mercoledì 31 ottobre 2007

VADE RETRO


Irma Bandiera: una donna da ricordare
A cura di Alessandro Gallo

Carissimi lettori,

in questo post voglio soffermarmi sulla seconda guerra mondiale e, specialmente, su un’importante figura Irma Bandiera: una patriota pronta a morire pur di non far scoprire ai nazifascisti dove erano nascosti i partigiani.
Nata a Bologna l’8 aprile 1915, fucilata al Meloncello di Bologna il 14 agosto 1944, Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.
Di famiglia benestante, moglie e madre affettuosa, il suo amore per la libertà la spinse a schierarsi contro gli oppressori. Staffetta nella 7a G.A.P., divenne presto un’audace combattente, pronta alle azioni più rischiose.
Fu catturata dai nazifascisti, a conclusione di uno scontro a fuoco, mentre si apprestava a rientrare a casa, dopo aver trasportato armi nella base di Castelmaggiore della sua formazione. Con sé Irma aveva anche dei documenti compromettenti e per sei giorni i fascisti la seviziarono, senza riuscire a farle confessare i nomi dei suoi compagni di lotta.
L’ultimo giorno la portarono di fronte a casa sua: "Lì ci sono i tuoi – le dissero – non li vedrai mai più, se non parli", ma Irma non disse nulla. I fascisti infierirono ancora sul suo corpo martoriato, la accecarono e poi la trasportarono ai piedi della collina di San Luca, dove le scaricarono addosso i loro mitra. Il corpo di quella che, nella motivazione della massima onorificenza militare italiana, è indicata come "Prima fra le donne bolognesi ad impugnare le armi per la lotta nel nome della libertà…", fu lasciato come ammonimento per un intero giorno sulla pubblica via.
Queste informazioni sono state trovate sul sito ufficiale dell’ANPI associazione nazionale dei partigiani d’Italia. E’ mia intenzione intervistare una persona dell’ANPI per farmi raccontare un pò di quel periodo.
Oggi, da parte dei giovani, non vedo tanto patriottismo, tanti parlano male dell’Italia. Comunque io ci credo in questa nazione, nonostante la complessa situazione della politica attuale, e continuo a gridare:”w l’Italia!”

martedì 30 ottobre 2007

VESTIRSI DI EMOZIONI



Il concorso “Vestirsi di emozioni” organizzato dalla scuola Harriette Stanton Blatch, in collaborazione con la casa di moda Emmanuel Schvili, sta procedendo. I racconti che ci avete inviato sono tanti e sono belli. Sono parte di voi, della vostra vita. Sono intrecci e trame, proprio come un abito d’alta moda. Tessuti mano a mano e resi preziosi nel tempo.
Fra qualche giorno la giuria inizierà la lettura ed entro breve scopriremo la vincitrice. Sono emozionata anche io. E lo ero persino mentre aprivo le vostre buste, i nomi scritti a mano, le mail. Un insieme di voci, una coralità emotiva. Fantastico. E intanto che aspettiamo facciamo del bene, foto di gruppo della famiglia Schvili. L’abbiamo scattata il 21 ottobre durante la presentazione della collezione primavera – estate 2008. Deliziosi i nipoti ….ma un occhio anche ai figli. Che poi ci si sveglia bene.

A presto

Patrizia Finucci Gallo

lunedì 29 ottobre 2007

Psyché

Scrivere: fa bene o fa male?

A cura di Susana Liberatore

Come sempre, prima di metterci a parlare di un argomento cosí difficile, forse é meglio ricordare il complicato legame etico tra ll “bene” ed il “male” per la Psicoanalisi. Al di lá dell ´innocente idea di pensare che la felicitá coincida con il benessare, gli uomini (oppure “esseri parlanti”) provano perplessitá ed incomprensione a capire se c´é qualche limite preciso tra questi concetti.
Un piacere che si prolunga senza necessitá, un sogno che non si compie senza un perché.....Perché?. Continuare a consumare una sostanza che fa male, a mangiare senza limite, a non potere frenare ne dire –“basta”!, sapendo ed anche sentendo che fa male. Perché?.
Come sempre, queste cose sorpassano l ´obiettivo di questo testo, ma servono a capire il senso complesso e necesario di una spiegazione sull’ atteggiamento umano in relazione all’arte.
Ritornando all’atto della scrittura, ricordiamo che abbiamo parlato di due universi che si toccano ma non si mescolano. Uno, possiamo definirlo come il vuoto, l’altro come le parole oppure l’universo simbolico. Possiamo dire che l´arte é il trattamento simbolico di questo vuoto, cioé la scrittura sarebbe il tessuto che si fa per circoscrivere questo vuoto. Uno scrittore é chi riesce a collegare questa soluzione sublimatoria ai rapporti del soggetto con il vuoto.
Allora, ci troviamo davanti a due questioni: da un lato, il famoso profilo dello scrittore tormentato, sofferente e tante volte collegato con la pazzia. Ma per l’altro, e sopratutto in questi ultimi anni, sorgono proposte di scrittura creativa, pittura, musica, ecc. per le malatie mentali gravi.
Infatti, ci sono collegamenti tra i melanconici e gli scrittori: tutti e due sono costretti, in particolar modo, a giocare nella palestra del vuoto/simbolico. Ma la differenza é che mentre nel melanconico il soggetto resta prigionero di un´identificazione mortífera con il vuoto, nella sublimazione dello scrittore, il vuoto diventa la condizione di un’ attivitá creatrice.

domenica 28 ottobre 2007

9 mesi e 1/2

LUOGHI COMUNI E CONSUETUDINI DISTORTE
a cura di Ely

Oggi mi rivolgo a tutti: genitori e non.
Vi è mai capitato, dopo i primi tempi dalla nascita di un figlio, di dire o sentir dire: “Hai voluto la bicicletta? Bene, ora pedala!” ?
Ebbene, anche se difficilmente qualcuno mi abbia mai sentito lamentare sulla mia nuova condizione di genitore, a me è capitato. E ciò che ho provato è stato un misto di rabbia e di disagio e la consapevolezza che, a chi me lo diceva, gli era stato detto a suo tempo. Ma, ancor peggio, è stato cogliere quella sottile soddisfazione che si stampava sui loro volti, come se “godessero” a vedere la sorte che ti toccava e di cui prima essi stessi ne erano stati vittima... La natura umana, così complicata e così contraddittoria!

E' vero che il primo periodo è colmo, anzi oserei dire stracolmo, di notti in bianco, pannolini sporchi, latte che sgorga a fiumi (da mammelle e da tenere boccucce), ma non sarebbe ora di sfatare questi luoghi comuni, di rompere queste consuetudini distorte?! Ci si sta prendendo cura di un altro essere umano, accidenti! Si ha bisogno più di aiuto che di un gratuito sarcasmo!
Tra l'altro, una volta che ci sei dentro, come genitore intendo, ti rendi conto che attorno a questa nuova condizione si tende a creare un alone di mistero fatto apposta per sentirti poi dire: benvenuto nel club.
D'altra parte succede anche il contrario e cioè sono gli stessi neo-genitori che raccontano, quasi stupiti, della loro nuova esperienza. Come se non avessero mai avuto la minima idea di ciò che gli aspettasse.
Allora mi domando e vi domando: è vero che non sono i corsi, le letture e quant'altro a disposizione a prepararti ad un evento così importante e soprattutto così imprevedibile, ma non sarebbe meglio se la si smettesse con questa “finta” solidarietà di categoria? Non sarebbe molto più utile provare a creare, attraverso la raccolta delle esperienze passate, un patrimonio di conoscenze, una sorta di cultura genitoriale generale da poter divulgare e trasmettere e che permettesse di acquisire una certa consapevolezza? Perché non affiancare al protocollo medico per le gestanti anche un bel protocollo per i neo-genitori?
Ci sono tante di quelle persone che possiedono una ricchezza interiore innata, in tema di educazione ed accudimento, da poter colmare da sole, con la loro pazienza, il grande vuoto di quelle immense voragini sociali che ci stanno risucchiando. Insomma, con un certo impegno e con le persone giuste, questa cultura genitoriale potrebbe diventare la base per il futuro nostro e dei nostri figli.
Oltre all'amore credo sia molto importante per i genitori di oggi, fissare dei principi da osservare, avere dei valori fermi da trasmettere, avere un minimo di conoscenze su come allevare e far crescere un bambino equilibrato. Senza tralasciare il fatto che poi occorre anche dotarsi di una buona e costante dose di pazienza.
E non credo affatto, giusto per tornare alle consuetudini distorte, che il “sapere” possa trasformarsi in un diabolico deterrente a scapito del tasso di natalità, non credo proprio che possa dissuadere l'intenzione di chi decida veramente di avere una famiglia, no anzi sono convinta che prepararsi possa solo risultare un notevole vantaggio per tutti quanti.
Certo, non compenserà le notti in bianco, non muterà il fatto che ci saranno innumerevoli pannolini da cambiare e biberon da riscaldare, ma almeno non permetterà ad “altri” di farti sentire come un soggetto immaturo, sprovveduto ed incosciente. Per farla breve, come uno che non sa ancora pedalare.

Allora dico: se questa bicicletta la dobbiamo proprio pedalare, perché non farcelo insegnare?!

venerdì 26 ottobre 2007

BRICIOLE D'ESTETICA

Un compromesso: onorare il Padre non dimenticare la Madre
A cura di Vladimiro Zocca

A metà strada della mia infanzia, arriva il doloroso distacco dal caldo matriarcato della nativa terra di Versilia, bagnata dalla marea color del vino e coronata dalle Alpi Apuane dai ruvidi fianchi di marmo macchiati di castagni. Giunge il tempo di essere preso in consegna dall’ordine razionale dei padri; da figlio prediletto dalle grandi madri, divento rampollo dai padri dalla cinquecentesca nobiltà decaduta – in quell’epoca furono perseguitati perché partecipavano alle cene calviniste -.
Tuttavia erano animati da un particolare rigore morale e decisi a far assorbire a questo ragazzino introverso i segni del potere maschile. Mio padre, discendente cadetto, costretto di buon grado a trovare una maggiore sicurezza economica, decide di ritornare con tutta la famiglia nella terra dei suoi padri a partecipare alla conduzione di una piccola azienda di biciclette, in Lombardia, ai confini con il Veneto, in un grosso paese agricolo in riva al Po, fiume dai connotati tipicamente maschili, almeno alla luce del mio immaginario infantile.
Lo scenario cambia completamente, la terra, piatta, di colore perso d’inverno, di colore verde umido d’estate, è dilatata dai grigi orizzonti sfumati all’infinito dalle nebbie padane, ritmate dai diafani filari dei pioppi cipressini. Il grigio mi appare il più inquietante dei non-colori. Mia madre, il filo nero dei vita che mi tiene congiunto alla oscura terra delle Grandi Madri, non si adatterà mai a quell’ ambiente e vi vivrà sempre come una straniera in una terra quasi inospitale. Veramente, nella numerosa famiglia del nonno paterno, fatta di zii predominanti e galanti, di zie al servizio dei maschi della famiglia e di cugini poco espansivi, dove il primogenito maschio è il più riverito, trovo una grande madre occultata dalle cortine della religione, la zia Adelaide, una donna considerata strana perché ha appena gettato alle ortiche il velo, anzi il cappellone di stile olandese delle suore di San Vincenzo.
Alta, bellissima, dall’aristocratico profilo di cammeo, incorniciato dai biondi capelli lucenti. Parla pochissimo, soprattutto quando il suo sangue è scaldato da qualche bicchiere del duro lambrusco di Quistello. Era stata madre superiora a capo delle infermiere religiose del grande ospedale di Genova; l’unica persona con la quale mia madre parlasse senza remore, probabilmente attraverso l’arcaico codice segreto inscritto da sempre nei loro cuori, quel codice che mi permetteva di trovare in quella strana zia un’accogliente ombra protettiva, fatto del nero misterioso che costituiva il filo terrestre delle Grandi Madri. Io sono figlio unico, quindi naturalmente primogenito. Scopro i piaceri repressi della scuola e le repressioni regolate della chiesa che rendono i piaceri avvolti di mistero, ma, per questo, più desiderabili. Comincia un apprendistato alle perversioni della ragione che vuole allontanarmi dalla magia delle origini. Controvoglia, mi adatto ad onorare il Padre ma non mi voglio abbandonare all’oblio della Madre. Incomincia un’altra storia.

mercoledì 24 ottobre 2007

VIAGGIO DI PENSIERI

A cura di Maria Cristina Campagna



Una settimana fa circa ho seguito un servizio di Striscia la Notizia che parlava di una truffa messa in atto da una società che proponeva: “Il primo rimedio olfattivo per incrementare le sue prestazioni sessuali. Basta annusarlo per un risultato immediato.”Erostik, un’ inalatore come quelli che si usano per decongestionare il naso. Questa cosa mi ha fatto ridere e pensare. Non vedo cosa ci sia di male nel creare qualcosa che possa illudere gli idioti che la comprano, o qualcuno (non idiota) che l’ acquista solo per curiosità ed anche perché ha costi ragionevoli. Una confezione solo 39.90! Se poi vogliamo vederla su un più vasto mercato, (intendo canali televisivi nazionali o riviste) allora che ne dite di prodotti che eliminano la forfora, che fanno risplendere i vostri capelli, che non vi fanno più sudare le ascelle, che faranno diventare i vostri capi sempre più bianchi e i colorati sempre più vivi. Non parliamo poi delle creme, antirughe per eccellenza, che in sole 4 settimane vi ridonano una pelle giovane e tutti i prodotti dimagranti, pillole miracolose, unguenti! E gli alimenti, i cereali (con gocce di cioccolato) che aiutano la linea, o la patata fritta che non ingrassa. Chi di voi non si è trovato fregato da qualche prodotto? Eppure nessuno grida alla truffa. Io ci rido su. Ma l’inventore di Erostik poteva almeno creare qualcosa di più credibile!!

Baci


martedì 23 ottobre 2007

TEA TIME



Lo zen nell'arte della scrittura di Ray Bradbury
a cura di Maria Luisa Pozzi

“Pensate a Shakespeare e a Melville e penserete al tuono, al fulmine, al vento.” Bello, vero? E’ nella pagina iniziale del testo di Bradbury, un libretto che, malgrado alcune pagine ingiallite, ha ancora molto da dire.
Consigli sulla scrittura. Su “cosa” scrivere. Scrivete, dice l’autore, di ciò che amate o odiate, “le grandi e piccole cose (…). Un tram, un paio di scarpe da tennis.” Questo il suo suggerimento, “Trovate un personaggio come voi, che vorrà qualcosa o non vorrà qualcosa con tutto il suo cuore. Dategli degli ordini conseguenti. Lasciatelo andare. Poi seguitelo più velocemente che potete. Il personaggio (..) vi porterà alla fine della storia. (..) Cercate piccoli amori, trovate e date forma alle vostre amarezze. (..)


Dice ancora, “ Da qualsiasi parte tu guardi nel cosmo letterario , i grandi sono occupati ad amare e odiare. La vita è corta, la miseria sicura, la mortalità certa. Ma per strada, (..) io voglio sculacciare qualche sedere, accarezzare la capigliatura di una bella ragazza, salutare un ragazzo che ondeggia su un caco.”
Le storie sono dentro di noi, ribadisce, “ Quando la gente chiede dove prendo le mie idee, mi viene da ridere. Com’è strano, siamo così occupati a guardare fuori, a trovare strade e mezzi, che dimentichiamo di guardare “dentro”.”
Sul “come” scrivere: insiste sull’importanza delle parole che stimolano i sensi; dice, “se vuoi convincere il tuo lettore che è “là”, devi attaccare tutti i suoi sensi (..) con colori, suoni, gusto e trame. Se il tuo lettore sente il sole sulla pelle, il vento che gli muove le maniche della camicia, metà della battaglia è vinta. Il più improbabile dei racconti può diventare probabile se il tuo lettore, attraverso i suoi sensi, sente con certezza di essere nel mezzo degli avvenimenti Non può rifiutare , allora, di partecipare. La logica degli avvenimenti dà sempre strada alla logica dei sensi.”
L’importanza delle letture, del cinema nel processo della scrittura. Agganciare ciò che si è letto o visto ai propri ricordi. Racconta di come trent’anni prima un giorno scrisse queste parole, “La stanza dei giochi” e poi cominciò a farsi domande: “dove? Nel passato. No Nel presente? Difficile. Nel futuro? Si.” Si mise a scrivere a tutta velocità associando parole e immagini intorno a quella stanza. Poi continua così, “Avevo conosciuto la stanza, adesso dovevo metterci dei personaggi.” Arrivano così George, sua moglie e i loro bambini e un ricordo: c’è qualcosa che non funziona nella camera dei giochi; i genitori vanno a controllare, “Li seguo, scrivendo come un matto, senza sapere cosa succederà.(…) Africa. Sole caldo. Avvoltoi. Carne morta. Leoni. (…) I leoni saltano fuori dalle pareti della stanza dei giochi e divorano George e sua moglie, mentre i loro bambini, maniaci della tv, siedono e sorseggiano il te.”
Interessante , vero, per chi voglia scrivere di fantascienza? Chissà se è questo il processo che ha condotto a “Fahrenheit 451”.
Ma basta così. Ho scritto fin troppo. Un suggerimento per voi che volete scrivere: ci sono tante altre idee in questo libretto. Vale ancora la pena di leggerle, le parole di questo vecchio, grande leone.

lunedì 22 ottobre 2007

GRAFOLOGANDO



SIMBOLICAMENTE....
a cura di ALessandra Lumachelli

Nella nostra scrittura c'e' il nostro Io piu' autentico, ed e' questo che risalta quando osserviamo un testo scritto. Nel foglio trasferiamo la simbolistica universale, sedimentate nel nostro patrimonio genetico dagli albori della civiltà e rielaborata poi da ognuno di noi in modo personalissimo. Così in alto si trovano gli ideali, le aspirazioni, lo spirituale; in basso, gli istinti, la nutrizione, la motricità, e l'inconscio in generale. A sinistra, la Madre, l'origine, il passato, l'introversione e la regressione; a destra, il Padre, il futuro, gli altri, l'attività...

domenica 21 ottobre 2007



Di mamma (non) ce n'è una sola.
a cura di Anna Grazia Giannuzzi


A casa. 2/2


Siamo generalmente portati a pensare che ogni individuo sia il frutto di una particolare combinazione tra eredità genetica ed esperienza.
Questo è ancora più vero per i bambini adottati, che non sono speciali solo perché adottati, ma semplicemente perché se paragonati ad un altro bambino della stessa età, hanno avuto rispetto a questo esperienze diverse e molto più forti.
Dal punto di vista dei bambini l’adozione significa anche una grave privazione: la perdita completa e rapida del contatto con tutto quello che hanno conosciuto ed amato, inclusa la lingua che parlano, e l’essere trasportati fisicamente in un mondo nuovo dove tutto è sconosciuto.
Le quattro mura di un istituto possono essere una certezza, i confini sicuri dell’unico mondo che si conosce, dell’unico modo di stare al mondo che si pensa possibile.

Sebbene accompagnati da braccia amorevoli, i bambini e le bambine adottate hanno tanti timori: il nuovo mondo può essere invitante, interessante e molto spesso dentro il cuore portano una voglia enorme di lasciarsi andare, di fidarsi e lasciar fare i nuovi genitori. Non per questo la situazione in cui si trovano non gli appare sconvolgente o meno stressante. Appaiono felici ed ansiosi di conoscere e godere di tutte le cose nuove che gli si offrono, ma passano anche dei brutti momenti, che li rendono instabili, irritabili.
A volte purtroppo è difficile capire e non si sa come aiutarli: perché, ad essere sinceri, per il genitore adottivo è molto doloroso accettare l’idea che al proprio figlio possa mancare la condizione di solitudine dalla quale lo abbiamo strappato. Però è così: provano dolore per quello che hanno perduto, per tutto quello che è stato importante nel passato: il letto con le sbarre, un pupazzo, una finestra dalla quale guardavano la città, il percorso in autobus dalla casita a scuola, le maestre, le feste di compleanno, le merendine, le visite notturne al nido dove c’erano i bambini piccolissimi. Una vita. I bambini e le bambine adottate conoscono i fantasmi del passato, magari davvero sentono rumore di catene nella notte.
Si angustiano e mentre nuovi stimoli e suggestioni gli ricadono addosso come una valanga, temono anche di perdere quello che hanno appena conquistato.
Tutte e tre le mie figlie hanno subito un allontanamento traumatico dalla madre, non hanno potuto sviluppare l’attaccamento, non sono state sufficientemente abbracciate, nutrite, contenute, e ad un certo punto della loro vita hanno dovuto contare solo su loro stesse. Grazie all’adozione, hanno trovato finalmente una famiglia, ma saranno impegnate nel corso di tutta la sua vita ad integrare due parti di sé: il prima e il dopo.
Ho provato a spiegarlo alle maestre, che ritengono che la mia figlia più grande sia precoce: infatti ha un anno in più dei suoi compagni.
Quando lei ha scritto un tema sull’altra mamma non hanno pensato fosse il caso di avvisarmi. Anzi quando ho provato a spiegare alcuni suoi comportamenti alla luce del fatto che sta soffrendo perché si sente felice mentre comincia a lasciarsi alle spalle il proprio passato e nello stesso tempo ha paura di farlo, la maestra mi ha risposto: mi hanno detto che succede.
Infine, pare abbiano schedato i bambini stranieri e con loro mia figlia che è nata a Bogotà ma è cittadina italiana e figlia di italiani.
I bambini stranieri hanno una lingua madre in senso tecnico e simbolico, è una lingua culturale e di identità; quella che useranno magari, un giorno, per comunicare con i parenti rimasti nel paese di origine, o se sceglieranno di tornare a vivere in quel paese, comunque per integrare al meglio le due realtà che lo caratterizzano, quella italiana e quella straniera.
Il rapporto con la lingua spagnola e con la cultura colombiana per noi si pone su un altro piano. Lo spagnolo per loro era solo una lingua di comunicazione, povera fredda, non materna nel senso più ampio del termine.Ha trasmesso loro davvero poco, anche se alcune cose importanti resteranno, altre saranno dimenticate per sempre. Come nella maggior parte dei casi di bambini adottati, anche le mie figlie dimenticheranno; non completamente spero, solo le cose più brutte.
La lingua dell’amore per loro è l’italiano, quella con cui chiamano le cose e le persone che amano ed a cui sorridono, quella con cui scoprono e chiamano il mondo: quella con cui acquistano un'identità.
Quella con cui esprimono i sentimenti.
Non è solo una questione di sovrapposizione di strutture linguistiche, ma proprio di pensiero, dove la mancanza di cura ha provocato carenze cognitive, ci inseriamo noi oggi per aiutare a compensare, tra coccole ed esercizi extra.
I primi giorni di scuola mia figlia che non parlava ancora bene, imitava i comportamenti delle bambine di cui voleva essere amica e capiva quando le dicevano che era straniera e che se ne tornasse nel suo paese (quale paese? Lei non è straniera, il suo paese è l’Italia!).
Quando proprio non ce la faceva più, parlava con un albero e disegnava sulla corteccia mutandine, maglietta e cappellino.
Mi chiedo come le insegnanti potranno aiutare le mie figlie se non sono pronte a capire l’origine delle loro difficoltà.
Trovo sconvolgente quello che devo affrontare, ma accetto la sfida per amore e, soprattutto, perché sto facendo di tutto per determinare un cambiamento.
Forse con le più piccole ce la farò.

sabato 20 ottobre 2007

Marilyn

La Strega
di Fabio Cicolani

Ancora un tassello nella schiera di personaggi fantastici che annidano i propri bozzoli nelle persone comuni, in attesa di mutazioni o magie che li trasformino in creature sovrannaturali perfette per una reincarnazione cinematografica. Cosa succede però, quando sono le emozioni, o meglio, le delusioni a trasformare una donna in un essere fantastico? Nella fattispecie: cosa o chi diventa una donna delusa, magari dal fidanzato? Semplice: una strega.

Le streghe, si sa, popolano da secoli gli incubi dei piccoli solo la notte di Halloween, ma gli adulti devono affrontarle 365 giorni l’anno. Una strega è colei che serbando un acuto rancore fa in modo che la sua energia negativa guidi la nuvola carica di pioggia proprio sull’uomo oggetto di tale rancore, come per Fantozzi. Così, una moglie abbandonata a casa la domenica mattina perché il marito va a giocare a calcetto con gli amici, sposta il nembo plumbeo esattamente sul campetto, lasciando il consorte a fissarsi i riflessi dei tacchetti e del pallone sulle pozzanghere in tempesta.
Oserei dire che molti incantesimi della donna-strega sono involontari, come la porta che non le avete aperto, che improvvisamente vi sbatte in faccia perché lo stantuffo a pressione manca casualmente un colpo, o la sua carta di credito che non funziona la sera che avevate arbitrariamente stabilito che fosse lei a pagare il conto a cena.
Il meglio di sé la donna-strega lo da in cucina, alle prese con sortilegi e pozioni, come quella nuova ricetta che ha recuperato dalla rivista del dentista (vedi borsa Mary Poppins) e che fa sperimentare al suo uomo. Peccato che non trovando gli ingredienti che di solito vengono accuratamente riportati nelle ricette (cose trovabilissime come baffi di foca, bacche di mirtillo peruviane, farina di diamante, estratto di essenza di vanillina zuccherata alle mandorle, etc…) abbia sostituito tutto con farina di polenta, vermouth (che quello non manca mai in casa) e sale iodato (sai, per la dieta).
E che dire della maestria nell’evocazione delle sacre fiamme dell’inferno disponendo le candele profumate nel mistico pentacolo in corrispondenza delle tende?
E dei pantaloni preferiti di lui magicamente spariti dopo un lavaggio in quello che la donna-strega pensava essere ammorbidente, rivelatosi poi candeggina?
Ma il meglio di se la donna-strega lo da quando viene mollata o, peggio, tradita. È solo allora che la furia rancorosa si leva come una tempesta di sabbia nera accompagnata da un coro di angeli oscuri! Così nascono le voci in tonalità da esorcista che intasano la segreteria con minacce infernali. È quella coltre nera che genera le forze invisibili e catastrofiche che provocano disagi a non finire al malcapitato ex. Possono essere centinaia, ma questi sortilegi sono i più comuni: la Playstation improvvisamente non legge più i dischi dei giochi, la maglietta degli Iron Maidan comprata al concerto nell’89 stinge, la moltiplicazione delle auto e dei motocicli gli empisce di trovare parcheggio sotto casa per un tempo indeterminato, in ufficio la segretaria sexy rimane incinta e va in maternità, un misterioso filtro d’amore fa innamorare il suo miglior amico dell’ex-fidanzata, strani segni demoniaci lunghi e profondi come solchi nella maggese compaiono sulla fiancata dell’auto, una scatola di oggetti mistici che sembrano essere stati maciullati da un dinosauro (e poi inceneriti) compare davanti alla porta, strane presenze di amiche della ex o visioni dell’ex stessa sembrano popolare le sue giornate, dal benzinaio, al supermercato, in discoteca.
Cercare di dimenticare? Trovare un’altra? Uomo, scordatelo, quando sei stato con una strega, non hai più scampo, perché sono tante e sono dappertutto e se quella che corteggi sembra non essere una di loro, bada di trattarla con i guanti, perché il gene stregonesco non è recessivo, tutt’altro.

venerdì 19 ottobre 2007

SONO DISTRUTTA

E’ oggi qui con noi, Skalabrino a.k.a. Marco Calabrese, tastierista degli Aretuska, yeah!
a cura di MonicaC



Ho braccato Skalabrino per mesi, l’ho persino dovuto seguire nella sua città natale, Campi Salentina, in quel di Lecce, per poter avere l’onore di quest’ intervista. Circondata da tappeti turchi, dischi e un maiale di strass rosa, ho estorto, al nostro (MIO e pure un po’ vostro), piccanti confidenze che neanche Rolling Stones.

Per i pochi che non lo sapessero, gli Aretuska sono la band di Roy Paci, quelli dell’ormai tormentone dell’estate “Toda Joia, toda beleza”, band fissa a Zelig!


Ciao Marco, ti ringrazio per la disponibilità, che fatica raggiungerti…per farti perdonare dovrai rispondere almeno a tre domande cretine.
Tiè! Lo faccio per tutte quelle tra voi costrette ad inseguire un uomo…



Prima domanda cretina: “Definisciti in due parole”
R: “Brillante e rompipalle.” (Modesto e onesto, aggiungo io!)

Seconda domanda cretina: “Fatti una domanda e datti una risposta!”
R: “Non è facile…è la prima volta che mi succede una cosa del genere…(“Non rompere”, gli ingiungo e lo faccio per tutte voi!) Ok, ok… (palmi distesi ad indicare arrendevolezza), ci sono, “ma è vero che sei ingrassato?” risposta: “No, è la maglia che fa difetto…” (ride imbarazzato)

Terza domanda cretina: “Com’ è l’Incontrada da vicino?”
R: “E’ una bella ragazza, molto spagnola…in tutti i sensi!”


Ok, basta cazzate!

D: “Raccontaci com’è iniziata la tua avventura negli Aretuska. Insomma, di come, dal piccolo paese del Sud, sei finito a suonare in TV e nei maggiori festival europei.”
R: “Un po’ come nei migliori film americani, dove i sogni diventano realtà. Sei anni fa, ho portato una demo della mia ex band (N.d.R Vento di Fronda) ad un concerto degli allora Roy Paci & Aretuska e il caso ha voluto che Roy avesse bisogno di un tastierista ed eccomi qui.”

D: “Dicci la verità, ti sei un po’ montato la testa?”
R: “Ma, direi di no, chi mi conosce intimamente lo sa, tu che ne pensi?”

Effettivamente, io che ti conosco intimamente, potrei dire di si, ma anche no.

D: “Quali sono i tuoi riferimenti musicali? Insomma, cosa ascolti, quando non suoni?”
R: “Tutta la black music, ossia tutto ciò che ha a che vedere con il blues, il soul, l’r’n’b, il jazz, senza farmi mancare dell’ottimo reggae e dub.”

D: “Mi spieghi in due parole cos’è il dub?”
R: “E’ un genere musicale nato in Giamaica negli anni ’70, che in linea di massima corrisponde ad una sorta di precursore del moderno remix. Praticamente i vari standard reggae venivano remissati aggiungendo echi e riverberi molto lunghi ed ipnotici.”

D: “Ci fai qualche nome di musicisti che ami?”
R: “Beh, sicuramente, John Coltrane, Chat Baker, James Brown, Ray Charles, non posso dimenticare Bob Marley, ma anche artisti più “recenti”, come ad esempio gli inglesi Herbaliser, che fondono l’ elettronica con la soul music. Insomma, vorrei la pelle nera…”

D: “Un disco fondamentale nella tua vita?”
R: “Ce n’è più di uno, ma se dovessi fare quello che se la tira, ti direi “Kind of Blue”, il disco capolavoro di Miles Davis, in realtà però quello che mi ha segnato di più, è stato sicuramente il banalissimo disco dei Blues Brothers. Banalissimo tra virgolette, perché in realtà pur essendo un disco di cover, possiede una potenza eccezionale e mi ha iniziato al fantastico mondo della black music!”


D: “Che cosa legge un tastierista?”
R: “Spartiti a parte, lo ammetto, leggo molto poco, ma quel poco che leggo è di gran qualità (ride).
Don De Lillo, Fred Vargas, John Fante, Pennac, Chatwin e pure Benni.”



D: “Suonerai mai qualcosa per noi rosa embedded?”
R: “Si, magari succederà…Cosa vi suono?”
(“Beh, questo devi dircelo tu.”)
R: “La vie en rose”, mi sembra adatto alla cornice…


Ok, Skal, ogni promessa è debito, lunedì o martedì sera, tutte all’Arcimboldi di Milano a richiedere la nostra canzone.
(“Mi sa che ho detto una cazzata…”)
Puoi dirlo forte, bello!

giovedì 18 ottobre 2007

RAMPA DI LANCIO


GIORNALISTI O SCRITTORI ?
A cura di LU’ MANCINI
Domenica 7 ottobre sono stata al Festival dell’Internazionale a Ferrara, un week end con i giornalisti di tutto il mondo. E’ stata per me una bellissima esperienza soprattutto per quello che ne ho tratto. Dopo due ore molto faticose e quasi interminabili di fila in attesa di poter accedere alla sala del Cinema Apollo di Ferrara dove si sarebbe tenuto l’incontro con Roberto Saviano autore di Gomorra, finalmente accediamo alla sala e immediatamente mi rendo conto che Saviano le due ore di fila le valeva tutte! Il titolo era “Informazione il futuro del giornalismo” – Roberto Saviano a colloquio con lo scrittore e giornalista statunitense William Langewiesche. Entrambi hanno parlato brillantemente e sono stati per me molto interessanti.
In tutti i discorsi di Saviano, tuttavia, un concetto mi ha colpito in modo particolare: l’abitudine corrente di credere che ci sia uno spartitraffico tra scrittori e giornalisti:
Gli scrittori sono quelli che scrivono romanzi e cose “leggere”.
I giornalisti sono quelli seri che parlano dei “fatti”, che rischiano in prima persona
E’ davvero così ? Io concordo con Saviano: non credo sia del tutto così.
A volte la differenziazione c’è ed è necessaria, ma lo scrittore può puntare allo stesso obiettivo di un giornalista e fare denuncia, raccontare la realtà , magari a suo modo e magari proprio per questo suo modo di raccontare la realtà può raggiungere capillarmente moltissime persone, anche quelle che seguono meno i giornali e le notizie, quelle persone che, come me, hanno sempre fatto fatica a leggere i libri di storia, ma hanno divorato nel tempo romanzi di ogni genere e da questi talvolta ne hanno tratto forza, determinazione e insegnamento. Uno scrittore può avere una forza devastante in questo e realizzare forse molto di più di quello che un giornalista raggiunge con un suo articolo.
Saviano ha parlato di camorra e per questo è costretto a vivere sotto scorta, forse con il suo libro ha toccato delle corde talmente profonde che ha creato un enorme “fastidio”, perché ha portato un’attenzione e una diffusione tale sul problema molto più di un articolo di giornale che a volte evitiamo di leggere quasi infastiditi da troppo sangue e al quale, ormai, non facciamo più caso. La sua forza è questa, certo non è da tutti, non tutti gli scrittori sono Saviano, ma è in questo che si può fare la differenza.
Con questo non voglio sminuire assolutamente la figura dei giornalisti, né assolutamente voleva farlo Saviano, penso solo che non ci sia una divisione realmente delineata tra giornalista e scrittore, anzi spesso le figure si fondono in una sola: quanti giornalisti diventano anche scrittori. Se questo accade è possibile che sia perché la loro urgenza di raccontare “qualcosa” non si esaurisce in un articolo di giornale, ma si ha voglia di approfondire l’argomento scegliendo un modo diverso di raccontarlo.







mercoledì 17 ottobre 2007

Rosso Pomodoro: tra cibo, scrittura e impegno sociale


Intervista a Luigi Fusco e Francesco Amato, rispettivamente primo direttore e assistente del ristorante Rosso Pomodoro nel centro di Bologna

a cura di Laura Scarano

Rosso Pomodoro è una catena che ha già numerosi ristoranti in Italia e nel mondo. Com’è cominciata la storia del suo successo?
Amato: Tutta la storia di Rosso Pomodoro comincia circa venti anni fa a Napoli, dall’idea di Franco Manna, Giuseppe Montella e Roberto Imperatrice, i soci fondatori della catena. Questi tre amici che facevano parte della stessa squadra di rugby, decisero di portare nel resto d'Italia la “napoletanità”, ovvero il calore e l’allegria tipicamente partenopei. Non solo, anche l’aspetto culinario andava promosso, grazie agli ottimi prodotti del luogo, come la mozzarella e il pomodoro che arrivano direttamente dalla Campania in ciascuno dei punti ristoratori
A parte i prodotti tipici cosa caratterizza ogni ristorante firmato Rosso Pomodoro?
Amato: Sicuramente la disponibilità e la calorosa accoglienza riservata ai clienti da parte del personale. Soprattutto dalle persone che lavorano in sala, infatti, esigiamo cordialità e simpatia, qualità che ci contraddistinguono perché fondamentali in questo settore. E’ per questo che scegliamo personalmente i nostri collaboratori.
Fusco: I cuochi e i pizzaioli di Rosso Pomodoro sono prettamente partenopei e, per garantire la qualità del servizio, la loro formazione è affidata a due specialisti del settore come Raimo Chiacchiera e Salvatore Mugnano. Ciò a dimostrazione del fatto che a Napoli la formazione nel campo della ristorazione continua a seguire il metodo proprio della bottega degli artigiani, per cui un pizzaiolo può imparare il mestiere soltanto da un altro pizzaiolo.
Amato: Riguardo allo stile, ai colori, a predominare è ovviamente il rosso, alle musiche partenopee che caratterizzano l’atmosfera dei punti vendita, c’è stato un preciso lavoro a tavolino da parte di architetti specializzati.
Fusco: Inoltre, oggi la squadra dei soci fondatori si arricchisce di altri tre elementi importantissimi, a cui è affidata la direzione generale: Clelia Martino e Antonio Sorrentino, che si occupano di management e Maurizio Aita, il primo pizzaiolo emigrante a Milano!
Amato: Antonio Sorrentino, in particolare, è lo chef che si occupa di tutto quanto concerne il menù, dalla scelta delle materie prime alla ricerca dei fornitori. Inoltre è sua l'idea di aiutare a mantenere l'integrità di alcuni prodotti in via di estinzione.
Prodotti in via di estinzione, di cosa si tratta?
Amato: Prendiamo ad esempio un formaggio caratteristico come il cacio cavallo, che non viene più richiesto come una volta, nemmeno a livello nazionale. L’impiego nelle nostre cucine di questo prodotto assicura continuità alla sua produzione, che tra l'altro avviene ancora in modo assolutamente artigianale con precisi tempi di preparazione.
Anche voi, come la PFG Maison, sperimentate contaminazioni tra ambiti della vita molto diversi tra loro, come l’arte culinaria, la scrittura, la solidarietà: il vostro libro di ricette è già alla sua terza edizione e porta testimonianza dell'impegno nel sociale.
Fusco: L’idea nasce dalla nobiltà del cuore napoletano. Da anni, infatti, collaboriamo con AMREF, un'organizzazione sanitaria Onlus, con base in Africa. Il nostro sostegno consiste nell'allestire una raccolta annuale di fondi, per la realizzazione di alcuni dei tanti progetti di cui AMREF si occupa nei quattordici Paesi dell'Africa orientale. In passato il nostro aiuto è già servito a costruire una scuola e l'acquedotto di Munyura in Kenya. Il meccanismo della raccolta fondi è semplice: il libro di ricette è un omaggio che noi facciamo ai nostri clienti, ai quali chiediamo un'offerta libera. Solitamente ciò avviene nel periodo natalizio, quando si è più sensibili ai problemi sociali... e arriva la tredicesima! A noi, poi, si sono affiancati diversi personaggi del mondo dello sport, che ogni anno contribuiscono con proprie ricette, valorizzando ulteriormente l’ iniziativa.
L’idea di legare l’immagine di Rosso Pomodoro al mondo dello sport risponde a una precisa strategia comunicativa?
Fusco: Sì. Ci sono calciatori, come Paolo Cannavaro, medaglie d’oro come Massimiliano Rosolino e i fratelli Abbagnale, tutti campani e quindi vicini alla cucina e ai valori di Rosso Pomodoro. In più, in questo modo l’immagine dell'azienda si lega a quella di un’alimentazione equilibrata e dai prodotti genuini, come si addice alla dieta di uno sportivo. Perciò, anche la quarta edizione del nostro libro di ricette, prossimamente in uscita, vedrà protagonisti alcuni famosi sportivi.
Tramite la collaborazione con Rosa Stanton vi apprestate a rafforzare il vostro legame con la scrittura e ad avere un primo approccio con il campo della moda. Che risvolti avrà quest’esperienza?
Fusco: C’è sicuramente un discorso pubblicitario di fondo, investire nella cultura, nello sport e nello spettacolo, oltre che nella cucina di qualità, ci permette di far conoscere il nostro ristorante e di portare nelle case della gente i valori della dieta mediterranea, di cui siamo promotori. C'è quindi innanzitutto la volontà di utilizzare i prodotti tipici della nostra terra nelle altre città. Riguardo alla moda… noi siamo una moda che non passerà mai.
Amato: Ciò che accomuna Rosso Pomodoro, in particolare il nostro punto vendita nel centro di Bologna, e PFG Maison è il fatto di essere due progetti giovani che stanno crescendo velocemente con il preciso intento di fare stile, non solo in una dimensione locale. Il nostro ristorante ha solo sette mesi, ma sta già riscuotendo successo. Inoltre, per la fine del 2007 apriranno altri otto ristoranti Rosso Pomodoro in città come Buenos Aires e Copenhagen. In questo modo, potremo promuovere la cucina mediterranea in tutto il mondo.
Legare il mondo della “buona tavola” al campo della moda risponde in qualche modo all’intento di offrire un’immagine alternativa a quella delle modelle-grissino?
Fusco: Certo! Nel senso che non occorre fare delle diete proibitive per vivere bene e tenersi in forma: meglio mangiar sano, magari nei nostri ristoranti.
Amato: La verità è che noi accontentiamo tutti, anche la donna-grissino. Infatti l’offerta di Rosso Pomodoro si adatta a tutti i gusti, perché affianca alla vasta scelta di pizze e primi piatti anche prodotti ipocalorici come delle ottime insalate.
Cos’altro bolle in pentola per il futuro?
Fusco: Farci conoscere ancora di più qui nel centro di Bologna, poichè a Casalecchio siamo già una realtà affermata da tempo. Inoltre ci proponiamo di far attecchire anche in questa città l’idea che la pizza napoletana deve avere il bordo alto!


EQUILIBRISMI QUOTIDIANI

QUALE LIBERTA'?
a cura di Maddalena Morandi


Nella mente dell’uomo di oggi, è radicata l’idea che per sentirsi libero, egli non debba avere limiti alla propria azione, né fisici, né mentali.
Quindi le regole diventano castranti, i legami sono soffocanti, i doveri inaccettabili e i sacrifici da evitare.
Non esistono più le Colonne D’Ercole!
L’essere umano rivendica la sua individualità, anche a scapito dell’altro.
Allora la trasgressione diventa la condicio sine qua non per potersi sentire liberi, svincolati e prendere il volo.
Tutto ciò fa respirare a pieni polmoni.
Tuttavia nella vita, ognuno di noi, effettua delle scelte dalle quali derivano delle conseguenze, di cui si è chiamati a rispondere.
Allora i limiti che si pongono come regole all’agire dell’uomo, non nascono al di fuori dell’uomo; essi vanno trovati all’interno di ogni persona.
Quindi la regola a cui la persona deve attenersi diventa la premessa per la sua libertà.
Visto che esiste una relazione tra quello che si è e ciò che si vuole realizzare, nel mondo; non si può prescindere da ciò che ci circonda.
Tutto ciò premesso, l’unico modo per rispettare se stessi e gli altri, non è forse la condivisione: il rispetto di me e di te per un progetto armonioso.

Io la penso così, voi svelatemi quale è secondo voi la libertà.

martedì 16 ottobre 2007

OFF#LIMITS


RACCONTAMI UNA FIABA
a cura di Diomira Pizzamiglio


Quando penso alla mia infanzia mi torna in mente un bellissimo libro rosso intitolato la “La mia prima enciclopedia a colori”. Me l’aveva regalato un’anziana maestra per il mio quinto compleanno ed era ricco di figure e di storie.
C’era l’alfabeto scritto in corsivo e in stampatello con disegnato un animale per ogni lettera.
C’erano i numeri da 1 a 10 rappresentati con le palline e c’erano matite e macchinine colorate per le addizioni e le sottrazioni.
Con le uova della nonna si imparava la dozzina e con la torta divisa in dodici fette si facevano le divisioni.
Per ogni mese dell’anno c’era una storia raffigurata con disegni dai colori e forme morbide, sotto al disegno c’era il breve racconto: sei o sette righe, non di più.
E poi c’erano le fiabe: Cappuccetto Rosso, la piccola fiammiferaia e Cenerentola.
Ho regalato a mio figlio almeno 4 libri della saga di Harry Potter e quando era piccolo gli ho messo fra le mani quella vecchia e consumata enciclopedia.
Gli ho regalato il Piccolo Principe, Biancaneve, e Pollicino.
Harry Potter è rimasto lì, intatto sulla libreria.
Gli altri libri hanno subito più volte il restauro del rilegatore.

La fiaba tradizionale è ricca di materiale fantastico distillato dalla saggezza e dall’inventiva dei popoli. Esse contribuiscono a plasmare le coscienze dei bambini a cui si narrano, affinano sensibilità ed estetica morale.
Le situazioni delle fiabe rispecchiando la visione animistica che il bambino ha delle cose esorcizzano incubi, placano inquietudini e aiutano a superare insicurezze e ad accettare responsabilità.


Roberto Bianchi è un fiabista e crede fortemente nel recupero di questo genere letterario.
Nasce a Siena il 27 febbraio 1969.
Dedica la sua vita ai cavalli e alla scrittura.
Sua grande passione sono i fanciulli, così si laurea nel 1996 in psicopedagogia ad Arezzo con ottimi voti.
Ama gli animali e la campagna. Vive felicemente in Maremma e trascorre le giornate immerso nella scrittura e nella lettura.
La sua ultima pubblicazioni è Il giardino delle rose(akkuaria)http://www.akkuaria.org/
Semolino polpette e favole (il melograno)
Magotutto risolto(edit santoro)
Mi chiamo conte nicola e sono un cavallo...(akkuaria)
Potete leggere le sue fiabe on-line http://www.fiabeperbambini.it/Presentazione.htm

Prof. Bianchi perché scrive fiabe?
Scrivo fiabe con il sogno di poter aiutare i bambini ad imparare ad amare, assaporare la vita, sognare, costruirsi dei valori, rimanere puri nel cuore; in un mondo tanto povero di bontà e con tanti messaggi che ci bombardano e ci confondono con aggressività e violenza.

Come ha iniziato a scrivere e come a pubblicare?
Ho iniziato a scrivere fiabe a sette anni
con la lilliput di mia sorella(la sua macchina da scrivere per fanciulli)
Da allora non ho mai smesso
Poi frequentando e ottenendo la laurea in pedagogia ho acquisito una competenza pedagogica che spero mi renda possibile elargitore di insegnamenti e amore.
Per il mio lavoro devo innanzi tutto ringraziare Vera Ambra, l'editrice di Catania che mi aiuta a crescere professionalmente e mi permette di pubblicare.

Oggi lei non insegna più, chi erano i suoi alunni e cosa le hanno insegnato?
Insegnavo in una scuola privata, preparavo ragazze e ragazzi più grandi di me, a superare la maturità approfondendo materie pedagogiche, psicologia, filosofia, storia e italiano(tra l'altro con discreto successo).
Poi mi è cominciata l'epilessia.
Sono disabile …. La scrittura per me è tutto, m’impegna tutta la giornata.
I miei alunni mi hanno insegnato tanto.
Ognuno mi ha regalato una parte di sé.
Penso che il mestiere d’insegnante debba essere una cosa che nasce dal cuore e io ci mettevo tutto l'animo.

Ho letto che lei ama i cavalli, e ho visto anche il libro sul cavallo, cosa le ha dato quest’animale?
Amo molto tutti gli animali
Il mio cavallo mi ha accompagnato durante tutta la crescita.
Per ben 28 anni
E la nostra unione è stata straordinaria e densa d’amore e comunicazione.
Mi ha dato tutto, forza per crescere, sentimento, ma soprattutto quel pane di vita che è l'amore.

Che cosa è una fiaba?
La favola ha un potenziale valore educativo che in genere negli attuali formati cartacei manca.
La favola ha importanti possibilità per regalare valori, per dare una mano a crescere in amore e bontà, per cogliere ciò che conta davvero nella vita e può essere un modo per unire genitori e figli o anche insegnanti e alunni.
Attraverso il racconto orale si sono trasmessi per secoli patrimoni di saggezza e saperi.
Solo adesso il ruolo è stato assunto da mass media come pubblicità, tg, film horror e simili che anziché pensare a sostenere il fanciullo lo deviano verso bisogni indotti.
Nessuno tutela il giovane che ha bisogno di una falsa riga per decidere.
Nessuno pensa a donargli affetto.
Il sorriso di una fata può essere nell'amico libro fondamentale.
Quali frutti avremo educando senza coscienza e intenzionalità pedagogica?
Cosa diamo alla generazione futura se non esempi di guerra e deflagrazioni?
E’ combattimento anche andare a fare la spesa!
Mai una stretta di mano, mai una buona parola.
L'industria produce in serie cose identiche e con solo valore materiale
La fiaba può produrre frutti che nascono piano piano mai identici tra loro e ricchi di gustoso bene.

lunedì 15 ottobre 2007

Archi.D.Arte

DEARCHITETTURA
a cura di Margherita Matera




Probabilmente questo pezzo non ha nulla a che vedere con l’Architettura, o forse ne è proprio l’essenza. Ho scelto come immagine quella dei corridoi dell’albergo Puerta America di Madrid. È significativa perché è formata da superfici riflettenti, ognuna disposta in un piano differente. Chi è al suo interno, sente lo spazio in modo alterato…sfaccettato…bugiardo. La mia riflessione va, forse, oltre il ragionamento architettonico perché spoglia l’Architettura rendendola Dearchitettura, dove il De è privativo, privativo dello stesso spazio. Può capitare. La visuale si restringe, il materiale diventa chiuso e perdiamo lo spazio. Non sempre siamo all’interno o all’esterno di qualcosa, non sempre l’Architettura è in grado di creare. Il Vuoto. La sensazione che possiamo associare ad un luogo, io la definisco “perdita di spazio”. È utopia, intesa come non luogo, e lì, si arresta l’Architettura. Non si hanno proporzioni, non c’è Vitruvio, Leon Battista Alberti, Palladio, non c’è disegno e nemmeno foglio. Non c’è idea. È un’implosione, ci arriviamo dentro. È un’immagine surreale piuttosto che un concetto rinascimentale. È assenza eppure c’è forma. Così mi fermo, rileggo il mio scritto e percepisco la perdita. Ora dovrebbe fermarsi anche il tempo perché io, oggi, non ho più lo spazio.

domenica 14 ottobre 2007

DESIDERIA








IL PROFUMO DEL SESSO
a cura di Monica Maggi

Primo post, sbarazzino e provocatorio.
Oggi vorrei parlarvi, tanto per cominciare, del "profumo del sesso".
Buono, caldo, rassicurante e anche "conveniente".
Lo sostiene un eminente studio pubblicato sul Journal of public Economics: una buona vita erotica vale 45.000 euro l’anno. Questa, infatti, è la cifra che dovremmo spendere per raggiungere in altri modi lo stesso livello di gratificazione, destreggiandoci tra shopping, serate al cinema, al ristorante e in discoteca, viaggi e soggiorni in beauty farm. Insomma,fare l’amore non garantirebbe solo un buon “movimento” di ormoni e sentimenti, ma anche un flusso di denaro in direzione del nostro portafogli.
Secondo Martin Seligman, “inventore” della psicologia della felicità e docente all’Università della Pennsylvania, una soddisfacente relazione sessuale da un lato risana il corpo e alleggerisce l’anima, e dall’altro cementa la stabilità di coppia trasformandola in un piccolo “capitalizzatore” di beni altrimenti sparpagliati qua e là.
Chi non fa l’amore, poi, indulge ad altri piccoli piaceri. Ecco le cene, gli happy hour, le puntatine nelle pasticcerie. Quanto si possa risparmiare facendo a meno di tutte queste cose, in cifre, è variabile, ma stando stretti (una cena fuori alla settimana, un aperitivo, una scatola di cioccolatini) si raggiunge facilmente un minimo di 30 euro alla settimana, 1.440 circa all’anno. Beni che ci costano la ragguardevole cifra di 22.000 milioni di euro all’anno - 103 euro al mese a testa - secondo una ricerca effettuata da Salutest (organo del comitato consumatori AltroConsumo).Che ne dite, ci voleva questo per convincerci ad una appassionata notte d'amore?Vs Monica

sabato 13 ottobre 2007

LA COMUNE


iQuindici

a cura di Naima

Scrivere, leggere, scrivere…. Anziché di scrittura collettiva in questo post vi parlerò di lettura collettiva. E’ un rapporto di coppia, lo scrittore e il lettore, lo scrittore che porta nel proprio mondo il lettore, gli apre le porte di casa sua, lo prende per mano e lo conduce attraverso un nuovo mondo, fatto di una percezione diversa, di una sua propria lingua. Gli apre le finestre su una visuale differente, un'altra angolatura, traslata. Da uno spigolo, da uno spicchio di mondo, da una fessura. C’è uno che scrive, come se parlasse, e uno che legge, che ascolta lui che narra.
A noi piace scrivere, ma per scrivere bisogna anche leggere molto e per scrivere bisogna che ci sia qualcuno che legga. Per leggere è nato il gruppo de iQuindici, la repubblica democratica dei lettori, collegato al progetto di scrittura collettiva dei Wu Ming. iQuindici leggono scritti inediti di chiunque li invii, di chi abbia voglia di raccontare. Ogni manoscritto riceve almeno due letture, due recensioni da due diversi lettori e due voti. Gli scritti che ricevono voti elevati vengono poi selezionati per la pubblicazione sulla rivista telematica INCIQUID e vengono segnalati a case editrici.

Dall'oceano delle letture de iQuindici sono emersi, tanto per citarne alcuni, Saverio Fattori, Francesco Fagioli, Chiara Valerio, Guglielmo Pispisa. Li trovate anche scaricabili sul sito nella bella biblioteca copyleft. Sventola la bandiera ecologista: per una ecologia della cultura, il gruppo sostiene il copyleft, e per una ecologia dell’ambiente, sostiene la stampa su carta riciclata non sbiancata.
Se avete scritto un romanzo o un racconto potete inviarlo, i tempi di attesa sono un po’ lunghi - gli scritti inviati in questi anni sono stati moltissimi – ma se avrete pazienza riceverete le vostre recensioni! Mi resta solo da dire.. in bocca a iQuindici!

venerdì 12 ottobre 2007

CREATINA POUR FEMME

Orlan - Le frick c'est chic
a cura di Katia Ceccarelli



Ultimamente mi sono prodotta in post abbastanza seri/seriosi su questo blog.
Oggi voglio darvi qualche spunto su un personaggio follemente creativo.
Si tratta di Orlan, artista francese che ha fatto della sua mente e del suo corpo strumento primario della sua arte.
La signora, oggi sessantenne, continua a stupire e in un certo senso a sconvolgere.
E' considerata una dei massimi esponenti della Body Art espressione
che nel suo caso va presa proprio in senso letterale.
Ha iniziato la sua carriera durante la metà degli anni '60 ma è stato negli anni '80
che ha trovato la chiave di volta per le sue espressioni artistiche: la chirurgia.
Nel tempo ha più volte modificato il suo aspetto ma non per rifuggire la vecchiaia o aderire a un ideale di bellezza mass-mediatico bensì per avvicinarsi il più possibile all'opera d'arte che voleva creare. Addirittura negli ultimi anni si è "accessoriata" di protesi assurde come corna o protuberanze di vario tipo.
Insegna all'Accademia di Belle Arti di Digione e le sue performance hanno il patrocinio del Ministero della cultura francese.
Per visitare il magico mondo di Orlan, qui il suo sito:
http://www.orlan.net/

giovedì 11 ottobre 2007

EstremaMente


GRANDI DONNE CHE HANNO FATTO GRANDI SPORT.MANUELA DI CENTA.
a cura di Antonella Passoni

Manuela Di Centa nasce il 31 gennaio 1963 a Paluzza –Udine, campionessa olpimica di sci di fondo e sorella maggiore del campione olimpico Giorgio Di Centa.
La sua carriera inizia precocemente: esordisce in Nazionale nel 1980 a soli 17 anni dopo essersi messa in mostra nelle categorie giovanili, e due anni dopo è la rivelazione dei Mondiali Assoluti di Oslo con un ottavo posto, mentre in quelli juniores conquista un argento.
I primi risultati arrivano nel 1982 quando vince l'argento ai mondiali juiniores.Le prime medaglie arrivano in occasione dei primi mondiali di sci nordico organizzati in Italia: Manuela ottiene un argento e tre bronzi; alle Olimpiadi invernali di Albertville, nel 1992 arriva la prima medaglia olimpica, un bronzo; l’anno dopo, ai Campionati mondiali di Falun, in Svezia, ancora un argento e un bronzo.
Nel 1994, il suo anno magico, conquista ai Giochi Olimpici invernali di Lillehammer (Norvegia) 5 medaglie (due ori, due argenti e un bronzo) in cinque gare, un record mondiale; nello stesso anno conquista anche la sua prima coppa del Mondo. Nel 1995, ai mondiali di Thunder Bay (Canada) ottiene ancora un bronzo ed un argento mentre l’anno successivo, a 33 anni, vince la sua seconda coppa del Mondo.

Così raccontavano i giornali locali:

“DUE ORI; DUE ARGENTI; UN BRONZO: questo è quello che ha vinto, alle Olimpiadi di Lillehammer, MANUELA DI CENTA, in una irripetibile e unica progressione di risultati da far impallidire qualsiasi altro atleta. NESSUNO finora è mai riuscito a fare quanto Manuela in una sola volta; NESSUNO ha mai saputo vincere tanto nell’Università del Fondo mondiale, quale è la Norvegia. Una serie di primati che mai si erano verificati prima d’ora e che, per le leggi della probabilità, mai più si verificheranno. Ancora: 5 gare per Manuela; 5 medaglie, OGNI GARA UNA MEDAGLIA, il metallo meno pregiato (si fa per dire) viene colto solamente perché frutto di un risultato collettivo nella staffetta, dove una compagna, non in perfette condizioni, aveva compromesso fin dall’inizio un risultato ben più clamoroso. E anche nella staffetta Manuela, a ribadire di essere la più forte, realizza il migliore tempo di tutte”.
Nel 1996 ottiene uno dei riconoscimenti più prestigiosi per un fondista, la Medaglia Holmenkollen, che nessun italiano aveva mai ricevuto. L’ultimo suo trofeo è il bronzo alle Olimpiadi invernali svoltesi a Nagano (Giappone), nel 1998; l’atleta friulana ottiene un bronzo e quindi annuncia il suo ritiro dall’attività sportiva.

Palmares
Olimpiadi invernali: due ori, due argenti e tre bronzi in 5 partecipazioni
Coppe del Mondo di sci di fondo: 2 vittorie (1994, 1996)
Campionati Mondiali: 3 argenti e 4 bronzi
Campionati Mondiali categoria juniores: 1 argento (1982)

















Altro ingresso in Rosa Stanton


Care ragazze/i uomini adulti e mocciose

complimenti davvero. Sono orgogliosa ed onorata di avervi al mio fianco in questa impresa che sta diventando sempre più grande e forte. Ci attende l'appuntamento di Roma che cercherò di attivare al più presto. Intanto dopo Alessandra e Monica ecco un altro ingresso importante. Si tratta di Lorenzo Bosi, scrittore di libri per ragazzi. Vi lascio alla sua presentazione.
P.F.G.
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Sono Lorenzo Bosi, scrittore di libri per ragazzi. In accordo con la mia casa editrice “IL PONTE VECCHIO” di Cesena sto ideando una saga in sei volumi dal titolo : SEI AMICI PER SEI AVVENTURE e finora ho pubblicato i primi tre capitoli:
SEI…PER UN MISTERO
SEI…ALLA REGGIA DI BATIRKIKA
SEI…SUL PIANETA DEI GIGANTI
Sono a buon punto col quarto volume il cui titolo provvisorio è SEI…CONTRO I FANTASMI NERI che penso di pubblicare entro la fine del 2008.

Oltre a questo ciclo, ho appena terminato un giallo per adolescenti. Il giallo è il genere di lettura che preferisco e Jessica Fletcher è la detective televisiva che più adoro in assoluto, ecco perché sono felicissimo che Patrizia mi abbia offerto la SPLENDIDA opportunità di collaborare a questo blog che porta il nome della mia grande paladina…
Oltre a questo, devo confessare che è stato proprio guardando la serie LA SIGNORA IN GIALLO che mi è venuta l’idea di scrivere. Mi piaceva quell’aria serena che si respirava nella cucina della Fletcher mentre lei scriveva i suoi best seller con la sua vecchia macchina da scrivere.

mercoledì 10 ottobre 2007

NOTE BLU


IL BLUES: IL CANTO DEL DIAVOLO?
a cura di Ilenia Firetto

Con il termine Spiritual, parola utilizzata in modo, forse, indiscriminato, si vollero indicare tutti i canti, che avessero per oggetto la religione, provenienti dagli schiavi d’America.
Sappiamo, già, che l’unica consolazione di questa gente era la religione e frequentando la Chiesa i neri conobbero i canti liturgici, in particolar modo, i corali di tradizione protestante.
Spiritual non significa “religioso” bensì “interiore”.
Il concetto di spiritual attraversa tutta la produzione musicale afroamericana, possiamo anche affermare che il Blues sia uno spiritual, nel senso che proviene dal profondo dell’animo umano, espressione del suo profondo sentire ed è per questo che si può definire “spiritualità”.
Ma…facciamo un passo indietro.
Vi ricordate i ring shouts, le riunioni nelle quali i neri cantavano e ballavano in cerchio?
Durante queste riunioni i partecipanti, nel ballare, non potevano incrociare i piedi in quanto, se così avessero fatto, avrebbero “danzato”: avrebbero, così, reso omaggio al demonio.
A questa gente era stato insegnato che la musica profana, così come la danza, erano diaboliche ( proibizione, comunque, imposta non dai padroni bianchi ma dagli stessi neri o dalle loro guide religiose ).
Persino alcuni strumenti, il banjo ed il violino di cui i neri erano dei maestri, erano considerati strumenti del diavolo e devil songs erano i canti che per vari decenni risuonarono nelle piantagioni.
John Wesley, il fondatore della Chiesa metodista, avrebbe detto “ E’ un peccato che Satana debba avere le migliori canzoni”.
Proprio a causa di ciò, le cerimonie si svolgevano la notte, di solito in baracche isolate, spesso in mezzo ai boschi e questa gente ricorreva agli espedienti più strani per non far percepire alcun rumore. Quasi sempre, infatti, all’ingresso veniva collocata una tinozza per il bucato, capovolta, che, sollevata da terra, avrebbe dovuto attutire il rumore, “inghiottire” i suoni, spegnendoli.
E’ questo fu proprio un sintomo di quel complesso di colpa che segnò, per lunghi decenni, i neri americani che, fino in epoca recente, provavano vergogna della loro musica in particolare del Blues e del Jazz.
Con le influenze della musica popolare europea e della musica liturgica, il modo africano di cantare si trasformò a poco a poco, dando, così, origine ad un ibrido musicale fenomenale che furono i Negro Spirituals ed il Blues.

martedì 9 ottobre 2007

BRICIOLE D'ESTETICA

SAGGIA PERVERSIONE
a cura di Vladimiro Zocca

Continuo ad inseguire le tracce delle Grandi Madri nelle mie quotidiane esperienze di arte e di scrittura, fino ad incontrare quest’estate “Mal di pietre” il romanzo che ha rivelato Milena Agus, scrittrice genovese di origine sarda che vive a Cagliari.
Il personaggio centrale è la nonna dell’io narrante. Una grande madre, appunto, che mi ha fatto riassaporare il le sagge passioni delle mie antiche prozie che, alle falde versiliesi delle Alpi Apuane, hanno magicamente toccato l’anima della mia prima infanzia. Nel proseguo della vita, la loro pura femminilità mi ha dato la possibilità, forse, di avere un buon rapporto con il mondo delle donne, soprattutto di quelle che portano i segni mitici di un originario matriarcato, i cui segni ho colto spesso nei miei viaggi nell’area mediterranea.
La grande madre sarda evocata dallo scrivere di Milena Agius aveva imparato a leggere e scrivere da sola “ed era una vita che scriveva di nascosto. Poesie. Forse pensieri. Cose che le succedevano, ma un po’ inventate”. Ma la prendevano per matta, una dimonia, perché pensava che l’amore fosse più importante di tutte le altre cose, “L’amore non bada né all’età né a nient’altro che non sia l’amore”. Follia e amore, le due grandi doti paradossali dell’archetipo misterioso e irresistibile di cui le grandi madri sono una rappresentazione simbolica.
L’analista junghiana Clarissa Pinkola Estés, quella dell’ormai famoso saggio “Donne che corrono coi lupi”, nel suo scritto appena tradotto in italiano “La danza delle grandi madri”, parla della grand-mère, della Big Mama, della Mujier Grande come di una donna saggia in formazione che abbina ciò che sembra illogico ma assolutamente utile con le grandi doti della psiche profonda, che la fa essere “selvaggiamente creativa e risoluta”. La nonna sarda, della quale stiamo parlando, ha avuto nella sua vita di donna due esperienze con l’altro sesso, uno maritale, tradizionale, e uno extraconiugale, d’amore, ma ambedue le esperienze sono accomunate da rapporti sessuali resi armonicamente trasgressivi da una pittoresca fantasia erotica.
A questo punto non posso fare a meno di andare alla riflessione di Iunichiro Tanizachi sull’erotismo della donna giapponese che esprime, a suo dire, tutta la sua forza trascinante perché esce dall’oscuro dell’ombra che è il dominio originario della donna, della madre terra, aggiungo io, prima che la fredda ragione psicanalitica trasformasse questa energia primordiale nell’inferno delle differenze, degradandola nel nome della perversione.

lunedì 8 ottobre 2007

MEMORIE RESISTENTI



a cura di Simonetta

Come ci si racconta oltre i luoghi comuni e le tentazioni dei manuali pret-a-porter.
Non amo particolarmente guide, manuali, diari di autoconoscenza, gruppi di autoaiuto,catene di S.Antonio. Pure sono e sento di appartenere a quella memoria che ci ha viste 'insieme',a raccontarci, scoprirci, perlustrarci, magari con tanto di specchietto e speculum, perri-conoscerci, ri-trovarsi, identificarsi.
Perchè le donne si parlavano, e essere 'separatiste' e rivendicarlo faceva parte del percorso.
Il racconto, il rispecchiamento, per uscire dalla condizione di isolamento che ci voleva figlie madri sorelle amanti è stato un passaggio necessario, magari malvisto, maldigerito, male interpretato.Come ogni 'minoranza' in cerca di identificazione ed emancipazione è stato necessario il ripiegarsi su se stesse, e il racconto, di se.Questo è un patrimonio, che le donne 'sanno'.Le storie orali, il passaparola, il chiacchiericcio magari...dirà qualcuno.Tutto quello che ci rende capaci di tessere la tela delle nostre vite ed emozioni, quando non ci si infila nei territori ambigui della rivalità e della competizione, in cui siamo molto brave, a perderci.Perchè questo libro.Perchè appartiene alla storia, a mio avviso, del 'regalo' di se per tracciare piste in cui ritrovarsi.E perchè attraverso le proprie 'fatiche' e lacrime versate per attraversare le nevrosi delle relazioni, ripercorre in qualche modo la storia delle modificazioni sociali e di costume che hanno reso la donna quello che oggi è: consapevole della propria libertà di vivere sesso, amori, famiglia, maternità con tutta la contraddizione di non esserne attribuita per 'diritto dovere' e convenzioni.Un passo in particolare mi colpiva, una riflessione, e cioè che le giovani donne di oggi sappino, che la storia non è sempre stata così. Che non è sempre stato 'facile', ammesso che lo sia. Ma di certo tutto ciò che ora ci sembra scontato e dovuto, solo poche manciate di anni fa non era.Essere sole, separate, vivere in piena autonomia le relazioni, financo quelle 'sconquassate' e caotiche da compulsione e borderline affettive, era segno di stigma, se non si era all'interno della patente di 'appartenenza' in quanto moglie, madre o sorella. Così come la conquista del diritto alla propria autonomia e al lavoro.Non un vero e proprio 'recupero' della memoria, certo che no, ma di certo leggere questo libro fa fatto riaffiorare un atmosfera di 'racconto' di se che recupera il senso più autentico del 'baratto' e dello scambio di vita vissuta.

domenica 7 ottobre 2007

DESIDERIA

ARRIVATA...
a cura di Monica Maggi

...sana salva e felice.
Buongiorno a tutte le rose di questo giardino.
Sono Monica Maggi, giornalista e scrittrice. Non ricordo esattamente come sono arrivata in questo meraviglioso eden, ma so che il profumo è buono e invitante.
Come le torte delle mamme, come la pelle delle donne.

Ed è di questo che vi vorrei parlare e, perchè no, raccontarvi un po'.
Esplorare il mondo dei nostri sensi, delle nostre percezioni nascoste, delle fantasie e dei "desiderata". Di questo, da tempo, scrivo su Linus, Grazia, L'Espresso.

Oggi approdo qui, e ne vorrei parlare con voi.
Ovviamente, con il vostro aiuto e contributo.
Un abbraccio
Monica

venerdì 5 ottobre 2007

VIAGGIO DI PENSIERI



a cura di Maria Cristina Campagna


Qualche giorno fa una coppia di amici (conosciuti perché il loro figlio va all’asilo con la nostra bimba e qualche volta siamo usciti insieme) parlando di cibo e visto che qualche settimana prima eravamo stati a cena da loro si è fatta avanti dicendo: “Allora quando veniamo da voi?” Ed il marito, già stimolato dai succhi gastrici ha continuato convinto: ”Potresti fare del pesce. Sì! Una bella cenetta a base di pesce!” Io e mio marito ci siamo lanciati uno sguardo di terrore. Io ho subito messo le mani avanti sulle mie scarse doti culinarie, soprattutto con il pesce, mentre mio marito mi ha salvata dicendo che nostra cognata ha un certo ristorante di pesce e lui conoscendolo ha trasferito la sua gola lì. Che spauracchio!! Non che io non sappia cucinare, ma preferisco i ristoranti! Poi dipende da chi inviti a cena. Io non so voi, ma la nostra cucina non è grande, di tempo c’è ne sempre poco e noi mangiamo cibi semplici, ci basta anche un piatto di pasta per cena. Quando qualche amico viene a cena da noi ci arrangiamo con crostini, piada affettati e formaggi con verdure o pizze, che vanno bene sempre a tutti. Invece esistono ancora uomini (tipo questo, ma ne conosco altri) che amano la donna che passa il tempo in cucina a preparare piatti succulenti. Non gli basta una bistecca con verdure ma chiede il primo, magari fatto in casa, secondo e dolce, il tutto innaffiato daun buon sangiovese nostrano e soprattutto non si alza da tavola neppure per prendere il vino s e finito. E’ la donna ha dover fare tutto. Quando siamo andati a casa loro sua moglie si è seduta a tavola 10 secondi! Per fortuna ho un marito senza troppe pretese!


Baci

Monica Maggi su questo blog


Mie care vi annuncio un nuovo ingresso: si tratta della scrittrice Monica Maggi, fra qualche giorno partirà una nuova rubrica da lei curata. Molto ma molto speciale... Tanto per non farci mancare nulla. Intanto vi segnalo la sua iniziativa a Roma, chi si trova nei paraggi è pregato di passare.

Un bacio a tutte, talvolta mi stupisco di avervi "creato" così belle!

giovedì 4 ottobre 2007

Interviste


NO BARRIERS
a cura di Diomira Pizzamiglio e Antonella Passoni

"Sinora si è agito all'insegna del motto olimpico citius,altius,fortius,(più veloce,più alto,più forte)che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà,dove l'agonismo e la competizione non sono la nobilitazione sportiva di occasioni di festa,bensì la norma quotidiana e onnipervadente.Se non si radica una concezione alternativa,che potremmo forse sintetizzare in lentius,profundius,suavius(più lento,più profondo,più dolce),se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere,nessun singolo provvedimento,sarà al riparo dall'essere osteggiato,eluso o disatteso".Questo elogio alla lentezza è stato tratto da "Il viaggiatore leggero" di Alexander Langer,pensatore sudtirolese,fautore di una riconversione radicale della società.Anche per Arne Naess,filosofo norvegese,gli esseri viventi dipendono gli uni dagli altri,nella grande trama della vita.In questo clima di connessione post-New Age,Diomira ed io abbiamo interagito polverizzando le barriere.Eccovi l'intervista che Diomira ha fatto a Massimo,Guida Alpina e mio carissimo amico.



Che cosa spinge una persona a diventare Guida Alpina?
Mi sono avvicinato alla montagna grazie alla forte passione che per questo ambiente, nutrivano i miei genitori. Assieme a loro ho conosciuto e affrontato le prime salite.Dalle escursioni alle vie ferrate durante la stagione estiva,con la pratica dello sci alpinismo durante l’inverno.
Sempre alla ricerca di un miglioramento della conoscenza personale, ma anche per poter realizzare il sogno di ‘vivere’ la montagna, ho deciso di intraprendere l’attività di Guida Alpina.
Come sei arrivato a fare da guida ad una persona non udente? Il primo contatto con L.si è svolto come con un normale cliente, lui ha chiesto di effettuare una salita ed io lo ho accompagnato. Da una rivista di alpinismo L. mi ha fatto vedere delle foto con delle persone che salivano delle creste innevate in alta montagna e mi ha detto: "voglio fare questo". Era ciò che dovevo sapere, era quello il suo obiettivo e i suo desiderio. Abbiamo iniziato con salite semplici, sia come difficoltà che come lunghezza, per poi aumentare il livello poco alla volta. Soprattutto le prime gite sono state per me difficili, non per l'impegno alpinistico, ma perchè avevo bisogno di imparare a relazionare con una persona la cui capacità espressiva è limitata. Io non ho alcuna formazione specifica in merito né dal punto di vista didattico né da quello generale. Era evidente che la motivazione di L. era notevole e che non vi erano difficoltà di tipo motorio o atletico, anzi. L'unico disagio riguardava la comunicazione, che non è certamente poco, ma che poteva essere affrontata.
Da parte mia ho cercato di comportarmi nel modo più naturale possibile, come con un cliente qualunque, considerando L. prima una persona e un alpinista, e poi un non udente. Sembra una considerazione ovvia, ma non è così immediato.
Che difficoltà può incontrare un non udente in montagna?
Il non udente non è in grado di percepire i rumori che provengono dall'ambiente e quindi è più esposto a rischi oggettivi. Per esempio non sente il tuono che anticipa il temporale, non percepisce il rumore della valanga o di una scarica di sassi. Sono segnali che permettono all'alpinista di muoversi nell'ambiente alpino con le dovute attenzioni, che fanno capire se il meteo oppure la neve avranno una evoluzione favorevole o contraria.
Durante le gite questi problemi "ambientali" devono essere gestiti dalla Guida Alpina (in ogni caso, anche con persone normodotate), per cui alla fine le difficoltà sono esclusivamente di comunicazione.
Ovviamente il discorso è diverso se è la persona non udente a condurre la gita.
Come riesci a tranquillizzare una persona non udente in una difficoltà?
Su questo problema in realtà non ho trovato alcun problema. La tranquillità di un cliente è direttamente alla tranquillità e alla sicurezza espresse dalla Guida Alpina. Tali espressioni non sono verbali o comunque sono molto più rilevanti i comportamenti non verbali, e una persona non udente non ha alcuna difficoltà ad interpretarli. La fiducia che i clienti ripongono nella Guida Alpina è totale.
Piuttosto mi sono trovato talvolta a dover spiegare come affrontare un passaggio o come utilizzare correttamente un attrezzo. In questo caso è stato sufficiente mimare la spiegazione per risolvere il problema.
Ci racconti un'emozione, momento vissuto con il ragazzo non udente durante un'escursione?
Le emozioni sono molte, ogni salita riuscita porta soddisfazione e momenti intensi. Sono le emozioni e i racconti che si hanno con tutti i compagni con cui si va in montagna.








mercoledì 3 ottobre 2007

SIMBOLI SUL FOGLIO

a cura di Alessandra Lumachelli

Ci siamo mai chieste perche' alcune persone scrivono usando molto spazio, altre ne utilizzano poco, e concentrato, altre ancora usano solo la meta' del foglio (destra, sinistra, alto, basso)?
Tutto cio', e molto altro, riguarda la nostra personalissima concezione che abbiamo sullo spazio in generale, che si riflette anche sullo spazio grafico, cioe' sullo spazio che utilizziamo quando ci accingiamo a scrivere. Questo sia per il foglio, sia per le lettere e le parole che formiamo. Siamo, infatti, intrisi di simbolistica, fin dalla nostra nascita. Ci portiamo appresso un bagaglio di archetipi (simboli universali) ereditati non solo dal nostro ambiente familiare, ma anche dal nostro ambito culturale, dalla nostra nazionalita', su su fino a risalire alla nostra appartenenza alla "stirpe" di esseri umani...

TEA TIME



Giorgio Scerbanenco, “I milanesi ammazzano al sabato”, La biblioteca di Repubblica-L’espresso.
a cura di Maria Luisa Pozzi

Avevo letto qualcosa di suo, tanto tempo fa. Un romanzetto rosa. Banale. Un autore come tanti che si poteva dimenticare. Da quegli anni non acquistai più nulla scritto da lui, ma è stato un errore. I suoi gialli, o noir, sono affascinanti. Ho incontrato il mio primo noir di Giorgio Scerbanenco con Repubblica. Il suo detective, Duca Lamberti, ha qualcosa del Marlowe di Raymond Chandler: deluso dalla vita, annientato dagli orrori di cui si rende colpevole la razza umana ma, malgrado tutto, ancora un idealista che crede nella giustizia e combatte in suo nome.

Il detective di Scerbanenco può essere un vero duro, anche violento, coi carnefici ma rispetta le vittime delle quali capisce i percorsi di sofferenza e ne condivide i dolori, come se lui, Duca, li avesse provati tutti.
Amata, odiata, ma sempre affascinante la Milano che esce dalle sue pagine, sempre semi-cancellata da un’eterna nebbiolina che si alza o si addensa , quasi un eco degli stati d’animo dell’investigatore, che si riflettono anche nella campagna attorno alla metropoli. Così Duca Lamberti percepisce il territorio che fa da sfondo al probabile luogo di un atroce delitto, “Guardò l’infinita piattezza della pianura col verde che stava imputridendo sotto l’imminente ondata dell’inverno. Guardò il nastro, nerastro, sporco nello sporco verde della pianura.” Tutto è sporco. Tutto è putrido, marcio corrotto. Ma c’è lui, l’investigatore che ancora crede nel riscatto dell’umanità e allora capiamo che, forse, c’è ancora un po’ di speranza anche per noi.
Grazie, Giorgio Scerbanenco, per questo noir del 1968.
E mi perdoni per questi 40 anni in cui l’ho ingiustamente ignorata.

lunedì 1 ottobre 2007

9 mesi e 1/2

SCELTE E RISPETTO
a cura di Ely

Storia di una gravidanza. Test positivo e poi via, subito dal ginecologo per sapere a quali innumerevoli e, utili, esami sottoporsi. Il protocollo ne impone una serie lunghissima da seguire in ogni preciso periodo gestazionale. Per non parlare di regimi alimentari, acido folico e tanto altro ancora. Ma fin qui, ancora bene. Quanti anni hai? 35. E allora, magari, sarebbe meglio fare anche l'amniocentesi. Il rischio di malattie genetiche è molto più alto a quest'età e poi, il protocollo, lo prevede. La percentuale del pericolo di aborto è ridotta quasi allo zero. Non occorre preoccuparsi. Ma che significa: non occorre preoccuparsi? E se il referto non è come “dovrebbe essere”, come non preoccuparsi? Come reagire ad una tale situazione? E se i risultati fossero sbagliati?

Il 25 settembre 2007 leggo un titolo che attira subito la mia attenzione. Due coniugi sardi, entrambi portatori sani della beta talassemia, due anni fa chiesero di poter eseguire la diagnosi preimpianto sull'embrione crioconservato. Il primario si rifiutò appellandosi alle leggi vigenti in materia. L'iter legale proseguì sin quando il giudice Maria Grazia Cabitza, del Tribunale di Cagliari, emette la tanto attesa sentenza che impone, all'ospedale ed al medico incaricato, il controllo dello stato dell'embrione per verificare se possa essere colpito da talassemia. E, solo nel caso in cui l'embrione sia sano, il medico procederà all'impianto e alla gravidanza.
Un seguito di commenti di ogni genere e fonte si sono poi succeduti. Chi a sentenziare incompetenze, chi ad asserire. Insomma, le solite cose. Come sempre è stato in altre simili occasioni, personaggi illustri e non hanno sguainato le loro spade taglienti (lingue) emettendo sentenze di ogni genere e grado, solo perché la loro intelligenza o la loro educazione e cultura gliene davano, come dire, il diritto.
Ricordate la storia apparsa sui giornali diversi mesi fa che riguardava una mamma che non aveva voluto far nascere il suo bambino perché le era stato comunicato che sarebbe nato con delle gravi patologie? Non starò a raccontarla nuovamente, sinceramente non mi fido molto dei fatti di cronaca dai grandi titoli e contenuti troppo superficiali. Mi ricollego ad essa perché nello stesso periodo lessi, sulla rubrica “Invece Concita di Concita De Gregorio” del settimanale D, la lettera di una madre che raccontava il suo dolore per aver deciso di non far nascere la sua bambina. “Incompatibile con la vita”, questo il titolo. Una grave cardiopatia diagnosticata alla ventunesima settimana impose con fretta disumana una difficile decisione: interrompere la gravidanza. Queste le sue parole.
“E allora la decisione viene dal cuore. Mio, della mia bambina, del suo babbo. Diventare un angiolino. Un neonato quando viene alla luce ha bisogno di due sole cose: il calore dell'abbraccio della sua mamma e il latte. Sono piccolini, poche decine di centimetri per pochi chili, proprio per essere avvolti meglio dall'odore, dal calore della mamma. Smettono di piangere così.(...) Se io e la mia bambina avessimo vissuto cent'anni fa, l'avrei messa al mondo, qualcuno me l'avrebbe avvolta in un panno pulito e me l'avrebbe data. L'avrei tenuta tra le mie braccia,e lì, misteriosamente ma serenamente, sarebbe morta.
Oggi no. Oggi la mia bambina sarebbe nata, i nostri sguardi non si sarebbero neppure incrociati, non avremmo neppure sentito l'odore l'una dell'altra. Lei non avrebbe mai sentito il calore della mia pelle o il sapore del mio latte.(...) Avrebbero cominciato a cercare di riparare quel cuore rotto ancor prima di nascere. Magari riuscendoci. Almeno per un po'. Qualche ora, qualche giorno, a essere sfortunati qualche mese. Quaranta centimetri di dolore. Perché si sa cosa comporta una ferita. Il dolore di un intervento chirurgico. Noi adulti lo sopportiamo perché sappiamo che domani passerà lei no, non avrebbe mai saputo che la sua mamma lo stava facendo per lei. Non avrebbe mai capito il perché di tutto quel freddo e di quella solitudine di quel male. Questo sarebbe successo, oggi, alla mia bambina.(...)
Magari ho sbagliato. Non lo saprò mai. Ho sbagliato? Ditemelo voi sapientoni. Voi che parlate di aborto selettivo e paragonate quello terapeutico alla rupe di Sparta? Mi sono state prospettate due possibilità: andare avanti e vedere cosa sarebbe successo sperimentando un pò di chirurgia sulla sua pelle, o interrompere in fretta la gravidanza e salvarla dal dolore sacrificando me stessa. Ho scelto la seconda possibilità. Ho tutelato lei. E forse, in casi come questo, sarebbe meglio un po' di silenzio”.

Una scelta difficile, la sua. Come quella di tante altre donne.
Non sono in grado di aggiungere altro alle sue parole, o di commentare o di schierarmi. Ho voluto far parlare il suo dolore. Per riflettere. Perchè non sempre scegliere è meglio di non scegliere.
Ma non per questo si deve dibattere se scegliere sia religiosamente, moralmente, eticamente, o umanamente giusto o sbagliato.
Questa scienza-conoscenza-informazione a volte, purtroppo, ci mette davanti ad un bivio che ancora non ha creato dei precedenti di moralità accettabili dall'umanità. E giudicare risulta troppo facile. Certe situazioni si capiscono solo quando ci si è dentro...
Quindi, per favore, un pò di rispetto.
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