

MEMORIE RESISTENTI



Dedicato ai tromboni vocianti- Le tavole incise sulla pelle- ovvero non nominare il nome nostro invano-
a cura di Simonetta Ramacciani

- Risponda presto alle domande.
In calce ci sono tutti i dati.
- Aspetti, ancora un attimo, la prego.
- Se aspetta ancora un pò, non si porrà più il problema.


Il risultato netto, una striscia rosa in mezzo al bianco,
mentre la vista si annebbia, rosa confetto rosa pallido
rosa di petalo sfiorito, rosa di lavatura di carne,
bocca che si fa arsa, e lui non c’è a dissetarla con sorsi di comprensione.
Un momento fa ero io e basta.
Oggi sento un fiato entrare dall’ombelico.
Un momento fa era una vita fa.
Ora sono due, dicono, è previsto che lo sia.
Non so dirmi ancora perchè , sorelle.
Non me ne vogliate.
A corrermi su per gli umori caldi della pancia,
c’erano eserciti pullulanti di possibilità.
Possibilità che da due corpi intrecciati si ritorni pregni, pieni,
ridondanti e inconsapevolmente
madre.
Chi lo ha detto che i cartoon non fanno paura bimba mia?
Quelli che mostrano piccoli lombrichetti in corsa,
con musichette da aereoporto, lombrichetti che si arrampicano rapaci
in cerca della terra da concimare.
Io lo so come è che accade. Lo sapevo bene...
Lui biondo rame, tutt’ossa, che non ci capiamo.
Biondo rame, che ci prendiamo di notte, e non lo fermo.
Ripenso all’istante esatto in cui l’ho sentito, che poi non sarebbe stato uguale.
Fotogrammato, impresso, per sempre in quello spazio insolito,
della memoria, psiche inconscio simbolico sogno coscienza
Ma aggiro vagolando tra le definizioni,
parole che non sanno definire, e nel frattempo prendere a prestito
mappe preconfezionate, l’anima.
Non si è fermato. Per amore solo per amore.
Che il piacere ancora non lo conoscevo,
continente ancora inesplorato.
Prendere in grembo le sue ossa, è stato come riporre un gioco nel cassetto,
contienimi...che ti contengo.
Assi di legno che scricchiolano sotto il peso,
e aspetta...non la prendo la pillola,
e aspetta.......
Fiume di latte chiaro, ossa capelli pelle.......
se mi ami ti accolgo, se mi senti
Ti ascolto...se ritorni da me, ora...
Le donne lo sanno. Lo potrebbero sapere.
Se il corpo le appartenesse ancora.
Sinfonia di lune che tornano cicliche. E cantano, basta mettersi in ascolto.
Lo dicono le vecchie tele tramandate, di madre in madre.
Fondi di caffè scrutati ai bagliori di un fuoco.
Odore di muschio bagnato, umido antro che si colora, mentre cambia l’umore.
Mentre tutto intorno corre, e ti vorresti fermare.
Ad ascoltare il silenzio.
Non sarà l’esercito dei condottieri di cristo, o l’intera collezione di anime pie.
a crescerti, mio intreccio di ribosomi, nucleidi peptidi amminoacido pluripotenziale.
Non me ne vogliate.
Non sanno nulla, ma come sempre pretendono di saperlo.
Quelli con la barba rossa, e pancia grossa.
Affacciati ai balconi mediatici, come le trombe dell’apocalisse
Infilano ferri roventi fra i denti, e pompano ingiurie tracotanti oltre la decenza
I miei sogni, che ne sai tu.
Che ne sanno tutti, quelli che si consentono.
Consentimi di non ritenerti degno di sapermi.
Incubatrice di sogni indotti, eucarestia di sogni.
Sacrificio di sogni.
Mistica della mistificazione, incenso che brucia,
e oscura gli sguardi, contaminato dai vostri fantasmi.
Non ci si sbarazza con indolenza, di quei sogni pullulanti.
E accade pure che ogni bambino che guardo, ha gli stessi occhi verdi
di ragazzo magro tutt’ossa, che non ci capivamo.
Ora vorresti che le trombe dell’inferno suonassero, traghetto pronto,
per gironi senza pentimento.
E allora prendi la mia vita e mangiala, che non mi appartiene più.
Io so contenere. Umido calice di pelle sottile.
Io. Solamente io.
Noi. Solamente noi.
Non me ne vogliate, sorelle.
Questo lo posso dire qui, tra noi.
.Si fanno giuramenti solenni, sul proprio intimo mandala.
Tutte le ninnananne che sapevo. Come un mantra laico che lenisce.
Non sarà più uguale, dopo.
Io non lo sono stata.
Ma non permetterò a nessuno di riscrivere la nostra storia.








Ho voluto dirlo in questo modo.
Proprio perchè le memorie-resistenti resistono all'assalto di strombazzanti
perpetuatori di reprimende dal sapore antico.
Basta poco, per cancellare anni di conquiste.
E i linguaggi cambiano, ma le sensazioni e la sostanza no.
Carissime, presto vi aggiorno sulle iniziative per l'otto Marzo qui a Roma.
Oggi alla casa delle donne ci sarà un'assemblea, si decide per la manifestazione
e si prepara il manifesto.
Mai come oggi è importante esserci.
Io sarò qui e vi farò report dalla giornata anche se non sarò
a Bologna con voi.
Un abbraccio.
Simonetta Ramacciani.

venerdì 22 febbraio 2008

IL SIGNOR IN GIALLO


LA REGINA DEL GIALLO
A cura di Lorenzo Bosi

Se Jessica Fletcher è la regina incontrastata del thriller (familiare) in TV, la SIGNORA IN GIALLO per eccellenza della letteratura non può essere che Agatha Christie.
Chi non ha mai letto un libro scritto da questa prolifica autrice?
Titoli come:
- DIECI PICCOLI INDIANI;
- OMICIDIO SULL’ORIENT EXPRESS;
- UN DELITTO AVRA’ LUOGO,
sono autentici capolavori, pietre miliari della letteratura “gialla” da tenere ben custodite in ogni libreria, anche da coloro che non amano particolarmente questo tipo di produzione letteraria.
Un killer inesperto, per esempio, può trovare preziosi insegnamenti tra le pagine della Christie. Le sue opere possono essere considerati alla stregua di vere e proprie guide pratiche su come compiere un omicidio ben confezionato. Basta infatti imparare dagli sbagli commessi dall’assassino o assassina del caso e il gioco è fatto: IL DELITTO PERFETTO E’ SERVITO!
Ma non qui. In questi libri i detective sono infallibili e, senza sbagliare un colpo, il colpevole viene immancabilmente smascherato. E’ sempre la giustizia a trionfare. Questo fa sì che i gialli della Christie siano da consigliare anche ai buoni, ai paladini della legge e della correttezza. A tutti, insomma, buoni e cattivi.
NESSUNO PUO’ PRESCINDERE DA AGATHA CHRISTIE!!!
Secondo voi la scrittrice in questione amava i personaggi da lei creati?
Ma prima di tutto, quali sono i detective che principalmente sbrogliano le matasse intricate che l’autrice tesse nelle sue opere, con ineguagliabile perizia?
Niente di più facile: Monsieur Hercule Poirot e Miss Jane Marple.
Ebbene, secondo voi li amava?
La risposta è NO…Sorprendente, non credete?
In particolare non sopportava Hercule Poirot. Infatti in un’intervista, Agatha Christie dichiarò: “Non lo posso più soffrire”. Ma a causa delle reazioni dei numerosi lettori non era possibile liberarsi di lui.
Secondo me, dopo aver scritto di morti ammazzati in tutte le salse, anche all’autrice era sorto un latente istinto omicida.
Che ne dite?
A voi l’ardua sentenza.
Con affetto
Lorenzo

giovedì 21 febbraio 2008

Di mamma (non) ce n'è una sola


A CINEMA, A CINEMA
A cura di Anna Grazia Giannuzzi


“Le Winx, sei fatine adolescenti allegre, romantiche, fragili ma anche molto determinate, sono dotate di straordinari poteri magici. Bloom e le sue amiche dovranno superare una serie di ostacoli alla ricerca di un antico mistero rimasto sepolto nel tempo e da cui dipende il destino dell'intera Dimensione Magica.”
Solitamente ho voglia di sputare sui principi che ti portano via dalle lande tristi e solitarie.Le principesse che vogliono sposarsi per vivere felici e contente le ho sempre spinte giù dalla bicicletta.
Sono convinta di poter fare io la mia felicità, che la felicità stessa possa essere un’abitudine intelligente, curata da persone che sanno prendersi le loro responsabilità e godersi le cose buone che ci sono nella loro vita.Così incautamente un giorno ho portato al cinema le mie figlie più piccole, di quasi cinque e quasi sei anni, basandomi sul trailer del film e quelle due righe di trama che ho messo in cima a questo articolo. Mi aspettavo dunque banalità maldestre, non di sentire due ore circa di frasi fatte sulla ricerca dei veri genitori, vedere genitori adottivi che vengono chiamati per nome e non mamma e papà, figlie ispirate che devono per forza partire a salvare quelli che io chiamo i generatori, che non hanno ovviamente fatto niente per tutto il film, ovvero la vita intera della piccola fata. Alla fine si scopre che sono un re ed una regina, mica due fiorai pieni di amore e di rispetto per quella figlia speciale. E siccome al buon gusto non c'è fine, questi invitano alla festa a Palazzo i genitori adottivi, due normalissimi essere umani che si tengono ben in disparte, consapevoli di non poter competere con un re ed una regina…ma insomma, io sarei un genitore finto ed il mio amore per le mie figlie patetico e destinato a non essere mai davvero ricambiato, fino a svanire di fronte al colpo di reni del re ed all’ovetto della regina?
Ebbene sì, ho avuto l’onore di poter vedere sul grande schermo IL problema dei genitori adottivi! Il problema delle origini. Ma diciamoci la verità: ha un senso che uno che non vede da 16 anni chi lo ha generato subito gli salta al collo con amore e dimentica completamente le persone con cui ha vissuto ed è cresciuto, condividendo momenti belli e affrontando quelli brutti? Nelle storie di orfanelli dell'800 gli autori avevano almeno il buon gusto di far morire i genitori adottivi prima che il rampollo si avventurasse nel mondo alla ricerca delle proprie origini. E spesso, visto come si trattavano i bambini, gli stessi orfanelli morivano ben prima di raggiungere la maggiore età. Una come me ci passa la vita a capire ed a far capire, che anche se degli altri genitori c'è memoria, talvolta terribile, talvolta bellissima, gli unici genitori siamo noi e non si torna indietro. Personalmente film come questo mi sembrano rivelare un orientamento profondamente fuorviante, che sopravvaluta i legami biologici, individuando in essi i mezzi privilegiati attraverso cui arrivare a definire la propria identità personale. Invece, secondo me il legame biologico non può che passare in secondo piano, lasciando il posto ad un rapporto educativo consapevole, guidato da due persone adulte e responsabili e finalizzato alla scoperta, alla maturazione e allo sviluppo di tutte le possibilità implicite di un bambino. Un rapporto che dovrebbe esistere sempre, di qualsiasi tipo di famiglia si parli, in cui ogni individuo (sia biologico che adottivo dunque) dovrebbe rinvenire le "radici" della propria identità, e cioè l'origine dei propri valori, della propria personalità. È la famiglia in cui cresci che ti dice chi sei, il resto è folclore.
Ci chiediamo e pensiamo sia un diritto sapere chi siamo: va bene, ma chiediamocelo seriamente: chi siamo? Siamo quello che siamo perchè siamo stati generati così, o siamo quello che siamo diventati crescendo, partendo sì da una base, ma spesso stravolgendola del tutto? E se uno scoprisse che sua madre faceva la prostituta e si drogava abitualmente? Sarebbe portato a pensare di essere simile a quella persona? Che suo padre era un assassino? Penserebbe, o si chiederebbe se non ha i "geni" dell'assassino? O che aveva una malattia grave ed incurabile e non poteva seguire i propri figli? Si farebbe subito un sacco di analisi pensando di potersi ammalare più facilmente degli altri? Che il suo destino sia scritto nel suo DNA? O se venisse a conoscenza che semplicemente suo padre si puzzava di fame, come dicono a Napoli, e proprio non ce la faceva a tirare avanti, e siccome non aveva la minima idea del controllo delle nascite faceva figli a ripetizione, tanto da non poterne più di avere bocche da sfamare? Certo il diritto di sapere chi sei! Gran diritto.
Noi siamo quello che vogliamo essere. Quello che decidiamo di essere.
E basta.

mercoledì 20 febbraio 2008

EQUILIBRISMI QUOTIDIANI



IL BRADIPO
a cura di Maddalena Morandi



Che mondo, il nostro mondo: è dominato dalla fretta. In automobile si guida e contemporaneamente si telefona; al lavoro si ha la casella di posta elettronica sempre aperta, per i messaggi importanti; sul deskstop del pc scorrono ininterrotte le notizie di cronaca; si guarda la televisione e si legge un quotidiano o si mangia; chi corre nel parco ha l'auricolare del cellulare all'orecchio; chi fa l'amore con la tv accesa, ogni tanto la sbircia; si pelano le carote e si aiuta il figlio a fare i compiti; insomma non si fa mai una sola cosa per volta.

Il bradipo è l'esatto contrario: è l'animale più lento, dopo la lumaca.

Io lo amo il bradipo: penso che svolgere un'attività alla volta, ti pemetta ovviamentedi farne meno, ma sicuramente curarla di più.

La velocità con cui ci rapportiamo fa si che tuttosi bruci nell'arco di poco, tutto quello che siamo, facciamo passa nel mondo come una meteorite, uno sfavillio e niente più.

Vorrei proporre un referendum per ripristinare la lentezza, che ne dite?

martedì 19 febbraio 2008

TEA TIME



Away from Her
a cura di Maria Luisa Pozzi


"Away from Her" dal racconto "The Bear Came Over the Mountain" della scrittrice canadese Alice Munro,

Non ho trovato la traduzione italiana (qualcuno può aiutarmi?). Allora ve lo propongo in inglese. E’ un racconto di 76 pagine soltanto e la lingua non è difficile. Ne hanno fatto un film che ha avuto ottime recensioni. Julie Christie è la protagonista, Fiona.
Il racconto presenta una coppia al tramonto della vita, Fiona e Grant; vivono in una grande vecchia casa sulle rive del lago Ontario e sono sereni e appagati dopo lunghi anni passati insieme, complessivamente felici.
Ma succede qualcosa.

Fiona comincia a dimenticare. Dapprima la sua “sbadataggine” sembra comica come i bigliettimi attaccati ai cassetti di cucina per ricordarne il contenuto.
Presto però si rivela la gravità della malattia e insieme decidono la scelta di Meadowlake, la casa protetta che accoglierà Fiona. Grant va a visitarla regolarmente ma Fiona comincia presto a non riconoscerlo e appare attratta da un ricoverato, Aubrey.
Il lettore, seguendo i pensieri di Grant, viene informato che, anni prima, l’uomo, professore universitario, aveva tradito la moglie, tentato da alcune studentesse. Forse Fiona aveva intuito, allora, il tradimento; forse l’attrazione per il compagno di sventura è un modo inconscio di punire il marito. Il percorso di Grant per aiutare la moglie è doloroso e insieme dolcissimo … ma mi fermo qui per non rovinarvi il piacere della lettura – o la visione del film – se deciderete per questa storia.

Una riflessione finale: Away from Her è una storia triste sulla malattia, l’abbandono, la vita in una struttura protetta. Questa però è la vita che ci circonda – che potrebbe essere, in futuro, la nostra - e che dobbiamo imparare a vedere e capire, aiutati dalla prosa poetica di una grande scrittrice.
Buona lettura
Maria Luisa

lunedì 18 febbraio 2008

RAMPA DI LANCIO

IL POTERE DELLA SCRITTURA
A cura di Lù Mancini

Concorsi letterari già segnalati ma non sono ancora scaduti quindi ve li rammento:

VIII edizione concorso internazionale di poesia sezione speciale 2008 poesia donna
scadenza 28 febbraio 2008

http://www.club.it/concorsi/bandi/montegrotto.html

XI edizione premio di poesia Francesco Moro comune di Sartirana Lomellina
scadenza 28 febbraio 2008

http://www.club.it/concorsi/bandi/sartirana.html

“Scrivere è come fare l’amore con l’amante perfetto: aiuta ad esorcizzare il dolore e la paura “ questa è un affermazione di Isabelle Allende e la ripropongo in questo post perché la sento molto mia, trovo che la scrittura insieme alla lettura abbia un notevole potere terapeutico.
Ho letto in un recente articolo che sempre più psicoterapeuti suggeriscono ai loro pazienti di leggere un libro per combattere ansia e depressione, a chi non è capitato di essere illuminati da un libro una citazione o da un personaggio? Il libro diventa un po’ uno specchio in cui riflettersi, una situazione in cui ritrovarsi e quindi un aiuto a superare o semplicemente ad affrontare meglio alcuni problemi più o meno pressanti.
Forse è per questo che incontro sempre più persone che leggono, scrivono e si appassionano.
Le stesse persone che ho incontrato alla Premiazione di Melegnano, (la foto sopra è Melegnano di domenica mattina) l’esperienza è stata positiva non solo per il piccolo riconoscimento che ho avuto, ma per le persone che ho incontrato.
Alla premiazione ho incontrato persone tra le più varie di ogni età dalle vecchie signore poetesse di tempi antichi a giovanissimi ragazzi autori di storie e poesie contemporanee e talora futuristiche.
E in mezzo tanti altri di età intermedia, alcuni di questi avevano già pubblicato eppure erano lì per la semplice soddisfazione di sentir leggere la loro poesia a voce alta. Si, perché tutti gli autori premiati hanno potuto ascoltare la loro poesia letta da un attore di teatro che di volta in volta la interpretava. Per i racconti invece veniva letta la motivazione nel riassunto dei punti salienti del racconto stesso. Insomma l’organizzazione del concorso, per essere un premio per principianti, l’ho trovata indubbiamente seria, considerato anche che i vincitori maturavano il diritto alla pubblicazione della loro opera o di far parte di un antologia pubblicata da parte della casa editrice sostenitrice del concorso.
Vi racconto questa esperienza per soddisfare la curiosità segnalata da alcune di voi e soprattutto per evidenziare che ci sono concorsi seri ai quali forse vale la pena partecipare.
In ogni caso vale sempre la pena scrivere, leggere e poi ancora scrivere , non dimenticate che scrittura e lettura sono strettamente connesse ma di questo vi parlerò in un prossimo articolo.

domenica 17 febbraio 2008

Psyché

Qualche appunto sopra.....la solita storia....
a cura di Susana Liberatore

Donne-uomini, ying-yang, mascolino-femminino......Spesso sentiamo parlare delle differenze e coincidenze tra le donne e gli uomini. Si puo dire di tutto ; navigare in un mare di parole e pensieri, anzi, produrre delle opere poetiche, lottare per sostenere la ragione del genere, e non arrivare a nulla in questa discussione : la differenza sempre sfugge, sembra resistere ad essere tradotta.
Per prima cosa, possiamo dire che questa impossibilità a mettersi d´accordo è dovuta al fatto che parliamo di concetti, cioé di convenzioni sociali per arrivare ad una rappresentazione di quello che vogliamo dire, dunque definire.
Il tema si complica quando sottolineiamo che una donna non per forza coincide con un corpo di donna, e lo stesso per un uomo. Dunque: “L anatomia –non- è il destino”.
Tuttavia, sono due concetti che si confrontano e non smettono di incrociarsi. Questo significa che la sessualitá é una domanda che preme per ottenere una risposta particolare per ciascuno. Cioé, se ci fosse un destino, sarebbe quello di tentare di rispondere all´enigma della vita e della sessualitá fuori da un ordine genetico e biologico.

sabato 16 febbraio 2008

4BIT@BAR


Intervista a Livio Mondini
a cura di Roberto Scano

Oggi al nostro bar virtuale conosceremo un nuovo amico, un esperto di cross-media, Livio Mondini.

Oggi siamo al virtual-bar con Livio Mondini, cross-media editor. Livio, che significa questa parolona, ossia cosa fai di bello nella vita?

Ciao Roberto. In realtà si tratta di un modo sofisticato di nascondere
quello che in realtà faccio, ovvero tentare di oziare il più
possibile, senza mai riuscirci.
La mia tendenza naturale sarebbe quella di fare il gatto e riflettere
sul senso della vita, attività che richiede molto tempo libero e di
qualcuno che ti riempia la ciotola.
Purtroppo questo non avviene, e allora resta un'aspirazione.
Con cross-media si intende letteralmente "media incrociati", e questa
strana attività si esplica nel tentativo di realizzare documenti che
possano essere distribuiti in più modi, su più media, senza doverli
rifare ogni volta per ciascun media. Un tentativo (peraltro
funzionante) di progettazione universale, per arrivare a una nuova
società dell'informazione che abbia le seguenti caratteristiche (in
progress):

. non esistono servizi chiaramente predefiniti: i servizi sono
configurati in tempo reale per venire incontro a bisogni diversi in
diversi contesti d'uso;
. non c'è una chiara distinzione tra comunicazione interpersonale e
accesso all'informazione: differenti componenti, usando media diversi,
sono interconnessi per permettere una libera integrazione di queste
funzioni;
. i servizi sono altamente interattivi;
. la maggior parte dei servizi sono multimediali;
. l'interazione è multimodale, cioè vengono usate differenti abilità
motorie e sensoriali;
. la cooperazione è un nuovo ed importante aspetto; cioè comunicazione
e accesso all'informazione sono congiuntamente usate per risolvere i
problemi comuni in modo cooperativo. Inoltre la cooperazione può
essere tra esseri umani o tra rappresentanti degli utenti (agenti,
avatar), ai quali possono essere assegnati vari livelli di fiducia;
. i contesti d'uso sono più variati dei servizi correnti, e diventano
più importanti;
. l'accesso all'informazione e le comunicazioni non sono più compiti
di un individuo o un contatto tra due persone, rispettivamente, ma si
estendono a comunità di utenti, che hanno a loro disposizione spazi
comuni (talvolta virtuali) nei quali interagire;

Sembra fantascienza ma è possibile, come abbiamo dimostrato insieme
con l'esperienza tetralibro.

2. Si parla tanto di editoria digitale: ma è così difficile fare un e-book?
E ci vuole molto per renderlo accessibile a tutti?

Fare un e-book di per sé è una attività molto semplice, ma il
significato del termine e-book è purtroppo confuso. Il problema è che
ognuno attribuisce a questa parola un significato diverso, e quindi
viene definito "e-book" qualsiasi cosa che possa essere letta su un
monitor. I significati più diffusi sono almeno due, perché con e-book
si identifica sia il libro elettronico sia "l'attrezzo" che permette
di leggere documenti elettronici,
Comunque, penso che noi ci riferiamo al significato letterale, libro
elettronico.
Realizzare il documento di partenza richiede le stesse cure di un
documento realizzato pensando alla stampa, allo scrittore non è
richiesto altro che di scrivere e strutturare correttamente il
documento con alcune piccole attenzioni.
La distribuzione dell'e-book passa dalle forche caudine dei formati,
poiché la distribuzione può avvenire in diversi modi: DesktopAuthor,
LIT, Mobipocket, OeB, Palm Digital Media, PDF sono i formati più
utilizzati, e purtroppo alcuni sono incompatibili.
Però, è vero che lo standard de facto è il formato PDF. Realizzare un
PDF è molto semplice, basta installare sul proprio PC una qualsiasi
stampante PDF (Acrobat, ma anche una delle molte utility della
categoria "PDF Writer) e stampare.
È a questo punto che si presenta il problema accessibilità. Se
l'autore ha creato il proprio documento seguendo alcune regole base di
composizione accessibile, ovvero utilizzato gli stili di paragrafo per
descrivere i contenuti del proprio documento, dotato di testi
alternativi le immagini, aggiunto informazioni accessorie agli indici,
la realizzazione di un e-book accessibile sarà piuttosto semplice,
basta attivare un paio di caselle di controllo nel proprio word
processor. Non voglio tediare con informazioni troppo tecniche, il
processo viene descritto all'URL
http://www.pubbliaccesso.gov.it/biblioteca/manualistica/documentielettronici.htm,
oppure a http://wiki.porteapertesulweb.it/space/4.1.+Piccole+regole+di+struttura.

Sappiamo che hai un interesse "astrale": ce ne puoi parlare?
Sì, ho avviato uno studio di astrologia e ricevo il martedì e il
giovedì dalle 9 alle 11, come certi guru del web :-). Ok, non è vero.
L'astronomia, con la musica, è una delle mie più grandi passioni.
Nello spirito gattesco a cui aspiro, dopo molte notti passate
all'adiaccio guardando le stelle ora ho collegato il mio telescopio al
pc, e mi limito a far uscire un cavo dalla finestra e a pilotare dal
divano il telescopio sul tetto (abito in una mansarda, e alla
necessità, caso mai avvistassi i marziani, prendo la scaletta ed
esco). Non è la stessa cosa, ma ora vado sul tetto solo quando sul
monitor vedo qualcosa di interessante. Le osservazioni nelle notti
serene invernali sono magnifiche, ma vi assicuro che fa un freddo
cane!

Quali progetti lavorativi e non per il futuro?
Che domanda difficile. Io ho una certa età, ma non riesco
assolutamente a fermarmi su un progetto lavorativo per il futuro.
Alcuni progetti li ho realizzati, altri sono in creazione.
Poi non è detto che non vinca al superenalotto, caso in cui diventerò
un falegname designer di extra-lusso con un attrezzatissimo
laboratorio pieno di legni bellissimi.

Grazie Livio, è stato un piacere!

venerdì 15 febbraio 2008

LA DOLCE VITA DI LUDOVICA


COSA C'è SOTTO
a cura di Ludovica Falconi

La percezione che l’uomo ha del suo corpo e del modo in cui lo copre (e lo scopre) ci parla d lui. Oltre a svolgere la più pratica funzione di protezione, l’abito, e ancora di più la biancheria intima, giocano con il concetto di seduzione da sempre soggetto alla classe sociale a cui si appartiene, il proprio genere, il grado di sviluppo o la religione.
Interessante è la tesi di Mc Luhan secondo la quale nelle società sviluppate e individualiste come la nostra, in cui la vista è il senso più utilizzato, l’ abito e il sesso permettono al corpo di riacquistare la propria soggettività e di trovare nella nudità una fonte d’eccitazione.
Le società tribali, invece, non conoscendo il significato di privacy e utilizzando tutto l’ apparato sensoriale vivono nudità e sessualità in modo ordinario e non capirebbero mai perché per noi una guepiere è tanto provocante.
Roland Barthes afferma che dove c’ è un tabù c’è un desiderio: niente di più vero per una società voyerista come la nostra.
L’abbigliamento intimo risale all'antico Egitto con le tuniche a diretto contatto con la pelle, usanza che verrà seguita anche dalle donne greche.
Nell’antica Roma, oltre alla tunica compare quello che ormai è il simbolo della femminilità: il reggiseno, chiamato all’epoca mammillari.
Le nostre mutande derivano non a caso dal latino mutandae (dal verbo mutare) proprio per indicare il frequente ricambio a cui erano soggette.Ma è nel Medioevo che nasce la vera e propria biancheria intima, si usavano capi più fini sotto gli abiti, per separarli dal diretto contatto con la pelle. In questo periodo, grazie alle scoperte sulla lavorazione della seta, nascono anche le prime calze, ma a portarle erano esclusivamente gli uomini.
Nel Rinascimento si utilizzavano camicie, come elemento principale del guardaroba, e brachesse, lunghe fin sotto al ginocchio e volute dalle autorità per una questione di pubblico decoro. In questo periodo si vedono anche le prime giarrettiere che consistevano in laccetti che stringevano le calze sulle gambe.
La parola biancheria si incontra per la prima volta in Francia all’inizio del Seicento, secolo che vede l’introduzione del corsetto o busto, una specie di guaina che avvolge il corpo della donna da sotto il seno fino al ventre.
Nel Settecento compare il paniere, una gabbia di cerchi di vimini posta intorno alla vita e si assiste allo sviluppo delle sottogonne usate una sopra l'altra anch'esse utilizzate per gonfiare le gonne.
L'Ottocento è il secolo del busto, esso diviene l'indumento intimo per eccellenza, e tra le donne dell'epoca impazza la moda del vitino da vespa. Tantissime sottogonne sovrapposte, mutandoni e giarrettiere che segavano le gambe, busti così stretti da spostare gli organi interni. Questi furono solo alcuni dei tanti sacrifici che le donne hanno subito in nome della bellezza e della moda.Durante la Grande Guerra furono forse le suffragette a liberarsi per prime dal busto a stecche mentre a decretarne la vera abolizione fu il grande sarto francese Paul Poiret negli anni ’20. Dopo il 1918 in America cominciarono ad apparire gli slip, mutande sempre più accorciate e attillate.
Quello che è per noi oggi la biancheria intima è diventata una scelta e in piacere che è il riflesso della nostra personalità. E si sa quello con cui ci sentiamo più a nostro agio è anche quello che ci fa sentire più belle e sicure.

giovedì 14 febbraio 2008

BRICIOLE D'ESTETICA


IL MIO PRIMO FANTASMA
A cura di Valdimiro Zocca

Sono convinto che sia un fenomeno di estetica anche il percepire o intravedere qualcosa che sembra trascendere la normale sensibilità quotidiana.
E’ quello che mi è capitato diversi anni fa, appena fidanzato, nella villa dei miei futuri suoceri, sui colli Euganei, proprio nella zona dove esiste un’altra villa, quella nella quale Ugo Foscolo ha scritto “Le ultime lettere di Jacopo Ortis”.
Siamo in agosto e l’ambiente, anche se la costruzione risale al ‘500, è di stile vagamente neoclassico, piuttosto che romantico, in un clima molto accattivante, con nulla di tetro o di inquietante tipico delle case molto vecchie.
Sono ospite della ragazza che diventerà, da lì a pochi anni, mia moglie.
La sera è impegnata in una ricca cena festosa nella grande sala da pranzo. Ci sono diversi ospiti, parenti di mia moglie. Verso mezzanotte ci ritiriamo tutti nel reparto notte al piano superiore, io con mio cognato, nell’ultima camera in fondo al corridoio, la camera degli scapoli. Lì i due letti sono separati, a mo’ di grande comodino unico, da una pesante cassettiera ottocentesca di noce. Rilassati, conversiamo per un po’. Sono ormai le due e mezza e ci diamo la buona notte. Qualche minuto per raccogliere il sonno, quando il silenzio viene rotto dal rumore di uno sciacquettio che viene dai due bagni appaiati, preceduti da un vestibolo, al centro del corridoio.
Ma “chi è che fa il bagno a quest’ora?”’ ci domandiamo stupiti. Nel frattempo sentiamo il tonfo secco di un oggetto dhe cade. Allora, mi alzo per andare a vedere. Il corridoio è immerso nelle tenebre appena rotte dalla luce della luna che filtra dalle porte finestre ad arco alle due estremità del corridoio. Appena raggiungo il vestibolo, lo scorrere dell’acqua cessa come per incanto. Anche i due bagni sono a luci spente e al loro interno non trovo nessuno. Accendo la luce e li perlustro accuratamente; riscontro che il lavandino e la vasca del bagno di sinistra sono bagnati. Quasi inciampo in una spazzola per i capelli, forse l’oggetto che abbiamo sentito cadere. Sono un pò perplesso, ma ho sonno e non do peso alla strana circostanza.
Ritorno in camera e ridò la buona notte ad Antonio. Sono passati circa dieci minuti, quando la maniglia cigola leggermente: la porta si spalanca. E’ buio pesto, tuttavia vediamo avanzare una figura lattescente dalla fioca luminosità, sembra una donna dai capelli lunghi e la camicia da notte, bianca, lunga fino alle caviglie. Il viso non si vede, solo l’ovale senza fisionomia, si nota sotto la lunga chioma. Mi colpiscono i piccoli tonfi sordi dei piedi nudi che sembrano calcare il pavimento. La figura si ferma tra i due letti. Io provo brividi di piacere, la situazione mi affascina in modo irresistibile. L’incantesimo viene rotto da Antonio che accende la luce: incredibile! Tra i due letti non c’è nessuno. Antonio scende dal letto con i capelli ritti e gli occhi fuori dalla testa; mi chiede: “Hai visto tu quello che ho visto io”, “come no”, rispondo. Il mio compagno di stanza non si dà per vinto, guarda sotto i letti, apre l’armadio, tira anche i cassetti del comò. Niente. Esco nel corridoio, ma dormono tutti chiusi nel buio delle loro camere. E’ stata un’allucinazione? Impossibile, i particolari della visione che confrontiamo tra di noi fino all’alba hanno una precisa corrispondenza.
La mattina successiva ci troviamo tutti a colazione e io e Antonio raccontiamo l’avventura. Interesse e incredulità. Tuttavia, alcuni degli ospiti hanno sentito lo scorrere notturno dell’acqua nel bagno. Solo lo zio Lino, il fratello genovese di mio suocero, rimane serio; è rimasto turbato dalla visita, fatta il giorno prima, al piccolo cimitero, situato su un colle ridente sovrastante il paese, addossato ad una cappella del ‘700. Era andato a cercare la tomba della cugina morta, proprio in quella in villa, a diciotto anni. Ma erano passati cinquant’anni e la tomba era scomparsa. Forse avevo trovato il collegamento giusto. A questo proposito, devo dire che in quel periodo ero dedito a studi di logica e sugli aspetti razionali del pensiero umano.
Due ipotesi mi si affacciarono, subito, alla mente, una quasi razionale: l’immagine apparsa nella notte era la materializzazione del desiderio frustrato dello zio; l’altra più anglosassone – nel senso “noir” del termine -: ci era venuto a trovare proprio il fantasma della cugina morta, rievocata, in quella circostanza, dal turbamento dello zio, abitante occulta della villa, per l’eternità. Ma perché venire a trovare proprio me? Forse perché sapeva che la visita mi avrebbe fatto piacere; Mio cognato non ha mai più voluto parlare di quella storia. Io, a mia volta, continuo a passare pezzi di estate in quella villa; mi capita spesso di dormire in quella camera in fondo al corridoio, la più tranquilla, ma negletta da tutti, nella speranza di ricevere ancora la visita eccitante del mio primo fantasma.

'600 e fantasia

Ben ritrovati cari lettori,

vorrei affrontare con voi l’epoca seicentesca, l’epoca dell’essere o non essere (to be or not to be, Hamleto di William Shakespeare 1600-1601).

Mi domandavo:”perché questo verso malinconico?”, il seicento si apre così, basta pensare anche se solo per poco al Macbeth (1606): “Se tutto fosse finito, quando fosse fatto, allora sarebbe bene che fosse fatto preso!”.

Ora ho preso di mira Shakespeare ma pensate agli altri scrittori!

In questo periodo troviamo, in Italia, uno stato diviso in tanti piccoli feudi fra cui, i più importanti, quelli di: Palermo, Napoli, Firenze, Milano e Torino.

In queste città si raggruppa la più alta società letteraria dell’epoca, mantenuta dai mecenati, noto esempio: Lorenzo de Medici di cui abbiamo numerose informazioni anche grazie al libro “Il principe” di Macchiavelli (se qualcuno di voi l’ha letto mi faccia sapere!).

Sarei tanto curioso di visitare queste città all’epoca di cui vi sto parlando anche perché potrebbe essere molto interessante, potrei conoscere tutti i più grandi artisti che ora sto studiando così arrivo a scuola che so vita, morte e miracoli di costoro e un bel voto non me lo nega nessuno! Potrei inventare anche il gioco del calcio prima degli inglesi!

Ma ci pensate?! Se potessimo riuscire a inventare una macchina del tempo e tornare indietro?! Quante cose, quanti avvenimenti che potremmo riuscire a cambiare!

Voi cosa fareste? Cosa cambiereste?

Aspetto le vostre risposte con ansia!!



Alessandro Gallo

mercoledì 13 febbraio 2008

OFF#LIMITS


A cura di Diomira Pizzamiglio

CORAJE!

Coraje significa coraggio e qui parleremo del coraggio di una donna assai poco conosciuta, Maria Elena Moyano che ha saputo combattere pacificamente per costruire un mondo migliore per se stessa, per i suoi figli, per il suo popolo, in Perù.
Maria Elena Moyano nasce a Lima il 29 novembre 1958 e ha vissuto a Villa El Salvador.
Ha combattuto pacificamente contro il terrorismo di Sendero Luminoso, ha organizzato le donne fondando la prima Federazione delle Donne in Cile, ha nutrito i bambini grazie al Comitato del bicchiere di Latte, ha fondato il Club delle Madri…

“…Questo amore così infinito, per i miei figli, per il mio popolo che soffre e si corrode l’anima.
La sua allegria per le <> e le riunioni sportive.
Come mi sento viva, Dio mio.
Grazie per avermi dato ciò che mi dai, tutto!” Febbraio 1992.
Maria Elena Moyano muore assassinata il 15 Febbraio 1992 per mano di Sendero Luminoso a Villa El Salvador, e il suo corpo fatto saltare con la dinamite.
Davanti ai suoi figli.
Davanti al suo popolo.

Grazie ad un amico e collega di lavoro Francesco Ruggeri ho scoperto questa meravigliosa donna ed è a lui che lascio la parola.

Conoscerla è stato come navigare nel profondo del cuore e della mente. Aprirsi all’infinito con le ali spiegate nel cielo immenso del suo essere donna e madre. Come le dita accarezzano l’arpa ed un suono melodioso si accompagna nell’aria, così la scoperta di questa donna coraggiosa che per la sua famiglia e per il suo popolo ha lottato proficuamente, energicamente e donando la propria vita.
Ha risvegliato in me antichi valori oramai assopiti e quasi dimenticati. L’impegno come madre e l’impegno come donna. Donna appunto. Una donna che ha costruito con altri impavidi una città: dal deserto, alla vita e alla speranza di un mondo migliore.
Stiamo parlando di Villa El Salvador, quartiere popolare di circa 400.000 abitanti, a sud di Lima – Perù - e la sua storia come agglomerato urbano inizia il 27 aprile 1973.
Nata nel deserto, si proprio nel deserto a seguito di forti flussi migratori, nella totale carenza di infrastrutture e servizi, caratterizzato dal degrado, povertà , delinquenza ed emarginazione. ( come non pensare ai nostri anni sessanta, qui, proprio nella nostra Milano e Torino ).
Maria Elena ha saputo organizzare e difendere i suoi figli e i figli del suo popolo. Ha chiamato le donne della sua città, quartiere per quartiere, a raccolta e a lottare per la democrazia e la giustizia. Era l’anima che offriva l’ampio orizzonte per una vita nuova, vera, dignitosa e un futuro per i propri figli.
Non la democrazia, nel nome della quale si violentano le donne, si arrestano dirigenti popolari, si radono al suolo interi abitati. Fazioni che impongono le proprie idee attraverso la forza, adottando una posizione autoritaria, verticale e terrorista.
La partecipazione della donna è stata determinante nella soluzione di problemi come la fame e la miseria. Le donne si sono organizzate per far fronte alla fame con la creazione di mense (centinaia e miglia di mense) e con i Comitati del Bicchiere di Latte. Tali mense hanno permesso alla donna di uscire dal proprio spazio privato, e senza bisogno di “insegnanti” perché il CORAGGIO non si impara con le parole sui banchi di scuola, ma si educa con una grande forza morale e con una grande forza d’animo.
Per esempio, l’impegno delle donne ha avuto grande forza nell’ottenere nel bilancio dello Stato il Programma del Bicchiere di Latte: si garantisce a tutti i bambini un bicchiere di latte giornaliero. Forse può sembrare un’inezia ma per i bambini del Perù “ il bicchiere di latte è vitale “, perché un bicchiere di latte significa restare in vita.
Penso che Villa El Salvador rappresenta in qualche maniera la speranza del Perù. Nel 1985, durante la visita del Papa Giovanni Paolo II, fu il quartiere popolare scelto per una grande concentrazione di fedeli.

Invito, quindi, tutti a partecipare al convegno che si terrà il primo marzo 2008 nella Sala delle Capriate a Lainate, per passare un pomeriggio pieno di “ CORAGGIO “.

Per approfondimenti:
http://www.giovaniemissione.it/testimoni/elitestimoni2.htm
http://www.inamujer.gob.ve/enlaces.html
http://www.yachay.com.pe/especiales/moyano/AUTOBIOG.HTM




lunedì 11 febbraio 2008

Estremamente



Nel tempo senza nome
di Antonella Passoni


Di notte, il passo è attento, ed il peso della corda sembra più grave.
La luna è grande ed illumina, bianca, uno specchio di ghiaccio infinito. Dentro questo mondo trasparente, le acque creano fiumi azzurri, grotte smeraldine. Nelle sue profondità, immagino nascoste le mie inquietudini, le mie paure.
La penombra, lascia il posto ad un rosa discreto, avanza delicato, come uno sguardo corteggiatore. E’ il passaggio di un tempo senza nome, il divenire della notte in giorno. E’ l’attesa dell’alba. Poi dall’alto, la luce arriva improvvisa e scende sulle increspature gelate.
Il vento taglia violento le creste, trascina in alto la neve e nubi leggere scorrono sulle cime. Volano effimere, come il velo di una sposa. Qui non è permesso sentirsi stanchi e si va avanti. Riesco a pensare e ricordo, quando una volta, ho trovato un ciclamino. Solo, in mezzo ad una parete aspra.
Intenso, come questo giorno nuovo.

Creatina pour Femme

La morale elastica
a cura di Katia Ceccarelli

L'uscita del film di Moccia Scusa ma ti chiamo amore e vari altri fattarelli di cronaca degli ultimi tempi hanno risvegliato una curiosità nei confronti del mio libro Lolite - storie e visioni di piccole seduttrici che mi son detta "era ora che uscisse dalla cantina".
Il volume era stato pubblicato nel 2006 e ha sempre camminato sulle sue gambe visto che non ha potuto godere del battage pubblicitario con cui certe case editrici creano casi letterari che durano poi l'arco di una stagione.
Sono stata persino invitata in RAI per un intervento mattutino all'interno di un contenitore infotainment del fine settimana ma non ho potuto andare per motivi miei.
Quello che vorrei ribadire e che sto approfondendo con ulteriori ricerche e riflessioni è che è inutile negare che esista una sessualità degli adolescenti e che soprattutto la percezione della liceità di tale propensione delle giovanissime varia a seconda delle epoche e dello status sociale.

Ciò che mi lascia perplessa è assistere a programmi televisivi in cui le opinioniste del nulla (ex - starlette, mogli di calciatori, ex - ragazze di non è la RAI) parlano di come sia necessario proteggere, dare una regola, vigilare sulle innocenti figliole.
Ci dimentichiamo troppo spesso che non molti decenni fa era cosa normale che una ragazza di 15 o 16 anni si sposasse con un uomo più grande di lei di almeno dieci anni.
Il matrimonio dunque aggiusta tutto e ciò che viene considerato turpe e riprovevole magicamente assume una configurazione morale a seguito di un impegno preso davanti a un sacerdote.
Non è una questione che riguarda solo gli strati meno abbienti ma anche quella schiera di principesse e contessine che ancora alla fine degli anni '60 in Italia contraevano matrimonio a non più di 15 anni per motivi di convenienza e fusioni patrimoniali tra famiglie d'elite.
Mi chiedo dunque, se è considerato immorale che un uomo di circa 40 anni abbia una relazione con una minorenne (anche 18 anni meno un giorno) come mai non è stato considerato un abuso sposare una ragazzina, generare dei figli con lei ancor prima della maggiore età e proiettarla così nel mondo delle madri di famiglia e delle responsabilità da adulti.
Mi chiedo a quale disastro sia andata incontro una quindicenne che ha fatto l'amore con un ragazzo di ventidue anni rispetto a una che - sposata a vent'anni - a quaranta cerca di recuperare in maniera anche grottesca il tempo perduto.

venerdì 8 febbraio 2008

Archi.D.Arte

Il profilo delle città
a cura di Margherita Matera



Ci sono delle linee magiche, delle curve che colgono l’insieme, ma nascondono il tutto. Spesso mi ritrovo ad osservare i profili. Quello di una persona alla giuda, fermo, mentre il resto corre. Quello di una donna scissa, lontana. Quello di me stessa nei ricordi. Quello delle città.
Tecnicamente definito Sky-line, perché mostra lo stagliarsi contro il cielo, è il profilo del nostro mondo, dei nostri palazzi, delle nostre case. Così una sola linea, che segna il contorno dei tetti,ci dice se siamo a Parigi piuttosto che a Venezia, New York piuttosto che Dubai.
Una linea che marca, divide dal cielo. Una linea che unisce lo spazio, che non si preoccupa dei dettagli perché abbraccia l’orizzonte. Ogni palazzo è significativo nel suo rapporto col cielo, come un naso aquilino o un mento pronunciato. Mentre il tempo ne dipinge l’espressione…solare, piangente, malinconica al tramonto….



Lo sky-line inganna, perché ad una bella sagoma non sempre corrisponde un bell’oggetto architettonico, e viceversa. Così, forse, nelle città, si dovrebbe arrivare dal profilo e poi scoprirle, per capire se è meglio restarne fuori o affrontarle. Oppure si fa come me, che vengo spinta sempre più lontano per osservare il tutto…solo per il gusto di vederlo completo. Finito.

giovedì 7 febbraio 2008

LA COMUNE



Cinquantaquattro di Wu Ming
a cura di Naima

Parlando di scrittura collettiva, non si può non parlare del progetto prima Luther Blisset poi divenuto Wu Ming.
Sotto al nome Wu Ming (senza nome) si nascondono cinque scrittori che hanno dato vita a epopeici romanzi, romanzi di grande ricerca storica e letteraria, scritti collettivamente. Leggendo un loro testo, da tanto è ricco e ben costruito, si avverte quale sia la forza della scrittura collettiva, il poter mettere insieme tante energie.

Il primo romanzo dei Wu Ming di cui vorrei parlarvi, è Cinquantaquattro, uscito per Einaudi, con formula copyleft, nel 2002. Il romanzo è ambientato e davvero calato, tanto è ben ricostruito e ben ricreato l’ambiente, nell’anno 1954, tra Italia, Jugoslavia, Francia, Mosca e Hollywood. Siamo nel pieno dopoguerra, quando i ricordi delle corse sotto le bombe si mescolavano alla voglia di calze di nylon. I Wu Ming ci riportano dentre le balere, dentro i bar dove si parlava animosamente e comparivano le prime televisioni, ci fanno rivivere storie di amore e storie di guerra. Il tutto con un occhio globale al pianeta, agli equilibri mondiali che si stanno (ri)assestando.
Lo ho trovato molto bene amalgamato nelle molteplici storie tutte da scoprire e narrato in modo coinvolgente che non lascia mai tregua al lettore, con una lingua che sa essere allo stesso tempo divertente e drammatica. Ve lo consiglio!

E' nato W-Style

E' nato...W-Style il giornale dello scrittore, ovvero lo stile a 360 pagine. Moda, tendenze, concorsi, insomma...di tutto e di più. Siamo agli inizi ma conto di andare avanti spedita, insieme a voi. Che dite? Diamo il benvenuto? Passate a trovarmi?
Vi abbraccio

P.F.G

mercoledì 6 febbraio 2008

GRAFOLOGANDO


L'Anima, l'Animus e la scrittura
a cura di Alessandra Lumachelli


Per Carl G. Jung, gli archetipi [simboli universali] dell'Anima/Animus rappresentano l'immagine collettiva dell'altro sesso dalla quale abbiamo ereditato e con la quale impariamo l'essenza dell'altro (la femminilità per l'uomo, la mascolinità per la donna).
Per Girolamo Moretti, Curva [gesto grafico rotondeggiante e fluido] è l'aspetto femminile, accogliente, intimista della scrittura, Angolosa [gesto grafico spigoloso e non scorrevole] l'aspetto maschile, aggressivo, esteriorizzante.
Noi incontriamo l'Anima/Animus nella loro forma esterna, concreta, quando una persona dell'altro sesso diventa per proiezione portatrice di una parte della nostra psiche inconscia.
Qualora l'uomo riesca a riconoscere, a prendere coscienza del lato femminile che contiene la sua psiche, (e altrettanto la donna fa per il proprio lato maschile), diventa possibile gestire meglio le proprie emozioni.

martedì 5 febbraio 2008

DESIDERIA


I DESIDERI DELLE RAGAZZE
ac ura di Monica Maggi

Ah, ce l'avessi avuta io una madre che arriva con un libro come questo e mi dice leggilo.




Si intitola Il libro delle ragazze e sarà in vendita nelle librerie italiane a partire dal 7 febbraio. Edito dall’Arcana (www.arcanalibri.it) è una raccolta di consigli e risposte a problematiche femminili spesso poco approfondite nei classici canali dell’informazione, e uno sguardo alla cultura delle adolescenti da parte delle adolescenti, senza adulti ficcanaso o noiosi predicatori. Autrici un gruppo di ragazze dai 14 ai 18 anni alla ricerca di risposte vere alle loro domande sulla sessualità: Il libro delle ragazze nasce dall’esperienza di un gruppo di giovani donne della St. Stephen’s Community House (un’organizzazione no-profit canadese di Toronto), che hanno raccolto storie, aneddoti, poesie e interviste a medici ed esperti toccando i problemi e gli interrogativi che le teenager si pongono ogni giorno. Il risultato è una miscela esplosiva di esempi di vita vissuta e informazioni fondamentali, affrontati con estrema onestà e senza peli sulla lingua. Insomma, una guida essenziale che ha lo stile di una fanzine per attraversare gli anni dell’adolescenza con consapevolezza e lucidità, e saperne di più sul proprio corpo, sulle relazioni e sulla vita.
Tra i temi esplorati: rapporto di coppia, ciclo mestruale, sesso, contraccezione, gravidanza, malattie sessualmente trasmissibili, Aids, violenza sessuale.

VIAGGIO DI PENSIERI


a cura di Maria Cristina Campagna

E’ martedì grasso, l’ultimo giorno di carnevale. Andrete o siete stati a qualche festa in maschera? Oppure quel tempo è passato, vi sentireste ridicoli anche se sotto sotto vi piacerebbe ancora travestirvi, e vi manca qualcuno che vi sproni e vi convinca a partecipare?
In questi giorni, guardandomi in giro mi sono chiesta se oltre ai mille travestimenti e trucchi di tutti i colori quelle che vediamo quotidianamente nei volti di ognuno di noi siano maschere o siamo noi stessi. Quante volte la indossiamo anche senza rendercene conto? E in quali circostanze? Credo sia praticamente impossibile trovare qualcuno che sia sempre se stesso, qualcuno che non abbia mai usato travestimenti. E se qualcuno lo fa per divertirsi allora è sempre carnevale! Ma spesso, consapevolmente o no indossiamo qualcosa che non è nostro.
Bè! Allora facciamo in modo che sia sempre carnevale!!

Baci

domenica 3 febbraio 2008

NON HO L'ETA'


110 E LODE

Cultura e terza età: l’Università Padovana dell’Età Libera (UPEL)

A cura di Chiara Cappellato

Una deliziosa Signora Minù, sì e no 1 m e 50.
Capelli castani, lucenti, ben lontani dai ‘bigodini e casco’ che ancora affliggono alcune nonne.
Occhi celesti, trucco a tono. Gioielli etno chic in argento e turchesi: il “tocco di classe”.
Fresca, femminile, determinata, indossa i pantaloni in ogni senso.
Afferma “L’abito fa il monaco per una 76enne”
quindi la strategia più efficace per accaparrarsi gli sponsor prevede l’approccio
fax - telefono - persona.
Uno scricciolo non più giovane potrebbe compromettere il primo impatto? Pare essere così.
La nostra eclettica M. è responsabile del vivace settore corsi UPEL di Padova, ovvero
- coordina e recita nel gruppo di teatro. Seleziona ed elabora testi e sceneggiature, assegna ruoli, realizza costumi, propone spettacoli.
- compone testi di cabaret; “I vecchi reagiscono a stimoli brevi e divertenti”.
- insegna, balla, coreografa danze popolari ebraiche e mistiche a odalische dai 52 ai 76 anni, con relative esibizioni; “Danzare in cerchio e per mano annulla invidie e crea energia”.
- segue il corso d’inglese, supervisiona quello di yoga.
- frequenta e promuove le conferenze culturali del mercoledì pomeriggio.
Internet è il fido alleato per sua creatività e da infaticabile team manager consulta l’agenda anche per garantire ai figli un invito a cena.
Accudire 250 persone, 85% signore sui 75, è impresa che reclama la settimana intera.
Molte delle sue donne sono sole, fortemente decise ad ampliare contatti umani
e crescere culturalmente.
Una volta entrate nel giro avviene la magica metamorfosi. Cambiano parrucchiere, osano abiti meno mortificanti, nuove tonalità per il trucco, colori e accessori. Si confrontano, nascono amicizie, migliorano nel corpo e nello spirito.
Una trasformazione da loro e per loro. Fiducia e autostima.
Pensate con quale soddisfazione per la nostra M.
Lectio numero uno dell’Università della Terza Età (o Quarta?):
è la voglia di aprirsi al mondo che costruisce donne complete e intimamente più appagate
a patto però che, tassativamente, vietiamo di farci condizionare dall’anagrafe.
Lasciarsi coinvolgere. Sempre. Sorprenderemo, riscoprendoci perfino più belle.

(N.B.: UPEL Onlus è parte dell’AUSER, associazione di volontariato rivolta agli anziani)

sabato 2 febbraio 2008

C'ERA UNA VOLTA LA FAVOLA


LA PAURA DEL BUIO
A cura di Roberto Bianchi

Come giustamente mi è stato fatto notare, il mondo non è tutte rose e fiori, pertanto dovremo parlare anche dei dolori e delle problematiche. Cominciamo questo mese argomentando di una paura piuttosto frequente: la paura del buio.
Anche in fanciulli che si avviavano a terminare il secondo ciclo della scuola elementare, non è raro che persista il timore nei confronti del buio. Il bambino è un essere naturalmente candido e puro e vuole la luce. La fiaba può essere uno strumento utile altresì in tal senso, per aiutare a superare la paura dell’oscurità. Come tecnica narrativa sottolineo il modo in cui viene descritto il cavallo nero, co-protagonista del raccontino, come se una telecamera lo inquadrasse e ne esaltasse le fattezze.
Le nuvole avevano creato una corona bianca intorno alle guglie delle alte montagne. La rosa regina e tutti i fiori, miravano quel serto stupendo che cingeva la vetta delle alture. Ogni corolla si dedicava alla compagna. C’era chi sosteneva i vicini, chi parava dal vento le piante più deboli, tutto in splendida armonia. Si avvicinò il piccolo scoiattolo. Aveva una noce in bocca sotto ai dentoni aguzzi. Era uno scoiattolo giovanissimo e aveva paura della notte, allora la rosa regina gli narrò:

IL CAVALLO BIANCO E IL CAVALLO NERO

Gion viveva ai margini del bosco. Attraversava ogni giorno la landa coperta d’erica e poi di buonora assisteva al passaggio del cavallo bianco:
“E’ un destriero stupendo, col suo petto possente, la muscolatura magnifica e il suo galoppare nobile!” si trattava del cavallo bianco che rappresentava il giorno, lo guidava un cavaliere candido, tutto vestito di bianco e luce.
Quel cavallo era sempre nei sogni di Gion e quando poteva accarezzava il suo collo scultoreo e si divertiva a sentire il suo nitrito.
Il cavaliere bianco sorrideva di continuo, custode delle ore diurne era contornato da un alone di luci e sprizzava energia. Gion lo seguiva spesso, fino a tarda sera, quando sopraggiungevano il cavaliere e il cavallo nero.
Gion aveva paura del cavallo nero. Era un equino anch’esso stupendo, ma metteva lui timor,e con quel pelo corvino e gli occhi scurissimi. Il cavaliere era pacato e tranquillo, ma quell’indossare un’armatura nera, montare su sella nera e avere un elmo celato, pur esso scurissimo, provocava sgomento in Gion che si nascondeva ogni volta che, dopo il crepuscolo, questa coppia si presentava a simboleggiare la notte.
Un giorno Gion si addentrò nella selva per cercare le more da portare alla mamma che doveva fare la marmellata. Finì che vagando tra querce e castagni si perse. Non sapeva più come fare. Le ore trascorrevano e lui era completamente disorientato.
“Morirò di freddo!” disse, quando udì galoppare il cavallo nero. Il cavaliere color della pece lo prese in braccio e lo portò in salvo, presso la sua calda abitazione, sottraendolo al grave pericolo di una notte all’addiaccio.
“Mi hai salvato oh mio splendido cavallo nero!” disse Gion che da quel giorno no ebbe più paura della notte.

venerdì 1 febbraio 2008

OFF#LIMITS


IL FILO DI CLOE
a cura di Diomira Pizzamiglio

Care lettrici e cari lettori, oggi nel mio salotto ospito Nicoletta Bortolotti, classe 1966 di Caronno Pertusella, in provincia di Varese. Nicoletta lavora in una casa editrice e sul suo tavolo giungono tanti bei libri da sistemare e correggere: dai saggi ai libri di cucina, ai romanzi, quelli belli e famosi che anche noi abbiamo nella nostra personale libreria.
E Nicoletta mi ha portato il “suo” libro. Sì perché Nicoletta è riuscita a pubblicare, è un’autrice emergente!
Il libro è dedito da Sperling & Kupfer Editori e si intitola "Il filo di Cloe" e il 27 febbraio prossimo verrà presentato al Noir Cafè a Inzago (via Piola, 10 MI) http://www.noir-cafe.it/

Il filo di Cloe è proprio un bel romanzo, fresco e scorrevole che traccia le vicissitudini della famiglia Mulino nero che vive a Cesate in una villetta a schiera, con il portico e la facciata ricoperti di mattoncini color ruggine. Il papà, informatico, alle prese con la precarietà del lavoro e la mamma in perenne contratto a progetto. Una storia narrata senza parole dalla piccola Cloe di 11 mesi e rivista dai sui occhi innocenti, in cui i drammi familiari sfumano e si trasformano in giochi colorati, castelli e nuvole variopinte.
Dallo spaccato della realtà italiana all’umorismo dei piccoli protagonisti; G.D. un vecchio di 4 anni che non mangia i pesci con la testa che con la sua sorellina Cloe riescono a smorzare, con la loro innocenza, l’angoscia dei genitori di dover tirare a fine mese.
Lo stile è nuovo, leggero spontaneo e spiritoso.
La realtà si colora di fantasia infantile e il sorriso è sempre in agguato anche dietro al dramma della parola LICENZIATO.

“Essere. Licenziato. In. Tronco.” Non significa che vieni legato a un platano o a un castagno.

Sì perché dietro i numeri della realtà schietta e dura delle analisi Istat sull’occupazione, o sulle statistiche di quanto tempo resta a disposizione ad donna, madre e lavoratrice, ci sono gli occhi disincantai di G.D. e di Cloe che guardano il mondo e lo ridisegnano e con la loro innocenza riusciranno a salvare gli adulti.

Peccato non vuol dire che uno ha commesso un peccato mortale, come uccidere un genitore o schiacciare una formica che portava una briciola alle sue formichine. Ma significa che ancora. Hanno dato il lavoro ad un altro. Però prima che mio padre incominci il resoconto delle sue disgrazie in ogni minimo e raccapricciante particolare, la mamma si mette a urlare selvaggiamente: Nooooooo! La pipì sull’unica maglietta nera non rigurgitata che mi era rimasta!”
Stavolta l’ho combinata grossa. Anche perché ho fato pure la cacca.

Bhe un piccolo assaggio lo avete avuto, ora organizzatevi e raggiungeteci il 27 Febbraio al Noir Cafè, così potrete conoscere di persona Nicoletta, sentire qualche altro brano tratto dal suo libro e magari farle voi stessi qualche domanda.
Da buona curiosa quale sono, qualche domandina gliel’ho già fatta e … leggete!


Vorrei che raccontassi ai nostri lettori in cosa consiste il tuo lavoro, come sei arrivata a lavorare all’interno di una casa editrice.

In tanti, quando dico che lavoro in una casa editrice e, dunque, con il naso tuffato costantemente fra le pagine di qualche romanzo o saggio (si va da Danielle Steel, a Stephen King, da saggi di politica o economia a libri di cucina!) mi chiedono: ma, insomma, che cosa fai?
Ecco, cercherò di spiegarlo brevemente. Arriva in casa editrice il dattiloscritto del romanzo o del saggio in questione. Se è straniero (per lo più americano o inglese, ma anche francese o spagnolo) si è fortunati perché in realtà, sulla scrivania, giunge la traduzione. E poi… si fa di tutto e di più, sempre nel rispetto dell’autore e di ciò che vuole comunicare.
A volte bisogna addirittura “riscrivere” il testo per renderlo più accattivante, o semplicemente, più corretto e scorrevole in italiano; a volte si cambia l’incipit, che non acchiappa; a volte si tagliano intere descrizioni, troppo lunghe e noiose, o parti in cui l’autore si ripete; a volte si cambia la struttura dell’indice, spostando capitoli e paragrafi, o la si butta giù ex novo; infine si sciolgono in una forma più chiara frasi e concetti involuti. Questo è il lavoro più propriamente detto di editing e revisione.
Poi si procede alla cosiddetta pulizia del testo, o correzione di bozze: si tolgono le ripetizioni, i refusi e tutte le disuniformità (es. un nome scritto prima in un modo e poi in un altro, un personaggio che prima ha quarant’anni e poi ne ha cinquanta eccetera.)
Il libro passa in seguito all’ufficio grafico che ne imposta la copertina e lo impagina, prima di arrivare allo stampatore.
Tutto il lavoro di cui sopra, non è svolto da una sola persona, ma avviene all’interno del team della redazione, dove ognuno procede ai controlli che gli competono. E dunque la qualità è assicurata.
I redattori scrivono inoltre le “alette” cioè le quarte di copertina: in poche righe devono convincere il lettore distratto e frettoloso che passa in libreria a comprare proprio quel libro!
È un lavoro appassionante e non lo cambierei con nessun altro al mondo.

Quanto è importante saper scrivere per arrivare a pubblicare?

Dipende. Se sei un autore sconosciuto, e in particolare di narrativa, è indispensabile, una conditio sine qua non. Ma a volte, soprattutto nel caso delle opere di saggistica, molti autori sono professionisti nel loro settore (medici, economisti, giuristi eccetera) e hanno un’idea forte e originale da comunicare, o un nome che di per sé garantisce l’interesse del mercato e dei lettori. In questi casi, una prosa non proprio “manzoniana” viene limata e migliorata dal lavoro dei redattori.

Se tu non lavorassi per una casa editrice credi che saresti riuscita a pubblicare?

Sì. Infatti, quando ho pubblicato il mio primo libro Neomamme allo stato brado (Baldini e Castoldi Dalai) lavoravo nell’editoria scolastica e dunque non avevo contatti con la varia. Ho inviato il dattiloscritto a un sacco di case editrici ma le uniche risposte che ricevevo erano «il suo libro è interessante ma non rientra nei nostri piani editoriali» eccetera. Finché, per caso, l’ha letto un editor della Baldini e Castoldi, a cui è piaciuto, e qualche tempo dopo mi ha contattata. Mai disperare! Un consiglio per chi muove i primi passi: conviene mandare il proprio scritto all’attenzione di un editor di cui si sia ricercato prima il nome e il cognome. E ogni rifiuto è una sfida. Inoltre non bisogna prendersi troppo sul serio.

Cosa ti ha dato la spinta per scrivere il tuo primo libro?

Quando mio figlio Francesco era neonato, nei ritagli di tempo, magari mentre dormiva, aprivo il quaderno e annotavo gli episodi più salienti della giornata.
Penso che la maternità, il parto, con il suo sconvolgimento meraviglioso e terrificante, sblocchi grandi energie e regali fiducia e autostima. Quando ovviamente non s’instaurano depressioni o complicanze fisiche. L’autostima derivante dal fatto che quell’essere umano è veramente uscito da te, e tu ne stai custodendo la vita.
Maternità dunque non come annullamento di sé, fine dei propri spazi e dei propri progetti, ma occasione preziosa per fermarsi, ascoltarsi, e magari coltivare un piccolo giardino interiore per far crescere il germoglio della creatività, per mettere al vaglio le attività veramente corrispondenti alla propria natura e scartare le altre. Maternità come opportunità per riscoprire, attraverso la totale dedizione a un altro essere, un modo più gentile e sensibile di trattare noi stesse.

E adesso la domanda di rito: un consiglio per chi ha un libro nel cassetto:

Vistitate il mio sito www.ilfilodicloe.it e …, sono certa che insieme si potrà realizzare qualcosa di speciale.

La famiglia Mulinonero di che colore dipingerebbe i vagoni del treno del futuro? E G.D e Cloe cosa direbbero?

Cito un brano del libro. Il treno del futuro potrebbe avere vagoni «immensi come il verde quando è giallo. Oppure come il giallo quando è verde. Oppure come le bugie quando dicono la verità. E come il buio quando illumina la luce.»
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