lunedì 30 aprile 2007

EstremaMente


Liposucchiami
di Antonella Passoni

Quando dici chirurgo estetico dici eros.Se hai troppo poco gli chiedi: "Riempimi".Se sei troppa implori: "Liposucchiami".E diventi potente,invincibile.Piacere agli altri eccita e questo autoerotismo mentale fa venire voglia di ritocchi.Ieri,l'estetista,mentre scioglieva la cera, mi dice che se le è rifatte fare:"E'una tecnica nuova,dolorosissima,ma ne vale la pena.Guarda che capolavoro".Sono sconvolta,sembrano vere!Penso alle mie cadenti doc,un paio di souflè lievitati male.Ho la nausea.Quelle che erano delle certezze inderogabili -E' più importante essere che apparire ed accettiamoci come siamo -, ora sono un obsoleto tripudio di luoghi comuni.Quelle due magiche tettone lucenti,che riempivano la stanza di gioia ed illuminavano l'estetista,mi hanno fatto riflettere e mi domando:"Il mio corpo è mio e me lo gestisco io",vale anche per la chirurgia estetica?Mi ritorna in mente lo sguardo inebetito del moroso,quando ordina un caffè alla quinta esagerata della barista.E,maledizione,mi viene in mente anche Bisio,quando sentenzia che al di sotto della quarta non può essere vero amore.Penso alla popputissima ragazza del bar e mi irrito quando mi sento dire amore,sei una sportiva,non puoi averne tanto.Ma certo che posso!Lo penso ma non lo dico,sarebbe come ammettere che Bisio ha ragione.

giovedì 26 aprile 2007

Alba







L'alba è il momento in cui nasce il sole.
Finita la notte ritorna il giorno.
Sempre.
Quindi ogni fine è una rinascita.
Raccontatemi la vostra alba, io non posso ancora rendervi partecipe della mia perchè i lavori sono ancora in corso.
Tuttavia mi farebbe piacere sapere di voi, care amiche di viaggio nel ciber spazio.
Il raccontarsi ci accomuna e ci sostinene.
Svelatevi.

Viaggio nel silenzio


Vi siete mai chieste che cosa sia il silenzio? Che sensazione da? L’avete mai ascoltato veramente? Lontano dal traffico, dalla televisione, dal telefono, dai rumori di martelli pneumatici o di muratori al lavoro. Lontano dalle voci della gente e dall’abbaiare dei cani? Completamente sole?
A volte mi chiudo in casa per non sentire nulla, ( e dire che abito in un paese tranquillo. Dal terrazzo vedo la collina dei frati cappuccini e mi sveglio con il cinguettio degli uccelli.. e delle campane!) Eppure ho bisogno di silenzio, quello completo. Senza figli o mariti tra i piedi.
Ho scoperto quanto sia importante, quanto ci avvicini a noi stesse, al nostro io. Nel silenzio scopriamo tutto. Ti si svela ciò che aspettavi e se lo ascolti bene, da pace al cuore e armonia all’anima. Solo il nostro respiro ci accompagna, la nostra linfa vitale che troppo spesso è affannata, corta o agitata.
C’è un luogo, pieno di silenzio e di energia. Si chiama Alpe della Luna. Sull’appennino tosco-mnarchigiano, una delle poche montagne che hanno energia femminile, un luogo vitale, potente. Riserva naturale.
Alle sue pendici, sul lato toscano sorge un agriturismo. “Alpe della Luna”.
Dalla strada provinciale si prende la stradina sterrata per circa quattro chilometri. Sembra di non arrivare mai, tra curve e boscaglia. Poi si apre davanti a noi, uno spettacolo della natura. C’è il casale ristrutturato, davanti al quale vedi l’alpe e le altre alture coperte di vegetazione. In basso scorre il torrente e scopri il silenzio. Non vedi una casa all’orizzonte, una strada o un campo coltivato. Solo natura. E’ bellissimo.
I titolari sono due angeli. Si può pernottare e mangiare, (solo vegetariano), cibi naturali che offre la terra. Non c’è televisione, i cellulari non prendono e non hanno animali. Solo l’esenziale.
Vi ho conosciuto persone di ogni tipo, (si mangia tutti insieme). I solitari, quelli portati dal caso o dal destino e quelli venuti chissà perché. Persone che appena arrivate sono andate in panico perché i telefonini non prendevano, arrivate da grosse città si sentivano fuori dal mondo e volevano tornare indietro. Ci fu una signora di Palermo che ho visto piangere, non era abituata al troppo silenzio ed al buio della notte, le faceva paura.
Non credevo che la natura umana fosse stata così compromessa dalla civiltà.
Abbiamo bisogno di ritrovare noi stessi. Per sentire cosa abbiamo da dirci e da dire, per poter scrivere la verità.
Ed è in luoghi come questo, nel silenzio della propria casa, del proprio garage, che possiamo ascoltarci.

Baci

Yva


Pseudonimo della fotografa tedesca Else Neulander Simon.
Molto apprezzata nel campo della moda per la sua verve, raggiunse la notorietà negli anni ’20 a Berlino dove aprì il suo primo atelier all’età di venticinque anni.
Successivamente si trasferì al quarto e quinto piano dell’Hotel Bogotà, allora residenza privata, un luogo magico diventato mèta di artisti e musicisti di fama mondiale come Benny Goodman.
Fu proprio nel giardino pensile di quello stabile che Yva iniziò i suoi primi esperimenti di fotografia a colori. Il nome di Yva è però arrivato ai giorni nostri per la vicinanza a quello di un suo illustre allievo, Helmut Newton di cui fu appunto amica e maestra.
Dal 1938, a causa delle leggi razziali - Else Simon era ebrea - le fu impedito di lavorare e il suo atelier venne requisito. Nel 1942 fu deportata nel campo di concentramento di Majdanek in Polonia dove morì poco più che trentenne.

mercoledì 25 aprile 2007

“Psyché”: il nome femminile della ricerca

PARTE NASCOSTA In generale, per quanto riguarda la psicologia, con la parola “Psiché” si intende l'insieme delle funzioni mentali o psichiche che caratterizzano la personalità dell'individuo. Per gli antichi greci rappresentava l'anima; per la psicologia moderna caratterizza l’insieme di funzioni cerebrali, emotive e relazionali dell’individuo. E’ un’ astrazione concettuale che include al suo interno componenti diverse: cognitive, razionali ed anche irrazionali, come l’inconscio.
Ma Psyché è anche una figura della mitologia, protagonista delle Metamorfosi di Apuleio.
Rappresenta una bellissima ragazza che si innamora di Eros senza conoscerlo.
Perché il legame durasse lei non doveva cercasse di scoprire chi fosse e quale aspetto avesse l’oggeto del suo amore: doveva accontentarsi del suo solo amore. Ovviamente Psichè non riuscì a rispettare queste condizioni, cercò di sapere e da lì cominciarono i guai.

In questa prima presentazione volevo soltanto sottolineare il legame tra la donna e l’ amore per il sapere. Al di là delle generalizzazione, credo che l´idea di non accontentarsi sia un modo di esistere tutto al femminile.
Non a caso siamo anche note como le “eterne insoddisfatte”.
Ma chissá che questa nostra “mancanza di..” non sia anche la ruota che muove la macchina della vita........

lunedì 23 aprile 2007

Note Blu


CHAPTER 1: LE ORIGINI

Eccoci finalmente!
Siete pronte per questo travolgente e coinvolgente viaggio alla scoperta della musica blues e jazz?
Prima di iniziare vorrei, però, rendervi partecipi di come è nato in me l’amore e la passione per questo genere di musica.
Mi trovavo a casa del mio ex. In attesa del suo arrivo, frugando tra le sue cassette, 10 anni fa i cd erano pura utopia per me, me ne colpì in particolar modo una ed un nome…Billie Holiday.
Inserii la cassetta nel mangianastri e rimasi davvero stupita e meravigliata al sentire una voce di donna; non so cosa mi aveva portato a dare per scontato che Billie Holiday fosse un uomo.
La cosa strana fu che quella voce, così struggente e lamentosa, provocò in me una reazione completamente inaspettata…piansi e le mie erano lacrime di forte emozione, la sua voce aveva toccato corde della mia anima che fino ad allora erano rimaste sopite.
Capii, allora, l’importanza di questa musica.
Il jazz prende origine dalle espressioni vocali della musica folkloristica nera del Sud degli Stati Uniti, i cosiddetti folksongs. Questi canti, seppur allo stato embrionale, furono i precursori delle ballate e dei blues rurali.
Il blues, come il jazz, nasce e si sviluppa in seguito alla schiavitù della comunità nera nel Sud degli U.S.A..
All’incirca dopo il XVIII secolo, alcuni negrieri, possessori di colonie in Africa, intrapresero il trasporto dei neri in America.
Iniziò, così, la grande deportazione e la schiavitù. I neri della Louisiana, pur essendo schiavi, però godevano di maggior libertà di quella di chi era stato insediato nei possedimenti inglesi e puritani e questo spiega perché i primi blues nacquero a New Orleans e sulle sponde del Missisipi.
I canti che riecheggiavano nelle piantagioni di cotone, di canna da zucchero, di granoturco ed in generale nei vari luoghi di lavoro del Sud negli anni della schiavitù furono espressione della loro spiritualità, dei loro usi ed attraverso questi trovarono il coraggio di esprimere la loro angoscia per la condizione in cui versavano, in un lamento di dolore.
Nascono i worksongs ovvero i primi blues!

sabato 21 aprile 2007

Tea Time

Ciao a tutte, sono Maria Luisa e vorrei parlare con voi di libri.
Ma prima vorrei spiegare da dove viene il titolo di questa rubrica. Una giovane madre inglese, sopraffatta dal lavoro domestico e incapace di reagire, si rivolse a un giornale femminile scrivendo alla rubrica “Over the Teacups” ; chiedeva aiuto a altre madri nella sua situazione: voleva sapere cosa avevano fatto giovani donne come lei per superare i momenti di solitudine e di disperazione. Arrivarono molte risposte e ben presto il gruppo delle giovani mamme cominciò a scrivere un giornale privato molto originale: inviavano lettere che presentavano la loro vita e i loro problemi a una di loro, eletta coordinatrice; questa coordinatrice assemblava le lettere in un “giornale” che inviava alla prima madre del gruppo; questa, dopo aver lette le lettere e aver aggiunto i suoi commenti o i suoi suggerimenti , inoltrava il materiale alla seconda del gruppo e così via finche tutte avevano letto il giornale e le osservazioni delle altre .
Questo giornale, cominciato nel 1935, durò per 55 anni. Il giornale di queste donne era il blog del passato
Noi potremmo utilizzare questo blog per parlare ancora dei nostri problemi e dei problemi della società in cui viviamo a partire da libri che abbiamo letto o vogliamo leggere. .

Vi interessa il giornale cominciato da giovani madri che col passare del tempo non furono più tanto giovani ma continuarono a parlare dei loro problemi cercando un aiuto dalle altre?
Il libro che raccoglie le loro lettere si intitolo, “Can Any Mother Help Me?” (C’è una qualche madre in grado di aiutarmi?); l’autrice è Jenna Bailey. Se leggete in inglese e ordinate da Amazon, il libro arriva in meno di una settimana; su questo testo Repubblica ha pubblicato un bell’ articolo domenica 8 aprile.

EstremaMente


Nives Meroi,l'italiana più alta
di Antonella Passoni

Quando si parla di Ottomila, il nome che viene sempre in mente è Reinhold Messner.
Purtroppo troppo spesso,sfuggono invece i nomi delle donne che hanno intrapreso con successo l'impegnativa via degli Ottomila.Ma,contrariamente a quanto si possa credere,nell'alpinismo d'alta quota italiano ,emerge una figura che al mondo dei media troppo spesso sfugge: Nives Meroi. Nata a Bonate Sotto(Bg) il 17 Settembre 1961,da oltre 20 anni vive in Friuli Venezia Giulia,a Fusine Laghi(Ud).Dal 1989 è sposata con Romano Bennet,da sempre suo compagno di cordata.
- K2 - m.8611-"..sono le ore 13 del 26 luglio 2006 quando Romano e Nives toccano la vetta della -Montagna degli italiani-lungo lo storico Sperone degli Abruzzi...."
Settima salita femminile e prima italiana.Con la salita del K2 Nives raggiunge quota nove,il massimo delle vette oltre gli 8000 metri salite nella storia di una donna,mentre insieme a Romano si confermano la coppia al mondo con il maggior numero di ottomila raggiunti.
18 Aprile 2007,Kathmandu.
"Partenza alla volta del Tibet.Il team tra 3-4 giorni arriverà al campo base Nord dell'Everest..."
In bocca al lupo,Nives!

Porte chiuse

Non voglio più chiedermi o stupirmi del perché accadono certe cose, voglio solo imparare ad accettare il fatto che siano loro a cercare me, a parlarrmi.
Io devo solo chinarmi a coglierle.
Imparare ad ascoltarle.
Guardando la vita da questa prospettiva si può provare una forte sensazione di vertigine, come se la terra sotto i nostri piedi all’improvviso non ci fosse più. Ma è solo un inganno costruito dalla nostra mente per giustificare un disagio.
Liberiamoci dai blocchi che ci pone la ragione e scopriamo la nostra vera natura, quella di chi ci sta di fronte.
Alcuni sono nati con le ali.
Alcuni respirano acqua.
Siamo gocce di rugiada, vento di libeccio e granello di Sahhara.
Superare il limite è guardare il nostro vero io.
Vi propongo la lettura di questa storia, a puntate.
E aspetto le vostre storie.


“Bene, la ringrazio per essere venuta signora…, emh… sì certo, signora Sophie e, non si preoccupi le faremo sapere …, non si preoccupi. Buona giornata.”
L'accompagnò furori dall'ufficio sino all'ascensore, con la fedele segretaria al seguito. Le strinse la mano e rimase sulla porta a guardarla finchè non arrivò l’ascensore. Sorrideva, laconico e la guardava.
Sophie ferma davanti alle porte chiuse dell’ascensore.
Quelle maledette porte che non si aprono mai al momento giusto, così quello sguardo raccapricciante si sarebbe nuovamente soffermato sulle sue gambe e questa volte il lieve tremore sarebbe stato palese.
“Ma chi se ne frega, che veda pure. Tanto, comunque sia, non mi farà sapere proprio un bel niente. Come tutti gli altri. E io sono stufa di incontrare gente così! Gente che non sa aprire gli occhi...”
Per l’ennesima volta non avevano considerato nulla di lei, a parte i suoi limiti.
Uscita da quel bel grande palazzo della Galbiati Conulting & Co, s’incamminò lentamente verso la stazione metropolitana di Duomo, le gambe le tremavano, a causa dell’agitazione, di ... e delle scarpe nuove; belle ma poco rassicuranti con quel tacchetto fine, per non parlare della sua testa persa ancora in quell’ufficio. “Accidenti, non me ne va' una giusta e poi quell'arpia. Che donna acida e.. sicuramente zitella! Come si è permessa di dirmi quelle cose? Ma che ne sa lei di quanto valgo quella sottospecie di zerbino del boss”.
La segretaria del Dott. Galbiati era stata veramente inopportuna: “Ma sì, si vede che lei si é data da fare in tutto questo tempo. Però può garantirci che ce la farà a sostenere lo stress di un lavoro così impegnativo? Senza contare che dovrà imparare cose nuove? In fondo sono 10 anni che lei non è più operativa. Inoltre, ce la farà a passare nove, dieci ore in ufficio, conciliandole con la sua ...emh ... situazione? Il marito... il figlio ...? Cerchi di capire Sophie, questa è un’azienda dinamica e, e ...”
Ma perché tutti si divertivano a mettere in discussione le sue capacità senza neanche darle l'opportunità di provare sul campo ciò che sapeva fare? Perché tutti si limitavano a guardare e a prendere in considerazione solo quel pezzo di carta che parlava dei suoi limiti fisici?
Scese le scale della metropolitana cercando di pensare a qualcosa di positivo. “Bhe almeno ha smesso di pio... oh...! “Neanche il tempo di finire il pensiero che qualcosa la fece scivolare e ...”Ahh! Ahia!”
E volò lunga distesa giù per le scale sotto una pioggia di oggetti, i suoi: il quotidiano, fotocopie varie, l'ombrello, la borsetta, tutti lanciati in aria nel disperato tentativo di aggrapparsi al corrimano. “Oh, oh, oh ... Ehi! ma chi diavolo, che cavolo fai!!! ” Ebbene sì, aveva travolto un ignaro passante. “Mi dispiace, mi-mi scusi. Io, io non vo-volevo ...” L'uomo si rialzò velocemente e con aria a dir poco adirata si voltò a guardare chi, chi era la stupida oca che l’aveva travolto.
Macchè stupida oca. Schiacciata contro gli scalini c’era una giovane donna dolente e col volto terrorizzato, intimorita da tanta ira. Vedendola, così fragile e disperata si sentì stupido lui. Le fece una gran pena e si rammaricò con se stesso per aver imprecato. “Si é fatta male?” “ No! No, non si preoccupi.” Sophie non sapeva se provare più vergogna o rabbia. le veniva da piangere per il dolore al sedere, ma si trattenne. Le venne voglia di urlare, ma le parve inopportuno e poi le scappò da ridere perché in fondo era macchietta degna di “paperissima “.
Raccolse alla rinfusa ciò che aveva seminato sulla scalinata, infilò tutto in borsa e si scusandosi ancora cercò di recuperare un controllo dignitoso del suo corpo.
L'uomo si accertò che lei stesse bene, le sorrise dolcemente e poi andò via, di corsa.
Sophie lo vide allontanarsi, controllò di aver recuperato tutto e si guardò intorno. Nessuno parve aver fatto caso a lei, tutti erano molto di fretta e di corsa, su e giù per quella scalinata, passandole a fianco, urtandola.
Stava intralciando il traffico pedonale.
Porte chiuse, scale scivolose, persone di corsa. Un mondo impossibile da penetrare, per una come lei.

venerdì 20 aprile 2007





"Sembra, dunque, che noi dobbiamo alla memoria praticamente tutto ciò che abbiamo o siamo, che le nostre idee o concezioni siano suo prodotto e che la nostra percezione, pensiero e movimenti quotidiani derivino da questa fonte. La memoria raccoglie gli innumerevoli fenomeni della nostra esistenza in un tutto unico; e poichè i nostri corpi sarebbero sparsi nella polvere degli atomi che li compongono se non fossero tenuti insieme dall'attrazione della materia, così la nostra coscienza si frantumerebbe in tanti pezzi quanti sono i secondi che abbiamo vissuto, se non fosse per quella forza unificante della nostra memoria".
Ewald Hering(1870)

Uova di quaglia e di gallina

L’ultima volta che mi hanno detto che i miei ovociti erano troppo piccoli, per poter essere fecondati, stavo guidando. Sarà per quello che di lì a poco ho rottamato la mia automobile: negazione e rabbia sono le prime fasi del dolore. Era primavera inoltrata e faceva caldo, io piangevo e pensavo che piovesse. Sono arrivata in ufficio ed ho tenuto la mia riunione. Mi sono trattenuta al lavoro il tempo prestabilito e poi sono tornata a casa. Ho preparato la cena, ripensando alla settimana appena trascorsa a Roma. Arrivata alla stazione Termini ero andata a comprare delle siringhe ipodermiche per potermi iniettare sotto la pelle dell’addome un farmaco contro l’infertilità. La farmacista mi aveva squadrata come se fossi stata una tossicomane, proprio a me, che per lavoro spiegavo ad adolescenti - giovani e vecchi - quanto fosse inutile e controproducente assumere droghe. Colsi il ridicolo nella contraddizione e sospirai, chiedendomi cosa stavo facendo e perché lo facevo.
Mi risposi che avrei fatto a meno della gravidanza e delle sue complicazioni, che non avevo più voglia di sottopormi più ad alcun tipo di cure, perché questa riproduzione cominciava come una malattia, ed io non ero malata.
La mia parte più frivola si rallegrò subito per la mia decisione, mentre io stessa mi sorprendevo per la rapidità con cui ci ero arrivata. Ma sono spesso stata in minoranza e non me ne sono mai pentita.
[..]
Cominciai ad elencare mentalmente tutti i lati positivi della questione:

Primo:non avrei mai dovuto rinunciare ai tacchi alti, che Roberta mi ha insegnato a portare e mi fanno pensare con passione all’epigramma libertino che dice “le gambe delle donne sono compassi che misurano il mondo, dandogli il suo equilibrio”;
Secondo: le mie tette non si sarebbero svuotate da un giorno all’atro dopo aver raggiunto dimensioni insospettabili in un essere umano;
Terzo: niente smagliature, niente ragadi, niente emorroidi, niente punti in vagina, nessuno sconosciuto che ti salta sulla pancia per farti sputare fuori il nascituro,
Quarto: non avrei dovuto convincere il ginecologo a farmi l’epidurale e poi a me le ostetriche hanno sempre fatto senso;
Quinto: niente consigli, risalenti al culto della Dea Terra Madre, di nonne, zie, cugine, cognate e vicine di casa, che avrei subito come un’ingerenza sgradita nella mia esperienza personale, visto che non mai capito come può essere che qualunque donna che abbia partorito il proprio figlio si senta in grado di dare pareri sui figli degli altri;
Sesto: le donne in attesa, cui fino a quel momento avevo riservato sguardi foschi di pura invidia, mi sfilavano ora davanti agli occhi come un catalogo di malattie ed indisposizioni varie dalle quali ero fortunatamente immune, quasi come povere vittime di circostanze sociali rispetto alle quali gli toccava fare buon viso a cattivo gioco;
Settimo: infine, nessuno si sarebbe azzardato a definirmi “primipara attempata”, solo perché non avevo 25 anni.

Ma i figli li avrei avuti ugualmente. E sarebbero nati per chartas, come mi suggeriva la giurista dentro di me. L’idea dell’adozione era già parte di me. Il fatto fisiologico della riproduzione mi lasciava indifferente. Adottare o avere un figlio sono la stessa cosa; si differenziano solamente in termini di tempo e di burocrazia. Dal punto di vista giuridico l’adozione è, da un lato, un complesso di diritti e doveri derivanti da un procedimento giurisdizionale e, dall’altro, la relazione di filiazione che s’instaura tra una famiglia ed un’altra persona.
Per me la maternità era una questione di energie psichiche, mentali, emotive e non di uova di quaglia o di gallina. Le persone che hanno regalato un senso di gioia alla mia vita sono quelle che mi hanno amata senza chiedermi nulla in cambio. Forse, non è stato un caso che queste persone non sono state le stesse che mi hanno generato. Poi, mi piaceva l’idea di allevare: una parola che sentivo usare raramente riferita a dei bambini. Tutti vogliono educarli, poche mamme sanno lasciarli crescere. E a me, invece, entusiasmava proprio la prospettiva di poter accompagnare delle piccole persone nella loro crescita e nella scoperta del mondo.
Avevo voglia di conoscere i miei figli, di scoprirli, di imparare a parlare con loro e di vivere la mia vita insieme a loro. Volevo continuare ad essere la donna felice che ero e fare ancora tutte le cose che mi rendevano felice, per quanto osteggiate o impegnative fossero. Volevo che i miei figli mi conoscessero così, capace di usare quella naturale intelligenza che riconosco nell’amore sano, che non imbriglia le energie vitali e non nega l’identità.
Parlandone con mio marito, il dolore scomparve definitivamente, per far posto ad un’accurata programmazione del percorso adottivo.
Mutata finalmente la prospettiva, l’adozione ci appariva per quello che realmente è, un diverso cammino per diventare genitori. Un figlio sarà sempre un figlio, qualunque siano le circostanze della sua nascita. Per qualcuno adottare un bambino è un gesto di solidarietà, per noi non lo era, non siamo anime caritatevoli e le nostre figlie non sono opere buone.
Avremmo dovuto frequentare molti corsi e sostenere un’infinità di colloqui. Ci avrebbero fatto studiare e ci avrebbero studiati attentamente, ma ci sentivamo convinti della nostra scelta e anche gli altri se ne sarebbero accorti; in più, continuando a parlarne avremmo scoperto, pian piano, quali radici profonde essa aveva in noi e ne saremmo stati via via sempre più consapevoli.
Il primo passo era questo: dovevo essere sufficientemente certa che la sensazione di benessere totale che stavo provando fosse reale: lontano, in qualche posto nel mondo, da qualche parte su questo pianeta, c’era una pancia in cui stava crescendo mio figlio o mia figlia, oppure lo aveva già fatto.

E quella pancia non era la mia.

giovedì 19 aprile 2007



Facevo tardi, tutte le notti, ascoltando la radio.
Intorno a me tutto sembrava in corsa.
Il rumore del mondo fuori arrivava forte.
Anche lì, in quella palazzina di periferia,
che conservava la campagna in un fazzoletto di orti e galline.
Le mie amiche avevano solo un sogno, sposarsi, presto.
E figliare.
Ma c’era la mia radio.
Quella porta aperta sulla possibilità di cambiare il destino.
[..]

Era il passaggio fra le medie e le superiori.
Avevo 14 anni. Ascoltavo radio radicale,allora,
perchè mi piaceva la voce di Daniela Gara, roca e passionale.
E le femministe,e la non violenza, garofani, e rose nel pugno.
Non capivo bene ancora il senso di tutto ciò.
Ma volevo capire.
E restavo sveglia, ad ascoltare le dirette fiume alla radio,
e gli echi del movimento che da lì non gridava troppo forte.
Nessun proclama roboante, ancora no.
Bevevo avida quei discorsi da grandi, che diventavano miei.
La cantina di fronte casa la domenica si faceva teatrino delle prime feste tra ragazzi.
I lenti e le lampadine colorate a mano.
I giochi della bottiglia.
Baglioni, e i cugini di campagna.
Ecco, loro, erano tutti i mei cugini di campagna.
E non mi riconoscevano,non più.
Li ho lasciati lì. Mentre aspettavo di entrare a scuola,e la musica cambiava.
Il rock,e le note sparate di chitarra ancora non lo capivo,
meglio Neyl Young, o De Andrè.
Che iniziavo a suonare anch'io, seduta a terra, sui gradini della scuola.
Essere 'altro' da quello che pensavano tutti.
Un segno distintivo, un simbolo, una camicia larga,
portata fuori dai yeans,i sandali infradito indiani,
gilet, comprati all'usato. Una divisa.
Per entrare nell'esercito della ribellione.
Per esserci, per sentirsi,riconoscersi,contare.
La scuola sembrava un grande tempio delle occasioni.
Studiare, il futuro, i voti.. chissenefrega.
Ora il rumore si sentiva, eccome.
La non violenza, quella rosa nel pugno che disegnavo sui muri della classe col pennarello rosso,ora era appassita.
L'avevo messa nel fucile del celerino ad una marcia fatta a Piazza Navona
accompagnata da mio padre, prima.
Prima di avere ascoltato tutto quel rumore sordo,
di slogan rimbalzati fra le strade strette,
del tonfo secco delle spranghe,sulle teste dei 'fascisti',
e le catene,e il fumo che faceva piangere,
e scappa...corri, che ci prendono.
In corsa, contro.
Contro tutto quello che mi faceva essere convinta
che valeva la pena rischiare il culo,
piuttosto che sentirmi morta.
Mettersi in pericolo,è il gioco preferito a quell'età.
Entrare in un disegno che non sai, il rischio che si corre.
E io l'ho corso, con tutta la convinzione che ti viene
dall'incontro con le persone e i luoghi che ti 'formano'.
I miei compagni 'grandi', quelli che parlano in assemblea,
quelli che sono diventati i miei maestri.
Bruno,col suo cappotto grigio,faceva il quinto.
Era un uomo fatto per me.
Quel giorno,quando hanno ucciso Moro,
sui gradini di scuola mi disse:ora sono cazzi nostri...
e non capivo,ancora.
Spiegami Bruno, fammi capire.
La differenza, a volte, la fanno certi incontri.
Poi, il cuore, ed il cervello giusto,
e la politica diventa la tua vita.
La cosa che più mi turba, oggi,
è pensare al tempo come ad un grande cerchio.
In cui ci si entra dentro come criceti.

Giri la ruota a vuoto, se non lo sai.
Il tempo mio continua, non si è fermato lì,
fra quei banchi vuoti coi professori ad aspettarci,
e il fumo di lacrimogeni e spari
che hanno segnato di rosso i marciapiedi della mia adolescenza.
Dentro ai segreti rimasti tali.
Di quelle scelte di 'compromesso' che hanno fatto la differenza.
Il tempo mio continua, come può continuare tutta l'utopia,
quella che vorrei restasse.
Il resto, quel progetto autoritario e folle per prendersi il potere,
l'ho gettato via.
L'utopia, che mi ha salvato dalla droga,
che nel frattempo ha ucciso tanti miei amici,
e dalle altre 'droghe', che ci volevano e ci vogliono coglioni.
L'utopia, che passa anche nelle mani dei figli,
che perdono le tracce della memoria,
se non la si racconta giusta.

L'AMORE NON è DIALETTICO




Socrate fu un omone vissuto ad Atene tra il 470 e il 399 a.C.
Combattè nella guerra del Peloponneso, partecipò attivamente alla vita politica del suo paese e trovò persino il tempo di girovagare per la città a far chiacchiere interminabili con i suoi concittadini.
Figlio di una levatrice e di uno scultore sposò, si crede, una certa Mirto e dopo, la ben più nota Santippe, dai più ricordata come una vera rompipalle, da altre, come vittima di un uomo intrattabile e brutto. Tutti noi sappiamo che bevette un ettolitro di cicuta pur di non contravvenire alle leggi della sua città. Oggi nessuno si sognerebbe di lasciarsi morire innocente pur di rispettare le leggi della propria città. Il Nomos infatti ci richiama alla mente più un ballo spagnoleggiante che il concetto di Legge. Potenza dei secoli!
Ma il caro filosofo, nella mia adolescenza immaginato come un vecchietto un po’ ubriacone, di quelli con la punta del naso sempre rossa, elaborò un metodo di una genialità logica che in quattro passaggi ti permette di persuadere e comprendere qualsiasi essere umano parlante, che mi ha sempre affascinato e della cui grandezza ho avuto prova più volte nella mia vita.
Poi tutto un giorno è crollato.
[..]
Il giorno in cui ho iniziato ad innamorarmi.
-E utilizzo il termine iniziato perché si inizia, non è vero che capita. E’ come con le droghe: le provi una volta e dopo non sai più quando sarà l’ultima.-
Quel giorno ho tentato di applicare il metodo dialettico all’oggetto del mio amore e ho scoperto un’amara verità.

Ok, Socrate non l’aveva prescritto come metodo di risoluzione dei propri problemi amorosi, d’altronde non aspirava ad aprire un’agenzia matrimoniale - era solito infatti dire “se ti sposi oppure no, ti pentirai ugualmente” - però che diamine, non l’aveva neanche sconsigliato!
Inoltre poiché non vivo nell’Atene del tempo, né mi occupo di grandi questioni morali, lo utilizzo un po’ come pare a me.
Con questo intendo proteggermi da qualsiasi possibile accusa di qualunquismo e superficialità.

SITUAZIONE TIPO:
Sabato sera uscite con il tipino (non conosco gli effetti sulle donne, ma credo valga al di là del genere sessuale) che vi piace tanto.
Insomma, che a voi piaccia è chiaro limpido e splendente, lo capirebbe perfino un bambino di 2 anni. Il problema è un altro: voi piacete a lui?
Avete varie possibilità per scoprirlo:
1. Potete chiederglielo con la nonchalance dei commenti sul tempo, tra un martini e un oliva, biascicate: “ma io ti piaccio?”. Ovviamente la sincerità della risposta non è quantificabile e se anche fosse si, potreste piacergli come alla mia gatta piacciono i croccantini.
2. Potete provare con una tecnica sfondamento tipo “ti amo, non posso vivere senza te e blablablabla”, anche se lo conoscete da solo una settimana. Si commenta da sé.
3. Oppure, potete utilizzare il metodo socratico!!!!!! Ecco elencati step by step i momenti fondanti:
Primo passaggio : l’IGNORANZA, ossia sapere di non sapere nulla.
Che non significa non sapere chi è il Presidente della Repubblica, mi raccomando. Bensì: ascoltare!
In fondo è la parte più facile, infatti di solito non si sa davvero nulla della persona che si ha davanti, soprattutto dei suoi sentimenti.
In questo modo, secondo il metodo, dovreste spingere l’altro a parlarvi di lui.
Il rischio è che si concentri solo sulle abilità di pescatore o su quella volta che a 10 anni sua madre non voleva che lui uscisse di pomeriggio sotto il sole, prima di aver fatto il pisolino….. Quindi, IGNORANZA ma con metodo guidato!
Seconda passaggio: l’IRONIA: ossia fingere di immedesimarvi in ciò che vi viene raccontato.
Del tipo “affascinante il luccio, ma anche la trota non è niente male” per l’uomo pescatore, “che buon odore di borotalco” per il soggetto infanto-regresso e così via.
Terzo passaggio: e qui inizia il bello baby, stiamo parlando dell’ELEGKON, ossia della CONFUTAZIONE. Che non è uno sterile esercizio di contrapposizione alle opinioni altrui volto alla distruzione dell’autostima dell’altro, bensì la parte più impervia di tutto il metodo.
Se vi riesce questa, siete delle divinità , delle yogin dell’amore, mi inginocchio davanti a voi!! Trattasi infatti di dinamica per la quale si dovrebbe far capire all’altra persona che tutto ciò che ha detto sin d’ ora non è altro che un’idiozia e addirittura (forse con l’ausilio dell’LSD sarebbe più semplice), portarla a ringraziarvi per averglielo fatto capire.
E’ più probabile invece che il soggetto in questione vi giudichi delle sanguisughe appiccicaticcie peggiori di qualsiasi KERES (v. ERINNI)
POSTILLA: Non disperate, questa parte riesce solo alle gattemorte e alle programmateperilfidanzamento! Vorrei ricordare a tutti che stiamo parlando di AMORE!
Quarto passaggio: è quello della MAIEUTICA, ossia del far partorire la VERITA’.
In realtà non si arriva mai a questo passaggio perché, o voi ve ne siete andate "di testa" per i troppi Martini bevuti, oppure “di fatto”, perché il dolore, il sangue e la placenta vi terrorizzano.
Oppure “carine”, l’ha già fatto lui!!!

Non disperate, i Greci hanno ancora tanto da offrire:potete sempre scegliere di trasformarvi in ATE, dea della sventura, malefica e vendicatrice, oppure in ANFITRITE, dea del mare, convinta da Poseidone a sposare Atlante, per vendicarsi del suo tradimento trasformò la di lui amante in un mostro spaventoso, oppure in PITO dea della seduzione. La scelta è quasi infinita.

Io per ora mi trasformo in Eleutèria (la libertà) e chissenefrega!

mercoledì 18 aprile 2007

In XII c'è un mondo


'Dopo pochi giorni era come se ci conoscessimo da anni, come se tutti fossimo vecchi compagni di battaglie che volevano condividere una nuova avventura. Persone diversissime, lontane nello spazio – dalle Alpi alle Madonie di strada ce n’è – come nello stile, nelle esperienze e nella mentalità. Che però lavorano insieme con entusiasmo, si insultano allegramente, e fanno di quella stessa diversità il tratto caratterizzante e affascinante dell’opera. Mi piace infatti pensare a XII come a un’orchestra sinfonica, dove ogni strumento con il suo timbro inconfondibile contribuisce alla bellezza e alla completezza del tutto. O come un lungo viaggio attraverso paesaggi, città, persone.' Sono le parole di Daniele Bonfanti, ideatore del progetto XII. Dodici scrittori indipendenti si sono incontrati in rete e da lì hanno dato forma alla lora opera. 'C'è un mondo', dice l'introduzione di Andrea G. Pinketts, dipinto dai racconti dei dodici scrittori. Chi sono? I loro nick sono Apeggina, AndGiò3000, Tartini, Cadoglio, strumm, dadax,.... I loro nomi li scovate sul retro di copertina. E' una autoproduzione, dalla scrittura, all'editing, alla stampa -on demand- tramite Lulu.com. In attesa della mia copia per potervela recensire, un augurio di buon viaggio a XII!!

martedì 17 aprile 2007

Francesca Woodman

Un’artista che nella sua brevissima vita ha segnato profondamente il concetto di fotografia contribuendo a nobilitarla ancor di più presso gli addetti ai lavori.
Nata nel 1958 a Denver figlia di un padre pittore e di una madre ceramista. Fin da bambina ha avuto la fortuna di trascorrere brevi periodi in Italia e in particolare Firenze. Frequenta la Rhode Island School of Design e nella seconda metà degli anni ’70 torna a Roma con la sua amica Sloan Rankin che sarà anche sua modella. Conosce artisti del gruppo della Transavanguardia e nel gennaio 1981 pubblica la sua prima e unica raccolta di fotografie. Il 19 gennaio si suicida a New York gettandosi nel vuoto. Particolarmente affascinata dal lavoro di Man Ray, la Woodman introduce nelle sue immagini scorci di natura quotidiana, usa lunghe esposizioni come per includere nella fotografia anche la quarta dimensione, quella del tempo. Gioca con il nudo e con semplici ma bizzarri travestimenti quasi a ricreare un mondo di fiabe in cui la donna si muove alternativamente come una Cenerentola o una principessa di pezza un po’ stropicciata.
Una sensibilità raffinata e un talento scomparsi troppo presto da questo mondo.
Qui una selezione dei suoi lavori
Inventiamoci

La Comune



Sono Giorgia, mi trovate in giro nella rete sotto l’aura di Naima o Anaima. Sono malata di scrittura, è una necessità del corpo e dell'anima. Scrivo di vita vissuta, di passioni, che sono sempre violente perché non riesco a stare a metà strada. Mi avvince la narrazione collettiva, adoro legare brani di scrittori differenti, sono affetta da condivisione. La creatività mi accomuna. In questa rubrica parleremo dei progetti esistenti e, per chi vuole cimentarsi, proveremo ad inventare un nostro personaggio. A descriverlo, ad analizzarlo nei dettagli e a farlo interagire con i personaggi degli altri.
Leghiamoci.

sabato 14 aprile 2007

9 mesi e 1/2

Come un fiore...
a cura di Ely

Quando una donna decide di essere madre, non c'è niente che la possa fermare.
Provate a chiedervelo o a chiederlo in giro.
Certo magari ci sarà chi non lo ammetterà, chi non si è mai posta la domanda, chi non si è mai data una risposta, ma questa per me è la verità.
E' come se si avvertisse la sensazione di una non sensazione.
C'è qualcosa che manca: la concretezza di un sentimento.
La necessità di una propensione in avanti nel tempo, nel corpo, nella mente e nel cuore.
Il bisogno di trovare una direzione ai propri sforzi che non sia semplicemente materiale.
La voglia di dare un po' di te a qualcun altro col solo egoismo dell'amore. Ma di un amore diverso da quello conosciuto sinora, di un amore speciale. E a chi darlo se non al proprio figlio.
E così tutti quei no che ci avevano sorretto fino ad allora cadono come foglie in un dì d'autunno.
La paura di non essere più libere non ci spaventa più come in passato.
Troppo intensa è la voglia di sentirsi madre.

Come un fiore, questo un pò incosciente e fragile stato emotivo, sboccia.
E nel suo massimo splendore si trasforma ora in un cosciente, forte ed incessante desiderio. Essere madre.

Raccontiamoci.




La vita



Il post che avevo preparato era diverso. Oggi mi è accaduto uno di quegli avvenimenti che possono cambiarti la vita, e non in senso positivo. Tuttavia ora non mi sento in grado di parlarne, manca ancora un tassello fondamentale a questo disgraziato puzzle. Quello che mi sento di trasmettervi è che la sofferenza e il dolore ti riportano all'essenziale, via tutti i fronzoli, via tutto ciò che è superficiale. Troppo spesso siamo distratti e non ci ricordiamo che la vita è un dono prezioso, di qualunque tipo essa sia.

Ricordatevelo.

Ricordatemelo

giovedì 12 aprile 2007

Tutti vogliono essere noi

Ho riflettuto. Tanto. Ho smontato e rimontato il mio archivio Ikea di icone cinematografiche, e non mi è avanzata nemmeno una vite.
Sono arrivato a questa conclusione: non esistono più le icone di una volta. La Star è nata all’interno di un sistema ben oliato che splendeva nei decenni in cui l’unica luce dei sogni proveniva da un proiettore rumoroso. Fuori da quel fascio multicolore c’erano brutture postbelliche e desiderio di ripresa. Ma oggi? La guerra convive con la fiction e spesso le due cose si mescolano, sullo schermo e fuori. Oggi, alle Dive in carne e pellicola, si sostituiscono modelli cinematografici, caratteri e stili che diventano Icone.
Cominciamo la rassegna di questi Personaggi Chiave, specchi della contemporaneità, con Miranda Priestley. Sì, proprio la Donna Drago de “Il Diavolo Veste Prada” superbamente interpretata da Maryl Streep.
Miranda è il cattivo affascinante che buca lo schermo, che amiamo anche se non dovremmo. La direttrice di Runway/Vogue scalpita, insulta, snobba, schiavizza e pugnala amici e parenti. Eppure tutti vogliono essere lei. Perchè?
La risposta è semplice: non è un vero cattivo, non è uno stereotipo, è una donna di oggi, che è arrivata in alto e riesce a comandare alla pari di un super-mega-iper-dirigente senza imitarne le nevrosi maschiliste, sostituendo i completi inamidati, con pellicce, abiti e gioielli griffatissimi.
Del resto, a detta degli stessi realizzatori della pellicola, era impossibile restituire la Miranda Priestley repellente del romanzo, quando sullo schermo imperava il magnetismo di Maryl Streep. Tanto più che la stessa attrice ha espressamente richiesto scene in cui il suo personaggio fosse “all’opera”, nelle quali venisse mostrata la competenza e la professionalità di Miranda; in poche parole, il potere meritato.
Negli anni ottanta e novanta, ci sono stati gli squali dell’alta finanza, uomini spietati, tiranni aziendali. Nel nuovo millennio, spazio alle donne che comandano con stile.
È tutto.

RAMPA DI LANCIO


Eccomi qua,
prima lezione
è meglio scrivere in prima o in terza persona?
Questo è sempre stato il mio dilemma per diversi motivi
Se scrivo in prima persona mi sembra che la storia sappia di “autobiografico”
Scrivere in terza persona mi sembra più da romanzo ed ho l’impressione quindi di non scoprirmi troppo.
In realtà questo è un falso problema: qualunque cosa scriviamo sia in prima persona sia in terza persona mettiamo dentro sempre e comunque qualcosa di noi, anche quando scriviamo degli “altri “ raccontiamo qualcosa di noi. Quello che scriviamo parla dei nostri pensieri, delle nostre emozioni e dei nostri sentimenti sempre, non ci possiamo nascondere.
Il mio consiglio è di scrivere come meglio sentiamo, molte storie ci sfiorano e attraversano la nostra vita, direttamente o solo trasversalmente, se sentiamo di poter raccontare meglio una storia in prima persona facciamolo! Non dobbiamo aver paura di mettere a nudo la nostra anima, perché è questo che facciamo con la scrittura: ci mettiamo a nudo, anche quando non parliamo direttamente della nostra vita, in realtà lo stiamo già facendo.
E’ importante scrivere con l’anima, se schermiamo i sentimenti il lettore se ne accorge, dalle pagine deve vibrare con forza il personaggio attraverso il nostro più intimo sentire.
Io per esempio sento di potermi esprimere meglio in prima persona, quindi mi cimenterò con la prima persona.
Secondo consiglio: cerchiamo il nostro stile, diamo un imprinting al nostro modo di scrivere e qui vi riporto una citazione sullo stile di Jean Paul Sartre da una lezione della nostra Patrizia:
Secondo Sartre “Il lavoro sullo stile non consiste tanto nel cesellare una frase, quanto nel conservare permanentemente nel suo spirito la totalità della scena, del capitolo e oltre, del libro intero. Se si ottiene questa totalità si scrive la frase riuscita, in caso contrario la frase stonerà o sembrerà gratuita”
Lo stile quindi è quell’essenza che differenzia un racconto da un altro , che fa riconoscere l’autore.
Terzo consiglio: quando scrivere?
Noi tutti abbiamo tremila impegni lavorativi familiari personali ecc..quindi quando scriviamo?
Ritagliamo un’ora della nostra giornata da dedicare alla scrittura, anche se ci sembra di non avere assolutamente tempo, proviamo comunque a cercarlo, e una volta trovato inseriamolo nelle nostre abitudini quotidiane. Scegliamo il momento che va meglio per noi, può essere al mattino presto svegliandosi un po’ prima, a meno che non ci si svegli già prestissimo (come me che mi sveglio verso le 6.00!) oppure la sera, oppure in un qualsiasi momento della giornata che possa andar bene per noi.

Proviamoci!!!

Vade Retro a cura di Alessandro Gallo
















Carissimi lettori,

mi chiamo Alessandro Gallo, in questa rubrica tratterò la storia dal mio punto di vista sulle questioni contemporanee.
Partirò con gli antichi greci per affrontare un discorso molto interessante.
Sarà una ricerca approfondita con alcune spiegazioni di base.
Perchè la storia siamo noi, come cantava il mio vecchio amico De Gregori.

Ritroviamoci

SONO DISTRUTTA

Mi chiamo Monica Caboi, studio filosofia e collaboro con la scuola Stanton!Nella mia rubrica vi parlerò di tutte quelle situazioni per le quali ognuno di noi, almeno una volta, ha esclamato: “sono distrutto!” o anche “non ne posso più!”.
Non vorrei annoiarvi con i miei insulsi problemi esistenziali che, mi spiace dirvelo, da ora in poi saranno i vostri.
Che farò? Semplice ve li racconterò lo stesso.
Fregandome altamente perché, siete tutti avvisati, sono un’egocentrica smodata.
Ma agirò servendomi di personaggi ben più noti di me (e non parlo di Costantino!): da Socrate a John Holmes, da Vivien Leigh a Clarabella, da Gesù Cristo a Lucky (l’uomo che corre contro il tempo)…. Le loro storie saranno il paradigma delle nostre, ci aiuteranno a ridere dell’impossibile e perchè no, persino a risolverlo!
Allora a presto.. leggetemi, leggetemi, leggetemi.. l’ho detto sono egocentrica. Aiutatemi!!!

Aiutiamoci.

mercoledì 11 aprile 2007

Di mamma..


Ciao, sono Anna Grazia.
Alcuni anni fa ho letto con gran gusto l’avventura personale di una scrittrice spagnola terminata con l’adozione di una bambina cinese. Fin dall’inizio, mi accorgevo di condividere in pieno le sue considerazioni sul senso della maternità nella vita di una donna: perché desiderare di avere “qualcosa” che non esiste, che non c’è? In fondo, complice anche il vostro corpo o quello del vostro partner che non può o non riesce, avete ben chiaro che fare un figlio è qualcosa che propriamente non vi attira, anche se vi piacerebbe che vi attirasse. Finchè un giorno qualcuno vi parla di adozione e vi dice che si tratta di un cammino molto lungo, quasi un percorso ad ostacoli. E che, comunque, se mai deciderete di intraprenderlo, potrete dire di no anche all’ultimo istante. Così cominciate a pensare con un certo entusiasmo che il desiderio di un figlio può non essere il desiderio del nulla, ma di un “qualcosa” che già esiste e che se ne sta in un certo posto, solo solo e aspettandovi: tutto appare chiaro, non volete fare dei figli, volete fare la madre.
Che è tutta un’altra cosa.
Ed io voglio raccontare la mia avventura e quella di tutte la madri adottive che conosco.

martedì 10 aprile 2007

Psyché

Mi chiamo Susana Liberatore, sono una psicologa e psicoanalista argentina. In questa rubrica, parlerò dell’utilizzo della psicoanalisi nel processo della scrittura la quale si manifesta essenzialmente come racconto dell’ esperienza umana. La psicanalisi sarà lo strumento utile per comprendere e svelare il collegamento tra il sentimento e la parola, tra il proprio processo di stesura del testo e la soggettivitá che rappresentiamo.

Ascoltiamoci.

lunedì 9 aprile 2007

Note Blu


Ciao, ma soprattutto benvenute a tutte! Sono Ilenia Firetto, ho 33 anni e vengo dalla terra del sole, del mare, della storia e chi più ne ha più ne metta. Insomma vengo dalla Sicilia.
In questa mia rubrica che si chiama “Note Blu”, ed il titolo non è puramente casuale, mi occuperò di musica e più precisamente di jazz e di blues.

La mia è una vera e propria sfida: cercherò di introdurre nell’animo, o meglio nelle orecchie delle donne, questo genere di musica a mio parere meravigliosa. La stessa che ha rappresentato, per la maggior parte dei suoi interpreti, uno strumento possibile per denunciare la discriminazione subita.

Spero di aver destato la curiosità e la voglia di intraprendere un viaggio con me alla scoperta di questo mondo fantastico, fatto di storie appassionanti e coinvolgenti.

Concludo prendendo in prestito le parole di una grande interprete del jazz, Billie Holiday.
GOD BLESS THE WOMEN!

Inginocchiamoci.

domenica 8 aprile 2007

EstremaMente



Estremamente
di Antonella Passoni

Sono una maratoneta per caso ed una scialpinista per vocazione.
Sono una donna che ha sconfitto la maledizione del Golem lesbo-intellettuale femminista.
Ho anche sgominato le rampanti degli anni ottanta, le perfide Uome con il Dna della carriera.
Sopravviverò a quest'epoca che mi vuole eternamente giovane, perfettamente abbronzata, delineata, esoterica, biodinamica, ecologica ed ottima cuoca?
Spesso mi chiedo cosa desidero veramente: un paio di tette nuove, grandi come quelle di una porno star od un cervello arguto e rivoluzionario, come quello di un'astrofisica?
Forse non lo saprò mai.
E voi? Che cosa desiderate veramente?

Viaggio di pensieri



Ciao, sono Maria Cristina e in questa rubrica si viaggerà.
Io amo molto viaggiare, sia fisicamente che con i pensieri.
Quindi viaggeremo con il cuore, con la mente e con la fantasia, verso mete della vita.
Attraverso il cammino dei ricordi, delle emozioni, dei sentimenti e della creatività.
E certamente parleremo anche di viaggi!! Quelli veri.

Sono pronta per partire. Senza valigie e con molto entusiasmo.
Al decollo c'è sempre un pò di strizza, ma poi il volo sarà tutto da godere.
Allacciatevi le cinture. Si parte.

Percorriamoci.

OFF#LIMITS

Ci sono persone che vivono il vivere di ogni giorno incatenati ai propri limiti.
Ci sono uomini e ci sono donne che si lasciano baciare dalla luce solo attraverso le sbarre della loro mente.
E poi ci sono anime cariche di passione che senza ali si librano nell’infinito blu.
Ci sono storie.
E ci sono storie OFF#LIMITS
Scriviamole ... Leggetele ...

Creatina per tutte

Pagine e pagine di critica sono state riempite dal tema della donna nell’arte. Modelle e muse ispiratrici delle quali spesso non si conoscono i nomi ma che hanno contribuito a rendere eterni i lavori di tanti autori. Mogli e compagne devote e tormentate di artisti innamorati solo della propria arte. Questa rubrica vuole essere un omaggio alle donne che sono state soggetto nell’arte, autrici e creatrici del proprio pensiero. Artiste che usano la mente e il corpo come veicolo di cultura, fantasia, sperimentazione.
Francesca Woodman, Selfportrait talking to Vince
Inventiamoci

sabato 7 aprile 2007

Rampa di lancio


Sono Lù e nella vita faccio un lavoro amministrativo molto serioso.
Talvolta decisamente barboso. La scrittura è la mia evasione o se preferite il mio sogno di riscatto, una possibilità per esprimere le mie emozioni più profonde.

La rubrica si chiama “Rampa di lancio” ed è dedicata a tutte le esordienti che, come me, vorrebbero scrivere senza remore o paure di esternare.
E poi qualche consiglio utile. Voglia mai che…
Siete con me?

Crediamoci.

Equilibrismi quotidiani


Se:
1) hai la taglia 42, nonostante il marito e i figli;
2) hai l'abbonamento in palestra e lo usi;
3) sei realizzata sul lavoro;
4) se riesci a mantenere vivi i tuoi interessi, nonostante la spesa;
5) se esci almeno una sera a settimana, senza crollare ;
6) se sei una donna organizzatissima,
allora ti prego, dimmi come fai.

Sveliamoci.

9 mesi e 1/2

Poche le parole su di me.
Mi chiamo Elisabetta, ho quasi 35 anni, sono sposata e mamma di Alessandro... il mio piccolo Alessandro!

Molte, invece, e assai diverse le parole che scriverò sulla mia rubrica.
Stati d'animo, sentimenti, esperienze sull’essere madre e su come tutto ruoti attorno a questo. Quando lo sei.



Difficile e meraviglioso universo.

Vi avverto, non mi risparmierò. Sarò sdolcinata, severa, euforica, stanca, ansiosa, preoccupata ed apprensiva, sensibile, nevrotica, protettiva... insomma il ritratto ideale di un'imperfetta e normalissima mamma dei nostri giorni.

Accudiamoci.

MEMORIE RESISTENTI



Ciao a tutte.

Memoria resistente... ovvero ri-parliamo del femminismo, ri-pensiamoci al femminile, e raccontiamolo alle nostre figlie.
Per quelle che non c'erano.
In tema di memorie degli anni 70, sarebbe interessante ripercorrere attraverso testimonianze private ed umane, la propria storia nel lungo percorso di liberazione dagli schemi.
L'entrata nel lavoro, le lotte in famiglia, i rapporti con gli uomini, la sessualità come conquista.
E oggi, si può ancora parlare di femminismo?
Parliamone.
Il rapporto con i figli che crescono, l'adolescenza, la 'ristrutturazione' dell'identità personale delle donne nell'attuale modificazione dei rapporti familiari, famiglie allargate, di fatto, single.

Resistiamoci.

Oh, Marilyn

Femminilità e Cinema. Tante sono le figure nel cinema unite da questo binomio e vengono chiamate: icone. Una sola però ha saputo sovrapporre il proprio personaggio sullo schermo alla sua personalità, restandone vittima. È stata diretta e unita a tanti uomini, ma nessuno di loro l’ha mai né avuta.
Né controllata davvero. Warhol ne ha fatta segno e significante del consumismo degli anni sessanta. Solo lei ha tenuto un’intera nazione - col suo presidente - e lo studio system holliwoodiano sotto scacco per due decenni con la fragilità e l’innocenza, presunta. La sua morte ha dato il via a sospetti di complotto e speculazioni che si protraggono ancora oggi (è di pochi giorni la notizia che il suo fosse solo un tentativo di suicidio di cui tutti attorno a lei erano al corrente e che è stato sabotato consapevolmente).

Marilyn, è a lei che dedico questa rubrica, per discutere di Cinema ma non in modo astratto. Mi voglio chiedere, di volta in volta, se esistono ancora icone come lei, e se il concetto di icona e Diva è valido tutt’oggi. Femminilità e Cinema… azione!

Vezzeggiamoci.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...