venerdì 31 agosto 2007

IO NON SEGUO LA MODA, FACCIO LA MODA.


...e se andava bene a Tamara de Lempicka va bene anche a me. I miei nei non si toccano se non in foto. L'unica cosa su cui intervengo, di quando in quando, è il mio sentire. La percezione, l'estasi, il sesso, il cibo, lo sguardo, il collo, il figlio, Ornette Coleman, Rosa Stanton, le mie amiche di Ostuni, il mio amore per Klaus Mann, i miei ricordi, i punti luce di Martina, gli occhi celesti di Francesca, la piscina con Cico. Questa sera di fine agosto, appena tornata da Milano. Dove trovo tutto ciò di cui ho bisogno.

E questa sono io, senza ritocchi. E ho il mio bel perchè. Vedere per credere. Vi aspetto a Roma, 8 settembre presso la libreria Rinascita.

martedì 28 agosto 2007

Yoko Ono a Treviso

Intervista a Carlo Sala (curatore e critico d’arte)
Treviso saluterà l’arrivo dell’autunno e della stagione di eventi culturali con una mostra dedicata a Yoko Ono. L’iniziativa è stata oggetto di lunghe vicissitudini non prive di polemiche e incertezze che hanno in più di un’occasione interessato la stampa locale. Alla fine però il progetto è andato in porto e i lavori della Ono troveranno finalmente una degna collocazione.
Nella seguente intervista Carlo Sala, Direttore Artistico dell’ Associazione Lazzari (che ha organizzato l’evento) e curatore assieme Jon Hendricks della mostra racconta come Yoko Ono arriverà a Treviso.

Yoko Ono ritratta negli anni Novanta

L’Associazione Culturale Lazzari di Treviso organizza eventi trasversali inerenti la cultura visiva e il fashion design. Come avete costruito questo appuntamento con Yoko Ono? La mostra di Yoko Ono nasce dalla collaborazione dell’Associazione Lazzari con l’Archivio Bonotto. Quest’ultimo comprende opere e documenti raccolti negli anni da Luigi Bonotto, uno dei maggiori collezionisti mondiali di arte Fluxus. La sua collezione vanta opere di autori storici come Nam June Paik, Gorge Maciunas e Giuseppe Chiari, scelte con attenzione e lungimiranza. Bonotto ha sempre coltivato rapporti di profonda amicizia con alcuni dei maggiori interpreti dell’arte contemporanea tra cui la stessa Yoko Ono.

Troppo spesso si parla di Yoko Ono come della “vedova Lennon” e ci si dimentica della sua attività artistica. Vorrebbe ricordarci qualche passo della Ono artista Fluxus, musicista e cineasta?Yoko Ono è stata uno dei maggiori esponenti del Fluxus, una corrente artistica nata nei primi anni Sessanta. La sua produzione è articolata e complessa, dalla performance all’installazione, dalla poesia alla musica. Una commistione tra linguaggi differenti, per quella che si potrebbe definire “intermedialità”. Il suo linguaggio creativo invade il flusso vitale, per un’arte totale. Anzi, spesso il medium principale è stato il suo stesso corpo nelle storiche performance realizzate in tutto il mondo. Yoko è certamente una delle più significative e profonde autrici degli ultimi quarant’anni.
In un primo momento ci sono state difficoltà in merito agli spazi da dedicare all’evento da parte dell’amministrazione locale. Dove si terrà dunque la personale di Yoko Ono? Non temete che nonostante tutto il vostro lavoro organizzativo il merito - agli occhi del pubblico - possa essere attribuito al “generoso”ospite?Non voglio alimentare delle polemiche. Ritengo che inizialmente i problemi siano stati esclusivamente tecnici e logistici. La Chiesa di Santa Caterina è oggetto di un complesso restauro che la restituirà alla sua piena bellezza. L’edificio è fragile e custodisce opere di grande valore come il ciclo di affreschi di Tommaso da Modena. Per questo è difficile fare delle previsioni sui tempi di restauro.
Questi problemi riguardano solo una parte della location per questo posso dirti con certezza che la mostra rimarrà al Museo di Santa Caterina. Abbiamo progettato un nuovo allestimento in spazi diversi dalla Chiesa, la collocazione iniziale. Esporremo le opere lungo il museo, con delle installazioni nei chiostri, in alcune sale e in piazza Botter, davanti l’ingresso principale. La mostra inaugurerà il 27 di settembre e sarà aperta fino al 7 gennaio 2008.
Per quel che riguarda il “merito” dell’evento non ci poniamo il problema. Per noi poter lavorare con Yoko Ono alla realizzazione di questa mostra è un grande privilegio quindi affrontiamo con serenità tutte le difficoltà che si presentano.
Pensa che lo spirito irriverente di Yoko Ono come donna e artista possa avere suscitato una certa pruderie nelle istituzioni cittadine?
Non penso. Certo non è la classica mostra sull’impressionismo a cui la città è abituata. Sarà l’occasione di confrontarsi con dei linguaggi estranei agli abituali percorsi espositivi delle nostre zone. La produzione di Yoko Ono crea delle provocazioni ma queste non sono fini a se stesse. Come tutta la grande arte porta con sé riflessioni profonde. A volte il mezzo può sembrare azzardato ma sempre per evidenziare forti valori concettuali.
L’evento che andate ad allestire fa parte di una mostra itinerante? Treviso avrà l’onore di ospitare l’artista all’inaugurazione della sua personale?
Questa è una rassegna pensata appositamente per Treviso. Sarà creato un percorso con diversi lavori che evidenzieranno i vari aspetti dell’opera di Yoko Ono. Per l’occasione sarà presentata in anteprima mondiale Play It By Trust, una suggestiva scultura che rappresenta una scacchiera gigante di marmo. La vernice della mostra vedrà la presenza di Yoko che realizzerà la sua storica performance Blue Room Event.

Yoko Ono, Cute Piece, 1965, KyotoYamaichi Concert Hall

Negli ultimi anni Treviso ha proposto diversi avvenimenti artistici con grande successo di pubblico ma organizzati in chiave marketing oriented. Pensa che la città possa accogliere eventi legati al contemporaneo aldilà dei simpatici animaletti in stile Cracking Art sparsi per il centro storico?
Treviso in campo artistico è una realtà molto particolare. Negli anni vi sono stati dei grandi eventi legati all’attività di enti come la Fondazione Cassamarca. E’ anche vero che si trattava di progetti di carattere storico. E’ da molti anni che la città non ospita una grande mostra legata alla contemporaneità internazionale. Ritengo che sarà un’occasione irripetibile. Di certo ci sarà qualcuno che avrà delle perplessità, è facile fare demagogia in mala fede. Le persone attente e di ampie vedute apprezzeranno sicuramente la poetica di Yoko Ono. Potrebbe essere un primo passo che apre la strada ad altri eventi contemporanei. La mia speranza è che Treviso diventi un centro dove ci sia il coraggio di investire nella cultura contemporanea, senza arroccarsi in certezze passatiste.

Yoko Ono
Sognare
Museo di Santa Caterina, Treviso
27 settembre 2007 – 7 gennaio 2008
A cura di Jon Hendricks e Carlo Sala
Info: 0422598733

venerdì 24 agosto 2007

Ornette Coleman ed io


Finalmente l'estate se ne va. Siete tornate dalle vacanze? Intanto vi lascio questa foto (tanto per fare invidia alla bella Ilenia). Sono con il fantastico sassofonista Ornette Coleman. E ho detto tutto.

Preparatevi a partire mie embadded.

P.F.G.

lunedì 20 agosto 2007

La Celeste

In queste giornate afose, in cui l'asfalto alita, su chi rimane in città, fiumi di calore; ho conosciuto la Celeste. Io abito in una zona periferica rispetto al centro del paese, non ci sono centri commercali, ma solo alcune botteghe: il fornaio, il macellaio, la drogheria e il fruttivendolo. Una mattina, presto, avendo voglia di fare due passi, mi sono recata a piedi dal fruttivendolo, che nonostante il periodo vacanziero, era aperto. Gli avventori erano esclusivamente anziani: tre donne e un uomo. Due delle signore erano piuttosto robuste e sbuffavano per la fatica che facevano a muoversi, avevano indosso quegli abiti a piccola fantasia, con in vita la cinturina, tipici delle anziane contadine, ai piedi un pò gonfi delle ciabatte sformate. Da come si assomigliavano, potevano essere sorelle. Il signore era in braghette corte sportive e maglietta e sembrava molto in forma, aveva il viso abbronzato e sorridente. I tre confabulavano insieme dei loro acciacchi e del fatto che fossero a casa da soli mentre tutti i loro parenti erano via. Tuttavia chi aveva attirato la mia intenzione era la terza anziana: secca, spigolosa e piccolina, vestita a suo modo elegante, con una gonna stretta beige, maglia maniche lunghe in tinta, collant color carne e un paio di decoltè marron a tacco basso. Aveva i capelli bianchissimi corti e leggermente cotonati e chiaccherava con il fruttivendolo. Il fatto è che scandiva le parole con una velocità tale da far pensare che il suo cervello fosse ancora ben funzionante. La Celeste abitava sola, perchè acquistava piccole quantità di frutta e verdura, ma non si sentiva sola: conosceva tutti lì intorno, riferiva del tale che era stato operato, era dimagrito tanto, ma stava bene; l'altra non era partita e nel pomeriggio si sarebbero trovate e fare una partitina alle carte; l'altra ancora voleva andare dalla parrucchiera e rivolgendosi alle altre signore, le stimolava a muoversi, a fare due passi per andarla a trovare ... . Insomma La Celeste ha monopolizzato la bottega per una buona mezzora, ma quella mattina nessuno aveva fretta e siamo tutti rimasti ad ascoltarla. Che mondo quello degli anziani, peccato che i ritmi della nostra vita non ci permettano di ascoltarli, che racconti interessanti avrebbero da tramandarci. Siete d'accordo con me?

giovedì 16 agosto 2007

EstremaMente


Quote azzurre
a cura di Antonella Passoni

Per fortuna in Italia non abbiamo questi problemi!

dal Corriere Online
MILANO — Altro che quote rosa. In Norvegia le donne hanno un ruolo da assolute protagoniste e sono gli uomini ad avere bisogno di una tutela. Sarà stato per lo stress provocato da decenni dedicati a promuovere l'ascesa sociale delle donne, ma oggi i norvegesi appaiono fiacchi, come se fossero diventati loro il vero sesso debole. I risultati scolastici dei ragazzi sono peggiori di quelli delle compagne di classe. Gli uomini tendono ad ammalarsi più frequentemente e di patologie diverse, che però riscuotono minore interesse. Inoltre, in caso di divorzio raramente ottengono la custodia dei figli. Si direbbe che hanno proprio bisogno di aiuto. E la cosa fa discutere anche in Italia, dove la parità tra i sessi, tuttavia, resta ancora un miraggio.

La paladina dell'ex sesso forte norvegese,Karita Bekkemellem, ministro per l'Infanzia e le Pari opportunità. La strategia,creare un gruppo di saggi, naturalmente tutti uomini, per stimolare il dibattito sui "diritti del genere maschile ". La Bekkemellem non ha perso tempo: due giorni fa ha presentato in un pub di Oslo i trentadue saggi, selezionati tra politici, atleti e vip della tv e del cinema. Avranno il compito di studiare una soluzione alla mancanza di diritti degli uomini. Il primo obiettivo: scrivere un documento su "Uomini e pari opportunità". Il loro compito: generare una discussione pubblica nella società civile sui diritti del genere maschile. "Il dibattito però — ha precisato il ministro — deve partire dagli uomini. Le donne non possono farlo al loro posto".
E se la Norvegia "vede" rosa, gli Usa non sono da meno. Una ricerca del dipartimento di Sociologia del Queens College di New York, pubblicata qualche giorno fa, rivela che le giovani lavoratrici guadagnano meglio dei loro colleghi maschi, a fine mese si ritrovano sul conto in banca tra il 17 e il 20 per cento in più. Questo succede a Chicago, Boston, Dallas, Minneapolis e New York. Musica di tutt'altro genere quella che si ascolta in Italia, dove le prime reazioni al varo del piano del ministro norvegese non sono esattamente all'insegna dell'entusiasmo. Una legge per la "protezione dei maschi" dalle discriminazioni non è vissuta come un'urgenza. Qui le donne guadagnano il 9 per cento meno degli uomini. Il Paese è inoltre penultimo in Europa per tasso di occupazione "rosa". Non è proprio l'Eden dell'uguaglianza fra i sessi: negli ultimi anni le donne hanno fatto un passo avanti, tra gli occupati, e tre indietro: in famiglia, a scuola e in ufficio. Anche se è diminuito il tasso di disoccupazione, oggi circa del 10 per cento, le donne in carriera sono poche, percepiscono salari più bassi rispetto agli uomini e spesso sono senza figli. E non è tutto: secondo l'Istat il sorpasso sul rendimento scolastico e universitario sarebbe già avvenuto, ma sono in minoranza le donne che riescono a terminare gli studi. Poche presenze femminili anche tra i banchi del Parlamento e tra le poltrone del Consiglio dei ministri. Il trend si inverte solo nell'affidamento dei figli in seguito al divorzio. La situazione italiana sembra analoga a quella scandinava: 84 per cento contro il 6,5 delle custodie ai papà. Ed è forse per questo che la legge della Bekkemellem potrebbe far discutere.
Rossella Burattino 08 agosto 2007

martedì 14 agosto 2007

EstremaMente


Gnocche con la testa!
a cura di Antonella Passoni


LA LETTERA Una lettrice risponde all'articolo del Financial Times che critica il trionfo di veline e donne nude in Italia
"Se il mio fondoschienavale più di due lauree"
di MILA SPICOLA

CARO DIRETTORE, ad Adrian Michaels che sul Financial Times critica il trionfo di veline e donne nude in Italia vorrei dire che il problema non è femminile. Non è tanto il femminismo ad aver fatto passi da gigante però all'indietro, semmai è il maschilismo italo-pakistano (per parafrasare una recente affermazione di Giuliano Amato) che ormai troneggia da tutte le parti. Per come la vedo io, la signorina Canalis ha raggiunto benissimo il suo obiettivo e cioè successo e soldi e alzi la mano chi tra le donne non rinuncerebbe al proprio stipendiuccio e ad un po' di amor proprio femminile se gli mettessero sul piatto un milione di euro per mostrarsi sorridente... ma anche un uomo direi, no? Della serie: chi è più scemo signor Michaels, la Canalis o chi gli va dietro? Per quel che mi riguarda sono problemi che vivo ogni giorno, ma davvero ogni giorno. Ho 39 anni, sono single, due lauree, (una in architettura e una in conservazione dei beni architettonici), due master, uno in economia e uno in studi storici, una specializzazione in consolidamento, un dottorato di ricerca e ... un gran bel fondoschiena.

Ebbene sì, signori miei, il mio primo impatto con la classe "maschio italico" è sempre il suo sguardo insistente su quella "qualità" (a meno che non mi metto un bel burka) della quale io non ho nessun merito; nonostante il mio quoziente intellettivo, la mia cultura, la mia ironia, eccetera... ho un bel affannarmi a parlar di politica, a ricostruire le tappe del disfacimento etico della nostra attuale società, a discutere dei massimi sistemi, di pensioni, di Mozart, di cuneo fiscale, di travi in precompresso... La replica , nel migliore dei casi, è sempre "pure intelligente..." e sorrisino, nel peggiore uno sbadiglio. E io penso: ma davvero sono così poveri di spirito? Poveri di argomenti con l'altro sesso? Assolutamente incapaci di confrontarsi su altri terreni che non siano quelli delle schermaglie sessuali? o anche amorose? In ogni caso la mia idea è, tranne qualche valida eccezione, "penso di te che sei solo uno scemo" e dio solo sa quanto vorrei essere smentita, visti i problemi che vivo. So anche che chi legge questa mail, se è un uomo, ha già alzato il ciglio. Potrei metterci la mano sul fuoco, così come lui poserebbe felice la mano su un mio gluteo. Scusatemi se sono sfrontata. Allora io mi chiedo, cosa dovremmo fare noi mamme italiane con questi ragazzini maschi? perché il problema sono fondamentalmente loro; annegarli da piccoli? buttarli giù dalla rupe tarpea della selezione intellettuale? fargli sistemare la cameretta già a 8 anni così da capire che la parola "maschio" andrebbe sostituita con quella di "persona"? Delle donne italiane caro signore, mi preoccuperei di meno. Le statistiche le danno sempre più brave nei risultati a scuola, sempre più agguerrite, più flessibili, più forti, forse sempre meno fornite di scrupoli... ma lei mi insegna: in una giungla di uomini davvero poco evoluti almeno tentano di ottenere qualcosa sfruttando le armi che rimangono loro. Quasi tutte le signorine svestite sono ben più consapevoli di quello che fanno , sicuramente il doppio anche del preparato professore che fa zapping in tv e si sofferma ad ammirarle. "Che male c'è?", direbbe la ragazza, ma anche il professore. Ovviamente ho esagerato, ovviamente sono d'accordo con lei nel giudicare davvero orrendo, mortificante dell'intelligenza umana, un tale costume, un tale andazzo... ma toglierei da parte sua l'accento solo sulle donne e lo sposterei su ragioni e cause ben più complesse e variegate. Lo sposterei sulla totale deriva di tutti i media italiani. Lasciamo perdere la tv, sulla quale si aprirebbe il baratro da lei già prospettato, ma, se lei si connette con la home page di un qualunque quotidiano sul web, a partire anche da Repubblica, troverà sempre una bella ragazza, possibilmente svestita, ben in vista. Immagino anche chi le sceglie tali foto: si tratterà di un solerte giornalista... di sesso maschile, al quale la redazione avrà detto "una bella fighetta ci sta benissimo, attira l'attenzione"; ancora troppo sfrontata? Del resto in Italia i giornali non fanno giornalismo, fanno mercato, e la domanda di tette e fondoschiena in vista è altissima. Qua, caro signor Michaels, si tratta di vendere. Mica roba da poco. E gli uomini sono davvero come i bimbi mi sa, sembra un luogo comune e mi vergogno quasi a scriverlo. Del resto in Francia ha destato scalpore il servizio realizzato su una rivista di moda su una brava donna politica. Siamo alle solite: è più facile il compartimento stagno della bella/elegante/scema e brutta/malvestita/autorevole ergo intelligente. Bambini, indubbiamente. La complessità, signori miei è sempre più bandita, è sempre più difficile da accettare, da comunicare, da vendere. Se io vado in cantiere con i tacchi a spillo attiro l'attenzione... non perché vado contro il decreto sulla 494, ma perché ho pur sempre una bella caviglia... e mi sogno di poter essere presa sul serio nel dare indicazioni sull'impianto elettrico. Se dico queste cose ad un uomo, o affronto un discorso del genere il meno che mi replica, è già successo del resto, è "cavolo quanto sei acida". Ma io non sono acida, sono peggio: furiosa. E a quel punto sapete come diventerei? petulante e nevrotica.. o meglio... magari oggi ho il ciclo. E festa finita.

(17 luglio 2007)


lunedì 13 agosto 2007

Vacanze

Augurandovi che nella vostra vacanza ci sia anche lui, una breve riflessione. Oltre che rinfrancare il corpo con bagni di sole e di mare, o con fresche escursioni in montagna, oppure con pigre pennichelle su un morbido giaciglio, mi piace pensare anche alla vacanza dello spirito. Cosa ne pensate del fatto che il riposo debba servire anche per riflettere? Svelatemi quale è il vostro modo per ristorare la mente, per renderla più lucida !

domenica 12 agosto 2007

9 mesi e 1/2

Buone vacanze...
a cura di Ely

Per una volta niente parole, niente ricordi, niente riflessioni ma solo mare e tanto, tanto sole...

Questo il mio modo per dirvi... Buone Vacanzeee!!!

sabato 11 agosto 2007

EstremaMente


Gnocche senza testa.Parte seconda
a cura di Antonella Passoni

DALL'ARCHIVIO DI CORRIERE.IT

Materia di studio: danza, recitazione, canto, dizione, bon ton, trucco
Corsi regionali per diventare "veline".
Iniziativa della Campania. Fondi europei per un milione e 280mila euro. Ci saranno 97 posti.
FRATTAMAGGIORE (Napoli) - Belle si nasce, ma "veline" si diventa. Come? Nulla di più semplice: basta iscriversi al nuovo corso di formazione professionale finanziato dalla Regione Campania con i fondi europei. E’ necessario un solo requisito: la bellezza, appunto. Il resto s’impara. O quantomeno si spera che vada così. Altrimenti perché mai la giunta di Palazzo Santa Lucia avrebbe stanziato un milione e 280 mila euro (pari ad oltre 2 miliardi e mezzo di vecchie lire) per garantire un futuro da "starlette" a 97 ragazze senza arte né parte? L’obiettivo, infatti, è di trasformare questo manipolo di giovani disoccupate (forti soltanto della loro avvenenza) in oneste lavoratrici dello spettacolo pronte a sgambettare sugli schermi televisivi. Ma con tanto di contratto a tempo indeterminato e paga sindacale.
L’accordo, sottoscritto ieri mattina, s’inserisce all’interno dei progetti Aifa, che permettono alle aziende campane di ottenere finanziamenti europei per attività formative finalizzate all’assunzione. Una cosa sacrosanta, quindi. E per di più benedetta dall’intesa fra Cgil, Cisl, Uil e l’Associazione delle Piccole e Medie Imprese regionali.

Nessuno, però, avrebbe mai immaginato che parte di quei soldi (100 milioni di euro stanziati complessivamente) sarebbe servita un giorno a foraggiare un corso per aspiranti "veline". Nessuno, forse, tranne i dirigenti della First Tel srl, che hanno subito annusato la pista e non si sono lasciati sfuggire l’occasione. Del resto, nella televisione hanno investito i loro risparmi, ma alla televisione non hanno sacrificato il lavoro d’una vita. Compreso l’inossidabile spirito pratico maturato in anni e anni d’artigianato.
Antonio Del Prete faceva e continua a fare il marmista, portando avanti l’antica azienda di famiglia. Gennaro Iannuzzi vendeva legname all’ingrosso, poi ha mollato tutto, ma se gli chiedi qual è il suo mestiere ti risponde ancora: commerciante. L’unico che di spettacolo sa qualcosa è Pietro Vittorelli, un agente teatrale prestato all’amministrazione della società. Ed è al suo fiuto che si deve il colpaccio dell’università per "veline" finanziata dalla Regione.
Mentre s’aggira nello studio tv creato dentro un enorme hangar industriale di Frattamaggiore, alle porte di Napoli, sembra un preside alla vigilia del nuovo anno scolastico. "Qui a fianco c’è un altro capannone dove abbiamo sistemato gli uffici e le aule - racconta -. Tutto in regola, tutto a norma. Perché sia chiaro: questa è una cosa seria, mica una pagliacciata. Le ragazze dovranno sostenere 600 ore di lezione, suddivise in 180 di teoria e 420 di pratica. Per ciascuna di esse riceveranno un compenso di 2 euro e 7 centesimi. Poi, alla fine del corso, le assumeremo in pianta stabile: avranno uno stipendio e parteciperanno a un programma che abbiamo messo in cantiere".
Davvero? E di cosa si tratta? "Annoti il nome perché sarà una bomba: "QuizLotto", un format ideato, prodotto e realizzato da noi. Roba originale e non copiata dalle emittenti estere, come la stragrande maggioranza dei giochi a premi che vediamo in tv. Abbiamo già la cassetta con il numero zero. Pensi che la Rai ci aveva messo gli occhi sopra, poi è cambiato il consiglio d’amministrazione e allora... Ma non importa: abbiamo un’intesa con Europa 7, un network di emittenti locali, che lo manderà in onda appena concluderemo la formazione professionale delle allieve. E cioè nell’autunno dell’anno prossimo".
Insomma, la fine è nota. Ma l’inizio... "Lo so, quello sarà il momento più difficile. Comunque tra una ventina di giorni cominceremo il casting". Cosa? "Beh, in qualche modo dovremo pur scegliere le 97 ragazze che frequenteranno i corsi. Riceveremo mille e forse più domande di ammissione, ne sono certo. Dunque sarà necessaria una scrematura. E toccherà appunto alla commissione casting, formata dai docenti e da due funzionari regionali, valutare le attitudini delle concorrenti".
Un provino in piena regola, allora, tipo quelli descritti da Muccino nel film "Ricordati di me". E bisognerà mostrare di saper cantare, ballare, recitare: giusto? "Sì, ma fino a un certo punto... Il requisito essenziale, anzi direi l’unico, è la bellezza: le ragazze devono bucare il video, farti perdere la testa... Già me le vedo davanti agli occhi con il costume di scena, microgonna e reggiseno, pronte ad addolcire i sogni degli italiani. Il resto lo impareranno: siamo qui per questo, no?".
Studieranno danza, recitazione, canto, dizione, bon ton, trucco e perfino un po’ di normativa sindacale e di leggi sulla sicurezza. Tre ore di lezione al giorno per un anno o quasi. Sognando un futuro lastricato di paillettes, lontano dal buio d’una vita senza trama. Anche se in quel buio molte di loro ripiomberanno. Con qualche euro in più e un’illusione in meno. "Suvvia, smettiamola con questa lagna - sbotta Vittorelli -. Le ragazze avranno un lavoro, uno stipendio. E chi l’ha detto poi che una di loro non finisca in Rai o a Mediaset? Le avremo tutte sotto contratto e ce ne occuperemo al meglio. Sapesse quante ne ho piazzate in questi anni...".




venerdì 10 agosto 2007

STEFANO BOLLANI OVVERO TALENTO E SIMPATIA.


di Ilenia Firetto

Bologna, 31 luglio 2007. Piazza S. Stefano.
Sono le ore 18.00 ed io sono in trepida attesa per l’intervista che il Maestro Stefano Bollani sta per concedermi.
Lui è già sul palco, insieme ad Ivano Marescotti, Antonello Salis, Paolo Damiani, Bebo Ferra alle prese con il sound check e le ultime prove dello spettacolo “Pirèta e é lòpp”, la favola di Pierino e il lupo di Prokofjev rivisitata in versione romagnola.
Chi è Stefano Bollani?
E’ un ragazzo di 35 anni, nato a Milano ma cresciuto a Firenze dove si è diplomato al conservatorio nel 1993. Dopo alcune esperienze nel pop con Raf, Jovanotti, Irene Grandi è, a poco a poco, diventato uno dei jazzisti più apprezzati dal grande pubblico, forse per la sua aria da ragazzo scanzonato, per il suo essere così scherzoso con il pubblico con il quale ama improvvisare, per il suo essere particolarmente eclettico, ma soprattutto per il suo grande virtuosismo e per il suo essere brillante.
Questa che vedrò questa sera credo sia la quinta o la sesta esibizione del maestro, ed anche questa volta con una formazione diversa.
I.: Maestro Bollani, hai iniziato la tua carriera accompagnando al pianoforte Jovanotti, Irene Grandi, Laura Pausini, poi …..il Jazz.
Cosa ti ha spinto a dedicarti, anema e core, a questo genere musicale?
S.B.: In realtà ho sempre voluto fare jazz e mi è capitato per caso di fare una tournèe con Raf nel ’93, per caso nel senso che lui mi aveva chiamato perché mi aveva visto nel gruppo di Irene Grandi , quando non era ancora famosa.
Io suonavo le tastiere e per 2-3 anni ho fatto queste cose qua che tu hai nominato, però era una parentesi, avevo 20 anni ed era un buon modo per cominciare a lavorare e guadagnare con la musica, era divertente, perché suonare a Napoli, con Raf e di fronte a ottomila persone era comunque un’emozione, anche se non era la musica che amavo di più.
Nel frattempo, però, io suonavo nei locali di Firenze, suonavo jazz….ho sempre voluto fare quello, poi il termine si è volutamente allargato perché jazz per me, oggi, vuol dire non tanto musica di qualità…quanto musica improvvisata, soprattutto. Non è un genere preciso, ma è un modo di stare sul palco, di prendere la musica, cioè mi piace che tu, tutte le sere, possa fare qualcosa di diverso….può anche voler dire tornare a suonare, un giorno, con Raf, ma di certo non 40 date suonando esattamente le stesse cose.
I.: D’altronde, nel jazz quello che ti contraddistingue è proprio il fatto che tu varii sempre, i tuoi concerti non sono mai identici l’uno all’altro, tutto è affidato all’improvvisazione.
S.B.: Si, ogni sera qualcosa di diverso, con il rischio che una sera venga un concerto bruttino ed un’altra un concerto bellissimo nel senso che non si corre il rischio che ci sia la famosa routine che consente a Raf di fare, più o meno, lo stesso concerto dappertutto.
E’ il concetto di sfida con se stessi che mi piace di più della professione.
I.: Nel tuo libro “ L’America di Renato Carosone ” parli del termine cool, utilizzato per i musicisti jazz ed in generale per i giovani ribelli.
Maestro….non credo che tu possa considerarti un tipo cool, nel senso letterale del termine.
S.B.: Ma se cool, oggi, vuol dire tranquillo, rilassato, uno che prende la vita divertendosi, credo di si.
I.: No, cool nel senso letterale, freddo, distaccato…
S.B.: No, io il termine non lo prendo più in questo senso, cool, per me, è più una cosa figa, forse, gli americani dicono cool per dire “tutto a posto”, “tutto tranquillo”, in un certo senso ha qualcosa a che fare con l’atteggiamento del musicista che improvvisa, perché un musicista che improvvisa deve essere pronto ad accettare il fatto che qualcosa può andar male, che qualcosa vada storto durante l’esibizione, quindi a fare “spallucce”, cioè dire “Ok, questa frase mi è venuta male, adesso ne provo un’altra; è come quello che parla ed improvvisa….bisogna accettare di partire in un modo e dover tornare indietro e ricominciare perché ha deciso di distribuire diversamente le subordinate, soggetto e predicato, bisogna essere pronti, insomma, ad accettare i propri errori.
I.: La bravura, dell’artista, sta, poi, nell’essere in grado di non far notare che quella frase non è riuscita così come la si voleva.
S.B.: Oppure sfruttarla….partire dall’errore per andare avanti.
I.: Come Buscagliene e Carosone, anche tu dai l’impressione, a chi ha il piacere di poterti ascoltare dal vivo, di voler giocare con la musica, di divertirti nel creare i fraseggi con i tasti del pianoforte. E’ questo il segreto del tuo successo?
S.B.: Non vedo perché una persona dovrebbe andare a vedere gente che si annoia mentre fa una cosa, deve pagare un biglietto per vedere l’artista che si esibisce che non solo è noioso, non è tanto questo il punto, ma che faccia una cosa che annoi anche se stesso.
Io mi diverto e non ho problemi a farlo vedere, ci sono musicisti più “timidi”, più pudichi, chiamali come vuoi, che in realtà si divertono molto ma non lo danno a vedere; d’altronde non tutti abbiamo lo stesso modo di esprimere le emozioni, c’è chi ride a bocca spalancata per una battuta, c’è chi fa un semplice gesto con le labbra e magari si è divertito molto.
Per quello che mi riguarda, sono un tipo che esterna abbastanza le proprie sensazioni su quello che accade intorno.
I.: Sei molto prorompente.
S.B.: Si, però non è una cosa voluta, studiata, è un mio modo di reagire alle cose, che vale anche per il resto della mia giornata.
I.: In una tua intervista a JazzItalia, menzioni, tra i maestri del jazz che hanno influenzato il tuo percorso musicale, Art Tatum, Oscar Peterson e Bill Evans.
Ascoltandoti, in questi ultimi anni, nei tuoi concerti, ho avuto la sensazione di rivivere le emozioni del jazz degli anni d’oro, il tuo virtuosismo, la tua tecnica, il tuo essere brillante quando interpreti un brano, fanno pensare che presto tu diventerai l’icona jazz del nuovo millennio (e qui lui giù ad ululare), che tu sarai, per i futuri pianisti, quello che i precedenti citati sono stati per te (ed ancora ad ululare).
S.B.: Ne dubito perché, purtroppo, queste persone hanno inventato delle cose che prima non c’erano, soprattutto Art Tatum e Bill Evans, forse Oscar Peterson è già più un emulo, molto virtuoso, di Art Tatum, però è molto difficile, oggi, inventare delle nuove cose, quello che si fa adesso è miscelare linguaggi diversi, stili e generi per creare qualcosa di nuovo che di solito dà vita a delle cose interessanti proprio attraverso l’incontro tra cose che, magari, sembrerebbero stridere. E’ come per i surrealisti l’incontro su un tavolo di un ombrello ed una macchina da cucire.
Io prendo un basso ed una batteria rock e ci metto sopra un’ arpa, la novità sta proprio nell’idea, postmoderna, di mettere insieme degli strumenti che normalmente non penseresti mai di mixare.
Che proprio, invece, una persona diventi un’icona perché inventa uno stile che tutti copieranno o che diventerà un must cui fare riferimento, mi sembra difficile, non solo per me, ma per quasi tutti.
E’ dura, com’è dura negli altri campi dell’arte, anche se poi, probabilmente, fra cento anni, riguardando le cose che si facevano, scopriranno che c’erano quei tre o quattro….ma al momento è davvero dura.
I.: Navigando sul tuo sito e leggendo i vari articoli su di te, ho potuto notare che non ti fermi mai. Tra un concerto e l’altro, tra un continente ed un altro, riesci a trovare il tempo da dedicare alle persone che ti stanno accanto?
S.B.: Beh, non è facile, bisogna inventare dei sistemi, sono, ancora, in fase creativa, li sto inventando perché il rischio è che tu ti riferisca a modelli sociali vigenti, quindi la famiglia tipo che la domenica dovrebbe stare tutt’insieme o i bambini da accompagnare a scuola o, ancora, la moglie che sta a casa e tu vai in giro a lavorare…ecco tutti questi modelli io e la mia famiglia non li possiamo avere, mia moglie, ad esempio, è sempre via come me.
I.: So, però, che collaborate, anche, musicalmente insieme…
S.B.: Si, ma molto più spesso lei fa le sue cose con Spinetti ( Ferruccio Spinetti, contrabbassista in duo con Petra Magoni ) ed io faccio le mie, per cui bisogna inventarsi dei modelli, bisogna essere aperti, ancora una volta, forse, all’improvvisazione….ed avere molti nonni.
Per il resto, per fortuna, esistono i cellulari, per cui sono sempre in contatto, anche in questo momento, visto che sta vibrando, ma ora lo spengo, con le persone che fanno parte della mia vita, che sono tante poi.
In realtà, sono già tante le persone con cui collaboro musicalmente, figurati, poi, se aggiungi gli amici, i conoscenti…cominciano ad essere tantini ( e qui vien fuori il suo accento toscano! ).
I.: Un aggettivo per definire il pubblico che ti ascolta, tra quello americano, asiatico ed europeo.
S.B.: Io credo che la differenza grossa sia tra quello italiano ed il resto del mondo, nel senso che quello italiano ha una percezione di me abbastanza “completa” perché sa che ho scritto anche un libro, che è uscito solo in italiano….al momento, chi lo sa, sa che ho fatto radio, mi ha visto da Arbore fare le imitazioni, ha letto, magari, il libro su Carosone, mi ha visto molte volte perché ho suonato tanto ed in tante città, Bologna un po’ meno, ma a Torino e Napoli mi hanno visto con quasi tutti i miei gruppi, quasi tutti i miei progetti, per cui hanno un’idea del personaggio, mi hanno sentito parlare etc….
All’estero ho sempre suonato nei festival jazz per cui sono un pianista jazz, ufficialmente, mentre in Italia si chiedono cosa stia facendo, tutt’al più, se mi hanno visto dal vivo, e se hanno ascoltato i miei dischi sanno che ho una vena che loro, magari, definirebbero bizzarra e quindi sono il pianista jazz che fa anche cose stravaganti, ma non avendo letto né il libro né sentendomi per radio e così via, sono già un pochino più “incanalato”, prima o poi capiranno, anzi più o meno lo stanno già, capendo, che in realtà non rientro molto nella definizione canonica del pianista jazz, però, al di fuori dall’Italia, ho un pubblico un po’ più da jazzista.
Invece, qui, il pubblico è più trasversale, c’è gente, che non ha mai sentito una nota di jazz, che viene a sentirmi perché mi ha visto in tv o perché ha sentito parlare di me.
I.: E poi, diciamoci la verità, il jazz è ancora visto come una musica “colta”, “seria”, per alcuni anche noiosa…
S.B.: Si, questo è l’errore di alcuni musicisti che lo presentano così, ma anche del pubblico che, a mio parere, non ha mai visto dei concerti jazz.
La maggior parte dei jazzisti italiani “di punta”, da Fresu a Rava a Trovesi, sono anche molto divertenti, cioè non è che ci si sganascia dal ridere, ma sono molto rilassati, molto cool sul palco.
I.: Da piccolo il tuo sogno era quello di diventare un pianista, in realtà cantante ma hai abbandonato ben presto l’idea. Adesso che, a 35 anni hai suonato con i più grandi musicisti del panorama jazzistico mondiale, Pat Metheny, Enrico Rava, Richard Galliano, Lee Konitz, Paul Motian, per citarne alcuni, la domanda sorge spontanea…dove vuole arrivare Stefano Bollani, qual è il tuo sogno, adesso?
S.B.: In realtà non ne ho, forse ne avevo pochi anche prima perché io mi sono sempre molto divertito nel presente, a fare le cose che faccio quel giorno lì o in quel periodo lì o il progetto che ho da fare pochi mesi dopo, per cui è difficile che io ragioni a sogni nel cassetto tipo il musicista con cui vorrei lavorare oppure che tipo di notorietà vorresti raggiungere o ancora che condizione economica o a che livello artistico vorresti arrivare.
Io mi diverto a fare quello che faccio, non ho quasi mai pensato “vorrei che un giorno mi chiamassero a tal festival, vorrei poter suonare in quella città”, non mi viene in mente di averlo fatto perché la musica, per me, è la prassi quotidiana, è la normalità, avendo iniziato a suonare a sei anni, non mi ricordo neanche quando non suonavo.
I.: Tu suoni per passione, perché ti piace, infatti lasci trasparire molto questo tuo amore per quello che fai, ti diverti ,e tanto, quando ti esibisci.
S.B.: Ma soprattutto per me è normale, è come leggere….è una cosa naturale.
Mi sono reso conto, ci pensavo proprio pochi giorni fa, che io non riesco ad immaginare bene, sarà che forse non ho abbastanza fantasia, come il pubblico percepisca la musica davvero, perché io sono così abituato a percepirla da musicista, cioè da uno che ne ha ascoltato tanta o, comunque, da persona che ha più o meno i “codici” ed infatti mi son detto: “Ma…. ‘sto jazz?. Io faccio questi concerti, in quintetto, improvvisiamo, ma…a tutta questa gente che ci ascolta…boh!...cos’è che gli arriva?”.
Non lo saprò mai, perché ad ognuno arriva una cosa diversa ed il bello della musica è che non è un’arte precisa e didascalica. La parola, a volte, pretende di mandare un messaggio, invece la musica, per fortuna, è vastissima, è più democratica ed ognuno è libero di interpretarla come vuole.
Mi sono, però, anche reso conto che per me è quasi come un linguaggio, come il linguaggio che sto utilizzando, ad esempio, adesso, come quando parlo in inglese o in francese, invece, per il resto del mondo no…è un po’ strana la percezione.
I.: Ed il giapponese? Inizierai a studiarlo?
S.B.: No, non ci provo neanche. Adesso sto iniziando a studiare il portoghese, nei ritagli di tempo, ma il giapponese no.
Si vive una volta sola, devo fare anche altre cose!
I.: Entrando nel privato…se non sbaglio hai un figlio.
S.B.: Due figli, Leone ha otto anni, Frida tre.
I.: Avere te come padre, per loro, sarà uno spasso, si divertiranno da matti.
S.B.: Si, quando mi vedono. Ma i miei figli son tosti, sono molto più seri di me, forse Frida un po’ meno, lei è un po’ più caciarona, Leone, invece, è un bambino molto serio, anzi è lui che mi riprende “papà, smettila…non mi piacciono questi scherzi” mi dice quando lo prendo in giro. I bambini son tosti, sono più seri dei genitori, temo. Non ricordo, adesso, i miei, ma forse anch’io ero più serio di mio padre, prendevo le cose in maniera più seria.
A me, infatti, piacerebbe che mio figlio diventasse più cool, però, sai, ad otto anni, se perdi un giochino non è che puoi prenderla con filosofia, è un dramma e basta.
I.: Ed il loro approccio con la musica? Avendo due genitori musicisti…
S.B.: Leone è già un ex batterista, ha smesso a quattro anni. Ha iniziato ad un anno ed ha smesso a quattro, quando gli abbiamo comprato la batteria vera, ha capito che si faceva sul serio, quindi basta invece Frida canta, ha tre anni ma canta tantissimo, le piace molto la musica però nessuno li forza, ancora una volta è molto naturale e la differenza, rispetto a quando ero bambino io, sta nel fatto che loro hanno già visto tanti concerti.
Io, in casa, non avevo dei musicisti ed il mio primo concerto l’avrò visto ad 11 anni, ci son dovuto andare io altrimenti i miei genitori non mi avrebbero portato a vederli.

Capisco che è arrivato il momento di terminare l’intervista, così mi congedo dal Maestro Bollani, come mi piace definirlo, lo saluto, ma soprattutto lo ringrazio tanto per avermi dato la possibilità di poter conoscere e far conoscere Stefano Bollani, non soltanto come musicista ma anche come uomo che vive nel quotidiano.
E’ rimasto, pur avendo già alle spalle una lunga serie di premi sia in ambito internazionale e nazionale ed encomi da parte della critica musicale in ambito jazz, un ragazzo molto semplice, umile, disponibile, molto cool, come a lui piace definirsi.
Quindi che dire…se non lo conoscete ancora, adesso è arrivato il momento di ascoltarlo e se vi capita di vederlo dal vivo, vi assicuro che non ve ne pentirete.

NOTE BLU


STEFANO BOLLANI OVVERO TALENTO E SIMPATIA.
di Ilenia Firetto

Bologna, 31 luglio 2007. Piazza S. Stefano.
Sono le ore 18.00 ed io sono in trepida attesa per l’intervista che il Maestro Stefano Bollani sta per concedermi.
Lui è già sul palco, insieme ad Ivano Marescotti, Antonello Salis, Paolo Damiani, Bebo Ferra alle prese con il sound check e le ultime prove dello spettacolo “Pirèta e é lòpp”, la favola di Pierino e il lupo di Prokofjev rivisitata in versione romagnola.
Chi è Stefano Bollani?
E’ un ragazzo di 35 anni, nato a Milano ma cresciuto a Firenze dove si è diplomato al conservatorio nel 1993. Dopo alcune esperienze nel pop con Raf, Jovanotti, Irene Grandi è, a poco a poco, diventato uno dei jazzisti più apprezzati dal grande pubblico, forse per la sua aria da ragazzo scanzonato, per il suo essere così scherzoso con il pubblico con il quale ama improvvisare, per il suo essere particolarmente eclettico, ma soprattutto per il suo grande virtuosismo e per il suo essere brillante.
Questa che vedrò questa sera credo sia la quinta o la sesta esibizione del maestro, ed anche questa volta con una formazione diversa.
I.: Maestro Bollani, hai iniziato la tua carriera accompagnando al pianoforte Jovanotti, Irene Grandi, Laura Pausini, poi …..il Jazz.
Cosa ti ha spinto a dedicarti, anema e core, a questo genere musicale?
S.B.: In realtà ho sempre voluto fare jazz e mi è capitato per caso di fare una tournèe con Raf nel ’93, per caso nel senso che lui mi aveva chiamato perché mi aveva visto nel gruppo di Irene Grandi , quando non era ancora famosa.
Io suonavo le tastiere e per 2-3 anni ho fatto queste cose qua che tu hai nominato, però era una parentesi, avevo 20 anni ed era un buon modo per cominciare a lavorare e guadagnare con la musica, era divertente, perché suonare a Napoli, con Raf e di fronte a ottomila persone era comunque un’emozione, anche se non era la musica che amavo di più.
Nel frattempo, però, io suonavo nei locali di Firenze, suonavo jazz….ho sempre voluto fare quello, poi il termine si è volutamente allargato perché jazz per me, oggi, vuol dire non tanto musica di qualità…quanto musica improvvisata, soprattutto. Non è un genere preciso, ma è un modo di stare sul palco, di prendere la musica, cioè mi piace che tu, tutte le sere, possa fare qualcosa di diverso….può anche voler dire tornare a suonare, un giorno, con Raf, ma di certo non 40 date suonando esattamente le stesse cose.
I.: D’altronde, nel jazz quello che ti contraddistingue è proprio il fatto che tu varii sempre, i tuoi concerti non sono mai identici l’uno all’altro, tutto è affidato all’improvvisazione.
S.B.: Si, ogni sera qualcosa di diverso, con il rischio che una sera venga un concerto bruttino ed un’altra un concerto bellissimo nel senso che non si corre il rischio che ci sia la famosa routine che consente a Raf di fare, più o meno, lo stesso concerto dappertutto.
E’ il concetto di sfida con se stessi che mi piace di più della professione.
I.: Nel tuo libro “ L’America di Renato Carosone ” parli del termine cool, utilizzato per i musicisti jazz ed in generale per i giovani ribelli.
Maestro….non credo che tu possa considerarti un tipo cool, nel senso letterale del termine.
S.B.: Ma se cool, oggi, vuol dire tranquillo, rilassato, uno che prende la vita divertendosi, credo di si.
I.: No, cool nel senso letterale, freddo, distaccato…
S.B.: No, io il termine non lo prendo più in questo senso, cool, per me, è più una cosa figa, forse, gli americani dicono cool per dire “tutto a posto”, “tutto tranquillo”, in un certo senso ha qualcosa a che fare con l’atteggiamento del musicista che improvvisa, perché un musicista che improvvisa deve essere pronto ad accettare il fatto che qualcosa può andar male, che qualcosa vada storto durante l’esibizione, quindi a fare “spallucce”, cioè dire “Ok, questa frase mi è venuta male, adesso ne provo un’altra; è come quello che parla ed improvvisa….bisogna accettare di partire in un modo e dover tornare indietro e ricominciare perché ha deciso di distribuire diversamente le subordinate, soggetto e predicato, bisogna essere pronti, insomma, ad accettare i propri errori.
I.: La bravura, dell’artista, sta, poi, nell’essere in grado di non far notare che quella frase non è riuscita così come la si voleva.
S.B.: Oppure sfruttarla….partire dall’errore per andare avanti.
I.: Come Buscagliene e Carosone, anche tu dai l’impressione, a chi ha il piacere di poterti ascoltare dal vivo, di voler giocare con la musica, di divertirti nel creare i fraseggi con i tasti del pianoforte. E’ questo il segreto del tuo successo?
S.B.: Non vedo perché una persona dovrebbe andare a vedere gente che si annoia mentre fa una cosa, deve pagare un biglietto per vedere l’artista che si esibisce che non solo è noioso, non è tanto questo il punto, ma che faccia una cosa che annoi anche se stesso.
Io mi diverto e non ho problemi a farlo vedere, ci sono musicisti più “timidi”, più pudichi, chiamali come vuoi, che in realtà si divertono molto ma non lo danno a vedere; d’altronde non tutti abbiamo lo stesso modo di esprimere le emozioni, c’è chi ride a bocca spalancata per una battuta, c’è chi fa un semplice gesto con le labbra e magari si è divertito molto.
Per quello che mi riguarda, sono un tipo che esterna abbastanza le proprie sensazioni su quello che accade intorno.
I.: Sei molto prorompente.
S.B.: Si, però non è una cosa voluta, studiata, è un mio modo di reagire alle cose, che vale anche per il resto della mia giornata.
I.: In una tua intervista a JazzItalia, menzioni, tra i maestri del jazz che hanno influenzato il tuo percorso musicale, Art Tatum, Oscar Peterson e Bill Evans.
Ascoltandoti, in questi ultimi anni, nei tuoi concerti, ho avuto la sensazione di rivivere le emozioni del jazz degli anni d’oro, il tuo virtuosismo, la tua tecnica, il tuo essere brillante quando interpreti un brano, fanno pensare che presto tu diventerai l’icona jazz del nuovo millennio (e qui lui giù ad ululare), che tu sarai, per i futuri pianisti, quello che i precedenti citati sono stati per te (ed ancora ad ululare).
S.B.: Ne dubito perché, purtroppo, queste persone hanno inventato delle cose che prima non c’erano, soprattutto Art Tatum e Bill Evans, forse Oscar Peterson è già più un emulo, molto virtuoso, di Art Tatum, però è molto difficile, oggi, inventare delle nuove cose, quello che si fa adesso è miscelare linguaggi diversi, stili e generi per creare qualcosa di nuovo che di solito dà vita a delle cose interessanti proprio attraverso l’incontro tra cose che, magari, sembrerebbero stridere. E’ come per i surrealisti l’incontro su un tavolo di un ombrello ed una macchina da cucire.
Io prendo un basso ed una batteria rock e ci metto sopra un’ arpa, la novità sta proprio nell’idea, postmoderna, di mettere insieme degli strumenti che normalmente non penseresti mai di mixare.
Che proprio, invece, una persona diventi un’icona perché inventa uno stile che tutti copieranno o che diventerà un must cui fare riferimento, mi sembra difficile, non solo per me, ma per quasi tutti.
E’ dura, com’è dura negli altri campi dell’arte, anche se poi, probabilmente, fra cento anni, riguardando le cose che si facevano, scopriranno che c’erano quei tre o quattro….ma al momento è davvero dura.
I.: Navigando sul tuo sito e leggendo i vari articoli su di te, ho potuto notare che non ti fermi mai. Tra un concerto e l’altro, tra un continente ed un altro, riesci a trovare il tempo da dedicare alle persone che ti stanno accanto?
S.B.: Beh, non è facile, bisogna inventare dei sistemi, sono, ancora, in fase creativa, li sto inventando perché il rischio è che tu ti riferisca a modelli sociali vigenti, quindi la famiglia tipo che la domenica dovrebbe stare tutt’insieme o i bambini da accompagnare a scuola o, ancora, la moglie che sta a casa e tu vai in giro a lavorare…ecco tutti questi modelli io e la mia famiglia non li possiamo avere, mia moglie, ad esempio, è sempre via come me.
I.: So, però, che collaborate, anche, musicalmente insieme…
S.B.: Si, ma molto più spesso lei fa le sue cose con Spinetti ( Ferruccio Spinetti, contrabbassista in duo con Petra Magoni ) ed io faccio le mie, per cui bisogna inventarsi dei modelli, bisogna essere aperti, ancora una volta, forse, all’improvvisazione….ed avere molti nonni.
Per il resto, per fortuna, esistono i cellulari, per cui sono sempre in contatto, anche in questo momento, visto che sta vibrando, ma ora lo spengo, con le persone che fanno parte della mia vita, che sono tante poi.
In realtà, sono già tante le persone con cui collaboro musicalmente, figurati, poi, se aggiungi gli amici, i conoscenti…cominciano ad essere tantini ( e qui vien fuori il suo accento toscano! ).
I.: Un aggettivo per definire il pubblico che ti ascolta, tra quello americano, asiatico ed europeo.
S.B.: Io credo che la differenza grossa sia tra quello italiano ed il resto del mondo, nel senso che quello italiano ha una percezione di me abbastanza “completa” perché sa che ho scritto anche un libro, che è uscito solo in italiano….al momento, chi lo sa, sa che ho fatto radio, mi ha visto da Arbore fare le imitazioni, ha letto, magari, il libro su Carosone, mi ha visto molte volte perché ho suonato tanto ed in tante città, Bologna un po’ meno, ma a Torino e Napoli mi hanno visto con quasi tutti i miei gruppi, quasi tutti i miei progetti, per cui hanno un’idea del personaggio, mi hanno sentito parlare etc….
All’estero ho sempre suonato nei festival jazz per cui sono un pianista jazz, ufficialmente, mentre in Italia si chiedono cosa stia facendo, tutt’al più, se mi hanno visto dal vivo, e se hanno ascoltato i miei dischi sanno che ho una vena che loro, magari, definirebbero bizzarra e quindi sono il pianista jazz che fa anche cose stravaganti, ma non avendo letto né il libro né sentendomi per radio e così via, sono già un pochino più “incanalato”, prima o poi capiranno, anzi più o meno lo stanno già, capendo, che in realtà non rientro molto nella definizione canonica del pianista jazz, però, al di fuori dall’Italia, ho un pubblico un po’ più da jazzista.
Invece, qui, il pubblico è più trasversale, c’è gente, che non ha mai sentito una nota di jazz, che viene a sentirmi perché mi ha visto in tv o perché ha sentito parlare di me.
I.: E poi, diciamoci la verità, il jazz è ancora visto come una musica “colta”, “seria”, per alcuni anche noiosa…
S.B.: Si, questo è l’errore di alcuni musicisti che lo presentano così, ma anche del pubblico che, a mio parere, non ha mai visto dei concerti jazz.
La maggior parte dei jazzisti italiani “di punta”, da Fresu a Rava a Trovesi, sono anche molto divertenti, cioè non è che ci si sganascia dal ridere, ma sono molto rilassati, molto cool sul palco.
I.: Da piccolo il tuo sogno era quello di diventare un pianista, in realtà cantante ma hai abbandonato ben presto l’idea. Adesso che, a 35 anni hai suonato con i più grandi musicisti del panorama jazzistico mondiale, Pat Metheny, Enrico Rava, Richard Galliano, Lee Konitz, Paul Motian, per citarne alcuni, la domanda sorge spontanea…dove vuole arrivare Stefano Bollani, qual è il tuo sogno, adesso?
S.B.: In realtà non ne ho, forse ne avevo pochi anche prima perché io mi sono sempre molto divertito nel presente, a fare le cose che faccio quel giorno lì o in quel periodo lì o il progetto che ho da fare pochi mesi dopo, per cui è difficile che io ragioni a sogni nel cassetto tipo il musicista con cui vorrei lavorare oppure che tipo di notorietà vorresti raggiungere o ancora che condizione economica o a che livello artistico vorresti arrivare.
Io mi diverto a fare quello che faccio, non ho quasi mai pensato “vorrei che un giorno mi chiamassero a tal festival, vorrei poter suonare in quella città”, non mi viene in mente di averlo fatto perché la musica, per me, è la prassi quotidiana, è la normalità, avendo iniziato a suonare a sei anni, non mi ricordo neanche quando non suonavo.
I.: Tu suoni per passione, perché ti piace, infatti lasci trasparire molto questo tuo amore per quello che fai, ti diverti ,e tanto, quando ti esibisci.
S.B.: Ma soprattutto per me è normale, è come leggere….è una cosa naturale.
Mi sono reso conto, ci pensavo proprio pochi giorni fa, che io non riesco ad immaginare bene, sarà che forse non ho abbastanza fantasia, come il pubblico percepisca la musica davvero, perché io sono così abituato a percepirla da musicista, cioè da uno che ne ha ascoltato tanta o, comunque, da persona che ha più o meno i “codici” ed infatti mi son detto: “Ma…. ‘sto jazz?. Io faccio questi concerti, in quintetto, improvvisiamo, ma…a tutta questa gente che ci ascolta…boh!...cos’è che gli arriva?”.
Non lo saprò mai, perché ad ognuno arriva una cosa diversa ed il bello della musica è che non è un’arte precisa e didascalica. La parola, a volte, pretende di mandare un messaggio, invece la musica, per fortuna, è vastissima, è più democratica ed ognuno è libero di interpretarla come vuole.
Mi sono, però, anche reso conto che per me è quasi come un linguaggio, come il linguaggio che sto utilizzando, ad esempio, adesso, come quando parlo in inglese o in francese, invece, per il resto del mondo no…è un po’ strana la percezione.
I.: Ed il giapponese? Inizierai a studiarlo?
S.B.: No, non ci provo neanche. Adesso sto iniziando a studiare il portoghese, nei ritagli di tempo, ma il giapponese no.
Si vive una volta sola, devo fare anche altre cose!
I.: Entrando nel privato…se non sbaglio hai un figlio.
S.B.: Due figli, Leone ha otto anni, Frida tre.
I.: Avere te come padre, per loro, sarà uno spasso, si divertiranno da matti.
S.B.: Si, quando mi vedono. Ma i miei figli son tosti, sono molto più seri di me, forse Frida un po’ meno, lei è un po’ più caciarona, Leone, invece, è un bambino molto serio, anzi è lui che mi riprende “papà, smettila…non mi piacciono questi scherzi” mi dice quando lo prendo in giro. I bambini son tosti, sono più seri dei genitori, temo. Non ricordo, adesso, i miei, ma forse anch’io ero più serio di mio padre, prendevo le cose in maniera più seria.
A me, infatti, piacerebbe che mio figlio diventasse più cool, però, sai, ad otto anni, se perdi un giochino non è che puoi prenderla con filosofia, è un dramma e basta.
I.: Ed il loro approccio con la musica? Avendo due genitori musicisti…
S.B.: Leone è già un ex batterista, ha smesso a quattro anni. Ha iniziato ad un anno ed ha smesso a quattro, quando gli abbiamo comprato la batteria vera, ha capito che si faceva sul serio, quindi basta invece Frida canta, ha tre anni ma canta tantissimo, le piace molto la musica però nessuno li forza, ancora una volta è molto naturale e la differenza, rispetto a quando ero bambino io, sta nel fatto che loro hanno già visto tanti concerti.
Io, in casa, non avevo dei musicisti ed il mio primo concerto l’avrò visto ad 11 anni, ci son dovuto andare io altrimenti i miei genitori non mi avrebbero portato a vederli.

Capisco che è arrivato il momento di terminare l’intervista, così mi congedo dal Maestro Bollani, come mi piace definirlo, lo saluto, ma soprattutto lo ringrazio tanto per avermi dato la possibilità di poter conoscere e far conoscere Stefano Bollani, non soltanto come musicista ma anche come uomo che vive nel quotidiano.
E’ rimasto, pur avendo già alle spalle una lunga serie di premi sia in ambito internazionale e nazionale ed encomi da parte della critica musicale in ambito jazz, un ragazzo molto semplice, umile, disponibile, molto cool, come a lui piace definirsi.
Quindi che dire…se non lo conoscete ancora, adesso è arrivato il momento di ascoltarlo e se vi capita di vederlo dal vivo, vi assicuro che non ve ne pentirete.

EstremaMente


Gnocche senza testa
a cura di Antonella Passoni

Ecco un articolo del Corriere che riporta una triste realtà.

15 luglio 2007
«L’Italia è il Paese delle donne nude»
L’accusa del Financial Times. «Corpi esibiti in spot e tv, tradito il femminismo»
MILANO — Far finta che il «caso» non esista, stavolta, è davvero impossibile. Basta alzare gli occhi durante il check- in in aeroporto, o accendere la tv. Loro sono lì, che aspettano. Donne, donne, donne. In formato gigantesco, sembrano uscite da un film di Fellini. Scollature profonde, sguardo malizioso. Sono lì per convincere: a comprare una valigia, a scegliere una nuova tariffa per il cellulare. Oppure, semplicemente, per «intrattenere». Succede in Italia, patria della bellezza femminile — e del suo sfruttamento. Perlomeno è questa, secondo il Financial Times, l’immagine che colpisce chi arriva nelle nostre città: corpi (inutilmente) scoperti che ammiccano dai cartelloni stradali, ragazze di nulla vestite che ancheggiano nei varietà.


Ieri, l’autorevole quotidiano della City ha dedicato la copertina del suo inserto culturale alla naked ambition (la «nuda ambizione») delle donne italiane: «A trent’anni dalle richieste delle femministe su divorzio e aborto, qui le teenager vogliono lavorare come showgirl, ballerine e vallette di quiz a premi ». La prova sta tutta nella foto che domina la pagina: una Elisabetta Canalis oversize, cellulare all’orecchio, china a guardare negli occhi l’ignaro passante — sempre che il suo sguardo non sia stato già calamitato dalla scollatura messa in risalto da un ridotto bikini rosso. È un’immagine dell’ultima campagna Tim. E da oggi, per gli inglesi, è il simbolo dell’ «arcaicità» del popolo italiano.
«Dal mio trasferimento a Milano, tre anni fa — scrive Adrian Michaels —, mi sono chiesto perché nessuno sembri preoccuparsi dell’uso incongruo che viene fatto della donna nella pubblicità e in tv... Davvero gli italiani, e in particolare le italiane, ritengono accettabile "vendere" quiz in prima serata stimolando i genitali maschili invece del cervello?». Segue reportage sul «Paese che ha dimenticato il femminismo »: Michaels elenca i balletti de L’Eredità, la gara per la successione al «trono» delle Veline, Ilaria D’Amico di cui «nessuno può dire che non conosca il calcio»,mache va in onda «invariabilmente in tubino nero», in piedi, circondata da ospiti «tutti uomini, tutti in giacca e cravatta, tutti seduti». In Gran Bretagna o negli Usa, sostiene il Ft, «questo susciterebbe reazioni di ogni tipo»; in Italia, l’abitudine ha avuto la meglio.
Sottoscrive il ministro Emma Bonino, lei che è un’«eccezione » alla regola: «Il movimento femminile non ha mai spinto per riforme strutturali». Nel Belpaese, conclude Michaels, essere donna significa ancora «dolore e sofferenza (un riferimento agli ospedali che rifiutano l’epidurale, ndr), maternità e pasta, banche chiuse (simbolo dei servizi che ignorano i bisogni delle lavoratrici, ndr)». Ovvio, quindi, che le italiane si dividano in mamme «confinate in cucina a fare i ravioli» e figlie che cercano il successo attraverso la bellezza. Magari in formato due metri per sei. Il punto, come spiega al FT il pubblicitario Sergio Rodriguez, direttore creativo di Leo Burnett Italia, «è che qui, anche quando non serve, usi una donna».
«Ma è proprio questo il problema: la mancanza di creatività — replica Alberto Abruzzese, sociologo delle comunicazioni di massa —. Pensiamo alle condizioni di lavoro dei nostri creativi, ai budget, all’assenza di formazione...». Va bene, ma la tv? Non è che lì vada meglio. «Che posso dire? È vero, punto.Manel sistema Italia, a partire dagli anni del boom, il corpo è considerato una ricchezza. Nella prima fase della sua presenza sullo schermo, poi, si doveva combattere il bigottismo della tv di Stato; e in questo momento, in cui avverto sinistri segnali di bigottismo strisciante, mi sento di ribadirlo ». Quanto alle donne, «mi pare che rispetto ai parametri del femminismo storico abbiano sviluppato maggior leggerezza».
«Ma le donne protestano, eccome — si infervora la giornalista palestinese Rula Jebreal (che un ospite non identificato, nell’ultima puntata di Annozero, definì "gnocca senza testa", ndr)—. Il punto è che abbiamo bisogno del Ft per commentarlo, come se la questione non fosse palese; il mondo intero ci osserva e ride, e i nostri media ignorano il problema. L’Italia critica spesso il mondo arabo e musulmano, ma quando si tratta di guardare al ruolo delle donne nei media, in politica, dicono "ah no, è un’altra cosa". L’ultimo stadio è la mancanza di diritti, è vero. Ma il primo gradino è spingere una donna a spogliarsi e stare zitta per apparire ».




lunedì 6 agosto 2007

EQUILIBRISMI QUOTIDIANI

Tradimento
a cura di Maddalena Morandi

Il tradimento è di moda in ogni mese dell'anno, ma d'estate i giornali ne parlano di più. Perchè alla fine è considerato un argomento ameno, da vancanze . Ne cito due per dovere di cronaca, tra i più eclatanti: quello reso pubblico da una telecamera del giro d'Italia (un uomo è stato inquadrato sulla spiaggia con la moglie o presunta tale, un'amica l'ha visto in televisione è ha telefonato alla legittima consorte per dirglielo: lei non era con lui ... ) e quello più recente del politico che lontano da casa, dai due figli e dalla moglie incinta, l'ha fatto per solitudine (...), condendo il tutto di polvere bianca.
Bene questo è il tradimento classico, le corna! Però io voglio parlare del tradiemnto in generale: l'ingannare la buona fede altrui, qualunque sia il campo (amore, amicizia, lavoro ecc. ).
Lo trovo ingiustificabile.
Non riesco a ad assolverlo, io, il traditore.
Chi lo fa è meschino, è una persona che non sa prendersi le proprie responsabilità e far fronte con lealtà agli impegni presi. Ciò che trovo più ignobile è il ferire i sentimenti sinceri degli altri.
Sì, perchè il dolore del tradito è tanto più grande e sanguinante, quanto la sua fiducia verso l'altro è vera. Avete presente quando si dice "sparare sulla Croce Rossa", oppure "dare uno schiaffo a un bambino che dorme" , è l'attegiamento del traditore, accoltellare chi non può reagire.
L'attività dell'ingannatore non mi sento di avvalorarla per nessun motivo.
Se un essere è così vile da non poterne fare a meno, almeno lo faccia in modo che chi lo subisce almeno non lo sappia!
Che ne pensate, sono troppo dura o siete d'accordo con me?. Svelatevi.


venerdì 3 agosto 2007

Archi.D.Arte

AttraVerso Parigi
a cura di Margherita Matera



Parigi. Attendevo quest'attimo d'attenzione che mi attraversasse la mente attonita dal ritorno, ma attratta dal ricordo. Scendo in strada con voi, iniziando con questo piccolo gioco di suoni per richiamare il titolo, perchè spero realmente, con parole d'immagini, di passare AttraVerso superfici architettoniche. Il percorso ha una spettatrice tacita, stilosa. A guardarla bene si riconosce una Donna di Modì. Elegante. Composta.Questo lungo collo che regge uno sguardo oltre l'orizzonte dell'orizzonte. E i suoi occhi si riempiono delle mie pupille e chissà di quante altre ancora, da quell'Esposizione Universale del 1889, dai suoi 304 m conficcanti il cielo. Una Torre che ha la responsabilità di essere Simbolo, che si compone di tecnica e stile, sapientemente lasciati incontrare. Donna dipinta col ferro, che schiaffeggia l'attuale bruttezza delle costruzioni metalliche e ci spinge al dettaglio della sua gabbia che tutt'oggi libera emozioni. Scorro nella galleria del Tempo e, come in un Trittico di Bosch, scontro Notre Dame. Questa sostituta-cattedrale, voluta da Maurice de Sully (1167), vanta una facciata ricca, composta da "Tentazioni"(in nome del famoso Trittico) da interpretare, come la Galleria dei Re d'Israele e del Regno di Giuda, o come il Portale centrale del Giudizio Universale.
Il tutto parla un autentico linguaggio Gotico, successivamente esasperato da Viollet Le Duc (Neogotico). Passo l'arco d'entrata e mi ritrovo sugli Champs Elisèe dove, per la centralità dell'Etoile, mi sento come inquadrata in un Tondo Rinascimentale, piuttosto che in un disegno di Hausmann. E lì, in fondo, a fianco al Louvre, in accordo con le idee Metafisiche che esso può suggerire, come in una prospettiva di De Chirico, in una giornata torrida, si disegnano gli Archi di Rue de Rivili. Così, inghiottita da un porticato, mi ritrovo, Piccola, in una pennellata geometrica per una Composizione tridimensionale dell'idea volumetrica di un architetto danese: la Grande Arche. Scendo le scale del Metrò, incorniciato Liberty da Ector Guimard (architetto), incontro gli sguardi e le immagini degli altri e mi chiedo cosa spinge le talpe a tornare in superficie, se la curiosità o la fine di un percorso.

giovedì 2 agosto 2007

OFF#LIMITS

UN GIORNO DA LEONI
Di Diomira Pizzamiglio

Oggi vi presento Franci, un amico conosciuto al corso di Yoga.
Franci è un signore non più giovanissimo, ma estremamente attivo. E’ un tipo gioviale, sempre con sorriso per tutti, semplice, sensibile e molto simpatico. Vive in una casetta da solo con i suoi gatti: ne ha tanti, ma nessuno suo, e tutti liberi di andare e venire in casa sua.
A lui piace stare in mezzo alla gente, frequenta l’uni3 di Saronno(l’università delle tre età: dai giovanissimi agli anziani), gli piace andare in palestra, fare corsi decupage, curare il suo orticello e … durante una pizzata ho scoperto che ama scrivere poesie.
Quando gli ho chiesto di poterle leggere si è un po’ imbarazzato, non voleva…. perché lui non si sente certo un poeta, ma “uno che ha semplicemente buttato giù quattro parole, tanto per dir quel che pensa”.
Mi ci è voluto un po’ per convincerlo.
In effetti non è facile permettere agli altri di leggerti l’anima ….
Non è facile mettersi di fronte al giudizio di tutti.
Ma Franci è un Grande(!) Franci è uno che la pensa come me: gli asini che ridono specchiandosi in una pozza d’acqua, ridono di se stessi.
E così dopo un po’ si è deciso ed è venuto a casa mia portando con sé il suo quaderno delle poesie.
Abbiamo preso un caffè insieme e chiacchierato allegramente.
Nel suo quaderno ci sono molte poesie belle ,anzi io le trovo tutte belle.
Ognuna racconta qualcosa di Franci, dei suoi pensieri, della sua grande sensibilità d’animo.
E’ stato difficile scegliere quale far leggere a tutti voi.
La prima poesie che si legge sul quaderno è dedicata alla mamma e Franci mi ha detto che secondo lui è la migliore, la più bella in assoluto.
Mi ha spiegato che secondo lui l’amore che una madre da al proprio figlio non ha paragoni perché un figlio non sarà mai in grado di fare altrettanto. “Una madre è disposta a perdere la vita per il figlio, un figlio no, può solo frare del suo meglio.”
Mi ha raccontato che la sua mamma ha dato tutto per lui, crescendolo aiutandolo amorevolmente perché lui era un bambino malato …di salute cagionevole …. E lui sente di avergli dato ben poco in confronto a quanto abbia fatto lei.
E così abbiamo deciso per due poesie, una dedicata alla mamma e una dedicata ad una persona speciale, con un carattere forte e caparbio, “amica” di Franci.

Credo apprezzerete la lettura di queste poesie scritte dal mio amico Franci, sono scritte con semplicità d’animo e di stile e che mi hanno insegnato ad apprezzare le cose che valgono di più nella vita:amore e libertà..


Alla mamma

La mamma, la persona più bella,
La persona che ha saputo donarmi la vita,
Che mi ha dato tutto facendo sacrifici.
Che persona gretta sono.
Non ho saputo essere grato a lei,
Ma solo egoisticamente cieco.
Tu bellissimo fiore hai saputo dare la vita a questo piccolo essere .
Ti ringrazio di tutto ciò mamma,
Piccolo immenso fiore.

La vita

31/12/06 giorno in cui non mi importa nulla di vivere,
O di morire.
Non bisogna mai togliere la libertà a chi la ama,
Perché è come togliergli la vita stessa.
Bisogna ricordare che non si è più forti privando un altro essere della propria libetà.
Siamo solo ciò che madre natura ci ha dato di essere.
Si può essere migliori senza plagiare un altro essere per dimostrare di essere superiori..

Viaggio di pensieri

a cura di Maria Cristina Campagna

Ho bisogno di una pausa. Sul serio. Fisicamente, psicologicamente e spiritualmente. Non avrei dovuto neppure scrivere. Il mio nome non era nel calendario e forse non era capitato a caso! Ma poi mi sono fatta forza e mi sono detta: “ Scrivi un’altra volta, l’ultima, poi una piccola pausa, anche di riflessione”. Non che non voglia più scrivere, è che ogni tanto mi chiedo se veramente interessi a qualcuno. Poi mi ricredo. Siamo un bel gruppo e sono fiera di farne parte. Ho avuto una grande possibilità che mi stimola. Poi ci siete voi, che nella mia fantasia avete un viso ed un sorriso, vi leggo e mi leggete, un canale sempre aperto e disponibile, un legame. Ma ci sono momenti in cui non si è più sicuri di nulla. Non sono un’intellettuale, non scrivo recensioni, scrivo solo Viaggio di Pensieri, (che sto capendo ora cosa significhi per me e non è poco!). Quindi vi auguro buone vacanze e una pausa piena di idee e riflessioni. Io sto cercando un luogo lontano dalla gente, vicino al silenzio e alla natura. Magari con una piccola piscina, o in riva al mare, vitto e alloggio molto modesti, perché sogno di passare una settimana da sola con me stessa. Se lo conoscete fatemi sapere.
Baci


mercoledì 1 agosto 2007

BRICIOLE D'ESTETICA


NONNE E NIPOTINI
A cura di Valdimiro Zocca

Una neurologa americana, Louann Brizendine, in un suo libro, Il cervello delle donne, tradotto recentemente in italiano, pur seguendo un indirizzo forse un po’ troppo determinista, facendo dipendere il comportamento di genere dalla varia distribuzione degli ormoni nelle donne e negli uomini, tuttavia offre spunti interessanti che possono confermare il ruolo importante avuto dal matriarcato agli albori dell’umanità.
A questo proposito, mi ha colpito la dimostrazione per via neurologica della tesi antropologica secondo la quale le antiche popolazioni umane hanno potuto assicurarare la loro evoluzione per merito della sopravvivenza delle donne per decenni, anche dopo aver smarrito la fertilità.
Infatti, sono state le nonne, le grandi madri, come le chiamano i francesi, che, nell’età della pietra, con la raccolta di cibo supplementare, avevano aumentato il tasso di vita dei nipotini , permettendo alle donne più giovani di mettere al mondo più bambini a intervalli più brevi.
Allora, mi piace credere che questa immemoriale forza del nutrimento e della protezione matriarcale, riversata sulla mia lontana infanzia dalla nonna e dalle prozie, le mie tre grandi madri, mi abbiano fatto precocemente incontrare con la magia del mito.
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