mercoledì 30 gennaio 2008

NOTE BLU


MY BLUES SOUL
A cura di Ilenia Firetto

In uno dei miei post precedenti avevo parlato del significato del blues.
Se ben ricordate, con Blues si intende quel canto che viene dal profondo dell’animo, è l’espressione del suo sentire interiore più profondo.
Il blu è il colore della sofferenza, nell’inglese moderno being blue vuol dire essere tristi…ed eccoci qui…..io in questo periodo sono molto blues.
Cerco, dunque, di trovare rifugio nella musica jazz. Metto su un cd di Bill Evans e, seduta nel terrazzo di casa mia, con la sigaretta a tenermi compagnia, guardo il cielo ricoperto di nebbia e, a stento, la luna piena, anch’essa blues, triste, melanconica.
La notte mi avvolge nel suo mantello scuro, nero come il jazz che, come in una spirale fatta di note, mi trascina nel suo mondo.
Un accordo, cinque note. Un brivido mi percorre la schiena…è Blue in green.
Mi chiedo e mi son sempre chiesta cosa mai Bill Evans avesse pensato quando ha composto questo pezzo. Note dense di sentimento, inquietudine, tristezza.
Quando ascolto questa musica devo essere da sola, non so nemmeno io il perché, non voglio nessuno intorno, nessuno che mi parli, soltanto io e la musica, il mio mondo fatto di note blu.
Chiudo gli occhi e viaggio con la mente, mi piace perdermi tra le note stridule della tromba di Davis o tra i fraseggi del piano per poi essere riportata all’ascolto, attento, dal ritmo pulsante del contrabbasso, il cuore del combo.
E la mia tristezza prende forma attraverso queste note.

martedì 29 gennaio 2008

IL SIGNOR IN GIALLO


COM’è NATA JESSICA FLETCHER?
a cura di Lorenzo Bosi

Innanzitutto definiamo cos’è il “giallo”.
Questo genere letterario è nato verso la metà del XIX secolo e il suo centro di interesse è il crimine. Abbiamo diversi tipi di giallo. Primo fra tutti è:
IL GIALLO CLASSICO dove il protagonista è un investigatore privato o dilettante e l’autore del delitto si trova generalmente all’interno di una stretta cerchia di personaggi. Associate alle coinvolgenti dinamiche del thriller, proprio quelle sopra elencate sono proprio le caratteristiche sulle quali s’incentra il telefilm LA SIGNORA IN GIALLO.
Inoltre l’influenza di Agatha Christie trasportata nella realtà della provincia americana è stata la ricetta vincente che ha trasformato la serie in un vero e proprio cult a livello mondiale.
Ma torniamo alla domanda iniziale, com’è nata Jessica Fletcher?
Il 30 settembre 1984 la televisione americana lancia la prima puntata che rimarrà in onda per oltre dodici anni. L’ideazione della protagonista è il risultato dell’unione delle menti di Peter S. Ficher, Richard Levinson e William Link i quali, avendo evidentemente nella testa Miss Marple, decidono di rimodellare un’eroina che ricordasse il famoso personaggio inventato dalla magica penna delle Christie così ecco a tutti noi presentata Jessica Beatrice Fletcher.
La professione della Fletcher è quella della scrittrice di gialli che, casualmente, si trova spesso (forse troppo spesso) immischiata in qualche caso di omicidio.
Una curiosità.
Nel corso delle puntate si elencano un certo numero di libri scritti dalla protagonista. Ecco qui i più celebri:
- IL CADAVERE BALLO’ A MEZZANOTTE
- LA CRIPTA DELLA MORTE
- I MESSAGGERI DI MEZZANOTTE
- LA CANZONE DELL’UOMO MORTO
- GLI OMICIDI DELL’OMBRELLO
- LA VENDETTA DEL MAGO
- L’INNOCENTE
- IL CADAVERE DI VERFER
- OMICIDIO SUI TETTI
- IL CADAVERE CHE NON C’ERA
Naturalmente questi titoli non sono reperibili in nessuna libreria ma ai veri appassionati di Jessica Fletcher voglio ricordare che esistono alcuni romanzi basati sulla serie televisiva, pubblicati dalla Sperling & Kupfer.

Buona lettura a tutti e alla prossima puntata col GIALLO.

domenica 27 gennaio 2008

DI MAMMA (NON) CE N'E' UNA SOLA

NASCITE. Il percorso di genitore.Continua la conversazione con Aurora.
A cura di Anna Grazia Giannuzzi.





- Pensi che si possa ragionevolmente ritenere che è possibile conservare il controllo della propria vita dopo la nascita di un figlio?
- Le risposte devono essere molto lunghe o possono essere laconiche?
- Possono essere anche laconiche, sì.
- La risposta è NO! Penso che anche quando tornerò ad essere più libera e Camilla farà la sua vita, non riavrò più il totale controllo della mia vita. All’inizio hai proprio l’impressione che il timone della tua esistenza passa a qualcun altro. Per me è stato così per il primo anno di vita di Camilla… Avere un figlio è un’esperienza irreversibile.

- Aspetta, tu sicuramente sei una che lavora affinché tua figlia da grande un giorno se ne possa andare via di casa….
- Sì. Credo che sia un lavoro che una donna deve cominciare a fare non appena si accorge di essere incinta… Anzi, probabilmente bisogna cominciare nel primo momento in cui hai solo pensato di poter diventare genitore.
Mentre parla mi rendo conto che sono perfettamente d’accordo con lei e che in questo si cela la fortuna e la felicità, oltre che la piena riuscita delle adozioni. Ho sempre pensato che relazione madre-bambino nasce molto prima della nascita biologica del bambino. Nasce dal desiderio della donna, della coppia, di avere un bambino. Per questo forse ai corsi ci dicono di fare molta attenzione al bambino immaginato.
La nascita di questo desiderio, però, affonda le sue fondamenta emotive dall’esperienza di accudimento vissute durante l’infanzia. Intendo con questa parola non soltanto le pratiche quotidiane, per esempio igieniche, che permettono lo sviluppo del bambino, ma la capacità emotiva del genitore di essere empatico e disponibile nell’accettare le manifestazioni del figlio come individuo a sé, e soprattutto staccato dalla madre. Giorgia, la mia psicologa, mi ha sempre ripetuto che è importante che io pensi che essere una madre “madre sufficientemente buona” è esattamente quello che serve alle mie figlie, nulla di più. Pare l’abbia detto un certo Winnicott, sul quale ci stiamo documentando. E quindi la capacità di amare e la sua modalità è legata all’esperienza di essere già stata accudita, quindi di essersi sentita amata. Quindi non fa male interrogarsi per cercare di capire come rappresentiamo noi stesse ai nostri occhi (la rappresentazione che la donna ha di se stessa), non fa male interrogarsi sulla relazione avuta con le figure materna e paterna, perché queste influenzeranno direttamente la rappresentazione che si ha del proprio bambino, e che a sua volta influenzerà direttamente il sé del bambino.
È così arriviamo rapidamente a (s)parlare delle nostre madri, che pur amando molto non abbiamo esitato a vivisezionare in maniera intransigente.

- Un lato di mia madre che mi ha pesato tantissimo è stata l’invadenza, questa sua capacità di manipolare le mie scelte e di impedirmi di sentirmi libera (ride… ancora questa parola…nel nostro vocabolario credo sia la prima, prima ancora di amore) nel farmi una vita mia totalmente, l’impossibilità di fare cose per lei impensabili, come ad esempio andare all’estero magari per un periodo, magari per sempre….
Credo che Aurora sia fantastica in questo. Alla scuola materna ho conosciuto alcune donne che tengo a buona distanza, che giustificano l’assoluta prepotente invadenza nella vita dei loro figli con il fatto di essere madri apprensive, quasi fosse una malattia incurabile, non mortale, ma invalidante. E che le pone comunque costantemente all’attenzione di tutti. Hanno figli che piangono molto e spesso, ai quali viene controllata la febbre, perché i capricci li fanno quando non stanno bene. Mamme che vogliono seguirli anche alle gite organizzate dalla scuola materna e si rabbuiano quando le maestre spiegano che l’esperienza che devono fare i bambini, in termini di crescita ed autonomia, perde di significato se ci sono i genitori.
Aurora, invece, mi mostra un equilibrio ed una modalità di rapporto con la figlia che mi rassicura. Camilla le manca tanto durante la giornata. Si sente male fisicamente e non solo per la stanchezza quando la sera torna a casa dopo le 19.30, un orario impensabile per una madre, ma tipico della sua professione.
- Anche per me è molto faticoso – le confermo - se la giornata di lavoro è andata bene mi sento soddisfatta, ma poi guardo l’orologio e vedo che sono le 20 o le 21 e le mie bimbe hanno già cenato, senza di me ed è tutto il giorno che non le vedo, non so come hanno passato la giornata, non so nulla di loro. Ci sono stati pomeriggi in cui sapevo che sarei dovuta restare a lungo in ufficio e pur avendone il tempo non sono andata a prenderle all’asilo perché mi si spezzava il cuore all’idea di riaccompagnarle a casa e poi di dovermene ancora separare. Ed uscire un’altra volta, con la solita domanda nelle orecchie: ma perché vai al lavoro, perché non stai con noi?
Nel gestire i tempi del lavoro, ci affidiamo entrambe al buon senso, che consideriamo però con sospetto perché può voler dire tutto o nulla. Non riusciamo, infatti, a darne una definizione.

- Il buon senso è un poco come l’anima: diciamo che esiste ma non si sa dove sta. – mi dice Aurora - Ce l’hai quando le cose vanno bene, quando il senso delle cose torna, altrimenti sono problemi. Quando sei madre tutti ti dicono che il buon senso ti aiuterà e poi l’amore risolve tutto, ma non è vero.
- Amare a volte ti crea problemi enormi, come potevo aiutare mia figlia grande quando stava male ed io non capivo, pur amandola? L’amore non è una risposta. Tutt’al più è una modalità: con amore. Ma le cose giuste da fare, non sempre le sapevo e non sempre le so. Per fortuna le mie figlie mi chiedono anche cose pratiche: di stare insieme, di fare cose con me e che io faccia cose per loro, le vesta, le accudisca, che dimostri che io penso a loro. Che renda evidente che adesso ci sono anche loro nella mia vita.

- E poi il gioco!

- Già, il gioco.

- Sai una cosa? – mi chiede Aurora.

- Cosa?

- Mi avevi spaventato molto quando mi hai detto parliamo della nascita.

- Perché?

- Perché pensavo di dover dire delle cose intelligenti.

(Risate)

sabato 26 gennaio 2008

EQUILIBRISMI QUOTIDIANI


INSIDIE DELLA SCRITTURA
a cura di Maddalena Morandi

Trappole.
Non mi era ancora capitato, che la scrittura potesse tessere delle ragnatele, tali da farmi fare la fine della mosca.
Ebbene si, sono caduta in una trappola che mi sono preparata da sola.
A me piace scrivere, questo è ovvio, altrimenti non sarei qui. Quello che però ho sempre pensato era che mettere le proprie emozioni nero su bianco e cioè affidarle a penna e carta, fosse il modo migliore per farle arrivare ad altri. O meglio, la propria opinione espressa per iscritto, a mio avviso doveva risultare più chiara.
Era sempre stato così.
Ora non più.
Una mia cara amica sta pensando di separarsi dal marito, con il quale vive da almeno quindici anni. Hanno una bambina di sei. Avendo caratteri entrambi forti, hanno sempre avuto un rapporto un pò litigioso, ma era così anche prima che si sposassero. Lei ha voluto raccontarmi le sue motivazioni: mancanza di dialogo, meno complicità, poco tempo da dedicarsi, noia, ecc. .
D'istinto le avrei detto che non le credevo per niente, che forse aveva un altro, tuttavia ho desistito e l'ho lasciata parlare.
Una volta finita la telefonata, perchè visto la scarsità di tempo di entrambe comunichiamo così, ho riflettutto a lungo e le ho scritto una mail.
Premesso che siamo in confidenza, le ho parlato o meglio scritto, a cuore aperto. Non ho fatto assolutamente riferimento ad un eventuale amante, perchè alla fine mi è sembrato poco importante. Piuttosto le ho detto che la famiglia "Mulino Bianco" esiste solo nella pubblicità della Barilla e che se i motivi per cui "manda a stirare" (manda al diavolo) il marito sono quelli che mi ha detto, sappia che si può provare a rimboccarsi le maniche e costruire qualcosa di nuovo, prima di radere al suolo quello che c'è rimasto. Che i matrimoni sono "società" nelle quali spesso si soffre e ogni tanto si gioisce, perchè così è la vita. Che io la consideravo una donna tosta e che avrei voluto che provasse a lottare per quella famiglia, che a suo tempo lei aveva voluto a tutti i costi. Saluti e baci. Più o meno il succo era questo.
Bene.
Il giorno dopo mi telefona il marito dicendomi che la mia amica si era mortalmente offesa, di non richiamarla e lasciarla in pace.
Io, che sono di coccio, haimè.
Le ho riscritto, comunicandole il mio stupore e scusandomi se l'avevo in qualche modo offesa, anche perchè le mie intenzioni erano tutt'altre. Pace e bene.
Si, un corno. Non l'ho mai più sentita. E sono passate direi alemno due settimane. Ho pensato, non ho dormito e alla fine ho conluso:
Occhio, alla penna!!!!

venerdì 25 gennaio 2008

TEA TIME



COME ROSE D'INVERNO
a cura di Maria Luisa Pozzi

Come rose d’inverno di Maria Serena Mazza
Edizione Comunicarte

Ho scovato questo libro nel bookshop del palazzo dei Diamanti a Ferrara. Non l’avevo notato. Un formato discreto, una copertina cardinalizia, alcune fregi d’argento. Intrigante il titolo, però, riferito, come specificato nel sottotitolo, a Le signore della corte estense nel 400.
Se vi piace la storia, quella che si rivela nella vita degli individui, allora questo è il libro per voi.
Ci sono storie di donne famose in “Come rose d’inverno”. Eleonora, Isabella e Beatrice d’Este e altre signore della corte estense appaiono in primo piano, mentre, di solito, sono collocate sullo sfondo della grande STORIA, quella tutta maiuscola, che coinvolge nazioni papi e imperatori.

Qui impariamo, invece, che spesso sono loro, nella penombra, a gestire lo stato - per conto del marito assente o di un figlio minorenne – e sono sempre loro, e non i loro rozzi signori, impegnate a coltivare le arti e le lettere.
Sono mogli, madri, sovrane e come tali si comportano nella vita pubblica. Ma il loro vero sentire si rivela nel privato: le loro lettere, in parte riportate nel libro che vi propongo, rivelano i loro pensieri, le loro speranze, le loro paure i loro rimpianti. Spose bambine, affrontano realtà sconosciute, incontrano sposi mai visti e spesso molto più anziani di loro. Hanno il grande compito di procreare eredi maschi e temono il fallimento della sterilità o della nascita di figlie femmine. Temono le rivali con cui gareggiano in eleganza e ornamenti
Alcuni esempi.
Eleonora d’Aragona, moglie di Ercole d’Este, lodata dal marito
- con cui spesso collabora nella gestione dello stato - per la sua “prudentia et bona maniera”, fa dipingere, nelle stanze della fredda e nebbiosa Ferrara, le allegre vedute di Napoli, sua città natale.
Beatrice, figlia di Eleonora ed Ercole, per la nascita della quale non viene data nessuna festa ( si aspettava l’erede maschio) scrive, da adulta, alla madre, “Credo che io non sia bastarda et peiore delli altri fillioli”.
Isabella, la bellissima primogenita di Eleonora e sorella di Beatrice, sposa di Francesco Gonzaga, signore di Mantova, dice saggiamente, “Chi ha marito e stato bisogna che abbia anche fatiche”. Poi però rivaleggia con la sorella nell’eleganza degli abiti e dei gioielli, probabilmente gelosa di una sorella minore andata sposa al potente Ludovico il Moro, signore di Milano.
Aspetti privati che ci rivelano nella loro umanità queste tre donne che, nella vita pubblica, andranno a trattare, in nome dei loro stati, con la potente Repubblica veneziana.
Altri grandi donne estensi ricordate nel libro della Mazzi: Ricciarda di Saluzzo che, con la sua attesa paziente e con la sua tessitura di alleanze, riuscirà a dare il ducato al figlio Ercole; Parisina Malatesta, decapitata per avere tradito il vecchio marito con il giovane figliastro; Lucrezia Borgia che, a Ferrara, ritrova il suo onore.
Un bellissimo testo che riesce a coniugare la grande Storia con la storia private di donne abili e coraggiose.
Il perché del titolo: si racconta che per l’arrivo della sua sposa bambina, Beatrice d’Este, Ludovico il Moro facesse spargere petali di rosa sui campi nevosi di un rigido febbraio. Fiori fragili, destinati a essere bruciati dal gelo, come la vita di queste donne estensi, destinate a rimanere nell’ombra, malgrado le doti di intelligenza, capacità e cultura. Sempre accortamente attente a non uscirne, da quell’ombra, per non suscitare la gelosia dei loro signori.

Buona lettura

mercoledì 23 gennaio 2008

BRICIOLE D'ESTETICA


LA MADONNA SCOMPARSA
A cura di Vladimiro Zocca

In un serrato rimando di particolari, affiorati dal pozzo profondo della memoria, il colore nero della medioevale veste di Grimilde, nel suo duplice ruolo di regina, matrigna di Biancaneve, e di strega del male, mi ha riportato a una mia recente indagine sul misterioso culto delle Madonne Nere, fiorito in Europa, a partire dal nono secolo, caratterizzate dal fatto che avevano la pelle nera. Colorazione che sembra trovare una valida motivazione simbolica nelle associazioni funerarie, infernali, sessuali e occulte delle dee, tipicamente terrestri, originariamente rappresentate da queste statue, prevalentemente intagliate in legno: la egiziana Iside, la greca Artemide e la romana Cibele; fuse, poi, nel culto cristiano di Maria.
Il particolare del colore mi richiama improvvisamente alla mente che da bambino ho avuto a che fare con una madonna nera. Allora, sono già in età adulta, interrogo mia madre e vengo a sapere che, appena nato, sono stato consacrato dalla mia prozia soubrette, che, non a caso, si chiama Maria, ad una enigmatica madonna, presente da sempre nella navata di destra del duomo di Massa, la mia città natale, con il dono alla madonna stessa di una massiccia collana di oro antico.
Subito, un frammento di immagine mi illumina la sguardo interiore: un tessuto nero sul quale fa spicco l’oro, vividamente opaco, di grani intagliati ruvidamente a piccoli parallelepipedi che si distendono in un arco di filo fino alla vita. La curiosità è troppo forte; siamo in estate e decido con mia moglie e la bambina di fare una gita in Versilia. Devo assolutamente rischiarare questa parte nascosta della mia esistenza. Alla ricerca di un momento originario della mia identità.
Al fine, ci troviamo davanti al biancore rinascimentale del Duomo, quasi un evidenziatore di pietra del, forse, concettuale nero prezioso che nasconde al suo interno. Entriamo; sono piuttosto emozionato e vado, come guidato da una forza misteriosa, verso un punto preciso della navata di destra. Ma della madonna neanche l’ombra.
Disturbo due beghine, molto attempate che, inginocchiate, pregano con molto impegno; dovrebbero sapere, ma di questa madonna non hanno mai saputo niente. Sono deluso, penso, allora, che quella immagine della collana sul nero sia solo un riflesso della mia fantasia troppo alterata. Sono già le due di pomeriggio e il duomo è pressoché deserto, quando vedo un vecchietto, ricurvo di anni, che spazza il pavimento di marmo al confine dell’abside. Mi si apre il cuore, è il vecchio sagrestano e mi dice che la madonna esiste, ma non sta più lì da diversi anni; tuttavia è disposto, in via eccezionale, a mostrarcela. Ci invita a seguirlo, conducendoci su per una stretta e ripida scala di pietra che si inerpica, nascosta in un fianco della chiesa. Arriviamo davanti ad una porticina di legno massiccio; tira fuori una grossa chiave arrugginita e apre.
Rimango senza fiato, improvvisamente, in fondo ad una piccola galleria, poco più di un corto corridoio dalla volta molto bassa, mi appare una figura, a prima vista terrificante, una dama con vestito lungo fino ai piedi, nero, molto ben modellato su un corpo flessuoso e attillato su un vitino da modella; si trafigge il petto con un pugnale dorato a croce latina, il volto di fanciulla è bianco come la porcellana ed è impassibile. Mi sembra di assistere ad un brano di un film dell’orrore; poi, prevale la calma del mio senso per l’arte, la paragono a una di quelle austere fanciulle ugonotte di qualche pittore olandese. Però, è lei, la mia madonna nera. Relegata in un antro sconosciuto, forse a voler nascondere, negare la terribile femminilità, temibile per molti uomini, specialmente di chiesa, che fa parte del nostro essere più profondo.

lunedì 21 gennaio 2008

LA DOLCE VITA DI LUDOVICA


FASHION AND THE CITY
a cura di Ludovica Falconi


Un abito ha la capacità di raccontare la nostra storia, decretare il nostro grado di sviluppo permettendoci di intuire i nostri bisogni latenti: materia e forma si caricano così di aspetti estetici e simbolici spesso sottovalutati.
Nell'abito, infatti, si condensano diverse funzioni: quella pratica legata alla vestibilità, quella estetica
legata al gusto dell'epoca e ai canoni specifici delle diverse comunità, per lo più tramandati di generazione in generazione, e quella simbolica dove l'abito può definire l'appartenenza ad una particolare comunità, identificare lo status sociale, civile e religioso.
Il milieu, l'ambito culturale
in cui l’individuo vive o è stato educato, le persone o istituzioni con cui interagisce, divenne il nuovo protagonista della ricerca letteraria ottocentesca, strappando il potere decisionale all’individuo a cui non restava che imparare a decifrarne i complicati meccanismi per non rischiare di esserne fagocitato passivamente.
Non è un caso che sia questo il secolo delle scoperte e dell’istaurarsi di un nuovo ordine sociale che rompono definitivamente con un passato dai ritmi lenti e reiterativi che cede il passo alla velocità tipica dell’urbanizzazione. La città diventa il fulcro della vita dove tutto nasce e muore.
La ragione che illumina l’individuo cede lentamente alle ragioni dell’ambiente sociale in cui vive, la sua soggettività è sempre più condizionata dai complicati meccanismi umani che governano l’ambiente urbano.
Come i personaggi di Balzac, Hugo e Stendhal subiscono la forza di un ambiente non solo fisico ma anche sociale, noi, nel momento in cui scegliamo un abito siamo naturalmente influenzati dal nostro paesaggio.
Dunque l’ambiente in cui viviamo è responsabile delle nostre scelte e portatore di significati, simboli e identità.
La società da sempre vive di simboli e status che sembrano autogenerarsi e autoaffermarsi, mai come oggi, in una società che si nutre di esteriorità, si sente la pressione derivante dall’esigenza d’accettazione che un ideale di perfezione fittizia in continua evoluzione.
La conoscenza del tessuto sociale è quindi indispensabile per non cedere all’ultima tendenza spinti unicamente dall’euforia di condivisione collettiva, e per adeguarsi si al conformismo cittadino, ma con senso critico e lucidità.
Chi vive una caotica Roma non potrà che portare dentro di se la sua decadente bellezza, diversa dall’estetica più austera e moderna di Milano o da quella passionale e contraddittoria di Napoli.
La nostra capitale è spesso vetrina di ostentazioni sia materiali che corporee, dove nel peggiore dei casi convivono allo stesso tempo “falsi d’autore” e inguini in bella mostra: l’apoteosi di un kitsh ingenuo e non consapevole che Susan Sontag riconoscerebbe come camp.
Londra col suo spirito ribelle non si scompone nel vedersi popolata dalle bizzarrie vestimentarie dei suoi ragazzi o da quelle delle anziane signore in total look dagli improbabili colori.
I nostri concorrenti parigini, invece, vanno dal très chic al vraiment bizzarre con la noncuranza di chi si sente al centro del mondo.
Da come è vestita una città se ne può capire il grado d’industrializzazione e di ricchezza, la sua storia ed i suoi limiti: ognuna avrà strade animate da personaggi molto diversi che andranno a formare un catalogo ambulante di significati, di tipi umani e sociali.
A San Paolo, dove convivono la povertà più degradante e il lusso di pochi, bambini scalzi chiedono l’elemosina davanti al finestrino di una limousine.
Tokyo poi ama l’Europa e le sue griffe, quasi idolatrando il frutto di un’estetica così diversa per tradizione e per natura, che sempre più spesso viene scelta anche attraverso il bisturi.
A differenza del cosmopolitismo illuminista che traeva origine dall’esigenza di arricchimento nell’altrove,nel diverso, la globalizzazione sembra stia trasformando le metropoli in “non luoghi”.
Andrea Branzi parla di come la metropoli ibrida degli anni ’60, caratterizzata dalla giustapposizione di diverse realtà che convivono senza mischiarsi, si sia trasformata nella metropoli generica degli anni ’90 dove la moltitudine di varianti a disposizione, ma a basso livello d’identità, non ha fatto altro che generare appiattimento.
La moda col suo potere anticipatorio è già stata inghiottita da questo processo, e questa società vestita di linguaggi sociologici e antropologici, sembrerebbe correre il rischio di estinguersi a favore dell’uniformità.
Sembra ma non è così: se si è scoperta la formula della clonazione non vuol dire che il dna che rende unici luoghi e persone possa essere omologato.
La moda che è espressione dell'anima umana e della sua creatività non può morire; può sempre, invece, come fece la mitica Fenice dalle sue ceneri, risorgere e volare ancora più in alto.

sabato 19 gennaio 2008

GRAFOLOGANDO



Collegandoci con l'inconscio
a cura di Alessandra Lumachelli

Quando scarabocchiamo, pensando o ascoltando qualcun altro, rappresentano una modalità espressiva che usa un linguaggio nascosto ed insolito, ma sicuramente profondamente denso di significati di difficile lettura.

Accade tutto a nostra insaputa. Si tratta di un gesto istintivo, involontario: la penna sul foglio
scorre in piena libertà ed iniziamo a lasciare segni dove capita, senza estetismi, senza organizzazione formale o di significato
Scarabocchiamo un po' di tutto:
spirali, facce, fiorellini, frecce, casette, stelline, parallelepipedi di svariate forme, ...
Capita di ripetere più volte la stessa parola, oppure un numero di telefono.
O di annerire gli occhielli delle lettere, o di incorniciare qualche cosa già stampata sul foglio...

venerdì 18 gennaio 2008

Estremamente




Accadde un giorno. A gennaio.
di Antonella Passoni

Sei morto quando sei nato, un giorno di gennaio.
E’ il primo di tutti i mesi e tu eri il primo di voi fratelli. Primo, hai voluto esserlo anche nella vita, ed a modo tuo, ci sei riuscito.
Eri bravo a fare tutti i mestieri, tranne quello del padre. Eravamo bambini, ma ci volevi già grandi e c’era solo una ragione, la tua. Si faceva presto ad odiarti e forse era quello che volevi.
Poi, senza avvisare, cambiavi. Per un po’ eri felice e riempivi il cuore con la tua euforia. Non lasciavi tempo per pensare e ti seguivamo ovunque, liberi di volerti bene.
Più avanti, nell’età dell’arroganza, hai perso il tuo tempo con una femmina sgangherata, di pochi anni più grande di noi figli. Ci siamo vergognati e ti abbiamo rinnegato.
Malgrado tutto, alla fine hai vinto tu, perché il segno che hai lasciato, ha lo splendore fiero della spada, eri un guerriero, non potevi avere pietà. Così ho perdonato.L’ho fatto il giorno che ho smesso di odiarmi, imparando a sopportare d’assomigliarti così tanto.
Adesso che puoi, perdonati anche tu.

giovedì 17 gennaio 2008

CREATINA POUR FEMME

LA FAVORITA
a cura di Katia Ceccarelli

Parliamo di cortigiane, sembra che i potenti di Francia non possano farne a meno e Sarkozy si erge come un novello Re Sole con al fianco la sua Favorita.
A farle salire agli onori del gossip internazionale cominciò Luigi XIV le cui amanti e consigliere ebbero un'autonomia e un potere a corte da fare invidia persino alle regine costrette a un protocollo che di fatto ne limitava la libertà.
Ancora giovane e da poco sposato con la principessa di Spagna, fu preso da passione per Louise de la Valliere, una damigella di corte che gli diede parecchi figli. La Valliere fu soppiantata dalla bellissima e nobile Marchesa Françoise Athenaise de Rochechouart de Mortemart più nota come La Montespan che - coinvolta nello scandalo dei veleni - fu mandata poi a finire i suoi giorni in convento.
L'ultima amante famosa del Re Sole fu Francesca d'Aubigné Scarron figlia di una famiglia nobile ma povera, divenne la Marchesa di Maintenon e negli ultimi anni del sovrano lo ridusse a fervido cattolico alternando il talamo all'inginocchiatoio.
Che dire poi di Luigi XV e della sua Madame de Pompadour, donna intelligente e colta di estrazione borghese che giunse ad avere quasi le funzioni di un ministro, a lanciare mode nell'abbigliamento e nell'arredamento. Venne chiamata la reine à gauche (la regina che siede a sinistra mentre quella vera siede alla destra del re). Essendo cagionevole di salute morì ancora giovane e il re fu talmente scosso da cadere in depressione e cercare subito altre amanti ancora più giovani, praticamente adolescenti. Luigi XV, vecchio e malato trovò consolazione nella Du Barry, una popolana che aveva fatto della sua bellezza il suo mezzo di sostentamento. Creata appositamente Marchesa per essere ammessa a corte diede del filo da torcere persino alla giovane Maria Antonietta. Alla morte di Luigi XV venne allontanata da Versailles e proseguì la sua carriera di amante del ceto nobiliare tanto che morì sul patibolo della Rivoluzione francese, come la sua grande antagonista.
Ora mi chiedo: cara Carla ti conviene?

mercoledì 16 gennaio 2008

RAMPA DI LANCIO


IL PERSONAGGIO DI UNA STORIA
A cura di Lù Mancini

Concorsi letterari da segnalare:

XII edizione premio letterario internazionale Il club dei poeti 2008
scadenza 30 gennaio 2008

http://www.club.it/concorsi/bandi/clubpoeti.html

VIII edizione concorso internazionale di poesia sezione speciale 2008 poesia donna
scadenza 28 febbraio 2008

http://www.club.it/concorsi/bandi/montegrotto.html

XI edizione premio di poesia Francesco Moro comune di Sartirana Lomellina
scadenza 28 febbraio 2008

http://www.club.it/concorsi/bandi/sartirana.html

Intanto buon anno a tutti i lettori di Rosa Stanton e un augurio per tante iniziative letterarie insieme.
Torno a parlare dei concorsi letterari anche perché udite udite io stessa mi sono qualificata in uno dei concorsi (non sono vincitrice ma è sempre una bella soddisfazione) premiazione sabato 19 gennaio a Melegnano presso il Teatro San Gaetano Via Olmi 2, chi abita in zona può fare un passaggio. Trovo che partecipare ai concorsi sia importante perché diventa oltre che un esercizio di scrittura un incentivo per mettersi alla prova , quindi il mio suggerimento è di provarci.
L’argomento che tratto oggi riguarda la descrizione dei personaggi.
Essi sono importantissimi perché in un racconto o romanzo danno corpo alla storia stessa.
E’ molto importante descrivere bene il personaggio principale, in quanto è necessario dargli una forte caratterizzazione; il suo modo di essere, la sua psicologia devono emergere dal racconto in modo chiaro ed evidente. Ovviamente la sua personalità deve essere coerente con il suo comportamento nell’ambito della storia che si racconta, per esempio un personaggio come Montalbano, uomo descritto come acuto e coraggioso, non lo vedremo mai scappare di fronte a un pericolo, non ci aspettiamo da lui un comportamento stile Don Abbondio per intenderci.
Il personaggio potrà essere descritto da noi oppure possiamo far si che sia lui a mostrarsi attraverso azioni gesti e parole. Se siamo noi a descrivere il personaggio non dobbiamo essere troppo meticolosi è bene dare una descrizione caratteriale ben definita, ma sotto l’aspetto fisico è giusto lasciare uno spazio di fantasia al lettore. Inoltre è molto importante che il personaggio principale nell’ambito della narrazione subisca una trasformazione considerevole in quanto gli eventi della storia lo fanno crescere in modo sostanziale e cambiano completamente il suo modo di vedere e rapportarsi alla vita, il suo cambiamento diviene uno dei cardini del racconto. Per esempio nel racconto che ho inviato al Concorso di Melegnano parto dall’incontro di due donne e di come una di queste, che è il personaggio principale, da questo incontro tragga la forza per cambiare la propria vita. Ovviamente anche i personaggi secondari hanno la loro apprezzabile funzione, essi sono utili per la crescita del personaggio principale, la loro descrizione è meno dettagliata e soprattutto funzionale allo svolgimento della storia. Anch’essi sono importantissimi in quanto danno veridicità e respiro allo svolgimento della storia. Cos’altro dirvi esercitiamoci a descrivere un personaggio, partendo da noi stessi, da un amico o da qualcuno che conosciamo, diamogli una caratterizzazione e diamogli corpo, poi da lì si proseguirà con la nostra storia.
Proviamoci.

martedì 15 gennaio 2008

Valeria Marini e la Gialappa's un video da vedere se ve lo siete perse


La Marini un mito

SONO DISTRUTTA

............................
a cura di MonicaC

Preferirei, se potessi, in questo istante, volatilizzarmi nel nulla come se non fossi mai esistita.
E non intendo dire che vorrei fuggire lontano, in qualche luogo esotico, per non pensare a ciò che più mi angoscia in questo momento. Ciò che intendo dire è proprio SPARIRE, PUFF...e non ci sono più! Farmi piccola piccola nell'ordine dei nanometri e sperdermi nel vento come il polline, i soffioni, il nevischio, le briciole del pane, il profumo, la cenere, le piume e la sabbia.
E invece sto qui. E non mi sperdo in niente.
Scusate.

lunedì 14 gennaio 2008

Archi.D.Arte

La finestra
a cura di Margherita Matera



“Si è aperto uno squarcio nel muro…no, non è una crepa, ma una finestra.”
Questa frase me la sono trovata nella testa ieri sera, quando ero sul balcone di casa mia ad infreddolire il mio ultimo pensiero prima di andare a letto. Mentre cercavo un punto fisso per ancorare le mie idee, mi sono ritrovata a guardare la finestra di fronte. Mi rendo conto di percepire le finestre come dei quadri in movimento, delle scene di vissuti differenti e, a seconda del posto in cui sono, rivedo cornici diverse. Le finestre sono l’unico modo per entrare a casa di tutti, per respirare l’aria di un altro luogo, senza invaderne lo spazio. Per uscire mentre si è seduti alla scrivania, per annoiarsi di meno.Così, soprattutto la sera, con un colpo d’occhio, prendo tutti i “cassetti” illuminati degli edifici che mi sono davanti e osservo l’intensità delle luci, delle luci di qualcun altro. È uno spettacolo incredibile riuscire a decontestualizzare queste aperture, soprattutto quando c’è nebbia, perché sfuma tutto come un acquarello. E mi sento più leggera, mi sento anch’io un tassello luminoso perso sulla pelle del mio edificio.

domenica 13 gennaio 2008

VADE RETRO


METASTASIO, IL POETA CESAREO DEL '700
a cura di Alessandro Gallo

Cari lettori,

ben ritrovati nel nuovo anno, spero abbiate passato bene questa prima parte di gennaio.
Proseguo la mia rubrica storica liberamente, senza linee precise che non ho voluto dare perché, secondo me, la storia si può scrivere come uno desidera. Vi parlerò perciò di Metastasio, nato nel 1698 e morto nel 1782.
Poeta Cesareo alla corte di Vienna dal 1730 alla morte, fu autore di innumerevoli melodrammi di alterna autonomia letteraria, che i musicisti del tempo fecero a gara per musicare. Il suo teatro è forse la dimostrazione più clamorosa dell’impossibilità di una vera e propria tragedia in lingua italiana e in versi.
Al di là di ogni tempo prescelto, infatti, la musicalità del verso - con la possibilità di troncare pressoché ogni parola, trasformando “amore” in “amor” e “orrore” in “orror”- esorcizza automaticamente ogni grandezza tragica in una eleganza salottiera di cui è – per l’appunto- massima espressione il Metastasio; o in una scultorietà da monumento ai caduti, come nell’Alfieri e nei suoi epigoni, che richiede la veste musicale come un vero e proprio necessario complemento.
Voglio scrivervi un piccolo pezzo di monologo tratto da:”Didone abbandonata” (1724)

Metastasio: Dall’atto 1 – scena 18
Enea- E soffrirò che sia
Sì barbara mercede
Premio della tua fede, anima mia!
Tanto amor, tanti doni…
Ah! Pria ch’io t’abbandoni,
pèra l’Italia, il mondo;
resti in obblio profondo
la mia fama sepolta;
vada in cenere Troia un’altra volta.
Ah che dissi! Alle mie
amorose follie,
gran genitor, perdona: io n’ho rossore.
Non fu Enea che parlò, lo disse Amore.
Si parta… e l’empio moro
stringerà il mio tesoro?
No… ma sarà frattanto
al proprio genitor spergiuro il figlio?
Padre, Amor, Gelosia, numi, consiglio!

Se resto sul lido,
se sciolgo le vele,
infido, crudele
mi sento chiamar.
E intanto, confuso
Nel dubbio funesto,
non parto, non resto,
ma provo il martìre,
che avrei nel restar.

venerdì 11 gennaio 2008

VIAGGIO DI PENSIERI



a cura di Maria Cristina Campagna

Anno nuovo, vita nuova. Quante volte lo avete sentito dire o ve lo siete detto. Quante volte avete pensato, ragionato, sognato sul Viaggio dei Viaggi?
Basta, lascio tutto e vado a vivere in un posto più sereno, lontano da tasse, inquinamento e cronache nere. Magari ai tropici, in una modesta casetta in riva al mare senza troppe comodità e al caldo? Ma poi non lo fate mai. Lasciare tutto e tutti? Come fare? Difficile. E rimandate al futuro.
Oppure avete pensato, basta! Lascio il marito o la moglie, non ne posso più di far finta di essere la coppia perfetta, voglio vivere come dico io, libera. Ma poi ci sono i figli, la casa, e come andare avanti da soli in questa società? Allora accetti piccoli compromessi, in fondo lo ami, e nascondi in fondo al cassetto il tuo desiderio.O ancora avete detto. Basta! Ho deciso! Aprirò un’attività tutta mia, l’ho sempre sognato ed è ora che mi butti, con un po’ di sacrifici mi realizzerò. Ma siete presi da mille timori. Primo i soldi, dovrò fare un mutuo, (al giorno d’oggi!) poi il tempo per la famiglia e per te stessa/o che sarà ridotto ed allora aspetti, rimandi, con la scusa di pensarci bene.Ma cosa si aspetta? Che ci venga il coraggio? Non che non lo abbiamo, ma in questi casi c’e ne vuole tanto. Aspetti qualche segnale dal cielo? O qualcuno che sia d’accordo con le tue idee e ti sproni?
Non lo so. C’è chi sta bene così com’è e chi sogna qualcosa di diverso, qualunque esso sia. In fondo abbiamo solo questa vita, perché non seguire i sogni, le intuizioni, i segnali? E l’inizio dell’anno ce lo ricorda, puntuale come un orologio. Si! Proprio così, ogni inizio di anno ci regala un po’ di adrenalina per attuare qualcosa. Allora che fare? Voi vi siete lasciate andare? Avete ascoltato la vocina interiore o già dopo una settimana la vocina si sta affievolendo?
Ascoltatevi… e buon anno!

Baci

mercoledì 9 gennaio 2008

DESIDERIA



SIGNORE PIN UP, E' IL NOSTRO MOMENTO
a cura di Monica Maggi

Signore maggiorate, è il momento della vostra (e mia, non lo nascondo) riscossa. L'enciclopedia online Wikipedia ha pensato alle donne “ben fornite” e a tutti quelli che condividono questa passione e ha lanciato una nuova pagina dedicata esclusivamente alle celebrità di sesso femminile con il seno di misura uguale o superiore alla quarta, elencate in ordine alfabetico e con link che rimanda alla loro pagina specifica. La directory si chiama "List of big-bust model and performers" e raccoglie diverse categorie di maggiorate: sono ammessi sia seni naturali sia quelli artificiali, che purtroppo risultano essere la maggioranza. Le iscritte alla lista possono essere celebrità come la modella inglese Katie Price, alias Jordan, attrici come Pamela Anderson o stelle della categoria "adult". Nella lista è presente anche Lolo Ferrari, attrice e ballerina francese considerata la più maggiorata di tutte con i suoi 180 cm di circonferenza del busto.Un paragrafo è poi dedicato al solo Giappone, dove il fetish per i seni di ampia misura è andato crescendo nel corso degli anni. Si va dalla storica Michiko Maeda dei primi anni 50 alla "Porno Queen" Eri Kikuchi alle più giovani Mariko Morikawa e Anna Ohura. "Le ricerche su questo specifico argomento erano così tante che alla fine abbiamo deciso di creare una voce specifica per elencare tutte le donne dal seno oversize più amate dai web surfer di tutto il mondo", è la dichiarazione di una fonte interna a Wikipedia riportata dal britannico The Sun.

Monica

martedì 8 gennaio 2008

NON HO L'ETA'


Curiosità: compagna di vita.

A cura di Cappe

La frase: “non ho mai perso tempo”.
Proprio per curiosità mi sono recata alla mostra di spille e collane “New Vintage” organizzata dalla signora Leda. Piccola di statura, occhi azzurri luminosi e vivaci, loquacità coinvolgente accompagnata da una gestualità signorile e pacata, degna di una miss della sua età.
Appunto. L’età a una donna non si dovrebbe mai chiedere, ma per noi un’eccezione: 82 anni.
Nel 2005 la rivista Glamour le dedica addirittura un’intera pagina. Sfilate e mostre suggellano il suo successo.
Cosa spinge a creare oggetti di una modernità estrema e di tendenza dopo le 78 candeline?
Non trovate affascinante il binomio avanguardia ed età “matura”?

Le sue composizioni sono realizzate con bottoni preziosi, in vetro, bachelite, murrine e fibbie, pizzi, nastri. Pezzi rigorosamente originali che spaziano dal primo ‘900 fino agli anni ‘70. Borsette vezzose, sciarpine di seta decorate con perle, cappelli, stoffe e molto altro.
Arte del recupero, maestria nella manualità e infinito buon gusto. Una creatività che si rinnova ringiovanendosi giorno dopo giorno.
Leda mi spiega che il suo segreto è racchiuso nella curiosità. Ovvero saper sfruttare qualsiasi occasione trasformandola in un’opportunità di crescita culturale ed emotiva. Mai perdere tempo, si raccomanda.
Un altro must, aggiunge, è essere sempre aggiornata sulla haute-couture come dimostrano i fedeli abbonamenti alle riviste AD, Marie Claire, Vogue. Tanto per intendersi.
Come un’intraprendente designer, mi racconta che spesso ha saputo anticipare le mode, cogliendo i desideri femminili attraverso intuizioni, spirito di osservazione, tanta energia. E così, da qualche anno, si dedica in particolare alla realizzazione di spille utilizzando i preziosi bottoni della sua collezione privata.
Le chiedo di descrivermi il suo concetto di creatività. Risponde: idee personali che scaturiscono dall’esperienza accumulata, dalla formazione ricevuta, dalla vita stessa. Creare non è copiare ispirandosi, è di più. E’ sognare il proprio oggetto, amarlo, mentre prende forma nella mente, cercare minuziosamente i materiali per potergli donare un’esistenza unica e perfetta.
Avete visto le foto della collana e della spilla? Che ne pensate?
Vi confesso che ci si congeda a malincuore dalla compagnia della signora Leda…

lunedì 7 gennaio 2008

C'ERA UNA VOLTA LA FAVOLA





a cura di Roberto Bianchi

L’educazione è antica quanto l’uomo. Quando ancora all’umanità era sconosciuto l’uso del fuoco e si viveva nelle caverne, lavandosi con la saponaria e curandosi con erbe e bacche, già i piccoli imparavano il mestiere emulando i padri e le bambine imitavano le mamme. Da secoli e secoli si auspica di non emarginare i meno fortunati. Sono tanti gli esclusi dalla società di oggi: gli emarginati. La civiltà di un popolo si può valutare in base a come vengono trattati e considerati coloro che hanno necessità di aiuto, ecco allora la favola di questa volta ispirata al messaggio di accettazione dl prossimo, per andare oltre ciò che appare dal di fuori e comprendere le ricchezze che tutti custodiscono. Per quanto riguarda la tecnica narrativa evidenzio questa volta, come il fanciullo riesca a fruire beneficio dalla fiaba in quanto essa comunica con lui attraverso i canali della fantasia e dell’immaginazione, parla insomma un linguaggio a lui comprensibile, ma per garantire al giovane la possibilità di sentirsi sempre sicuro, occorre puntualizzare bene il significato del famoso C’era una volta… ovvero della necessità di collocare sempre il racconto in un tempo remoto, in un paese lontano, in un’epoca sconosciuta come si potrà notare nell’incipit della narrazione che segue:

Nel Giardino incantato, dove i cuori sono sempre felici e gai è eterna primavera. I colori sono splendidi in ogni stagione, festeggiano le fate dell’acqua e quelle dell’aria, si recitano scene d’amore e si bevono sciroppi dolcissimi.
Tra i fiori non ci sono esclusioni. Si accettano nella congrega di fraterni amici tanto il rodendo quanto la dalia, l’azalea come il fiordaliso. Non conta il colore, non ha valore l’aspetto, si cerca di scoprire le qualità nascoste di tutti. Infatti quella volta la Rosa regina narrò:

IL TESORO

C’era una volta, quando ancora non si conosceva bene neanche la forma della Terra, erano sconosciuti i popoli dell’ovest e si credeva che il pianeta fosse piatto, uno stregone buono che rivelò:
“Cogliete i frutti i magici e troverete il tesoro!”
C’era infatti al centro della selva un grande albero che tutti chiamavano Il Gran Saggio. Quando qualcuno era preoccupato da un problema, si recava ai piedi del tronco enorme, nel mezzo al bosco e l’albero offriva la soluzione.
“Quest’anno dai rami spunteranno frutti che vi faranno ricchi!” disse lo stregone. Presto giunse il tempo della germogliazione e poi i prodotti dell’albero maturarono.
C’era chi partiva munito di sacche e chi di gerle. Si trafugò ogni ramo e si spogliò l’albero di ogni frutto. Tutti si misero a selezionare il raccolto e fecero marmellate e succhi, conserve e rosolio, puree di frutta e altre preparazioni speciali ma sempre scartando i noccioli.
Tutti avevano le cantine piene degli elaborati ottenuti con i frutti, solo Peco, troppo umile per spingere e farsi avanti non era riuscito a far suo nemmeno un frutto.
“Per te ci sono solo i noccioli!” gli dissero gli altri.
Il tempo passò, si pensò di diventare ricchi facendosi panini con quelle marmellate o mangiando le puree eppure nessuno riuscì a procurarsi alcun beneficio, se non quello del sapore dolcissimo, gustando quelle preparazioni.
“Ma allora dov’era la ricchezza?” chiese il popolo allo stregone.
“Erano i noccioli che voi avete scartato a rappresentare la ricchezza, essi sono d’oro puro!” e Peco, al quale era toccata quella ricchezza gettata al vento da chi si sofferma a guardare le apparenze, scoprì di essere divenuto ricchissimo.

saluti a tutti dal vostro scrivano roberto

mercoledì 2 gennaio 2008

Saluti da Sharm



di Monica Caboi

Salve, salve amichette.
Un saluto veloce perche` qui la connessione e` a manovella!
1. C`e` il sole, ma non brucia.
2. I pesci sono estremamente colorati, tipo colori da big babol o caramelle piene di coloranti.
3. Gli egiziani (per mia sorella, INDIANI), sono dei maniaci sessuali.
4. la devo smettere di sorridere a tutti altrimenti mi stuprano (mia sorella non fa altro che ricordarmelo!!)
5. YOU ARE LEBBRA? Questa ve la spiego in un post tutto per lei.
6. L`unica Monica famosa qui e` la Lewinsky, il che fa capire molte cose...
7. L` alcol per i turisti allocchi costa quanto una seduta dal dentista. Vabbe`, mi disintossico...
8. Il mondo e` pieno di russi, almeno a giudicare da qui...e bevono tutti come spugne, anche i bambini...
9. Ho visto piramidi di gamberoni. Anche questo merita un post a parte.
10. Ormai conosco a memoria le hit russe del momento. Ce n`e` pure una con il mio nome, ma non so che dice.
11. Domani, Sinai. Speriamo di non morire assiderati.

Un saluto, a presto
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