giovedì 31 maggio 2007

Viaggio per l'acqua

WALK FOR WATER – CAMMINATA PER L’ACQUA



Un’ iniziativa che nasce dalle parole di un uomo di medicina Seneca (Irochesi), Robert Jhon Knapp, che ho avuto l’onore e la gioia di conoscere. Una lunga camminata in favore dell’acqua.
Tra le malattie che affliggono la Madre Terra –
dice
– la più grave è la malattia della sua linfa vitale. L’acqua.
Si parte dal Monte Fumaiolo venerdì 1 giugno, seguendo il corso del Tevere, per un percorso di circa dieci tappe e della durata di dieci giorni sino a Roma. Qui si porterà una lettera al pontefice, che darà udienza, informato del progetto. Essendo il capo spirituale di molti paesi e di migliaia di persone, un suo gesto, una sua parola d’amore verso l’acqua può raggiungerli.
Penso sia un’iniziativa meravigliosa. Avrei voluto partecipare per i primi due giorni, è aperta a tutti e si può decidere di percorrere il tratto che si vuole, ma questo fine settimana sono fuori per altri motivi.
Ci sarò con il pensiero, credo sia importante camminare per l’acqua, ascoltare le sue vibrazioni. Un gesto semplice che vuole ridare all’acqua un po’ del suo valore originale. Un atto d’amore verso di essa. Onorare l’acqua con questo movimento semplice, con questa energia.
L’acqua è un dono, è vita. Ricordiamocelo!
Siete ancora in tempo se volete partecipare.
Sarà un viaggio per l’acqua e per voi stessi!
Info – www.walkforwater.net

Clap clap



Abbiamo bisogno di curare il nostro ego? Andate un pò a vedere cosa vi aspetta qui?

Patrizia Finucci Gallo

Note Blu


THE SOUL OF THE BLUES

di Ilenia Firetto

“ Ecco, si fa un gran silenzio. Si sente solo il suono di un pianoforte. E’ un blues.
Mi sento teso. Mi chiedo: che aspetto avrà? Io non l’ho mai vista prima d’ora. Poi sento la sua voce e, accidenti, capisco che questa è la mia grande giornata.
Sto ascoltando quanto c’è di meglio e per giunta la vedo. Risplendente è la parola, l’unica che possa descriverla. Non è bella, naturalmente, ma per me lo è. Una bianca, scintillante toilette, un gran donnone: domina completamente il palcoscenico e l’intero uditorio quando canta Yellow dog blues.
Non si può spiegare a parole il suo canto, la sua voce. Essa non ha bisogno di un microfono, non lo usa. Non sono, però, sicuro che quei maledetti cosi fossero già in circolazione, quell’anno. Tutti la sentono bene. Questa donna canta con tutto il cuore. Non mi lascia distrarre per un istante. Mentre canta, cammina lentamente per il palcoscenico. La testa è leggermente inclinata.
Da dove mi trovo, non riesco a capire se ha gli occhi chiusi o aperti.
Avanti, avanti, un numero dopo l’altro, sempre lo stesso silenzio, una grande interpretazione, un applauso assordante. Non vorremmo che finisse mai ”.*
Chi ha scritto l’articolo è stato un pianista, Art Hodes, un jazzman che ebbe la fortuna di poter ascoltare Bessie Smith dal vivo.
Ho voluto introdurre in questa maniera il mio pezzo proprio per farvi capire la vera essenza di questa musica, delle emozioni che ti strappa da dentro e ti butta fuori, ma soprattutto di quanto importante sia l’interpretazione che viene data da chi canta.
Le cantanti che hanno fatto la storia del blues, soprattutto le dive quali Bessie Smith e Ma Raney, cantavano delle canzoni con testi simili a quelle interpretate dagli uomini, ma era la loro caratteristica femminile ad offrire uno slancio ed una partecipazione nettamente superiore a quella maschile.
Il blues è qualcosa che si sente dentro, che si ha dentro.
Bessie Smith, ad esempio, che non a caso, fu soprannominata “l’imperatrice del blues”, metteva una profondità emotiva tale nelle sue interpretazioni, da riuscire a trascinarti nel mondo in cui nacque e crebbe, un mondo fatto di povertà e miseria.
Lei cantava la vita intorno a sé, il destino duro e doloroso della sua gente. Le parole delle sue canzoni non erano così com’erano, lei riusciva a farle proprie, le faceva diventare le “ sue parole ”.
Lei fece cantare l’anima.
Volontariamente, questa volta, ho voluto discostarmi dai miei soliti articoli, avrei dovuto continuare con la storia del blues, ma mi è venuto spontaneo voler soffermarmi sul vero valore e significato di questa musica, su quello che ha dato e continua a dare a me ed a tutte le persone che sanno “ascoltare”.
Nella lapide di Bessie Smith furono incise queste parole: “ La più grande cantante di blues al mondo non smetterà mai di cantare”.

Vorrei rivolgere una preghiera a chi si vanta di essere una cantante:
Non zittite Bessie Smith, non imbavagliate l’anima, imparate ad ascoltarla!







* Da un articolo di Art Hodes apparso nel mensile “Jazz Record” , Chicago, settembre 1947

lunedì 28 maggio 2007

EstremaMente

Le donne e la sfida della Maratona
di Antonella Passoni

La maratona al femminile ha impiegato molti anni prima di affermarsi.Gli uomini ci hanno ammesse ai giochi olimpici solo nel 1928,ben 32 anni di ritardo rispetto a loro!Ma non è tutto.La massima distanza percorribile assegnata alla donna era gli 800 mt.Solo nel 1972 si arrivò ai 1.500!Per essere ammesse alla gara più bella del mondo,la maratona,abbiamo dovuto faticare non poco per convincere organizzatori e medici che il fisico femminile fosse preparato a sostenere una distanza così lunga.Solo nel 1984 la maratona femminile fu ammessa ai giochi olimpici,nell'edizione di Los Angeles.Quasi cento anni di distanza rispetto alla prima maratona maschile.Due grandi donne che hanno contribuito a farci uscire dalle "riserve indiane" dei corpi deboli ed incapaci di sopportare tali sforzi,sono state Grete Weitz e Joan Benoit,due vere proprie leggende della maratona.La maratona al femminile si è evoluta rapidamente.Dopo essersi affermata faticosamente nelle discipline dell'atletica mondiale ufficiale,ha fatto in poco meno di vent'anni passi da gigante.Negli ultimi anni ,sulla scena mondiale è apparsa Paula Radcliff che portò il record prima a 2h17'18"(maratona di Chicago 2002) poi stupì il mondo intero alla maratona di Londra vinta in 2h15'25" nel 2003.In Italia le battaglie femministe,purtroppo, non sono riuscite a far emergere le donne nello sport.Alla base manca una giusta motivazione.Motivazione che gli uomini imparano da bambini,mentre a noi viene raramente trasmessa.

domenica 27 maggio 2007

Due universi che cercano di trovarsi nella scrittura



Forse prima di tutto è necessario ricordare che il mondo della parola appartiene esclusivamente al mondo umano. Non vuole dire che non esistono altre forme di comunicazione (per esempio tra gli animali), ma il linguaggio ha una caratteristica speciale, che le altre forme di comunicazione non condividono: la polisemia, oppure la possibilitá di trovare diversi sensi in una stessa parola. Di conseguenza, la parola non può coprire totalmente il suo refferente (sia nel mondo concreto - le cose - come nel mondo astratto - le emozioni, i sentimenti -). Cioé, il significato di una parola, soltanto viene riconosciuto attraverso un’altra. Per esempio, se io dico: “Sono molto preoccupata dall´ultima volta che ci siamo visti ”. Voglio dire che sono preoccupata per l’altro, oppure che qualcosa mi é successo in questo tempo?.

Quindi, il linguaggio è un collegamento arbitrario di significanti (un significante è quello che significa qualcosa per un altro significante), l’intenzione è sempre quella di cercare un senso. Anzi, Claude Lévi-Strauss parlava di “ambizione simbolica” nel suo libro “Il pensiero selvaggio”. L´uomo “assetato” di parole, parole che possono esprimere necessità, desiderio, ma anche l´ansia di essere riconosciuto dall´altro.

Quindi la scrittura sarebbe il processo di mettere in parole, cioè simbolizzare una realtà, un pensiero, un’emozione, un sentimento. Un provare a trasmettere attraverso le parole o “tradurre” la propria esperienza umana.

Dall´altra parte, c´è la pulsione. Un´energia che cerca sempre di trovare il piacere, di soddisfarsi. La cosa curiosa è che non si accontenta mai!. Una volta raggiunto il piacere, incomincia un’altra volta il percorso, e così via.....

Lo scrittore è chi destina la sua pulsione in questo lavoro. La sublimazione, descritta da Sigmund Freud piú di un secolo fa, è magari la maniera più salutare di tutti gli altri percorsi. Vuole dire che c´è una soddisfazione nel proprio processo di scrivere.


Così, la scrittura sarebbe come una specie di tessuto, con due fili, che non diventano uno, ma producono un’opera, in questo caso, l’opera letteraria.

sabato 26 maggio 2007

Tette.



Bogotà è una città bellissima, come una persona cara della quale arrivi a conoscere difetti e malcelate bruttezze interiori, ma la ami ugualmente. Certo, quello che ha significato per noi, può non essere comprensibile ad altri, ma si può anche vederla soltanto come una delle grandi capitali del mondo. Si trova a quasi 2.7000 metri sul livello del mare, nella savana: quando tornate in Italia con i bambini non fategli fare subito analisi del sangue, alla nostra latitudine sembrerebbero molto malati.
Nel corso degli anni ha cambiato nome mille volte. L’ultima volta nel 2000, Bogotà D.C.. D.C. vuol dire Capitale di Distretto, ma distric è la traduzione di barrio. In origine si chiamava Bacatá, in lingua chibcha, indica un tipo di agricoltura praticata dagli indigeni Chibcha o Muisca, che vivevano felici e contenti prima dell’arrivo degli spagnoli. Loro la chiamarono Santa Fe, e visitando certi quartieri ci sembrava di essere entrati in un telefilm di Zorro. Non ho avuto tempo per vedere se c'era anche Antonio Banderas. La città è suddivisa in Calle, corrispondenti come a New York alle street, east-west direction e Carrera street, north-south direction. Poi ci sono Plazas e Avenida. La Avenida Chile sulla 72 street, è uno dei posti più importanti per il business in città.
Alla Candelaria, Calle 7 Avenida Jimenez incrocio Carrera 15, il quartiere che conserva le case coloniali come musei (e sono davvero bellissime e ben conservate) ci sono le chiese di Candelaria, San Ignacio e Nuestra Señora del Carmen, i negozi di smeraldi, il Museo del Oro.
- Hay gente loca, - ci eravamo proprio in mezzo quando la mia figlia grande aggrappandosi alla mia mano ha detto così. Non mi piace questa gente: ci siamo guardate negli occhi e lei era come se non li avesse più. Solo nero fisso, quasi uno specchio. Allora mi sono avvicinata al suo orecchio: Qualquier cosa te asuste? No te preocupe, estoy aqui.
Non sapeva rispondermi altro che tengo miedo, ho paura.
Ho capito che in quel posto ci aveva vissuto e che temeva di incontrare qualcuno che non avrebbe dovuto e voluto incontrare. Non so chi, non so perché. O meglio lo immaginavo e lo temevo anche io. Ma il gruppo che ci accompagnava non capiva la situazione. Dopo un giro veloce en La Plaza De Bolivar davanti al Palazzo del Tribunale e fatta una foto ricordo, siamo tornati rapidissimi al parcheggio e partiti alla volta del nostro albergo.
(..)
Bogotà è davvero enorme e divisa in zone che corrispondono non soltanto alle attività preminenti, ma anche alle classi sociale. La Zona T e la Zona Rosa sono quelle dello shopping e della vita culturale e notturna, dei locali da ballo e dei ristoranti più eccentrici. La Zona 6 è quella dei più ricchi e quella più tranquilla sotto il profilo della sicurezza. Ma noi in zona 6 abbiamo incontrato un barbone che faceva il bagno nel fiume. Lui era completamente nudo e le bambine non smettevano di indicare e l’acqua del fiume trasportava schiuma bianca che formava piccoli cumuli che sembravano ovatta. Il Rio di Bogotà presenta un livello di inquinamento tra i più alti del mondo. Abbiamo fatto shopping in centri commerciali grandi quando un paese di mille abitanti, e mangiato pollo, crepes fantastiche e gelati sublimi.
La prima volta che abbiamo mangiato un gelato da Crepes&Waffeln eravamo tutti sporchi, tutti nel senso che lo eravamo anche noi genitori e loro ed il passeggino, completamente.
Così quando siamo tornati in albergo ci siamo fatti tutti il bagno, dando la precedenza alla Fanny, la più grande.

Ma come succede nelle migliori famiglie, la cacca di Aleja aveva straripato, quindi la cosa più urgente era rimediare a quello.

Fanny mi osservava mentre spogliavo la sorella, che mi sembrava proprio un cucciolo di uomo e aveva due occhi neri a fessura che me la facevano sembrare un po’ giapponese quando rideva. Non è che la cacca dei figli non puzza, è solo che dopo un poco te ne dimentichi che puzza.

Fanny mi osservava, mi passò il tubetto di crema e raccolse il pannolino sporco anche se io non volevo che lo toccasse. Quando la sorella andò a farsi ammirare dal padre, Fanny montò sul ripiano del lavandino che usavo come fasciatoio e mi chiese con un filo di voce se volevo cambiare il pannolino anche a lei. Mi trattenni dal dirle che lei non lo portava più da anni e ridendo le dissi invece che ci sarebbe voluta molta abilità a chiuderlo, perchè avevo solo pannolini adatti a bambini molto piccoli. Facemmo la cosa e lei si mostrò molto soddisfatta, ma si aspettava ancora tutte le coccole e le paroline dolci che avevo riversato su Aleja poco prima. Mi sforzai di trovare parole anche per lei, cercai quelle che le avrei detto se fosse stata davvero piccola e cucciola.
Poi con un filo di voce e le guance leggermente arrossate, mi chiese se potevo allattarla. Io che pensavo di essere scampata all’allattamento, me lo ritrovavo davanti.

Ero ancora vestita e non sapevo se spogliarmi o no: se non l’ hai mai fatto sembra che non sai proprio farlo. Ma le mi tastò la tetta con la mano un paio di volte, giusto per capirne la consistenza e poi da sopra la cannotta appoggiò appena le labbra dischiuse sul mio capezzolo.
Tanto bastò, secondi, minuti o solo frazioni di secondo, non so dirlo.
Appena lo ebbe fatto il suo sguardo cambiò e si porto la mano al pannolino, facendomi capire che si stava chiedendo che cazzo ci faccio con il pannolino addosso. Ridemmo entrambe e la aiutai a levarlo.
Poi si fece la doccia, io le ero accanto e le passavo il sapone. Poi le lavai i capelli. La strofinai con gli asciugamani, la rivestii, infine per l’asciugatura dei capelli passò sotto il padre, che si era inventato parrucchiere.

venerdì 25 maggio 2007

Lascia che capiti ...




Capita a volte!


Quando per troppo tempo si indossano sempre gli stessi abiti, abiti dello stesso colore, capita di non riconoscersi più.


Quei vestiti tutti uguali, quel colore, sempre lo stesso.


Cambia il modello, ma la mise è sempre la stessa e portata sempre con lo stesse scarpe, quelle scarpe che ti obbligano ad un passo sempre uguale, un giorno dopo l’altro; ma ogni giorno più lento.


Si finisce per assomigliare ad una cover da bancarella del mercato, scontata.


Capita.


L’abito diviene una divisa e il suo colore finisce per penetrarti nell’animo, piano piano. Lentamente come un amante si adagia accanto al palpito del tuo cuore, e lentamente ne sbiadisce i toni.


Capita! E ci si sente come quando si resta incastrati a girare troppe volte in quelle grandi porte a vetro girevoli, tipiche degli hotel di lusso. Ci si sente inadeguate. Finché non si prendono le sembianze della piccola fiammiferaia, invisibile. Invisibile, come i suoi sogni che si spengnevano troppo in fretta, lasciandola morire di freddo.
E allora, prima che sia troppo tardi capita di cambiare.


Cambiare colore ai capelli, perchè no?!
Sì perchè in fondo è un po’ come dare una bella spolverata all’identità di una donna che va lentamente sbiadendo. E’ come rimuovere dall’armadio quei cenci che sanno di logoro e stantio e che odorano di naftalina. E’ rimuovere le calcificazioni dell’anima. E’ come fare ad un certo punto della tua vita un bel re-set .


Luce nuova che rimbalzerà nell’anima e magicamente la frà rifiorisce.


Un colore é ridare passione, forza e vigore allo specchio dell’anima. E’ far brillare gli occhi che scalderanno quei sogni chiusi in un respiro senza energia.


Capita a volte e cambiare colore ai capelli non è cosina di donnetta frivola. E' qualcosa di meglio, e non solo.




Seduta nel salone di Inès, nascosta dietro ad una rivista di gossip, rimugianava sul da farsi mentre aspettava pazientemente che arrivasse il suo turno.


Davanti agli specchi del salone, sedute comodamente sulle poltroncine in pelle rossa si alternavano signore con ingombranti acconciature di carta stagnola: parevano dei lampadari stroboscopici, quelli in voga negli anni '80.


Inès stava applicando con abile maestria ciocche di capelli viola sulla testa di una cliente, presumibilmente sulla cinquantina, con extention appena termitato e ben acconciato, nuance biondo dorato.


Se non fosse stato per il decolté rugoso e raggrinzito le avrebbe dato trentacinque anni. Respirando lentamente ripensò ai suoi zatteroni alti 7 cenitmetri pieni di perline.


Pensò a Giulia, al viola delle ciocche della cinquantenne.


Rivide il suo pallido volto riflesso in secondo piano nello specchio che lasciava troneggiare la capigliatura biondo dorato in tutto il suo splendore.


Gli occhi si rituffarono dentro alle foto della rivista patinata che aveva fra le mani, ma senza guardarle e per un attimo le parve di ascoltare una voce, la sua, suggerirle: "...lascia che capiti.... Per un attimo non udì null'altro che il suo respiro muoversi dentro: nella testa, lungo la schiena, sulla pelle ...


Sara, la lavorante di Inès la risvegliò dal suo torpido divagare: “Andiamo al lavatesta Sophie? Fai la solita piega?”


Respirò piano. Lento e profondo e ripetè a se stessa: “Per favore Sophie, lascia che capiti.”

Negoziando con le ombre

Ciao a tutte, sono di nuovo Maria Luisa e oggi vorrei presentarvi un libro di Margaret Atwood, “Negoziando con le ombre”, Ponte alle Grazie, Milano, 2002.
La Atwood è canadese e una delle grandi della letteratura contemporanea, autrice, fra altri grandi testi,di “Penelopiade”, un umoristico breve romanzo, dove presenta la gloriosa guerra di Troia dal punto di vista di Penelope, la sposa di Ulisse, bruttina e invidiosa della bellissima cugina Elena; la poveretta deve aspettare il marito per anni e anni, nella rozza società di Itaca, in compagnia della suocera e della vecchia “tata” di Ulisse.
“Negoziando con le ombre” (Negotiating with the Dead) è per appassionati lettori, aspiranti scrittori. Parla della scrittura. Del perché si scrive. Dell’autore. Del rapporto scrittore-lettore.
Allora, perché si scrive? La Atwwod fornisce una serie di ipotesi.

Per registrare il mondo così com’è. Per fissare il passato prima che tutto sia dimenticato. Per disotterrrare il passato perché è stato dimenticato. Per soddisfare il mio desiderio di vendetta. (…) Per compiacere me stesso. Per esprimere me stess.o (…) Per ricompensare i virtuosi e punire i malvagi. (..) Per offrire uno specchio al lettore. Per dipingere una ritratto della società e dei suoi vizi. Per esprimere la vita inespressa delle masse. (…) Per fare Marameo alla Morte. (..) Per correggere le imperfezioni di un’infanzia disperata. (…) Per passare il tempo anche se sarebbe passato comunque.(…) Per tener testa alla depressione. (..) Per conservare la memoria dei tempi in cui sono vissuto. (…) Per parlare a nome dei morti. (..)

Avete un racconto nel cassetto? Se sì, vi ritrovate nelle ipotesi della Atwood? Avete voglia di scriverle sul blog?

La Atwood pone anche altri quesiti. A diversi romanzieri ha chiesto “che effetto faceva entrare in un romanzo.” Nessuno le ha domandato cosa intendeva per “entrare.”
Cito le parole dell’autrice.

Uno ha detto che era come entrare in un labirinto, senza sapere quale mostro potrebbe nascondere; un altro che era come brancolare in un tunnel; (…) un’altra che era come essere in una stanza completamente buia avanzando a tentoni; (…) un’altra che era come trovarsi in una stanza vuota che tuttavia era piena, con uno specie di sussurro, di parole non dette; (…)

L’Atwood conclude che forse scrivere è un desiderio di esplorare, portare alla luce ciò che sta nascosto da qualche parte e che aspetta di essere reso visibile..

Alcuni frammenti dal testo
(per suggerire l’ampiezza delle tematiche trattate)

Sul desiderio di conoscere l’autore.
Voler conoscere un autore perché amate le sue opere è come voler conoscere un’oca perché vi piace il paté.


Sulla personalità dell’autore
L’autore ha una doppia personalità: Dickens, padre amoroso nella vita, uccide senza pietà la Piccola Nell nel romanzo “The Old Curiosity Shop”; i suoi numerosi lettori ne comprarono le pubblicazioni e versarono fiumi di lacrime.

Sulla costruzione di mondi alternativi
L’Atwood cita Alice, davanti allo specchio. Alice è nel mondo reale e guarda la sua immagine riflessa, il suo doppio, il mondo dell’arte; il lato della “vita” guarda dentro, il lato dell’”arte” guarda fuori. Ma Alice attraversa lo specchio; l’Alice reale si unisce con quella immaginaria ed esplora il mondo magico al di là dello specchio per poi raccontare quel mondo al rientro in quello reale.
Ci vuole il mondo reale per scrivere un romanzo, ma rivisitato con l’Arte.

Sulla composizione dei un romanzo
Una parte ispirazione e nove parti traspirazione. Come dire che la scrittura richiede dedizione e impegno.

Su dove trovare idee
Si può “carpire” un po’ di vita a chi conosci o ti passa accanto. L’Atwood aveva “rubacchiato” a una zia il modo di agitare il dito e una gonna plissetata anni 1945; la zia non le aveva più rivolto la parola; credeva di essere stata usata come modello per la sgualdrina fittizia che indossava, appunto, una gonna plissettata e agitava il dito come faceva lei.

Su come deve essere un romanzo
Un romanzo deve presentare una “realtà intensificata” : eventi memorabili della vita reale narrati con grande talento espressivo. Lo sguardo dello scrittore deve essere freddo e preciso perché il suo compito è registrare la realtà.

Perché si scrive
Per sconfiggere la paura di morire. La scrittura permane.
Dice l’autrice che anche “i morti vogliono essere scritti.”
Borges sostiene che Dante scrisse la Divina Commedia principalmente per dare ancora un po’ di vita a Beatrice.

Se avete un manoscritto nel cassetto, o siete semplicemente dei lettori, scrivete i vostri commenti. Condividiamo le nostre riflessioni.

A presto

mercoledì 23 maggio 2007

Scusate se mi intrometto

Ho ricevuto una mail dallo scrittore e amico Matteo Bortolotti. Insieme alle novità sulle sue nuove presentazioni mi ha comunicato questo. E io ve lo giro.

Non so quanto ci

metterà Santoro a mandare in onda lo speciale della BBC sui "preti pedofili", non so quanto taglierà, ma siccome se ne parla tanto io non aspetto... v'invito a guardarvelo da soli e farvi la vostra idea.
Questa è una versione sottotitolata in italiano. Se fossi in voi,
eviterei i pop-corn mentre guardate...

Come pubblicare o almeno provarci




Cari e care esordienti
Prima di tutto vi segnalo un concorso letterario che scade il prossimo 30 maggio 2007 si tratta del Premio letterario Giuseppe Dessì edizione anno 2007.Il concorso è denominato: Premio Letterario Giuseppe Dessì e si articola nelle seguenti sezioni: Narrativa - Poesia - Premio Speciale della Giuria.
Il Premio letterario Giuseppe Dessì viene assegnato ad opere di narrativa e di poesia che si distinguano per qualità letteraria, anche fuori o al di là del successo commerciale e pubblicitario.
Il Premio è dotato:
· € 5.000,00 per la Narrativa;
· € 5.000,00 per la Poesia;
· € 5.000,00 per il Premio Speciale della Giuria
Verrà inoltre assegnato un premio del valore di € 1.500,00 netti a ciascun finalista delle sezioni narrativa e poesia. La partecipazione è aperta a tutti gli scrittori e i poeti in lingua italiana. Per maggiori informazioni potete andare sul sito oppure contattare direttamente la Segreteria organizzativa Fondazione Giuseppe Dessì - Via Roma n.65 – 09039 – Villacidro (Cagliari) Tel. O709314387 – 3474117655 - 3495456432-Fax. 1782218462
Inoltre ho letto un po’ di materiale in internet e concordo con alcune considerazioni che espongo di seguito:
Ho scritto un romanzo, e vorrei pubblicarlo, come faccio a contattare gli editori? Se pensiamo a Mondadori o Feltrinelli ecc. sembra che stiamo immaginando di andare a fare una passeggiata su Marte, ossia impossibile Essi sono irraggiungibili e non considerano l'autore esordiente, a meno che non venga presentato da qualcuno più importante Forse è più semplice muoversi con le piccole case editrici, ma qui nascono nuovi dubbi ed ostacoli, per esempio se chiedono il contributo economico dell'autore come comportarsi ? è giusto pagare un editore per farsi pubblicare? Un editore non è un semplice tipografo. Ritengo che non bisogna pagare né dare alcun contributo economico per la pubblicazione. E’ un errore pagare per accollarsi parte del rischio d'impresa che l'editore ha deciso di assumersi nel momento in cui ha scelto di fare il suo mestiere. Pubblicare con una piccola casa editrice che non distribuisce attraverso i grandi canali, porterà fama e successo? Per quanto riguarda la distribuzione attraverso i piccoli canali...penso possa essere utile, l’altra sera a casa della nostra Prof. ho conosciuto un autore che scrive libri per ragazzi “genere Fantasy” e che pubblica tramite una piccola casa editrice di Forlì con diffusione a livello regionale E’ importante partire a piccoli passi poi chissa! Ma se gli esordienti non sono curati dalle grandi case editrici ..come mai ogni tanto esce qualche nuovo autore che ha successo?…forse si può partire dal piccolo e poi ….Forse bisogna vivere nei soliti posti? Roma, Milano, ecc. oppure, come al solito avere le conoscenze giuste!!
Secondo me tutte queste cose insieme
E secondo voi ?
Riflettiamo

martedì 22 maggio 2007

Cenerentola in blue-jeans

Dopo la pausa diamantina, riprendo la rassegna dei personaggi icone, sempre donne. Queste donne. Bruciavano i reggiseni in nome dell’emancipazione, ma guai se non paghi il conto al ristorante. Vogliono uomini sensibili ma che non dimentichino la clava a casa.
L’immaginario cinematografico degli ultimi tempi ci ha nutrito di personaggi contraddittori. Da un lato la donna manager (Miranda Priestly) e dall’altro la Cenerentola. Ovvero l’eroina che sogna un matrimonio a quattro stelle su una zucca trasformata in carrozza per l’occasione, e allo stesso tempo è vittima in attesa di riscatto.

Poco importa che il sogno sia l’amore eterno o la stabilità economica eterna. Il sogno è il sogno. Andrea Sacks, de “Il Diavolo veste Prada” ne è solo l’ultimo tra i numerosi esempi. Che dire dell’eroina romantica per eccellenza? Rose Dewitt Bukater, al secolo Kate Winslet in “Titanic” di James Cameron? Un colossal di quelle dimensioni meritava un personaggio carismatico come, non so, Rossella O’Hara! E invece, troviamo l’opposto: una donna fragile che si scopre forte grazie all’amore, che sogna un principe azzurro povero perché ne ha già uno ricco che non ama. E Pretty Woman/Julia Roberts? Cosa sogna una prostituta dell’Hollywood Boulevard? Ovvio un uomo ricco, romantico e innamorato. Perché si sa, l’amore vero non si può vendere né comprare (questo solo se non siete mai entrati da un fioraio e visto i prezzi delle rose rosse), però si può conquistare anche a costo di salire la scala sociale partendo dall’ultimissimo gradino, se non dal pianerottolo, proprio quello che Cenerentola lucida con olio di gomito e voce da usignolo.

lunedì 21 maggio 2007

Da Viaggio nella terza età


Come vi avevo annunciato nell'ultimo articolo, vi pubblico un racconto che parla di Giuvanni, un anziano. Se avrete tempo e voglia di leggerlo mi piacerebbe che lo commentaste. Vorrei sapere cosa ne pensate.

Baci


AUTUNNO



Giovanni è seduto sulla panchina, nel parco che circonda la grande casa di famiglia. Guarda il fiume scorrere davanti a sé.
Le foglie non sono ancora cadute del tutto, ci sono alberi dai colori giallo-arancio, alcuni rossi e quelli ancora verdi, come i cespugli ed i rovi. Con l’umidità, le foglie cadute formano un tappeto soffice. La temperatura è mite.
A Giovanni è sempre piaciuta questa stagione. Dopo la vivacità dell’estate, questo tempo di serenità lo tranquillizza.
Cerca di seguire il volo degli uccellini rimasti, sono passerotti, ma i passeri sono più veloci del suo sguardo.

Era arrivato dal panettiere, era sceso dalla bici a fatica e si era avvicinato al muro di fianco al negozio per accostarla, ma non era riuscito neppure ad aprire il cavalletto. Aveva sentito una fitta e gli pareva scoppiasse la testa. Aveva mollato la bici, si era portato la mano al petto e si era trovato a terra semi incosciente. Quando aprì gli occhi, il panettiere ed altra gente del paese cercavano di aiutarlo. Questo era accaduto un anno prima.
In ospedale l’avevano sistemato in una stanza con tre letti, lui era in quello vicino alla finestra, lo schienale appena rialzato, un flebo al braccio e due tubicini al naso che lo aiutavano a respirare. Quel giorno c’erano tutti. Il primario, i suoi tre figli e sua nipote.
Era la seconda volta che si sentiva male. La prima volta se n’era accorto appena, aveva avuto una leggera ischemia, cinque anni prima, che aveva lasciato il braccio destro un po’ più debole ed il labbro che tirava da una parte.
“Ora le cose sono più gravi” aveva detto il primario, “Bisognerà avere pazienza. Con la fisioterapia ed un po’ di buona volontà, tornerà a camminare. Riuscirà a muovere meglio anche il braccio e la mano”.
Adesso il braccio non lo muoveva e la gamba la sentiva poco.
Vedeva gli sguardi perplessi dei figli, come se si stessero chiedendo “Che facciamo ora?” Non possono lasciare il lavoro per stare dietro a lui. Maria lavora nel negozio del marito, in città, ed ha due figli, Linda, che ormai ha vent’anni e Giacomo più piccolo. Paolo, avvocato è oberato di lavoro ed anche lui ha famiglia. Laura, vive e lavora a Milano e ci vogliono due ore di strada per arrivare.
Giovanni li guarda. Sono grandi, il tempo è volato ed ora sono loro a prendersi cura di lui, questo non gli dispiace, ha fiducia in loro e sa che troveranno una soluzione. Parlano col primario e poi discutono tra loro. Giovanni non aveva voglia di sentire e distoglie lo sguardo girandosi verso la finestra.
E’ tarda mattinata, il cielo è coperto da un grigio uniforme. Siamo in pieno autunno, ma da lì non si nota. Gli viene in mente l’odore del muschio fresco, dell’uva appena raccolta e delle foglie umide, che si sente a casa sua e gli occhi si fanno lucidi.
Sono tutti raccolti ai piedi del letto, Linda gli si avvicina, “Vedrai che si risolverà tutto. Ci riusciremo, non preoccuparti”. E lo bacia.
E’ la sua nipote preferita, la prima, quella che ha vissuto con lui i primi anni di vita, per poi trasferirsi in città, quando la casa acquistata dai genitori era completata. Il padre ha un negozio di arredamento a Verona, e fare avanti e indietro tutti i giorni, era lunga. Lei spesso lo va a trovare ed ascolta ancora le storie che lui le racconta.
“Lo so” risponde lui, “Ci vorrà del tempo, ma sono forte e non è ancora arrivata la mia ora”.
Dopo il ricovero in ospedale si era trasferito a casa di Maria, per poter fare la riabilitazione, che era durata tre mesi. Così l’inverno è passato in città. Si impegnato ed è tornato autosufficiente. La forza gliel’ha data il desiderio di poter tornare a casa sua.

Ora, seduto sulla panchina cerca di capire cosa il fiume vuole dirgli. E’ lento e stanco anche lui. Tanti anni fa era rigoglioso, pieno d’acqua e scorreva impetuoso. Un paio di volte aveva piovuto molto ed era straripato. L’acqua era arrivata sino alla casa, coprendo i campi ed il giardino. Ma nell’ultimo decennio il fiume si è calmato ed ora lo si attraversa facilmente senza bagnarsi neppure le ginocchia.
Domani sua figlia Maria verrà a prenderlo, per portarlo via da quella che è sempre stata la sua casa e la sua terra. E’ stata una decisione difficile da prendere e del resto non ne è ancora convinto, ma non vede altre alternative.
Ascolta la natura, attento a non appisolarsi, come gli capita spesso e sente qualcuno alle sue spalle che lo chiama.
Dora, è arrivata in silenzio e lo cerca. Giovanni si alza e la saluta. Dora appoggia la bicicletta alla ringhiera del portico e prende una borsa. Ha un fazzoletto sulla testa ed il suo scialle beige sulle spalle. Giovanni si avvia verso la casa, il tappeto di foglie attutisce il rumore dei suoi passi lenti e pesanti. Gli sembra di camminare su una nuvola.
Gli ha portato delle polpette ed una torta di mele.
“ Dora, se non avessi te……non c’era bisogno”. Dice lui, “ domani arriva mia figlia”.
“Pensavo che questa sera tu non avessi nulla da mangiare e ho preparato il tuo piatto preferito, così avrai un buon ricordo di me”. Dice Dora con gli occhi lucidi.

Ha il viso pieno di pieghe e rughe su una pelle ancora morbida e colorita. E’ sempre stata una bella donna. Giovanni la conosce da quando erano ragazzini e giocavano insieme. Dora è stata anche innamorata di lui, ma lui non l’ha mai considerata più di un’amica. Negli ultimi anni lo ha aiutato e gli ha tenuto spesso compagnia.

“ Grazie” risponde Giovanni, “ Entra, ti preparo un tè” le dice.
“Devo andare da mia figlia, le ho promesso di tenere i bambini”. Risponde Dora.
“Come vuoi” risponde Giovanni, e si salutano.
“Spero di rivederti”.
“Tornerò, tornerò presto.” Risponde lui.
Lei sale sulla bicicletta, si aggiusta lo scialle e parte. Giovanni alza il braccio per salutarla e la guarda allontanarsi lungo il vialetto e poi imboccare la strada.
E’ indeciso se tornare alla panchina o rientrare. Le giornate si sono accorciate ed il sole è già dietro alla collina, che nasce subito accanto al fiume. Guarda la panchina. Avevano deciso di comprarla, lui e sua moglie Luisa, vent’anni fa, quando ancora andavano insieme al fiume o passeggiavano nel parco.

Prima si sedevano a terra o su una coperta, poi avevano comprato delle poltroncine di vimini, ma non erano stabili, col tempo si rovinarono e poi l’età rendeva i loro corpi meno elastici. Luisa ebbe l’idea di comprare quella panchina. Era fuori a pulire il giardino dalle erbacce cresciute. Si tirò su di scatto e guardò verso il fiume, aveva il viso soddisfatto, gli occhi illuminati ed il sorriso di chi ha trovato una soluzione. Entrò in casa, aveva ancora i guanti nelle mani, raggiunse lo studio e disse a Giovanni: ”Compreremo una panchina”. Il mattino seguente partirono per Verona. Poco prima della città c’era un’aziende che produceva oggetti in ferro battuto. Vendevano gazebo, fontane, sedie, poltrone, tavoli ed anche lampioni. Luisa trovò subito quello che cercava. Era in esposizione nel grande piazzale, accanto ad altre. Piaceva a tutti e due. La scelsero in ferro battuto nero, con la seduta e lo schienale di legno e ci fecero incidere i loro nomi su una targhette in ottone. Poi fecero fare anche un tavolino e riuscì a convincere Giovanni che pure una fontana sarebbe stata bene nel giardino.
Su dove sistemarla non c’erano dubbi. C’era un punto dove il fiume era più visibile, a qualche metro dall’acqua, non lontano dal grande albero che nelle ore più calde formava un ombrello d’ombra.
Quando Giovanni pescava, Luisa lavorava a maglia o lo contemplava. Leggevano poesie, oppure vi andavano da soli per smaltire qualche arrabbiatura e ritrovare la pace.

Luisa se la prendeva quando Giovanni si mostrava troppo disponibile. Era veterinario, amava il suo lavoro e gli animali, ma secondo lei, le persone se ne approfittavano. Lo cercavano ad ogni ora e nei giorni di festa. E quando lui usciva per chiamate non urgenti, lei indispettita non lo salutava neppure e se ne andava a sedere sulla panchina. A volte lui la ritrovava lì, quando tornava.
Lui invece, ci andava quando aveva bisogno di non sentire lei, che gli rimproverava di non aver ancora fatto questo o quello. Usciva di casa senza risponderle e raggiungeva il fiume. Ma erano più le volte che vi andavano insieme.
Quando Luisa poi se ne è andata, quello era diventato il luogo dove la ritrovava e leggeva ancora a voce alta poesie.

Era tardi e Giovanni decise che vi sarebbe tornato l’indomani.
Prende le polpette e la torta di mele che aveva appoggiate sugli scalini del portico ed entra in casa.
Va in cucina e dispone le polpette e la torta sul tavolo. Vuole imprimersi nella mente ogni cosa. Sulla destra c’è la vetrina con i bicchieri e piatti buoni, tutti in fila sulle mensole arricchite da un merletto. Guarda dietro agli sportelli che non sia rimasto del cibo che possa deteriorarsi, controlla il frigo, ed apre i cassetti, dove prende una forchetta e coltello. Si siede a capotavola del tavolo di legno massiccio. E’ l’ultima sera che cena lì e non ha appetito.

Quando era bambino erano in tanti, a capotavola sedeva il nonno, il padre di suo padre, a fianco la nonna, i suoi genitori, una zia ed i suoi tre fratelli.
Qualche anno dopo la nonna morì, in breve se n’andò anche il nonno e la zia andò a vivere in città. Rimase la sua famiglia.
Era il più piccolo e vivace dei quattro figli, due maschi e due femmine, faceva impazzire la madre. Gli piaceva correre, giocare e scherzare con gli animali. Avevano due cani. Sul retro della casa, galline, conigli e tre tacchini, per un breve periodo avevano tenuto anche un cavallo. Fu portato via a causa della guerra che arrivò anche lì, un piccolo paese ai piedi dei monti Lessini. Lo presero il fratello più grande ed il padre che diventarono partigiani e sparirono sulle montagne.
Riuscirono a non abbandonare la casa, ma quando la guerra finì, tornò solo il padre. Di Lucio non si seppe più nulla. Il padre non aveva piacere di parlarne. Si era saputo che un giorno venne fermato dai tedeschi, che lo sorpresero con un messaggio per i partigiani e venne portato via.
Le sorelle si sposarono, Amalia, la più grande, era diventata maestra e si era trasferita. Ivana, era andata in un paese vicino, sposa del fornaio.
E proprio un giorno, che l’andava a trovare in bici, incontrò Luisa.

Era venuta a Bosco, il paese di Giovanni, per comprare del cibo e della stoffa. Abitava in campagna, tra Bosco e Selva di Prugno, il paese d’Ivana. Le si era bucata la ruota della bicicletta e camminava tenendola alla sua destra, con le borse della spesa appese ai manubri come i piatti di una bilancia. Era la fine degli anni quaranta e Giovanni era un bel ragazzo, di media statura con i capelli scuri e lisci, sempre in ordine, con la riga da una parte. Il suo modo di fare aveva conquistato molte giovani. Lui sapeva di piacere, era vivace, estroverso e pieno di sé, era un modo per nascondere un pizzico di fragilità e timidezza, e funzionava.
Quando la vide da dietro rimase colpito dalla sua andatura, leggera e regale. Aveva una gonna che arrivava sotto il ginocchio, scura e dritta che la fasciava appena ed una maglia di lana azzurra con una cintura. I capelli raccolti erano nascosti da un foulard legato al collo. Era un autunno tiepido, col cielo azzurro e poco vento.
Le chiese se aveva bisogno d’aiuto. Lei si girò senza fermarsi e disse “No, grazie”. Poi tornò a guardare davanti a sé, con un leggero rossore sul viso.
“Allora ti accompagno, ” disse lui, “Andiamo nella stessa direzione.”
Proseguirono in silenzio per un po’, poi riuscì a farla parlare.
Abitava in una cascina sulla strada a qualche chilometro dal paese. Aveva studiato alle magistrali e voleva fare la maestra.
Da quel giorno Giovanni aspettava di vederla passare sulla strada di fronte a casa sua e le andava incontro. All’inizio facevano finta di trovarsi lì per caso. Parlavano molto. Lui aveva scoperto di essere più timido e dolce di quello che appariva e lei più forte e decisa.

Giovanni guarda la sedia alla sua sinistra. Lei era sempre stata seduta lì. Sua madre se n’andò prima del loro matrimonio, e suo padre, una volta sposati, gli cedette il posto a capotavola.
Mangia una polpetta. Come le fa Dora non le fa nessuno, sono tenere, con macinato di prima scelta, senti il parmigiano ed un pizzico di noce moscata. Ma resta in bocca troppo tempo e va giù a fatica. La casa è troppo grande, pensa, e non riesce più a cavarsela senza l’aiuto di qualcuno.
Lascia la cena. Va in sala, è grande ed è un tutt’uno con l’ingresso, c’è il camino in pietra, con le incisioni floreali che, nella parte centrale, è scuro, annerito dal fumo. Sopra ci sono alcuni soprammobili, ed un paio di fotografie e più in alto, sul muro il ritratto di Luisa.

Era stato un amico di Giovanni a dipingerlo. Lei posava seduta sulla poltrona di pelle, che ancora è lì, di fronte al camino. A trequarti, con le mani una sull’altra, appoggiate sulle gambe incrociate e la schiena rilassata sullo schienale. Era estate e Luisa indossava un abito senza maniche, stretto sul seno ed in vita. Da lì partiva una gonna che si allargava a ruota, verde con dei nastri e fiocchi. Il viso radioso come lo è sempre stato. Aveva anche un po’ di rossetto e i capelli neri erano tirati su, fermati da uno spillone. Era l’inizio degli anni sessanta ed avevano già tre figli.
Quel vestito lei lo adorava, ma non aveva avuto molte occasioni per indossarlo e quando le aveva chiesto se volesse posare per il quadro, lei disse di sì, ma solo se avesse potuto mettere il suo vestito.

Nella sala di fronte al camino, oltre alla poltrona di pelle scura c’è un divano da un lato ed altre due poltrone dall’altro. Nel centro un tavolino ed a destra la libreria con una scrivania antica, dove ora ci sono in bella vista fotografie di famiglia.
Di foto ce ne sono molte in giro, quelle più vecchie di suo padre e del nonno e quelle più recenti dove lui è insieme ai nipoti. Cammina lentamente, riapre lo studio, dove ha lavorato per anni come veterinario e guarda tutto, senza lasciarsi sfuggire nulla. Controlla anche che le finestre siano chiuse bene. Passa nel ripostiglio, pieno di scatoloni ed un guardaroba, ma non entra, poi nella camera dove dorme ora, al piano terra, apre la porta e dà un’occhiata.
E’ un po’ che non sale, ma questa sera vuole ricordare. Si appoggia con il braccio buono al passamano di legno, scricchiola un po’ come gli scalini, ha bisogno di una riverniciata e sale piano tenendo pure il bastone. Sente un dolore allo stomaco e la tristezza che sta prendendo il sopravvento. Quando arriva, apre le porte, controlla le finestre, da un’occhiata alle stanze e poi esce. Sono tutte in ordine, ci sono dei copriletto sui materassi e pochi oggetti sui mobili, Giovanni cerca di ricordare chi ci ha dormito nell’arco degli anni. Quando arriva all’ultima, esita prima di aprire, la mano fa cigolare la maniglia. Sulla sinistra c’è il letto dove ha dormito per sessant’anni con sua moglie, è alto ed in ottone, di fronte a lui c’è un finestrone che da sul terrazzo, vicino due poltroncine ed un tavolino con un centrino ed un vaso vuoto, alla sua destra di fronte al letto il camino, incassato nel muro, sopra una foto del loro matrimonio ed a sinistra l’armadio. Osserva ogni cosa, piccoli oggetti, la spazzole di Luisa sul comò, sui comodini, la vecchia sveglia, due libri, il vangelo ed altre foto. Apre la finestra ed esce sul terrazzo, il sole se n’andato dietro alla collina, ha lasciato il cielo striato di rosso ed arancio. La richiude bene e siede sulla poltrona per qualche minuto. Non dorme in quella stanza da quando sei anni prima Luisa si è spenta proprio lì, in una notte d’inverno, accanto a lui.

Giovanni non ha voluto tenerla in ospedale, così le è stato vicino sino alla fine. Si è consumata poco a poco, sempre più esile e debole, alla fine non mangiava più, solo liquidi. Quella sera lui aveva capito che se ne sarebbe andata e si sono scambiati parole d’amore.
Da quel giorno Giovanni dorme al piano terra, anche perché poco dopo ha avuto l’ischemia. I figli se ne erano andati e non aveva senso utilizzare il piano superiore tranne che nei fine settimana o per le vacanze, quando gli facevano visita i figli ed i nipoti.

“Bisognerà trovare un rimedio, ” pensa, “non posso lasciare questa casa, voglio morire qui”.
Si alza e scende giù. Prende qualche pezzo di legna nella cesta di fianco al camino ed accende il fuoco. Il telefono squilla, è Maria, lo chiama ogni sera e gli chiede le solite cose. Ha la voce meno allegra del solito.
“Sei pronto? “ gli chiede.
“Non sono pronto. Forse non lo sarò mai.” Le risponde con voce rassegnata.
“Ne abbiamo già discusso. La casa è troppo grande, ha bisogno di essere ristrutturata. Tu hai bisogno di essere assistito. La soluzione migliore è quella che abbiamo detto.” Risponde lei.
“Non lo so.. è che è difficile..”
“Nei fine settimana o per le vacanze potrai tornare, non la venderemo.” Cerca di tirarlo su.. “Piuttosto, hai mangiato qualcosa? Dora mi ha detto che ti ha portato da mangiare.”
“Sì” dice lui “non preoccuparti”.
“Bene” risponde Maria “allora ci vediamo domattina. Non farmi stare in pensiero, ok?” Conclude lei.
“Va bene”.
Non ha più la forza di combattere, non è più un giovane testardo e tenace. E seduto davanti al fuoco, cerca altre soluzioni, ma la mente è stanca. Ha avuto una bella vita, ha lottato, ha pianto e gioito. Non vuole morire lontano da lì. Si addormenta davanti al fuoco.

Linda ha ascoltato la telefonata. E’ curiosa. In televisione c’è la pubblicità che la disturba ed ha abbassato il volume. Poi raggiunge la madre in cucina. Maria ha il viso triste e gli occhi persi tra la schiuma del detersivo.
“Il nonno non se ne vuole andare?” Chiede Linda.
“Non è facile.” Risponde la madre, mentre continua ad accarezzare lo stesso piatto da un po’, immersa nei pensieri. Linda non sa cosa dire ed inizia ad asciuga le stoviglie accanto a lei.
“Ce l’hai ancora quell’idea in testa?”. Le chiede Maria passandole il piatto e cercando un aiuto o un consenso.

Linda aveva pensato di trasferirsi dal nonno. Ora studia all’università, ma potrebbe farlo benissimo anche da lì, solo quando avrebbe avuto degli esami sarebbe tornata in città. Il suo progetto era di trasformare la casa in un bed and breakfast. La casa ha quattro camere che non si usano, una bella sala, cucina, ed il giardino non manca. Poco distante c’è pure il parco naturale.
Lei e il nonno sono molto legati. Linda è la sua nipote preferita. Dopo che si era trasferita, tornava spesso dai nonni e vi restava per qualche giorno. Lui le leggeva storie, la portava a pescare e talvolta quando lo chiamavano per una visita urgente portava anche lei. Amavano entrambi gli animali, anche lei si era iscritta a veterinaria.
Ma Maria non era d’accordo. Aveva paura di perderla e con lei anche il padre.
Ci aveva pensato tanto a quel progetto e le piaceva. Col tempo si era resa conto che dipendeva tutto da lei. Si fidava della figlia, credeva nelle sue capacità, ma il cordone era duro da tagliare.

“Hai ancora voglia di pensarci?” Chiede a Linda con fatica.
“E’ quello che voglio”. Risponde lei.
Linda sa che per la madre è difficile lasciarla andare dal nonno, la vede ancora bambina, incapace di essere indipendente, ed è contenta che si sia decisa.
“Allora ci proveremo”. Conclude Maria.

Quando Giovanni si sveglia, nel camino c’è solo cenere. Ha ripiegato la coperta ed è uscito. Il sole si è alzato ed ha diradato la nebbia. Voleva andare a piedi fino in paese, ma preferisce non vedere nessuno, non gli piacciono gli addii.
Sta camminando dietro alla casa. Non hanno più animali, è rimasto il pollaio, vuoto, delle stie ed un capanno a qualche metro dalla casa pieno di scatoloni, alcune biciclette ed un tavolo da lavoro.
Il giardino è senza fiori, ma tenuto bene, dopo la morte della moglie, se ne è occupato il giardiniere, Giuseppe.
Luisa amava i suoi fiori. Poteva dimenticarsi di cucinare ma non di potare od annaffiare, e sulla tavola c’erano sempre fiori freschi. Soprattutto rose. Erano le sue preferite, ma anche primule, calle e viole erano la sua passione.
E’ fresco, Giovanni si è infilato un grosso maglione e la berretta, i pochi capelli bianchi resistono solo ai lati della testa.
Arriva alla panchina e si siede. Con se ha un libro di poesie, lo apre a caso, infila gli occhiali ed inizia a leggere. Ma sente suonare il telefono, si alza e va a rispondere.


domenica 20 maggio 2007

XII con Lulu


Sono dodici appassionati, malati, dotati di scrittura. Fanno scorrere sensazioni con i suoni delle parole, sono come musicisti, come mani che accarezzano. Si sono incontrati in una comunità in rete e si sono affidati all'autoproduzione, all'editore virtuale Lulu.com. Stampa su richiesta - una copia per chi lo ordina - e quindi non ha onerosi costi di messa in produzione del libro. Solo il costo materiale, una piccola percentuale per lulu e per l'autore, insomma il normale prezzo del libro. L'opera è completamente fai da te, dalla copertina, ai contenuti, all'editing e alla pubblicità. Mi aspettavo un libro, come dire, finto e invece è un libro vero! Vero dalla forma ai contenuti. Non ha niente di meno di quelli che troviamo sugli scaffali delle librerie. Leggere il libro è come ascoltare un'orchestra che suona, ognuno con il suo strumento, ognuno con un proprio uso della lingua, a trasmettere emozioni, a descrivere situazioni, reali o surreali. Bravi a tutti e un bacione a Ape (alias Bruna Lucia Giliberto) che è l'unica donna!!

sabato 19 maggio 2007

Il groviglio

Noi donne “normali” dobbiamo destreggiarci, tra il lavoro, i figli, gli impegni dei figli, i genitori anziani, la casa, il mangiare, gli amici e ... il marito.
Dobbiamo essere presentabili di aspetto, produttive alla scrivania, disponibili con la prole, gentili con gli avi, affettuose con l’altra metà.
Insomma una vita infernale.
Che cosa ce la rende più vivibile?
Sognare.
Le statistiche dicono che tutte le donne sognano, dalla neurochirurgo, alla maestra, dalla manager alla casalinga, perché in fondo siamo tutte delle inguaribili romantiche.
In fin dei conti il sogno è ciò che ci fa astrarre dalla vita di routine spesso un po’ noiosa.
Tralasciando i temi molto seri della vita, cosa sognamo:
1)chi ha qualche chilo in più di trovare il modo di perderlo, facilmente e senza enormi privazioni, per rinfilarsi i jeans di quando era ragazza;
2)chi ha le rughe una crema miracolosa, che eviti la chirurgia estetica;
3)chi ha un lavoro frustrante, di essere finalmente riconosciuta per le capacità che ha e trovare qualcosa di più soddisfacente;
4)chi ha dei figli sanguisughe, che prima o poi capiscano gli sforzi che una fa per educarli e accompagnali nella loro vita;
5)chi ha dei parenti piovra e invadenti, che partano per l’Honduras e ci rimangano almeno un annetto;
6)chi ha delle amiche sempre super "Pippe" che ogni tanto gli si rompa un tacco, o gli coli il rimmel;
7)chi ha un marito da più di cinque anni, che diventi, bello come Brad Pitt, intelligente come Antonino Zichichi, simpatico come Fiorello e che parli come le canzoni scritte da Mogol.
Scherzi a parte, quale è il vostro sogno nel cassetto?
Il mio sarebbe quello di poter volare, come un’aquila, librarmi nel cielo e tuffarmi nelle nuvole, sentire l'aria che ti rinfresca la faccia, poter guardare giù e vedere le cose piccole, come quelle che si trovano nei vecchi giochi sulla spiaggia, dove c'è un volante e tu devi fa girare la pallina di ferro tra le vie e le case senza farla cadere nel buco.
Ma mi accontenterei anche di poter avere un giorno alla settimana tutto per me, per scrivere, leggere o comunque fare quello di cui ho voglia in quel momento.
E voi?
Qual'è il vostro sogno nel cassetto?
Svelatevi!

venerdì 18 maggio 2007

Inge Schoenthal Feltrinelli


Anna Magnani ritratta da Inge Feltrinelli

Oggi è una signora dell’editoria, testimone di un modo di fare cultura che è ormai parte della storia del nostro paese. In realtà Inge Feltrinelli, nata in Germania, ha iniziato la sua carriera come fotoreporter realizzando dei servizi e degli scatti memorabili soprattutto a cavallo degli anni ’50-’60 (dal 1969 con il marito Giangiacomo Feltrinelli si dedicò completamente alla casa editrice)...

Nella sua veste di fotografa, Inge ha ritratto personaggi leggendari del mondo del cinema, della politica e della letteratura: da Hemingway a Picasso, da Kennedy a Castro.
Famosa è una foto “rubata” di Greta Garbo nel 1952 quando la diva si era già ritirata a vita privata e sfuggiva da ogni obiettivo, una foto che fu acquistata da Life per 50 dollari e che fece il giro del mondo. Nel 2000 è uscito un catalogo che raccoglie i lavori di Inge Feltrinelli con relativa mostra itinerante.
Gallery

giovedì 17 maggio 2007

ROSA STANTON SUI GIORNALI!!!!



Care e cari, Rosa Embedded, da oggi Rosa Stanton ha la sua prima vetrina sui quotidiani!!!!
Riporto di seguito il lancio dell'Ansa di Bari sul nostro progetto:

DONNE: NASCE 'ROSA STANTON', PRIMO CENTRO CULTURA FEMMINILE
01000000
(ANSA) - BARI, 17 MAG - Si chiama 'Rosa Stanton', il primo
centro per la produzione e la diffusione della cultura femminile
in Italia. Il progetto, voluto dalla scrittrice Patrizia Finucci
Gallo, permettera' a tutte le donne iscritte di fruire di una
rete di sostegno per la realizzazione dei propri progetti.
''Voglio che le donne diventino parte attiva nella produzione
culturale italiana - spiega Patrizia Finucci Gallo - che possano
esprimersi nelle varie forme d'arte iniziando un percorso di
comunione di intenti. La cultura e' troppo maschile, basti
pensare che ancora oggi nelle nostre scuole si studiano
prevalentemente testi di scrittori, dimenticando le opere di
tante autrici straordinarie come Neera, Gianna Manzini, Alba de
Cespedes, Antonia Pozzi, Amelia Rosselli tanto per citarne un
paio''. ''C'e' voluto il progetto Polite - continua la
scrittrice - il codice di autoregolamentazione uscito dal
ministero delle pari opportunita' per ricordare ai curatori che
la storia e' fatta da due generi''.
Il progetto sara' presentato per la prima volta ad Ostuni
sabato 19 maggio alle ore 10, nell'auditorium della biblioteca
comunale, nel corso della due giorni di scrittura femminile con
Patrizia Finucci Gallo organizzata dall'assessorato alle pari
opportunita' del Comune di Ostuni. (ANSA).


S412S4
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DONNE: NASCE 'ROSA STANTON', PRIMO CENTRO CULTURA FEMMINILE (2)

01000000
(ANSA) - BARI, 17 MAG - Il progetto, che fa capo alla scuola
di scrittura femminile Harriette Stanton Blatch di Bologna,
diretta da Finucci Gallo, ha lo scopo di ''riempire uno spazio
vuoto nella formazione culturale femminile del nostro paese''.
Le donne che si iscriveranno, del tutto gratuitamente e senza
alcuna quota di adesione, riceveranno il grado di Rosa Embadded.
La prima iniziativa partita e' la casa editrice Domino
edizioni con sede a Piacenza voluta fortemente da due donne,
Virginia Parisi e Solange Mela, ex allieve della scuola Stanton
.

''Rosa Stanton - continua Finucci Gallo - e' una realta' no
profit che si adopera inoltre per la promozione di convegni, le
presentazioni letterarie e artistiche e per far conoscere il
grande patrimonio culturale delle nostre autrici. Il blog di
Rosa Stanton, rosastanton.blogspot.com, e' gia' attivo e conta
sulla partecipazione delle prime 'embadded'''. (ANSA).

NOTE BLU


CHAPTER 2: IL TRENO COME METAFORA

Se ben ricorderete la volta scorsa, ho terminato la rubrica introducendovi la nascita dei primi blues, i woksongs.
Il carattere di questi canti è molto vario, caratteristica comune è che si parla di episodi di vita vissuta, come il lavoro che viene svolto dagli schiavi cantando, da qui il nome di work song, il dolore quotidiano che si trasforma in speranza di miglioria, di futura libertà.
Filo conduttore è sempre la tristezza ed il dolore per la condizione misera in cui vivevano i neri d’Africa costretti a condurre una vita cui di certo loro non era stata data la possibilità di scegliere.
Il canto blues si esprimeva in modo rudimentale, quasi primitivo, direi.
Il cantante guida, che nel worksong assume il ruolo del protagonista, racconta la sua storia al gruppo il quale accompagna la sua voce con il solo battito delle mani e con il canto e, come spesso accadeva, rispondendogli in coro.
Canto ed azione, dunque, alla base dei worksongs; canzoni tristi o allegre, amare, impietose tutte connesse con il ritmo del lavoro che veniva svolto e che aiutava il coordinamento dei movimenti dando, così, sollievo alla fatica.
Dal repertorio dei worksongs prendono vita le ballate, addirittura alcune derivavano direttamente dalle ballate scozzesi ed irlandesi che i neri ebbero modo di conoscere in America.
Uno dei temi dominanti di tali ballate era l’ambiente carcerario, di reclusi che fuggivano dai penitenziari per raggiungere le loro donne.
Donne buone, servizievoli, devote ai loro uomini, questi, di contro, cattivi soggetti che le tradivano, vivevano di espedienti. Erano questi i protagonisti di numerose storie raccontate nelle strofe dei blues.

Una delle ballate più conosciute, tra quelle che hanno come tema centrale l’ambiente carcerario, è “Midnight Special”, tratta dal repertorio di Leadbelly, un ex recluso in un carcere della Louisiana, che rappresenta un esempio significativo delle tante songs che si ispiravano al treno.
Il treno che passa vicino alla prigione, fischiando, che lascia dietro di sé una lunga scia di vapore, che arriva da lontano e che si dirige non si sa dove; treno che porta con sé uomini liberi e che potrebbe rappresentare la libertà per quei poveracci che soffrono, portandoli lontano dai luoghi della loro sofferenza.

When you gets up in the morning
When that big bell ring
Goes a-marchin’ to the table,
Meet the same old thing.
Knife and fork are on the table
With nothin’ in my pan
If you say anything about it
Have trouble with the man.

Let the Midnight Special
Shine her light on me;
Let the Midnight Special
Shine her ever lovin’ light on me.


Quando ti alzi la mattina
Quando suona la grande campana
Te ne vai a passo di marcia verso i tavolo
E trovi sempre la stessa roba.
Coltello e forchetta sono sul tavolo
Ma non c’è niente nel mio padellino
Se trovi qualcosa da ridire su questo
Ti metti contro il guardiano.

Lascia che il Treno di Mezzanotte
Mi illumini passando;
Lascia che il Treno di Mezzanotte
Mi illumini con la sua luce piena d’amore.

martedì 15 maggio 2007

Una mamma, un papà, due genitori


Quando mio marito è nato padre non sapeva che gli avrebbe fatto così male interrogarsi sul senso vero della sua vita. Così per qualche tempo gli ho raccolto i pezzi e l'ho visto rinchiudersi in un silenzio denso, che non mi permetteva di avvicinarlo. La fatica dell'amore sta nella misura e quando non si ha la pancia per poter sentire sembra che il cuore batta a vuoto, troppo o troppo poco. La mente serve solo a fare domande: avrò tutto quello che serve per essere un buon padre, o meglio: tutto quello che ho, serve? Le sue domande inespresse affioravano in punta di labbra. Estefani, che aveva tre anni e mezzo, rifiutava me e aveva scelto lui, non per l'accudimento spicciolo, il lavoro sporco era tutto mio, ma per la consolazione e le coccole, soprattutto per l'addormentamento serale. Ero contenta che lui potesse sperimentare con le bambine un ruolo affettivo pieno e non soltanto quello più tradizionalmente normativo, eppure ne ero gelosa. Segretamente, però, ero arrabbiata con mia figlia che non mi permetteva di amarla come desideravo: mi sentivo rifiutata e spiavo un segno di cedimento, un abbassamento delle sue difese che mi permettesse di abbracciarla senza sentirla abbandonarsi immota e rigida, come certi animali che si fingono morti per sfuggire al predatore. Quanto a mio marito, volevo che i limiti e le regole li decidessimo insieme e volevo che lui, esercitando quella capacità di tenerezza che gli avevo sempre riconosciuto, mi sollevasse anche un poco dal peso esclusivo della maternità, lasciandomi conservare quegli spazi irrinunciabili di autonomia che avevo annotato in una lista prima di firmare per l'adozione. Per non dimenticarli quando sarebbero arrivate le bambine. Però lui era più preoccupato ed apprensivo di me e mi costringeva ad essere quella forte: questo mi impediva di esprimere quanto io stessa sentissi il bisogno di chiedere aiuto. Eravamo molto soli. Io mi riflettevo nello sguardo di mio marito: sapevo di apparigli potente e inimitabile, irraggiungibile nella mia felicità risplendente. Sembravo avere tutte le risposte, le carezze giuste e non accusare mai stanchezza. Sembrava che qualsiasi cosa la sapessi fare meglio. La mia voce dolce e rassicurante non era più per lui. E non sapevo dirgli altro che fai il padre usando l'uomo che sei. E dove andato l'uomo per me che c'era prima. Come se ci avessimo sempre abitato ce ne andavamo in giro per Bogotà, camminando abbracciati, e a turno ci passavamo le figlie più piccole tra le braccia. Andavamo tutti a spasso mano nella mano: io avrei dovuto avere tre braccia per accontentare tutte. A volte le piccole camminavano con lui ed io portavo nel passeggino la grande, indispettita e immusonita: a nove anni e mezzo esercitava un suo diritto irrinunciabile, perché io non c'ero stata quando lei aveva tre anni e non l'avevo portata in giro con me, come ora facevo con le sue sorelle. Si sentiva che ci piacevamo, ma non avevamo ancora capito bene come stare insieme. Io mangiavo con entrambe sulle ginocchia, loro reclamavano la pierna. La grande approfittava dello spazio lasciato da una delle due per occuparlo e appropriarsi così del mio corpo, offrendomi il suo da proteggere. Poi le cose sono cambiate. Abbiamo iniziato a frequentare piscina del Centro Italiano di Bogotà. Grazie all'acqua socializzavamo ancora di più con i nostri corpi e sperimentavamo la fiducia reciproca: le piccole non sapevano nuotare, mentre la grande si esibiva per ottenere la nostra approvazione e all'improvviso decideva di raccontare un poco del suo passato. La prima volta ci eravamo preparati con un giro di shopping estremo, durante il quale, di fronte ad un padre tra l'allibito e il divertito, le nostre figlie avevano da subito lasciato intendere quale spiccata abilità nello spendere soldi consolideranno nel tempo, mostrando gusto e decisione nella scelta dei capi. Al ritorno eravamo tutti allegri e, scendendo dal taxi con le figlie sudate e quasi addormentate in braccio, abbiamo trovato il nostro avvocato ad aspettarci. Davanti ad un buon caffé italiano, mio marito si è portato in aereo la bialetti ma il caffé lo compravamo lì, un tinto con leche y azucar, l'avvocato ci ha aggiornati sui tempi del Tribunale, il Juzgado 17. Nomen omen, ma di questo vi dirò più avanti. Mentre cercavo di evitare che le mie figlie si versassero lo zucchero in bocca direttamente dalla zuccheriera, ci ha raccontato di una coppia che era appena ripartita senza i bambini che aveva chiesto di adottare. Nessuno ci aveva detto che poteva succedere, ma è vero che può succedere. Sono scoppiate mille domande: è davvero difficile fare i genitori, ma possiamo rinunciare a vedere Aleja che cresce abbastanza da arrivare a schiacciare il pulsante dell'ascensore senza essere presa in braccio? Fa male sentire chiamare papa, sì senza accento, qualsiasi uomo adulto, ma vogliamo perderci il momento in cui quella parola avrà l'accento e per loro lo stesso significato che ha per noi? Tutte e tre avevano appena smesso di sedersi a giocare per terra fuori la porta della nostra camera da letto, aspettando che noi ci svegliassimo e salivano sul letto a guardarci, ridendo. Estefani mi avrebbe dato la chanche che aspettavo, soprattutto quella di farmi perdonare, perché mi risultava così difficile capire che potesse fare fatica ad accettare la sconosciuta che, da un giorno all'altro, si era messa a fare la sua mamma? Chi avrebbe accompagnato a danza Fanny, che aveva appena confessato in gran segreto che da grande vuole fare la ballerina, e che aveva immaginato un padre più giovane, ma non perdeva occasione per abbracciarlo e chiedergli com'è l'Italia e quando partiamo? Ci avrebbero perdonato l'inadeguatezza che sentivamo rispetto all'impegno assunto? Saremmo riusciti a ricordarci chi eravamo ed a capire chi stavamo diventando? Volevamo davvero andare avanti ? I nostri figli la prima volta sono nati perché sono nati e basta. La seconda volta nascono tra le nostre braccia, perché noi possiamo dare a loro la continuità della vita che hanno appena respirato. Ed anche noi eravamo appena nati e volevamo vivere e continuare a respirare, tra i loro capelli neri, il profumo intenso della pelle delle nostre figlie. E guardare il mondo con i loro occhi.

Noi, nel meglio e nel peggio, ci saremmo stati.

domenica 13 maggio 2007

9 mesi e 1/2

AUGURI!!!
a cura di Ely

Eccomi qua!
Oggi è la FESTA DELLA MAMMA, e quindi AUGURI!!!
MA AUGURI IN PARTICOLARE A TUTTE LE DONNE!
Perchè in fondo, con o senza figli, siamo tutte un pò MAMME!

E' intutile negarlo. Sta scritto nel nostro caro DNA. E anche se esperti, psicologi e quant'altro, asseriscono che l'istinto materno, o meglio l'istinto genitoriale, si "accenda" quando si ha il primo incontro con la propria creatura, sono convinta che ogni donna sia comunque e sempre una MAMMA.

Senza rendercene conto tendiamo ad accudire le persone, gli animali, le piante ed a volte anche le cose, con una naturalezza disarmante.
Provate a pensare con quanto amore vi dedichiate ad una pianta, ad un cucciolo di cane, ad un micino, o ad un'opera creata dalle vostre mani. Credete che ci sia poi tutta questa differenza? Per non parlare poi di quanto, spesso, si tenda ad essere servile in amore. Bè, ma forse questa è un'altra cosa...

Certo, nella nostra società, una mamma è considerata colei che partorisce un figlio, o lo diventa per legge perchè adotta un bambino.
Ma, per me, una mamma è anche colei che un figlio non lo ha avuto perchè non è mai nato, colei che anche volendo un bimbo non lo ha potuto adottare, colei che con tanto amore si è dedicata a figli che mai sono stati veramente suoi.
Credo quindi sia giusto e doveroso che anche tutte loro possano godere di questo giorno di riconoscimento. Per tutto l'amore, la dedizione, le fatiche, i dolori e le gioie che hanno saputo dare.

E ancora AUGURI A TUTTE per questo dì che, se per troppi ormai futilmente commerciale, è sempre una festa per tutte le mamme.

Un AUGURI personale alle MAMME che oggi qui, purtroppo, non ci sono più ma che dolcemente stanno sempre nei nostri cuori...

Un AUGURI personale ancora poi a TUTTE LE NONNE che, MAMME, lo sono due volte!
Che dono...

E voi avete un AUGURI speciale da dedicare?
Allora DEDICHIAMOLO!

giovedì 10 maggio 2007

Viaggio di pensieri

Oggi faremo un breve viaggio nel mondo degli anziani.
Le poche nascite e la vita che si allunga, hanno aumentato uomini e donne di età avanzata. C’è chi ci arriva bene, chi soffre, chi perde le facoltà cognitive, chi funzionali.
Prima o poi ci arriveremo tutti, (speriamo bene!) Con quali speranze? Con quale visione del futuro?
Troppo spesso sembra una classe a parte, la si considera già morta, priva di vitalità, la si deride. Non la si ascolta, soprattutto i giovani.
Vi sarà capitato di sentir dire : “Cosa vuoi che capisca. E’ solo un povero vecchio”.
Io credo che capiscano, che abbiano tanto da dare e da raccontare.
Bisogna avere la voglia, la pazienza e il tempo, (che oggi giorni sfugge a tutti) di ascoltarli. Senza pretese, hanno i loro tempi!
Ho lavorato con gli anziani, non tutti autosufficienti. Quello che mi hanno dato loro in poco tempo, non l’ho trovato altrove.
Ci sono anziani a cui basta prendere la mano, che dal viso, tra i tanti solchi spunta un sorriso. Ho ascoltato storie, vicende familiari lunghe una vita e racconti, che non ho mai saputo se fossero veri o creati dalla loro fantasia. Ne sanno più del diavolo!
Ritornano spesso bambini, e come bambini hanno bisogno di cure e d’amore.
Ci sono anche anziani arrabbiati, stizziti, che non vogliono aiuto, parlare con nessuno. Ma penso che la maggior parte di loro abbia sete di compagnia, di un sorriso o di una parola. Ci avete mai pensato?
Avete dei nonni? Una vicina di casa? Oppure la vecchina che fa la spesa dove la fate voi? Provate a chiacchierare con loro. Vi accorgerete che ad ascoltarli o seguirli, con la mente e con le gambe, all’inizio sarà dura, andiamo troppo di fretta noi. Ma poi ritroverete la calma, la lentezza e soprattutto sarete ascoltate.

Tra qualche giorno vi pubblicherò un racconto che parla di Giovanni, un anziano. Per chi avrà tempo e voglia di leggerlo mi piacerebbe sapere che ne pensate. Sia in positivo che in negativo. Vi aspetto.

Un bacio

martedì 8 maggio 2007

Lee Miller


Elizabeth "Lee" Miller, fotografa americana nata nel 1907 a New York.
Iniziò la sua carriera come fotomodella e fu la prima donna a fare da testimonial in una pubblicità di assorbenti (per la ditta Kotex) nel 1928. La sua immagine destò scandalo all’epoca ma successivamente, dopo un primo imbarazzo anche la Miller si dichiarò orgogliosa di aver rotto un tabù.

Ad Elizabeth però interessava anche e soprattutto stare dietro la macchina fotografica e nel 1929 andò a Parigi per imparare l’arte della fotografia da Man Ray. Questi rifiutò di prenderla come allieva ma decise di farne la sua assistente, musa e amante.
Con Man Ray, Lee Miller sperimentò la tecnica della solarizzazione e nel 1932 dopo la fine del burrascoso rapporto con l’artista, tornò a New York dove aprì uno studio. Nel 1934 sposò un magnate egiziano ma la vita al El Cairo l’annoiava e nel 1937 ritornò in Europa.
Si trovava a Londra quando scoppiò la seconda guerra mondiale e sotto i bombardamenti dell’aviazione nazista, la Miller decise che sarebbe diventata una reporter di guerra. Fu corrispondente ufficiale della rivista Life ed entrò con le truppe alleate nei campi di concentramento appena abbandonati dai nazisti. Clamorosa è la foto che la ritrae nella vasca da bagno di Hitler nella sua residenza di Monaco. Nel 1947 sposò Roland Penrose con il quale andò a vivere in una fattoria del Sussex. Negli anni ’50 la casa di campagna dei coniugi Penrose divenne un punto di riferimento per artisti e intellettuali e ospitò personaggi del calibro Picasso, Man Ray, Henry Moore, Max Ernst.
Dopo il matrimonio con Penrose, la carriera artistica di Lee Miller si può considerare finita o per meglio dire interrotta. Suo marito era uno stimato collezionista d’arte e specialista nell’ambito del surrealismo, co-fondatore dell’Institute of contemporary Art di Londra eppure non si adoperò in alcun modo per promuovere il lavoro della moglie. Lee Miller morì nel 1977, la catalogazione e diffusione della sua arte fu poi ripresa dal figlio, Anthony.

Luce


Care esordienti
Abbiamo cominciato a scrivere, ma ci siamo arenati, come quando cominciamo a leggere un libro e non riusciamo ad andare avanti, il libro rimane sul comodino e ormai fa parte del mobilio!Cosa fare?? Troppe storie ci frullano per la testa, dobbiamo mettere ordine, quindi tiriamo un bel respiro e ricominciamo , rideterminiamo facciamo chiarezza, scriviamo di getto, ma andiamo avanti, poi potremo rileggere e sistemare i pensieri confusi che abbiamo lasciato sulla carta, alcuni li lasceremo così, altri li potremo sistemare.Fermarsi non è importante può accadere, l’importante è ricominciare . La scrittura diventa come la luce che tenta di penetrare le nubi, i raggi del sole passano ugualmente anche se non è evidente. Nella scrittura quello che conta è il “come” e non solo il “che cosa” potete raccontare una storia apparentemente banale, ma è importante come la raccontate, la scrittura può dare intensità ed unicità ad una vicenda che può sembrare trita o poco interessante .Non so se avete letto “ Passaggio in ombra” di Maria Teresa di Lascia (premio Strega 1995) un’autrice prematuramente scomparsa, questo libro narra di una donna che vive in solitudine ormai alle soglie della vecchiaia che ripercorre con la memoria il suo passato e la storia della sua famiglia delineando figure di personaggi memorabili nell’immagine di un sud avvolgente aspro e senza pietà. Questa storia è raccontata con una tale intensità e maestria che di tanto in tanto torno a rileggere alcune parti del libro e tutte le volte resto folgorata. Mi piacerebbe poter scrivere così, lasciare una traccia o almeno provarci. Penso che per ottenere un tale livello è necessario esprimere la forza delle emozioni con leggerezza, fluidità, piacevolezza, solo così la scrittura arriva a toccare le corde più profonde dell’anima. Io ho letto moltissimi libri, ma alcuni di essi li ricordo molto bene anche a distanza di anni perché mi hanno emozionato, hanno toccato la mia anima e il mio stomaco, un libro che lascia una traccia nella nostra vita è un libro importante.Vorrei riuscire a scrivere un libro che resti nella memoria di chi legge, per l’emozione che trasmette o per le corde che fa vibrare nel bene o nel male. Qualche giorno fa al corso di scrittura mi hanno chiesto come compito a casa di scrivere di un proprio ricordo, un flusso di coscienza in forma introspettiva. Non sapevo bene di cosa parlare poi mi sono venute in mente le mie estati prima dell’Università, i momenti di attesa e di dolce far niente nei caldi pomeriggi estivi. Ho parlato del ricordo legato a quelle estati e alle mie sensazioni di allora. Dopo un paio di giorni ho riletto quello che avevo scritto, e la sensazione di piacevole emozione che ne ho ricavata mi ha fatto pensare di aver scritto qualcosa di buono. Aspetto il giudizio della scuola, ma il fatto che piaccia a me è già positivo.
Emergiamo.

domenica 6 maggio 2007

Quando il potere è epifania





Un’aurea avvolge chi detiene del potere.
Una qualsiasi forma di potere.
Sia esso politico, economico o sessuale.
Sembrerebbe che quello politico sia più forte di quello economico.
Quello economico sostitutivo di quello sessuale.
Quest’ultimo da solo potrebbe bastare.
Ma il connubio tra quello economico e politico, parrebbe essere il più letale.
Così sembra.
Oggi per lo meno, così mi è parso.(....)

Ho quindi rispolverato una passata illuminazione in merito al potere.
Rare e quasi sconosciute volte mi è capitato di vederla materializzarsi davanti ai miei occhi in maniera tanto nitida.
Purtroppo non posso svelarvi il perché e il per come, né tanto meno i per-sonaggi della rivelazione.
Sappiate solo e fidatevi di questo ciecamente: - come se sentiste odor di violette e dalla pagina gocciolasse dell’ inchiostro rosso sangue - il potere è epifania.
Appare davanti ai vostri sguardi catatonici bardato da Afrodite rutilante, da Maimone “laudau” (vedi: Dioniso sardo), da Birkin di Hermès, da Incenso&Mirra.
Ma se strofinaste gli occhi con le manine, spostando le “tendine” di Maya, altro non vedreste che un orco avvizzito, putrido, mefitico, maleolente, nauseabondo e stagnante.

Se però voi siete di quelli che annuiscono davanti alla deficienza, se portata con magnificenza.
Se non è il contenuto ma il contenitore, che vi fa sbavare.
Se ritenete che tutto quel che luccica, vada raccolto.
Allora l’ orco potrà al massimo sembrarvi un porco:
penetrato da uno spiedo, titillante lucentezza, stillante grasso colante.
Visione beata e sommo gaudio per stomaci sacri.
C’ è poco da fare.

Ci sono bambini delle elementari che rinuncerebbero alla Girella o che so, ai Frizzy Pazzy (se non sapete che cosa siano, significa che non avete vissuto la vostra infanzia negli anni 80, potete però recuperare su http://www.dimenticatoio.it/index.php?title=Gomme_Frizzy_pazzy) pur di avere il compito di segnare sulla lavagna i Buoni e i Cattivi, quando la maestra li lascia da soli in classe.
C’ è poco da dire.
L’ambizione al potere è genetica.
La sottomissione al potente è virale.

Si raccomanda l’assunzione di spirito critico dall’ età di 6 mesi.

sabato 5 maggio 2007

9 mesi e 1/2

La scoperta
a cura di Ely

Il ricordo di quel periodo è ancora molto nitido nella mia memoria.
Così come le sensazioni che ho provato.

Lo stato d'animo predominante era decisamente contrastante: passavo da un'euforia smisurata all'ansia più profonda.
Era un continuo via vai di pensieri. Vagliavo, valutavo, asserivo, riflettevo... Sapevo che stavo per compiere un grande passo. Quello che non sapevo ancora, e che solo poco tempo dopo avrei capito, è che questo passo sarebbe stato per sempre. Nel bene e nel male tutto sarebbe mutato, senza via di ritorno.
Non era come sposarsi. No. Era molto, molto di più. Diventare madri non è solo la logica conseguenza di una gravidanza portata a termine perché, quando lo si decide con la testa e col cuore, quando tutti quei no che ti sorreggevano cadono ed entri in quel limbo di incosciente fragilità emotiva, tutto ha un altro significato. Ed ogni rapporto non è fine a se stesso perché potrebbe essere quello giusto. Quello del concepimento.
E poi l'attesa, quel ritardo che poi ritardo non è. I seni gonfi e doloranti. La delusione che si colora di rosso. La triste rassegnazione.
Quei mesi che da uno diventano due, poi tre e poi quattro.
E tu che ti domandi: “Ci sarà qualcosa che non va?”. E allora consulti, esami, test ma tutto nella norma. Sarà lo stress...

Ed invece quel giorno, quel fatidico giorno è arrivato e da allora un fiume di emozioni mi ha travolto. Nello stesso momento in cui quella lineetta mi è comparsa davanti agli occhi, ho compreso l'importanza di quel "passo". Scoprii cosa volesse veramente dire la parola responsabilità.
Non che il mio corpo non ne avesse già avvertito la presenza, ma vedere quel puntino bianco in mezzo a quel monitor, bé è stato, come dire, devastante!
Mi sentivo prigioniera dei miei desideri e poi delle mie paure.
E vi assicuro che se in quel puntino un piccolo cuoricino iniziava a battere, il mio che era molto più grande quasi scoppiava. La bocca arida, il respiro bloccato a metà, il vuoto nello stomaco: non sapevo che dire, che fare.

Ma niente, in effetti, c'era da dire o da fare.
Dovevo solo aspettare.

Kai Zen

I sentieri di Seth sono delle storie trasversali ambientate all'interno de La Strategia dell'Ariete, progetto di Kai Zen, ensamble narrativo anch'esso nato in rete. Il romanzo collettivo scritto dai quattro (ahimè uomini) autori è un romanzo di avventura, corale e storico. Contiene due sentieri ai quali ci si può ispirare per scrivere un proprio racconto, da inviare sul sito dedicato al romanzo.
Il collettivo aveva già dato vita nel 2005 ad un esperimento di scrittura di gruppo, poi pubblicato con il nome di "Spauracchi. Romanzo totale". L'ensamble ha impostato una traccia, un'ambientazione, i primi personaggi e ha scritto tre dei dieci capitoli. Diversi autori poi, dalla rete, hanno contribuito a completarlo.

Ebbene si, gli uomini hanno più tempo per scrivere, noi dobbiamo fare degli 'equilibrismi quotidiani'. Per chi voglia provare, c'è La Comune!!

venerdì 4 maggio 2007

VADE RETRO

Cari lettori,

cominciamo il nostro viaggio parlando della nostra epoca.

Io trovo che viviamo in un mondo dove l’uomo non rispetta la natura e persino se stesso.

Leggendo l’Apocalisse nella Bibbia, noto che molti fatti si stanno per compiere (es.: la guerra in medio oriente, i figli che vanno contro i genitori…); mi domando: "ma potrebbe tutto questo, in qualche modo, finire?".

Secondo me, se ci troviamo in questa situazione, in gran parte è colpa degli Stati Uniti, che mandano i loro soldati in ogni angolo del mondo a portare le loro regole, anzi, per meglio dire, ad imporle.

Sappiamo per certo che l' Iran, la Corea del Nord e gli U.S.A possiedono la bomba atomica, ma la cosa triste è che nessuno cerchi di fermare questi pazzi che si minacciano e proteggono con lo spauracchio di una guerra atomica.

Io credo che siamo vicinissimi alla terza e ultima guerra mondiale.

Che finirà che ci autodistruggeremo e il mondo cadrà insieme a noi.

E infine ciò che trovo più ingiusto, è che tutto questo accadrà non per una decisione dei popoli ma bensì dei capi dei governi. Come se il resto di tutti noi non fosse altro che una marionetta manovrata dall'alto, da un dio che troppo spesso fa rima con denaro.

Penso infatti che nessun uomo, in fondo al proprio cuore, vorrebbe vedere la fine del mondo (e quindi di se stesso)!

Voi che ne dite?

mercoledì 2 maggio 2007

Il Diamante Splendente

La rassegna di Personaggi Chiave del cinema e della femminilità fa una pausa. Per riflettere. Perché ho riflettuto. Ancora. Non si smette mai di riflettere, come specchi davanti ad altri specchi. Ho scorto tra le mille riflessioni infinite un barlume. Una luce cristallina e multisfaccettata che rappresenta l’immaginario femminino della nuova Hollywood: Nicole Kidman.
Attrice notevole in tutto: bellezza, bravura, condotta. Bionda sì, ma algida e non burrosa come Marilyn. Ma alla stessa maniera della Monroe nasconde sotto l’ossigenazione un temperamento cromatico rivelatore. Sotto il biondo platinato di Marilyn si celava il bruno scuro e denso di Norma Jean, Una donna fragile con l’infanzia tormentata e la solitudine di una diva vittima di se stessa.
Sotto il biondo algido di Nicole Kidman si nasconde il rosso fuoco del deserto australiano. Il cuore vermiglio di passioni ribelli e lustrini francesi. È in questa veste che più l’ho apprezzata: come cortigiana di lusso al Moulin Rouge! di Baz Luhrman. Nicole canta, balla e recita con una passione travolgente, vorticante come lo stile videoclip del musical del nuovo millennio. Guardatela Nicole Kidman, circondata dall’aura profumata di Chanel n.5, mentre percorre a grandi falcate la croisette a rallentatore, con sandali Gucci e borsa rigorosamente Vuitton. E che dire dell’assistente che la segue ovunque con un ombrellino parasole? Perché si sa, la porcellana si ammira e non ha bisogno dei raggi solari per splendere.
Quante attrici sono in grado di restituire una tale magia? Poche. Anzi, non me ne viene in mente nessuna. Per ora.

martedì 1 maggio 2007

UN'ALTRA ALBA


Massimo? Ciao sono io, sono sul treno... sarò a casa fra un’ora...”
“Ok, va bene!”
“No, veramente non è andata bene...”
“Sì, sì, va bene. Mi racconti a casa ... Accidenti, lo sai che non posso stare al telefono, sono al lavoro!”
“Uauh che solidarietà!” Perché Massimo, suo marito, era così stitico di premure?
“Perfettamente d’accordo che se ne può parlare a quattrocchi senza spendere soldi in telefonate, però un – mi dispiace, non prendertela – sarebbe costato tanto lo stesso e mi avrebbe alleggerito il cuore”
Il telefono aveva appena smesso di squillare ma lei non aveva risposto, non ne aveva voglia. Dopo una breve pausa ricominciò, insistente. Così insistente poteva essere solo sua madre e lei proprio non aveva voglia di sentirla. Non ne aveva voglia, ma il telefono martellava e allora rispose.
“Sophie, Cara, ma dov’eri? Allora, come é andata ieri? Ti hanno preso?
Una lacrima le scivolò sul viso, ripensando a tutto quello che era accaduto, ma tenne duro e disse:
-”Mi faranno sapere.”
Una breve pausa, poi riprese:
-“Non credo sia andata. No! Ma non fa niente, vedrai mamma, la prossima volta andrà meglio.”
-“Mi dispiace. Dai non ci pensare, da una parte è meglio così, pensa ad Andrea, alla casa, a Massimo. Secondo me non è destino. Venite a cena stasera?”
-“No! Ho delle cose da sistemare. Un'altra volta. Ciao.”
“Roba da pazzi, ne ho le palle piene del destino scritto dagli altri. E poi ho delle cose da sistemare!”
Certo, tutti quei fogli che erano volati per aria insieme a lei e a quel tipo. Che vergogna, che umiliazione!!! “Vabbhe, tanto a quanto pare nessuno se n’è accorto, a parte la mia chiappa destra...”
Nella borsa c’era un biglietto accartocciato, lo aprì per controllare se poteva cestinarlo. Era tutto logoro e ingiallito, c’era scritto qualcosa a penna, ma di certo non l’aveva scritto lei, non era la sua calligrafia.
“Ci sono momenti della nostra vita in cui ci si ferma di fronte ad un bivio. La vita rimarrà così, ferma, immobile finché con coraggio non si affronteranno le paure e col cuore in mano non si sceglierà una via da percorrere, umilmente.”
Si girava e rigirava quel biglietto, domandandosi perché il destino la punzecchiasse. “Perché quel biglietto s’é infilato nella borsetta”. L’unica cosa certa è che sembrava scritto proprio per lei.
Era un invito a riflettere.
Già, proprio buffo. Si era ritrovata con qualcosa in più da sistemare. Non bastava la brutta figura, i curriculum da ristampare e il livido sul sedere. “Ma guarda un po’ cosa mi son presa la briga di portare a casa, mi mancava solo una riflessione filosofica.”
Sophie stava attraversando un periodo difficile, ma nonostante ciò la vita continuava a scorrere e col suo mutare passava da una stagione all'altra, da una lavatrice all’altra, da una riunione a scuola alla spesa. Aprì la finestra respirando a pieni polmoni l’aria fresca del mattino. Era Maggio e amava alzarsi presto per vivere fin dal principio l'inizio di un nuovo giorno. E poi poter chiacchierare con Massimo qualche minuto, un attimo di intimità rubato al caos quotidiano. Insieme assaporavano l’aroma caldo del caffè. Insieme.
Si gustavano il risveglio, insieme.
Intimamente insieme, davanti alla moka gorgogliante aspettavano e si gustavano il profumo corroborante di quell’amara forza.
E poi quella carezza piena di voglia di aversi ancora.
Piena e calda, proprio come quel caffè.
Quella carezza che accompagnava il bacio del buon giorno e che dava respiro al mattino.
Come due bimbi appena svegli si sbirciavano assonnati. Con la tenerezza degli amanti si abbracciavano e restavano stretti a coccolarsi e poi e si raccontavano il giorno che sarebbe venuto.
Quello non era lo stesso Massimo freddo e frettoloso che ritrovava al telefono e Sophie non era la donna disperata, insicura e in balia del destino.
Il mattino, o meglio il risveglio era l’unico momento in cui si riconosceva e ritrovava il suo uomo, per questo non avrebbero mai rinunciato a quella piccola consuetudine cui da sempre dedicava con amore la prima mezz'ora della giornata.
La tazza fumante del caffelatte da gustare lentamente, godendo di quel fragranza che le stimolava i sensi: intingere i biscotti uno per volta, lasciando come sempre che le bricioline le si appiccicassero fastidiosamente alle dita. Anche quel solito dolce impiccio faceva parte del rito. E poi specchiarsi nell’azzurro dei sui occhi e ritrovarsi, ancora insieme.
Stava cercando lavoro e ogni giorno si scontrava con chi le sbatteva la porta in faccia, con chi la mortificava e la faceva sentire inutilmente inutile.
Si era gettata con foga nell’attività di ricerca di un lavoro e ora si sentiva stressata ed oltremodo frustrata.
E poi a casa nessuno pareva esser d’accordo con questa sua idea di lavorare. Era un’ambizione fuori dalla sua portata per sua madre.
Per Massimo era un fastidio cui si poteva fare a meno. Ci si sarebbe dovuti riorganizzare e poi, che sarebbe successo se fosse stata di nuovo male?
Il piccolo Andrea nemmeno prendeva in considerazione il problema, per lui era una certezza la disponibilità di sua madre e il suo essere a casa. “La mamma è a casa” affermV con sicurezza sconvolgente!Ed era disarmante, più delle critiche di sua madre o delle aspettative del marito.
Comunque, ormai, la sua “autonomia psicologica” lampeggiava sul rosso!
Riguardò quel biglietto lasciato sul tavolo, lo accartocciò, quasi non volesse cogliere la sfida, ma poi lo riaprì e rileggendolo lo attaccò al frigorifero, ben in vista.
D’impulso telefonò a Giulia.
Il telefono suonava libero, troppo libero. Pareva non esserci nessuno, ma Sophie sapeva che l’amica, sempre impegnata in mille faccende, avrebbe risposto solo sull'ultimo squillo, appena prima dell’intervento programmato della segreteria tlefonica.
-“Pronto!”
Riconobbe affettuosamente quel tono.
-“Non dirmi che sei già incazzata, di primo mattino?”
- “Sophie! Che bello sentirti. No, non sono incazzata, o meglio, forse sì… ma solo un po’. Insomma, i soliti casini ... E tu?”
-“Tutto bene.. o meglio, male… , bho? Sto passando un periodo così ...Ieri però ho messo in atto il nostro antidoto preferito... ricordi?”
-“Non dirmi che ti sei data allo shopping selvaggio!”
-“In effetti… bhè, lo confesso. Ho svaligiato tutti i negozi del centro e mi sono comprata un sacco di mogliettine carine e poi un paio di sandali che mi piacciono un sacco ... e anche un paio di zatteroni, tipo giapponesi, pieni di perline. Sono carinissimi sai? E poi dall'alto di quei 7 cm di zeppa mi sento davvero un gigante. Che sballo! Anche se, pensa che figuraccia se mentre mi atteggio a signorina belle mosse inciampo e finisco lunga distesa per terra! come l’altro giorno...
-“Oh no! Che hai combinato ieri, una delle tue?”
- “Ho travolto uno sulle scale del metrò.”
-“No, dai!? L’hai steso? Ed era carino?”
Scoppiarono a ridere e Sophie le racontò l’accaduto. Giulia era, forse, l’unica persona che potesse capirla veramente.
Erano amiche fin dall’infanzia e insieme avevano condiviso amori e passioni, paure e, e tanto.
-“Sai voglio dare una rinfrescata al mio look. Ho bisogno di scarpe nuove e ...lo so è un controsenso. Fatico a stare in piedi e cerco sempre scarpe nuove da indossare. La mia psicologa dice che rivelano la mia voglia di dominare il mondo. Però vorrei anche cambiare qualcosa alla mia testa... limitandomi ai capelli, però! Intervenire sul contenuto della mia zucca è un po’ più complicato.
Giulia Dall’altro capo del telefono sorrise, “Ci risiamo” pensò “Ora si lancerà in uno dei suoi soliti monologhi, povera me... “
-“ Sì, guarda, secondo me, il giorno in cui sono stata concepita Dio era talmente distratto da non accorgersi del disastro che si stava compiendo Ma quando se ne accorse stese il suo dito e ... “Che sia femmina! E magari un po’ tappetta, così almeno limitiamo i danni”. Ma si sa che le donne ne sanno una più del diavolo e forse anche di Dio, perché era pieno femminismo. Le donne oggi ne combinano di tutti i colori, per non parlare delle tappe... -
Giulia la interruppe.
-“Hai finito? Bene, vedo che sei riuscita di nuovo a stordirmi di prima mattina. A quando il prossimo round? Lo sai che sono sempre felice di offrirti la mia spalla e... le mie orecchie!”
-“Sì, lo so! Ed é per questo che ti ho telefonato. Ho bisogno di cambiare, e comincerei col rinnovare il mio look. Ma più di ogni altra cosa voglio, anzi devo lavorare!”
-“Bhe mi sembra una bella cosa. Hai pensato anche al colore dei capelli. Sai, quello sarà veramente determinante. La prossima volta che ti rivedrò sarai mora o bionda, riccia o liscia?”
-“Credo che mi rivedrai assolutamente rossa”.
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